Il codice Temesvar

Ci sono romanzi esoterici che a volte diventano best-seller come nel caso del Codice Da Vinci di Dan Brown, a cosa devono il loro successo e quale attendibilità hanno? Con questa parodia Umberto Eco dà una risposta.

Ci sono romanzi esoterici che a volte diventano best-seller, come nel caso del Codice Da Vinci di Dan Brown, a cosa devono il loro successo e quale attendibilità hanno? Con questa parodia Umberto Eco dà una risposta.

Più volte nel corso delle mie ricerche ho dovuto occuparmi di quella singolare figura che fu Milo Temesvar. Come osservavo già in Apocalittici e integrati, Temesvar (albanese, espulso dal proprio paese per deviazionismo di sinistra, poi esule in Unione Sovietica e negli Stati Uniti, e infine in Argentina, dove si sono poi perdute le sue tracce) era noto (a pochi) come autore di un Le fonti bibliografiche di J.L.Borges, Dell'uso degli specchi nei gioco degli scacchi e The Pathmos Sellers, che allora recensivo. Mi è capitato di nominarlo ancora nella introduzione a Il nome della rosa, specificando come Dell'uso degli specchi nel gioco degli scacchi fosse stato pubblicato solo in georgiano (Tibilisi, Mamardashvili, 1934). Dopo avere faticosamente decifrato quel testo (e mi ero esercitato sul georgiano compitando per intero il Cavaliere dalla pelle di pantera di Rustaveli, in un'elegante edizione in 64° per i tipi dell'ormai scomparsa editrice Giugasvili) mi ero reso conto di avervi trovato (meglio dettagliati e precisi) tutti gli avvenimenti di cui ho poi narrato in quel mio romanzo.

Abbastanza per convincermi di come Temesvar fosse personaggio singolare, ingiustamente sconosciuto, dei cui testi (quanti, vista la sua geniale attività di poligrafo?) occorreva andare in cerca.

Per puro caso, nelle mie peregrinazioni tra bancarelle e antiquati antiquari in ogni città, mi è venuto tra le mani, a Sofia (in un negozietto dall'apparenza dimessa dove ho potuto trovare per una somma irrisoria un in-folio shakespeariano del 1623 e la prima edizione dello Ulysses - con note autografe a matita di Sylvia Beach, parzialmente intonso, copertina blu ellenico originale, un ex-libris di George Brasillach e una dedica manoscritta di Dolores Ibarruri al Campesino), una copia (ahi quanto slabbrata) di altra opera del Temesvar, questa volta in russo, Tajnaja Vecera Leonardo da Vinci, Anekdoty, Moskva, 1988 e, come dice esplicitamente il titolo, dedicata a una lettura del Cenacolo di Leonardo.

La cosa più curiosa è la data di questo libro. Non è necessario che un libro appaia mentre l'autore è ancora in vita, ma vari aspetti del testo di Temesvar inducono a ritenerlo, segno che nel 1988 o immediatamente prima egli viveva ancora, altrimenti non avrebbe potuto tenere conto dei vari libri di Gérard de Sède sul mistero di Rennes-le-Château , apparsi tra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta, né del famoso best-seller di Lincoln, Baigent e Leigh Holy Blood, Holy Grail, che è del 1982.

Certamente, almeno alla data del 1988, Temesvar non poteva avere avuto notizia del recentissimo Il Codice da Vinci di Dan Brown, ma siccome questo fortunato romanzo non fa altro che concuocere con molta disinvolta abilità tutto il materiale sia di de Sède che di Lincoln e compagni, non c'era bisogno del Codice da Vinci per spingere Temesvar alla confutazione sarcastica di quello che egli riteneva un evidente falso storico.

Gli argomenti che egli impiega per smontare tutte le fantasiose ipotesi su Cristo che sposa la Maddalena e dà origine alla dinastia dei Merovingi e poi al mitico Priorato di Sion, non debbono essere qui riportati. Perché sono gli stessi usati da una sana filologia e conoscenza storica unite a un'analisi critica delle contraddizioni che emergono a ogni passo in questo genere, peraltro uniforme e assai ripetitivo, di opere fantastoriche. Quello che colpisce e che mi spinge a proporre la riscoperta del testo di Temesvar è caso mai la contro-teoria che egli elabora.

