Alla ricerca di Atlantide

Inchiesta sul piu' misterioso ed elusivo dei continenti scomparsi

  • In Articoli
  • 26-07-2005
  • di Kenneth L, Feder
Era un gran bel paese. I suoi abitanti erano miti e gentili, creativi e intelligenti, e fondarono la più bella società che il mondo avesse mai conosciuto. Le città erano luoghi splendidi, dove si intrecciavano canali dalle acque chiare e torri di cristallo si ergevano verso il cielo. Dai suoi porti, le imbarcazioni veleggiavano verso tutti gli angoli del globo, raccogliendo una gran quantità di materiali necessari agli artigiani e donando in cambio qualcosa di ancora più prezioso: la civiltà. Tutte le meravigliose conquiste del mondo antico possono essere fatte risalire al genio di questa terra davvero unica. Le culture dell'antico Egitto e dei Maya, quelle della Cina e dell'India, degli Incas, dei Costruttori di tumuli e dei Sumeri: tutte avevano tratto origine da questa fonte di civiltà.

Ma la tragedia stava per colpire questa grande nazione. In un cataclisma di proporzioni incomprensibili e mai raggiunte, questo luogo stupendo fu spazzato via nel giro di un giorno e una notte. Terremoti, eruzioni vulcaniche e maremoti di forza mai conosciuta fino ad allora in natura, fecero crollare le torri di cristallo, affondarono le imbarcazioni e provocarono un olocausto di incalcolabili dimensioni.

Tutto ciò che rimane sono le tracce nelle culture che trassero beneficio da questa spettacolare fonte di civiltà. Ma le culture degli Egizi, degli Aztechi, dei Maya, dei Cinesi Shang, dei Costruttori di tumuli e tutte le altre, quantunque impressionanti, non erano che pallide ombre al suo confronto: tiepide imitazioni della luminosa cultura che era stata fonte di luce per tutta l'umana civiltà.

Questa è la grande ironia dell'archeologia preistorica; la più importante delle antiche culture è al di là della conoscenza perfino per quegli archeologi che hanno indagato a fondo sui documenti sopravvissuti alle grandi civiltà. Perché la civiltà originale di cui parlo, la fonte di tutte le civiltà umane, è Atlantide: il continente-isola che fu sommerso sotto le acque agitate dell'Atlantico più di undicimila anni fa. Atlantide la temuta, Atlantide la bella, Atlantide la fonte. E Atlantide il mito. Sì, perché Atlantide, semplicemente, non è mai esistita.

Atlantide: alla fonte della leggenda


A differenza di molte leggende, l'origine della storia di Atlantide è piuttosto facile da rintracciare. Tutto iniziò con il filosofo greco Platone. Nato nel 429 o 428 a.C., Platone nel 410 circa divenne il discepolo di un altro grande filosofo, Socrate, e nel 386 fondò una sua scuola. Fra i contemporanei era molto famoso e ancora oggi, a più di duemila anni dalla sua morte, è considerato e studiato come uno dei massimi pensatori nella storia dell'umanità. Riteneva che il miglior modo per insegnare fosse quello di coinvolgere gli studenti in discussioni, e scrisse molti trattati di filosofia sotto forma di dialoghi. Chi insiste sull'autenticità storica dei suoi riferimenti ad Atlantide, deve tener conto del fatto che perfino il contesto dei dialoghi platonici è pura fantasia. I dialoghi erano in gran parte conversazioni immaginarie tra Socrate e i suoi studenti. Le discussioni di cui Platone parla, in realtà non hanno mai avuto luogo; i dialoghi pubblicati non erano fedeli registrazioni stenografiche. In genere parlavano personaggi autentici, ma alcuni erano vissuti in epoche diverse.
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Lo showman e scrittore Steve Allen effettuò una volta un affascinante spettacolo televisivo usando lo stesso sistema. Nello show "Incontro di menti celebri" gli attori e le attrici interpretavano personaggi storici che discutevano e argomentavano importanti problemi filosofici. Durante una serata, poteva accadere che Abramo Lincoln, Cleopatra, Gengis Kahn e Ghandi discutessero su un problema: per esempio la schiavitù. Ognuno era interpretato da un attore o da un'attrice perfettamente immedesimati nel carattere della figura storica che impersonavano. Certamente le persone reali che venivano rappresentate non avevano mai discusso tra loro della schiavitù: infatti erano vissute in parti diverse del mondo e in tempi diversi. L'obiettivo era di immaginare come tale conversazione avrebbe potuto svolgersi. Platone usava una tecnica simile per sfidare, insegnare e intrattenere i suoi lettori.

