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IL PERCHE’ DELLA SCIENZA (Parte 1)

IL PERCHE’ DELLA SCIENZA (Parte 1)

A volte mi capita di tenere conferenze a carattere scientifico in qualche scuola, o per il pubblico, su argomenti che in genere hanno a che fare con la fisica delle particelle elementari, che e’ il mio campo di lavoro. In ogni caso, indipendentemente dal titolo specifico e dal tipo di pubblico, cerco sempre di ritagliare dieci minuti di tempo verso la fine per spiegare perché’ e’ importante fare scienza. Lo ritengo quasi un dovere sociale, un mio compito da assolvere. Infatti, nonostante il continuo parlare dell’importanza della ricerca scientifica, e nonostante il fatto che i prodotti della scienza siano parte integrante della nostra quotidianità’, e’ sorprendente constatare quanto siano confuse le idee in proposito nell’opinione pubblica. Frasi del tipo “ma non ci sono cose più’ importanti da fare?” sono all’ordine del giorno nelle discussioni, in rete o in salotto, quando si parla di una qualche scoperta scientifica che non sia la cura di qualche malattia. Voglio quindi dedicare un paio di queste pillole a questo argomento, che mi sta particolarmente a cuore. Un paio, perché l’argomento e’ troppo importante per costringerlo in una sola.

Sono convinto che se si facesse un sondaggio chiedendo alla gente “perché’ e’ importante la scienza?”, e “che cosa ti aspetti dalla scienza?”, la risposta di gran lunga più’ diffusa sarebbe che la scienza e’ importante per il progresso, e da essa ci si attende un miglioramento della vita dell’uomo. Ci si aspetta che scopra come curare malattie, produrre energia illimitata in modo sicuro, e più’ in generale concepire e sviluppare nuove tecnologie in grado di migliorare la qualità’ della nostra esistenza. Giusto no? E’ a questo che serve la scienza! E invece no! Sbagliato, sbagliatissimo!

La scienza serve a produrre “conoscenza”!

Da 300 e passa anni a questa parte, da quando Galileo Galilei invento’ il metodo scientifico, il motore della scienza, il propulsore che ha fatto si’ che l’uomo si dedicasse a questa attività’ e’ stato la curiosità’ di capire come funziona il mondo. Non quindi il voler migliorare la propria vita, ma il desiderio di comprendere. E questo e’ assolutamente vero per chi studia come e’ fatta una galassia distante, o una particella invisibile, ma anche per chi cerca la cura per il cancro o per la sclerosi multipla. Nessuno scienziato, qualunque sia il suo campo di ricerca, fa questo lavoro perché’ vuole essere un benefattore dell’ umanità’, ma piuttosto perché’ vuol capire come funzionano i meccanismi della natura e delle cose.

Avere ben chiaro questo concetto e’ di fondamentale importanza, perché’ altrimenti si rischia di fraintendere quali sono gli scopi della scienza. Si rischia di pensare che possa esistere una scienza utile, ovvero quella che ci da risultati pratici prevedibili e immediati, e quella che e’ invece soltanto un semplice “passatempo culturale”. Mentre la prima e’ la cosiddetta scienza applicata, la seconda e’ identificabile con la ricerca di base, la scienza pura, quella che ha come fine la comprensione dei fenomeni naturali, e che non si prefigge innovazioni tecnologiche di immediata applicazione pratica come suo prodotto finale. E siccome oggi la ricerca di frontiera, in qualunque settore, e’ anche costosa, perché’ per essere competitiva necessita di mezzi, tecnologie e risorse importanti, la ricerca di base, quella che non ha come scopo primo l’ utilità’ pratica, automaticamente viene vista di bassa priorità’, soprattutto in un momento di crisi economica come quello attuale, dove e’ importante decidere come spendere il denaro pubblico.

Ecco quindi che di fronte alla scoperta di una nuova particella elementare che getta luce sull’origine della materia e dell’universo in tanto storcono il naso e si chiedono se il grande sforzo umano e finanziario sia realmente cosi’ giustificato, perché’ in fin dei conti questa conquista culturale non cambia, apparentemente, di una virgola l’esistenza della quasi totalità’ degli esseri che abitano questo pianeta.

