L'uomo di Piltdown (2a parte)

Storia della più famosa beffa archeologica (II parte)

  • In Articoli
  • 21-10-2002
  • di Sergio de Santis

La frode dell'Uomo di Piltdown è stata scoperta oltre mezzo secolo fa. Come è stata perpetrata la più clamorosa truffa nel mondo della paleontologia è perfettamente noto, ma ancor oggi non si è giunti ad accertare con sicurezza chi sia stato il colpevole e perché abbia agito: anche se le indagini non sono mai cessate e il numero dei sospettati supera ormai la ventina.

Cerchiamo dunque di fare il punto sui principali personaggi dell'epoca, più o meno coinvolti nel caso.

Chi e Perché

Charles Dawson, scopritore di tutti i reperti e principale beneficiario della pubblicità sollevata dal "caso": ovviamente il sospetto numero uno.

Motivazione: dilettante, desideroso di esser accolto nella comunità scientifica.

Elementi a discarico: competenza nel settore inadeguata a realizzare una frode così elaborata; insufficiente accesso ai materiali necessari per costruire i reperti.

Colpevolezza: probabilmente coinvolto in qualche misura, ma con ogni probabilità solo come aiutante o strumento inconsapevole di un hoaxer più importante.

Arthur Smith Woodward, direttore del dipartimento di geologia del British Museum.

Indizi a carico: amico di Dawson; competenza sufficiente per ideare la frode; recente scoperta di materiale antropologico proveniente dalla Patagonia, depositato presso il British Museum e simile a quello utilizzato per la beffa.

Motivazione: lustro per il suo dipartimento, vantaggi per la carriera.

Colpevolezza: possibile.

Sir Arthur Keith, professore di anatomia e antropologo.

Indizi a carico: un'annotazione sul suo diario a proposito della scoperta con un paio di giorni di anticipo e dettagli noti solo a Dawson, Woodward.

Motivazione: non accertata.

Elementi a discarico: possibile errore di data nell'annotazione. Nessuna opportunità di seppellire i falsi reperti. Critico della natura scimmiesca della mandibola, punto di forza della truffa.

Colpevolezza: improbabile.

Martin Hinton, responsabile del dipartimento di zoologia del British Museum.

Indizi a carico: scoperta negli anni Settanta di un suo baule con una collezione di denti fossili, scuriti e intagliati come quelli usati per la frode.

Motivazione: risentimento nei confronti di Woodward per il mancato pagamento di alcuni lavori eseguiti per conto del British Museum.

Elementi a discarico: uso del bicromato di potassio per scurire i reperti largamente usato all'epoca fra i paleontologi al fine di preservare i reperti. Nessuna opportunità di seppellire i reperti.

Colpevolezza: improbabile.

Sir Grafton Elliot Smith, professore di anatomia presso l'università di Manchester.

Indizi a carico: australiano, giunto in Inghilterra poco prima delle scoperte; al centro di polemiche in patria a proposito di una scatola cranica simile a quella di Piltdown; acceso sostenitore dell'autenticità dell'Eoanthropus dawsoni.

Motivazione: acceso sostenitore della priorità dello sviluppo cerebrale nell'evoluzione umana.

Elementi a discarico: nessuna opportunità di seppellire i reperti; nessun coinvolgimento nel caso al di là del livello scientifico.

Colpevolezza: improbabile.

William J. Sollas, professore di geologia presso l'università di Oxford.

Indizi a carico: forte sostenitore dell'autenticità dell'Uomo di Piltdown; tardiva testimonianza di un assistente circa l'impiego di bicromato di potassio per scurire i reperti.

Motivazione: ostilità nei confronti di Woodward.

Elementi a discarico: scarsa significatività dell'uso di bicromato; assenza di qualsiasi altro elemento concreto a conferma dell'accusa.

Colpevolezza: improbabile.

Lewis Abbott, paleontologo dilettante.

Indizi a carico: amico di Dawson; forse presente alla scoperta dei reperti; abile manipolatore di reperti.

Motivazione: invidia nei confronti degli scienziati accademici.

Elementi a discarico: nessun elemento concreto a disposizione dell'accusa.

Colpevolezza: improbabile.

Pierre Teilhard de Chardin, geologo, paleontologo e teologo francese; teorico di un "evoluzionismo cattolico"; coinvolto nella clamorosa scoperta dei resti (autentici) dell'Uomo di Pechino.

Indizi a carico: amico di Dawson; presente alla scoperta dei resti fossili a Piltdown II; strenua difesa di Dawson e Woodward ai primi accenni di scandalo; una dichiarazione del 1953 che lascerebbe intendere fosse stato al corrente del progetto fraudolento prima della sua realizzazione e successiva riluttanza ad affrontare l'episodio durante gli ultimi anni della sua vita.

Motivazione: sberleffo di un evoluzionista/creazionista agli evoluzionisti/materialisti.

Elementi a discarico: rivelazione del 1953 piuttosto incerta; nessun elemento concreto a disposizione dell'accusa; motivazione assai debole.

Colpevolezza: possibile ma scarsamente probabile.

Arthur Conan Doyle: è lui il geniale colpevole?