Si è pensato che Platone usasse questa tecnica per presentare talvolta idee molto controverse senza esporsi con le autorità: alla fine poteva sempre sostenere che le opinioni espresse non erano le sue, ma quelle dei personaggi coinvolti nei dialoghi (Shorey 1933). Questo tipo di strategia dialettica gli permetteva anche di argomentare su due tesi opposte senza dover prendere una sua posizione.

La storia del continente scomparso è contenuta in due dialoghi: Timeo e Crizia, dove i due personaggi dei titoli sostengono il ruolo principale nelle discussioni.

Timeo


Il dialogo del Timeo inizia con Socrate che riprende la discussione del giorno precedente sulla società "perfetta". Risulta chiaro dal contesto che Platone si riferisce al suo famoso dialogo Repubblica, scritto diversi anni prima del Timeo. Adesso Platone chiede di proseguire il dialogo della Repubblica e riassume le caratteristiche di questa ipotetica società, dove gli artisti e gli uomini sposati dovrebbero costituire categorie separate da quella militare e coloro che appartengono all'ordine militare dovrebbero essere compassionevoli, educati alla ginnastica e alla musica, vivere in comunità senza possedere oro o argento, né alcuna proprietà privata.

Socrate però non crede molto nelle discussioni ipotetiche presentate nella Repubblica[1]: "Mi è parso d'essere così animato, come se a qualcuno, vedendo in qualche luogo begli animali, sia raffigurati dalla pittura sia anche veramente viventi, ma in riposo, venisse in desiderio di vederli muoversi e combattere una di quelle lotte che sembrano convenire ai loro corpi "(p. 356).

Socrate poi aggiunge un commento: "Volentieri udirei qualcuno che esponesse com'essa affronta contro le altre città quelle lotte che combattono le città, e come nobilmente muove in guerra, e come nel guerreggiare si mostra degna dell'istruzione e dell'educazione propria [...]".

Socrate arriva perfino a invitare in maniera esplicita i suoi studenti a impiegare "la nostra città in una guerra" per vedere come una società perfetta si comporterebbe "nobilmente". Uno dei presenti, Ermocrate, lo informa che un suo studente, Crizia, conosce la storia adatta. Crizia così inizia il suo racconto: "Ascolta, dunque, Socrate, una storia meravigliosa, ma tutta vera [...]" (p. 358).

Crizia dice di aver udito questa storia "vera" da suo nonno, che la raccontò durante una festa, evento a cui uno studioso di Platone, Paul Friedlander, si riferisce come a una specie di Primo d'aprile (1969, p. 383), quando venivano assegnati i premi per i migliori racconti. Il nonno di Crizia (che aveva il suo stesso nome) aveva detto di averla sentita dal padre, Dropides, che l'aveva a sua volta ascoltata dal vecchio saggio Solone, che l'aveva udita da alcuni sacerdoti in Egitto quando si trovava là poco dopo il 600 a.C. Quindi quando leggiamo Platone abbiamo di fronte una storia indiretta tramandata oralmente più di duecento anni prima.

Secondo la storia raccontata da Crizia, i sacerdoti egizi avevano detto a Solone che i Greci erano poco più che "fanciulli", ignari dei molti cataclismi che si erano abbattuti sull'umanità nei tempi antichi. Poi gli avevano parlato dell'antica Atene, "ottima in guerra e in tutto, e specialmente governata da buone leggi" (p. 361). Di fatto, è quest'antica Atene di molti secoli prima che nella storia di Crizia serve come modello per lo Stato perfetto.

I sacerdoti avevano raccontato a Solone le gesta più eroiche dell'antica città di Atene e di come aveva sconfitto in battaglia "un grande esercito che insolentemente invadeva a un tempo tutta l'Europa e l'Asia [...], muovendo di fuor dell'Oceano Atlantico [...]" (p. 363). Poi avevano proseguito descrivendo e identificando questo potere distruttivo che minacciava il resto del mondo: "Questo mare era allora navigabile e aveva un'isola innanzi a quella bocca, che si chiama, come voi dite, Colonne d'Ercole" (p. 363). (Oggi è lo Stretto di Gibilterra.) I sacerdoti avevano rivelato che il nome di questa grande potenza situata nell'Oceano Atlantico era l'isola-stato Atlantide.