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Il suo discorso parte dal Cenacolo di Leonardo da Vinci, poiché dai testi di Sède o di qualcuno dei suoi innumerevoli ripetitori gli era pervenuta notizia della interpretazione che costituisce ora il nucleo del libro di Brown. Il Cenacolo leonardesco (secondo alcuni Leonardo avendo certamente appartenuto ai superiori sconosciuti del Priorato) confermerebbe l'ipotesi di de Sède in quanto il san Giovanni raffigurato alla destra del Cristo apparirebbe senza ombra di dubbio come una donna, e l'opera celebrerebbe gli sponsali, per nulla mistici, tra il Nazareno e la Maddalena. Inoltre la curiosa e inspiegabile architettura del dipinto per cui mentre tra il Cristo e gli apostoli alla sua sinistra (Tommaso, Giacomo Maggiore, Filippo, Matteo, Giuda Taddeo, Simone Zelota) lo spazio è minimo, colpisce la separazione tra Cristo e il gruppo costituito da Giovanni, Pietro e Giuda (che hanno alla loro destra Andrea, Giacomo Minore e Bartolomeo), divaricazione spiegabile solo col proposito di fare apparire tra Cristo e quel gruppo una sorta di triangolo dal vertice capovolto che punta alla mano di Gesù, senza ombra di dubbio una vagina (virtuale), ovvero la zona pubica di un corpo femminile. Temesvar osserva che, a parte l'inconsistenza di ogni ipotesi su una Maddalena sposa del Cristo, se pure per ragioni simboliche Leonardo avesse voluto disegnare una vagina, non si spiega perché avrebbe pagato questa allusione esoterica con un distacco inspiegabile tra Giovanni e il Cristo, distacco che non avrebbe ragione di essere così sottolineato né se Giovanni fosse stato di Cristo il discepolo prediletto, né se fosse stato per avventura la Maddalena sua sposa. Quello che colpisce Temesvar è dunque la natura di una scena che mostra i discepoli di sinistra solidali col Maestro, o almeno (per il gruppo formato da Matteo, Giuda Taddeo e Simone Zelota) intenti a un'allarmata conversazione, mentre il gruppo di destra sembra discostarsene.

Qui, argomenta Temesvar, più che a una cena tra maestro e discepoli, o addirittura a una celebrazione nuziale, si sta assistendo alla rottura che si sta operando in seno a un gruppo. Il Cenacolo raffigura una secessione, della quale Cristo è avvisato dal dito levato di Tommaso e dall'aria sollecita degli altri due apostoli che si chinano verso di lui come per metterlo in guardia.

Chi sta tramando contro Cristo? Non solo Giuda, come vuole la vulgata, il quale anzi si mostra al massimo come deuteragonista in una ben più ampia e preoccupante vicenda. Leonardo non era un membro o superiore del Priorato di Sion ma piuttosto un allarmato analista delle perversioni del proprio tempo e (quasi in spirito di veggenza) vedeva nella vicenda dell'ultima cena l'annuncio di un complotto storico che ci tocca ancora da vicino.

Esaminiamo in dettaglio chi e cosa rappresentino gli apostoli a sinistra, secondo la lettura di Temesvar. Non c'è dubbio che Giovanni abbia le fattezze di una donna, e sulla sua androginia hanno in ogni caso discettato critici di ogni paese e ogni epoca. Ma androgino non vuole dire femminile. Giovanni appare piuttosto come un omosessuale e dunque come uno di coloro già ammoniti da Gesù, e con grande anticipo, che piuttosto che recare scandalo a uno di quei piccoli meglio avrebbero fatto a legarsi una macina da mulino al collo e gettarsi nel mare - e le vicende successive di Giovanni esule a Pathmos su una rocca a picco sul mare, e in preda all'evidente delirium tremens dell'Apocalisse, lascia pensare che egli si sia poi portato appresso per anni il proprio rimorso, rimorso per le sue tendenze innaturali e per il tradimento concepito contro il Maestro. È possibile, argomenta Temesvar, che Giovanni non rappresenti l'omosessualità in modo specifico, ma per metonimia il peccato carnale in tutte le sue varietà, tuttavia appare più verosimile che sia simbolo dello stesso peccato di cui Leonardo si sentiva colpevole.