Esistono mille motivi per cui la scienza di base e’ essenziale in una società’ che ama definirsi moderna. Esistono mille motivi che rendono profondamente sbagliata questa concezione, purtroppo diffusa, dell’ inutilità’ della scienza pura, e di questo parleremo nella seconda parte. Ma esiste un motivo, che a mio parere e’ il più’ importante di tutti, che da solo giustifica il fatto che si spendano soldi e risorse umane per questo tipo di attività’: la conoscenza.

Certo, può’ sembrare retorico invocare l’importanza della conoscenza, e anche assurdamente fuori luogo, soprattutto in questo difficile momento economico, sostenere che la semplice conoscenza da sola possa giustificare un cosi’ grande dispiego di risorse finanziarie e umane. Per questo quando vado nelle scuole mi piace dire agli studenti quello che segue.

Chiedo loro se hanno in casa un animale domestico, ad esempio un cane o un gatto, e poi chiedo loro che cosa ha fatto il loro amico nel’ultima settimana, la lista delle sue attività’. Risulta tipicamente che il loro cane o gatto ha mangiato, dormito, ha giocato, si e’ fatto accarezzare, ha litigato con qualche suo simile, o magari si e’ “innamorato” di qualche suo simile, e tutte le cose che normalmente fanno gli animali. Se fosse stato un animale selvatico avrebbe anche dovuto “lavorare” per procacciarsi il cibo, fatica che invece, avendo un padrone, gli e’ risparmiata. Poi chiedo invece che cosa hanno fatto loro nell’ultima settimana. E risulta che hanno mangiato, dormito, hanno giocato, litigato, si sono innamorati, lasciati con il fidanzato/fidanzata, e se non avessero avuto i genitori a dar loro il cibo avrebbero anche dovuto “lavorare” per mangiare. E poi, oltre a tutto questo… hanno studiato. “Accidenti” faccio notare loro: “avete fatto esattamente le stesse cose del vostro gatto, a parte una: studiare!”. Una cosa che mai nessun gatto o cane farà’ mai. E, chiedo loro, sapete perché’ nessun animale farà’ mai una cosa come studiare ? “Non ne sono capaci”, mi rispondono. “E perché’ non ne sono capaci?”, insisto. Mi guardano muti e un po’ spaesati. Non ne sono capaci perché non serve!

Studiare, nel senso di aumentare le proprie conoscenze, non serve a niente ! (a questo punto alcuni studenti non credono alle loro orecchie) Non serve al metabolismo, non serve al cuore a battere meglio, ne’ ai muscoli a essere più’ forti e scattanti, e nemmeno all’apparato digerente a estrarre e elaborare in modo più efficiente le sostanze che servono per vivere. Si vive bene lo stesso, dal punto di vista biologico, anche senza aumentare di un grammo la propria conoscenza. E gli animali, che al contrario dell’uomo fanno solo quello che a loro serve, non hanno alcun bisogno di studiare. Quando un gatto gioca, mangia, dorme, caccia, si fa coccolare, graffia, litiga o si “innamora”, lo fa perché gli serve, gli è necessario per vivere.

Invece gli esseri umani, unici fra tutti gli esseri viventi, ogni tanto sentono l’esigenza di fare cose inutili, non strettamente necessarie per vivere. Ecco, la differenza fra noi e tutto il resto e’ che noi umani sappiamo fare cose inutili. Sentiamo “il bisogno” di fare cose inutili! Cose che non servono a migliorare la nostra esistenza dal punto di vista biologico, ma che in certi casi diventano un’esigenza insopprimibile. Scrivere una poesia, dipingere un quadro, leggere un romanzo, comporre musica, realizzare una qualunque forma di arte, oppure porsi domande sul come e sul perché di ciò che osserviamo, cercare di capire come e’ fatta una galassia sulla quale non andremo mai, o una particella assurdamente piccola, sono tutte attività di una inutilità incredibile! Non servono assolutamente a niente dal punto di vista pratico, non migliorano la fisiologia del corpo umano, ne’ facilitano il perpetuarsi della specie. Ma sono le uniche attività che ci caratterizzano come esseri umani e che ci distinguono da tutto il resto delle specie viventi. E scusate se e’ poco !

leggi la seconda parte )

About Stefano Marcellini

Primo ricercatore dell' Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Bologna, esperto in fisica delle particelle, lavora all'esperimento CMS dell'LHC al Cern di Ginevra.