L'antica Atene era stata capace di sottomettere la grande Atlantide che dominava le regioni nordafricane fino all'Egitto. Dopo la sconfitta, Atlantide era stata distrutta da un tremendo cataclisma, con terremoti e maremoti. Sfortunatamente anche l'antica Atene era stata distrutta dagli stessi eventi catastrofici.

Dopo aver narrato la storia, Crizia fa notare a Socrate: "Ora, quando tu parlavi ieri della repubblica e degli uomini che hai descritto, io ricordandomi di quel che ora ho detto mi meravigliavo, osservando per qual sorte miracolosa per lo più ti fossi incontrato esattamente con le parole di Solone" (p. 364).

È chiaro che non si trattava di sorte miracolosa, quanto piuttosto dell'intervento di Platone che aveva introdotto Atlantide e l'antica Atene nel suo dialogo.

Dopo questa breve introduzione alla storia di Atlantide, Crizia cede il posto a Timeo che fornisce una descrizione dettagliata della sua teoria sull'origine dell'universo. Nel dialogo che segue, Crizia, troviamo la storia dettagliata di Atlantide.

Crizia


Crizia sembra aver ascoltato con grande attenzione la descrizione resa dal suo maestro della società perfetta; dal suo racconto emerge che l'antica Atene è identica in ogni dettaglio alla società ipotizzata da Socrate. Secondo la storia raccontata da Crizia, nell'antica Atene artigiani e uomini sposati erano separati dai soldati, che non possedevano né proprietà privata, né oro, né argento.

Soltanto dopo aver raccontato dell'antica Atene, Crizia descrive Atlantide. Egli narra che all'inizio era abitata dalla divinità greca Poseidone (Nettuno) e da una donna mortale, Clito, che diede alla luce cinque coppie di gemelli maschi.

Tutti gli Atlantidei discendevano da quei dieci uomini. Essi erano divenuti molto potenti e avevano costruito una città di ventiquattro chilometri di diametro, con anelli concentrici di terra che si alternavano a cerchi d'acqua. Ad Atlantide erano stati edificati palazzi, grandi canali, torri e ponti. Gli Atlantidei producevano oggetti d'argento e d'oro e commerciavano in lungo e in largo; possedevano una flotta navale di milleduecento navi e un esercito con diecimila bighe. Sia l'impero che la sua influenza nel mondo si erano andati espandendo in maniera esponenziale.

Dopo un certo periodo di tempo, però, la "discendenza divina" degli antenati si era indebolita mentre quella umana era diventata dominante. Il risultato fu che la civiltà decadde e gli abitanti divennero corrotti e avidi. Il dialogo racconta che Zeus (Giove), la divinità più importante del pantheon greco, decise allora di impartire agli abitanti di Atlantide una lezione a causa della loro avarizia e del loro arrogante proposito di governare il mondo. Zeus riunì quindi gli altri dèi per esporre loro il suo piano. Il dialogo si interrompe a questo punto e non fu mai ripreso. Pochi anni dopo Platone morì.

Origine e significato dei dialoghi Timeo e Crizia


Sebbene qui brevemente riassunta, questa è l'intera storia di Atlantide quale viene raccontata nei dialoghi di Platone. Tutto ciò che è stato scritto su Atlantide deriva da questa storia o è stato inventato di sana pianta. Ironicamente, però, la fonte originaria di questo mito popolare, che ha ispirato oltre duemila fra libri e articoli (de Camp 1970), assieme a un certo numero di riviste specializzate (Atlantis, The Atlantis Quarterly, Atlantis Rising), non era affatto dedicata ad Atlantide. Il continente scomparso è poco più di uno spunto. La storia fa riferimento a una presunta Atene antica: è questa la protagonista, l'eroina e il focus della storia di Platone. Atlantide è l'antagonista, l'impero decaduto la cui sconfitta, da parte di Atene, descrive il funzionamento della società perfetta ipotizzata da Socrate.

Ora, considerate la storia che Platone racconta: Atlantide, un impero corrotto, con una tecnologia sofisticata ma alla bancarotta morale, cerca di dominare il mondo con la forza. A sbarrare la sua strada c'è però l'antica Atene: un gruppo relativamente piccolo di uomini spiritualmente puri, incorruttibili, con saldi principi morali. Minacciati da soverchianti forze nemiche dotate di una superiore tecnologia, gli ateniesi sono in grado di sconfiggere questo avversario tanto più potente semplicemente con la forza dello spirito.