Chi rappresenta Pietro che, non dimentichiamolo, tra poco rinnegherà il Cristo? Non a caso, anche se a malincuore, Gesù sarà poi costretto a fondare su Pietro, e cioè su quella pietra, la sua chiesa, perché sapeva che il nuovo testamento non poteva che basarsi sull'antico, e dunque la chiesa doveva reggersi sulla Sinagoga. Pietro dunque, ebreo di nascita, rappresenta la Sinagoga, che complotta con la lobby omosessuale per eliminare il Cristo. Secondo il progetto ebraico di conquista del mondo come è rappresentato nei Protocolli dei Savi Anziani di Sion (che evidentemente circolavano ai tempi di Leonardo), Pietro si rivolge alla lobby omosessuale perché diffonda nel mondo cristiano il libertinaggio onde minarne le fondamenta morali. Pietro ha la fisionomia tipica del Perfido Giudeo come lo rappresenteranno la pittura, la letteratura e la pamphletistica dei secoli a venire: il suo naso aquilino pronunciato è un apax nell'iconografia del Cenacolo - e anzi Tommaso, fedele a Cristo, che certamente preannuncia Tommaso d'Aquino, ha un naso che diremmo nordico, occidentale, "ariano". Il sorriso di Pietro, appena accennato, è subdolo e minaccioso, la sua mano si tende verso Giovanni come a indicargli che cosa dovrà fare.

Chi rappresenta allora Giuda? Il suo colorito è più bruno di quello degli altri e, secondo Temesvar, egli è pre-raffigurazione di Maometto e del mondo arabo in genere. Potrà apparire strano, osserva Temesvar, che la Sinagoga di Pietro si allei con l'Islam per distruggere il cristianesimo. Ma bisogna considerare che Leonardo non poteva avere notizia del fatto che, con la fondazione dello stato di Israele, gli ebrei si sarebbero trovati in diretto conflitto con i musulmani, e il Cenacolo viene dipinto verso il 1495, quando era appena iniziata, dopo la Reconquista del 1492, la cacciata degli ebrei dalla Spagna, dove precedentemente essi vivevano tollerati dagli arabi, ai quali anzi rendevano preziosi servizi in campo medico, commerciale e finanziario. Per tutta la tradizione medievale ebrei e arabi erano stati visti e raffigurati come i nemici tradizionali del Verbo cristiano, e dunque non v'era nulla di stupefacente nel vederli alleati nel loro complotto.

Quanto agli altri tre apostoli alla loro destra, essi appaiono perplessi. Giacomo Minore addita loro i tre traditori. Andrea allarga le mani, in un misto di desolazione e senso d'impotenza. Bartolomeo è sorpreso e sbigottito. Evidentemente essi non approvano il complotto ma neppure sentono l'urgenza di muovere verso il Cristo (come fa Tommaso) e avvertirlo.

Insomma, con l'Ultima Cena Leonardo voleva avvertire i suoi contemporanei e i posteri che sin dall'inizio era in atto il complotto descritto dai Protocolli, senza ovviamente sapere che esso, ancora in atto ai nostri giorni, avrebbe poi assunto forme diverse, scindendosi in molteplici complotti indipendenti, quello degli ebrei ortodossi, quello degli arabi fondamentalisti, quello degli omosessuali (e forse nei tre sottocomplotti altrettanto indipendenti degli omosessuali ebrei, arabi e cristiani). O forse, avverte Temesvar, Giovanni, nel rappresentare la sfrenata licenza sessuale, sta per il complotto dei mass media che avrebbero (nella profezia leonardesca) reso accettabile in forma spettacolare la violazione di tutti e dieci i comandamenti (oggi noi saremmo tentati di dire, il triplice complotto del Talmud, del Corano e di Mediaset).

Dalla lettura della sottile interpretazione di Temesvar emergono alcune domande. Temesvar era omofobo, antisemita e antiarabo (una sorta di mistura tra Hitler, il cardinale Ratzinger e Oriana Fallaci) o voleva piuttosto accusare Leonardo di essere omofobo, antisemita e antiarabo? Ma come conciliare questa presunta omofobia di Leonardo con la sua conclamata (ormai) omofilia? Forse, al contrario, Leonardo voleva qualificarsi come celebratore e membro del complotto e dunque non solo omosessuale ma anche ebreo. Forse a questa sua origine si deve il fatto che, anche scrivendo in lettere latine, egli continuava a stilarle da destra a sinistra, e d'altra parte l'anagramma di Leonardo da Vinci dà D(avid) N(oah) Arié Colon Vida, tipico Uomo ebraico. Oppure Leonardo, omofilo, voleva denunciare il complotto arabo-ebraico che aveva cercato di coinvolgere gli omosessuali per diffamarli? In tal caso Giovanni sarebbe teneramente raffigurato come vittima della perfidia arabo-giudaica, la sua fuga a Pathinos sarebbe stato il modo di sottrarsi alle seduzioni di Pietro e di Giuda, e l'Apocalisse l'atroce allegoria dei risultati, profeticamente intravisti, delle trame dei suoi due compagni. O, infine, Leonardo voleva denunciare, e in anticipo, le varie teorie complottarde, compresa quella del Codice da Vinci, costruendo il suo Cenacolo come una beffa provocatoria, una parodia delle Metastasi dell'interpretazione?