L'indiziato più clamoroso è quello proposto negli anni Ottanta del secolo scorso, dopo una lunga indagine, dallo scienziato John Hathaway Winslow, docente di geologia all'Università di California e al Trinity College di Dublino (ma anche evidentemente appassionato di letteratura "gialla") che ha tirato in ballo nientemeno che Sir Arthur Conan Doyle grazie a un'inchiesta veramente degna del suo "figlioccio" Sherlock Holmes.

Vediamo in dettaglio come si presenta il "caso".

Conan Doyle abitava a Crowborough a una decina di chilometri da Piltdown ed era amico di Dawson. Doyle era laureato in medicina, conosceva bene l'anatomia, aveva esperienza di odontoiatria, si interessava di paleontologia e sembra fosse stato presente ai ritrovamenti.

La mascella appartenente al famoso orango malese poteva essere stata fornita da Cecil Wray, magistrato amico di Doyle e appassionato collezionista di reperti fossili: rientrato in Inghilterra nel 1906 dopo un lungo soggiorno - guarda caso - proprio nelle Indie Orientali.

I frammenti del cranio potevano provenire dalla collezione della frenologa americana Jessie Fowler, anche lei amica di Doyle.

I resti fossili dei mammiferi, provenienti tutti dall'area mediterranea e in particolare da Malta e dalla Tunisia potevano esser stati raccolti direttamente dal romanziere durante il suo viaggio di nozze nel 1907 a Malta oppure durante una successiva crociera nel Maghreb; mentre alcuni frammenti di selce con conchiglie provenienti da Gafsa in Tunisia potevano essere dono di un altro suo amico che nel 1910 aveva soggiornato nella zona per parecchi mesi.

Messo insieme (e accuratamente falsificato) tutto il materiale, Doyle avrebbe predisposto le esche destinate a Dawson nella famigerata cava di ghiaia.

Ma l'elemento più suggestivo della ricostruzione è rappresentato da alcuni accenni presenti nel romanzo fantastico The Lost World (Il Mondo Perduto) scritto da Conan Doyle un paio d'anni prima dell'affaire e pubblicato a puntate sullo Strand Magazine qualche mese prima della scoperta.

È la storia di una spedizione scientifica che ritrova intatto un mondo antidiluviano su un inaccessibile altipiano amazzonico. Riletto con occhio vigile, il romanzo contiene non pochi ammiccamenti: l'elogio delle burle scientifiche, gli accenni alla facilità con cui è possibile truccare un osso, i riferimento all'"anello mancante" fra uomo e scimmia, la descrizione di una tribù aborigena con aspetto da orangutan. E per finire il curioso paragone fra la grandezza dell'altipiano amazzonico e il Sussex, con una mappa dei luoghi dove era collocata l'azione, somigliante in modo stupefacente alla zona di Piltdown.

Ma quale poteva essere lo scopo di questa complicata operazione? Come si sa, Doyle - oltre che interessato alla scienza e alla deduzione poliziesca - era anche un seguace dello spiritualismo e si era convinto dell'esistenza delle fate, grazie ad alcune foto malamente truccate fornitegli da un paio di giovani birichine. L'episodio aveva fornito ampio materiale per i sarcasmi e le frecciate dell'anatomista e zoologo Ray Lankester, direttore del British Museum sino al 1907 ed evoluzionista darwiniano di sicura fede (con un aspetto e un comportamento assai simili a quelli del professor Challenger, irascibile e scimmiesco capo-spedizione del romanzo di Doyle). Per molti anni Lankester non aveva perso occasione per accusare gli spiritualisti di esser creduloni e mentecatti: ma al tempo stesso aveva avanzato sulla nascita del genere umano alcune teorie abbastanza arrischiate. Guarda caso proprio quelle stesse che poi avrebbero trovato ingannevole conferma su parecchi punti di dettaglio proprio in seguito alle scoperte di Piltdown. La tesi di Winslow è che Doyle avesse voluto sfidare il "materialista" Lankester sul terreno degli indizi, dimostrandogli quanto fosse facile anche per uno scettico abboccare all'amo di false "prove materiali" capaci di solleticare la sua vanità accademica.

La ricostruzione di Winslow è senz'altro stuzzicante, ma ha trovato poco credito fra gli altri scienziati che ne hanno criticato l'assenza di prove concrete a sostegno del suo "teorema indiziario". E il caso dell'Uomo di Piltdown, a tutt'oggi non ha ancora potuto essere chiuso in modo soddisfacente. n

 

Per saperne di più

  • Ronald Millar, The Piltdown Man, Paladin Press London 1972.
  • Frank Spencer, Piltdown. A Scientific Forgery. Natural History Museum Publications London 1990
  • Kenneth L. Feder, Frauds, Myths and Mysteries. Science and Pseudooscience in Archeology. Mayfield, Mountain View (Cal) 1998 (traduzione italiana in prossima pubblicazione presso la casa editrice Avverbi di Roma).
  • Arthur Conan Doyle, Il mondo perduto (1912) Theoria, Roma 1983.

 

 SergioDe Santis

Giornalista e storico,
è direttore della collana
"StoricaMente" della casa
editrice Avverbi.