Tutto ciò vi suona familiare? Come potrebbe essere altrimenti? I dialoghi atlantidei di Platone sono in essenza una versione greco-antica di Guerre Stellari! Riflettete: Platone colloca Atlantide novemila anni prima del suo tempo e per di più nell'Oceano Atlantico poco conosciuto (dagli antichi greci). Guerre Stellari avviene "Tanto tempo fa, in una galassia molto, molto lontana".

Atlantide, con il suo sofisticato apparato militare e l'enorme flotta, può essere paragonata all'Impero con le sue Stormtroopers e la Death Star. Gli ateniesi sono la controparte, un gruppo raccogliticcio di ribelli comandati da Luke Skywalker. Questi ribelli e gli ateniesi sono entrambi vittoriosi, certamente non perché militarmente superiori. Ma perché? Perché la "Forza" li accompagna.

Si può fare un'ulteriore considerazione: se fra novemila anni ci si chiederà se la saga di Guerre Stellari sia una storia vera, non immaginaria, non si tratterà di un'interrogativo troppo diverso da quello sulla storia di Atlantide raccontata da Platone. Entrambe le storie sono miti narrati come intrattenimento e per trasmettere una lezione morale. Ed entrambe sono egualmente fantastiche.

Chi ha inventato Atlantide?


Si suppone che Atlantide sia stata distrutta più di novemilatrecento anni prima che Crizia la raccontasse (9600 a.C. circa): ma non è mai stato trovato alcun riferimento o qualcosa che lontanamente somigli alla storia di Atlantide prima che Platone scrivesse questi dialoghi, circa nel 350 a.C.

Non ci sono dati sulla storia di Atlantide nemmeno in Egitto, dove sembra che la storia fosse stata raccontata a Solone, né in alcun altro posto. Sebbene si affermi che la storia era stata raccontata per la prima volta durante una festività pubblica e sebbene Crizia dichiari nel dialogo che il bisnonno ne possedeva una versione scritta, Atlantide non viene menzionata in nessun'altra opera della letteratura greca.

La comparsa del nome Atlantide nel Timeo è il primo riferimento storico al luogo. I novemilatrecento anni intercorsi fra la supposta distruzione di Atlantide e il Timeo di Platone sono completamente muti per quanto riguarda il supposto continente scomparso.

Tuttavia, Platone fa dire a Crizia che la storia di Atlantide è vera. Ma può questo provare che Platone credeva di stare effettivamente raccontando una storia vera? Assolutamente no. Come afferma lo storico William H. Stiebing Jr.: "Ogni mito che Platone racconta nei suoi dialoghi è introdotto dall'affermazione che esso corrisponde al vero" (1984, p. 94). Non è solo il racconto di Atlantide, ma anche le storie del paradiso e dell'inferno (cioè le Isole dei Beati e il Tartaro) nel Gorgia; dell'immortalità e della reincarnazione nel Menone; dell'antichità nelle Leggi e della vita dopo la morte nella Repubblica. Tutte hanno un'introduzione che ne attesta l'autenticità (Stiebing 1984, p. 95).

Ricordate anche che il racconto di Crizia è il risultato della richiesta avanzata il giorno prima da Socrate ai discepoli di raccontare una storia nella quale il suo ipotetico Stato perfetto venisse messo alla prova da una guerra. Crizia narra la storia di una civiltà convenientemente posta a un'enorme distanza spazio-temporale dalla sua Atene, i cui resti giacciono in fondo all'Atlantico, e che i Greci dell'epoca di Platone non potevano certo né ritrovare né verificare. Allo stesso modo, anche l'antica Atene viene opportunamente distrutta, vanificando, quindi, qualsiasi studio e ricerca da parte degli Ateniesi dell'epoca. Infine, pur mantenendo l'affermazione che si tratta di una storia vera, egli ammette che Atlantide corrisponde quasi esattamente alla società ipotetica di Socrate "per una qual sorte miracolosa". Come riferisce A.E. Taylor, "non si sarebbe potuto dire in maniera più esplicita che l'intero racconto della conversazione di Solone con i sacerdoti e la sua intenzione di scrivere un poema su Atlantide erano un'invenzione della fantasia di Platone" (1962, p. 50).