In ogni caso, e certamente, l'Ultima Cena non racconta la storia che pare raccontare, e che con tanta superficialità ci hanno tramandato gli ingenui.

In effetti Temesvar conclude il suo saggio con una raffica di domande inquietanti, basate su sicure argomentazioni numerologiche. Perché il nome Leonardo Vinci è di 13 lettere, 13 sono i riquadri (pannelli laterali e finestre) che appaiono nell'affresco, e 13 i convitati? Si noti che noi potremmo aggiungere che poiché il nome originale della città di Temesvar, in Romania, Timisoara - e rimane il problema del perché l'albanese Milo avesse o avesse assunto un cognome rumeno - anche il nome Milo Timisoara ha 13 lettere! Ma glissons, per non incoraggiare paranoie interpretative.

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Umberto Eco
Sta di fatto che, nota Temesvar, eliminando Gesù e poi Giuda (che moriranno di lì a poco), i commensali del Cenacolo restano in undici. Undici è il numero delle lettere dei due nomi uniti di Petrus e Judas, 11 il numero delle lettere della parola Apocalypsis, 11 sono anche le lettere di Ultima Coena, ai due lati di Gesù appaiono per due volte un apostolo con le mani spalancate e uno con il dito indice teso, a formare in entrambi i casi la cifra 11. Undici per undici darebbe 121, ma si noti come questo sia in effetti un numero mascherato! Negando i dieci comandamenti e sottraendo pertanto dieci da 121, si ha 111. Ora, moltiplicando 111 per le 6 volte in cui nel Cenacolo appare la cifra 11, otteniamo 666, il Numero della Bestia!

Gli indizi perturbanti non si arrestano lì. Seguendo un elementare principio cabalistico, Temesvar assegna alle lettere dell'alfabeto (26) un numero progressivo. Sostituendo ogni lettera con un numero, il nome Leonardo da Vinci dà 12 + 5 + 15 + 14 + 1 + 18 + 4 + 15 + 4 + 1 + 22 + 9 + 14 + 3 + 9 = 146, e la somma interna di 146 dà 11. Si faccia ora la stessa operazione col nome di Matteo: la somma dei valori numerici delle lettere è uguale a 56, la cui somma interna dà 11. Si proceda come nel caso precedente ed ecco che si ottiene ancora il Numero della Bestia, 666.
Ma vediamo ora che cosa accade col nome di Johannes e Giuda. La somma dei valori numerici delle lettere di Johannes dà 78, la cui somma interna dà 15, la cui successiva somma interna dà 6; la somma dei valori numerici delle lettere di Giuda dà ancora 78, la cui somma interna dà 15, la cui successiva somma interna dà 6. Questa duplice, sottolineata apparizione del numero 6 ci induce ancora una volta a moltiplicare 111 per 6, ed ecco che otteniamo ancora una volta 666, il Numero della Bestia.

Tante coincidenze non possono essere casuali. Il Cenacolo, nel denunciare il tradimento di Cristo, annuncia al tempo stesso l'avvento dell'Anticristo. In tono disforico (Leonardo sarebbe allora un ortodosso preoccupato) o in tono euforico (Leonardo sarebbe allora uno dei maestri del complotto?).

Temesvar non si pronuncia, ma in ogni caso ci avverte che in ogni messaggio (anche nel più apparentemente innocente come "oggi piove") occorre sempre trovare un senso segreto sotto la lettera. Qualcuno ha tramato o trama ancora nell'ombra, ci dice Temesvar. n

Umberto Eco
Ordinario di Semiotica, Università di Bologna

Pubblicato originariamente su La Repubblica, 11 dicembre 2004. Riprodotto per gentile concessione dell'autore.