Minosse: uno spunto per la storia di Platone


L'ultimo interrogativo che ci dobbiamo porre è: "Se la storia di Atlantide è un mito, aveva almeno come base un fatto o una serie di eventi reali?". In altre parole, Platone basò gli elementi della sua storia - e cioè la distruzione di una grande civiltà a causa di un cataclisma - su eventi storici soltanto vagamente ricordati dai Greci all'epoca in cui la scrisse? La risposta è quasi certamente sì. In un certo senso, tutti i racconti fantastici devono basarsi su un fatto reale. Tutti gli scrittori iniziano con la conoscenza del mondo reale e costruiscono le loro fantasie letterarie sul materiale grezzo di tale conoscenza. Platone non è un'eccezione.
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Figura 1. I sostenitori dell'ipotesi che l'eruzione avvenuta a Thera sia la fonte per la storia della distruzione di Atlantide suggeriscono la civiltà minoica a Creta come modello storico di quella cultura. Qui è raffigurato l'antico tempio di Cnosso a Creta, risalente all'epoca minoica (M.H. Feder).
L'antica civiltà minoica a Creta (figura 1) potrebbe essere stata per lui un modello logico e plausibile. Lo spettacolare tempio della capitale minoica di Cnosso fu costruito circa 3.800 anni fa. Al suo apice, il tempio copriva un'area di circa ventimila metri quadrati e conteneva un migliaio di stanze e un cortile centrale incorniciato da colonne, un bagno cerimoniale e grandi scalinate. Alcune parti del tempio erano alte tre o anche quattro piani. Le pareti di alcune stanze e dei grandi saloni erano abbellite da affreschi artistici rappresentanti delfini e tori. Nelle raffigurazioni di se stessi, i Minoici appaiono come individui aggraziati e atletici. I Greci dell'epoca di Platone erano al corrente di questa cultura più antica e altamente suggestiva.

Un elemento chiave di possibile collegamento tra la fantastica Atlantide di Platone e la civiltà minoica si basa su una catastrofe che colpì l'isola di Creta 3.420 circa B.P. A quel tempo ci fu un'eruzione vulcanica sull'isola oggi chiamata Santorino (i Greci antichi la chiamavano Thera) centoventi chilometri a nord di Creta (figura 2). Le forze esplosive dell'eruzione a Thera furono quattro volte più potenti di quelle del Krakatoa, nelle Indie orientali olandesi, che nel 1883 uccisero trentaseimila persone (Marinatos 1972, p. 718).
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Figura 2. Nel Mediterraneo, l'isola di Thera oggi è costituita dai resti di un vulcano che esplose circa 1.500 anni fa. Secondo alcuni l'esplosione del vulcano, un episodio storico realmente avvenuto, potrebbe essere servito a Platone come modello su cui basare la sua storia relativa alla spettacolare distruzione di Atlantide, il "Paradiso perduto" immaginato dalla sua opera.
Non deve sorprendere che la distruzione di Thera avesse avuto un forte impatto sulla civiltà minoica (Marinatos 1972). La stessa eruzione, accompagnata da altri, gravi terremoti, danneggiò molti insediamenti a Creta. Onde gigantesche (tsunami) provocate dai terremoti sottomarini prodotti dall'eruzione a Thera cancellarono i porti minoici sulla costa nord dell'isola.

La civiltà minoica si era sviluppata, almeno in parte, grazie al commercio. La scomparsa dei porti attraverso i quali transitavano le merci, e la probabile distruzione della flotta dovettero avere un enorme impatto su questa economia. Altrettanto significativo, per un lungo periodo di tempo, deve essere stato anche lo spesso deposito di ceneri vulcaniche che ricoprì i ricchi territori agricoli di Creta, impedendone lo sfruttamento con danni conseguenti per l'economia agricola minoica.

Nel 1909, uno studioso della Queen's University di Belfast ipotizzò un collegamento tra la storica civiltà minoica di Creta e la leggenda di Atlantide (citato in Luce 1969, p. 47). Usando prove archeologiche più recenti, i ricercatori Spyridon Marinatos (1972), J.V. Luce (1969), Angelos Galanopoulos ed Edward Bacon (1969) hanno ampliato l'ipotesi sostenendo, in maniera piuttosto convincente, che Platone abbia basato almeno qualche elemento della storia di Atlantide su aspetti storicamente attendibili della civiltà minoica. Essi hanno suggerito che date, distanze e proporzioni del resoconto di Platone sono errati, con uno zero in più o in meno, quale risultato di una cattiva traduzione e che se questi dati vengono letti correttamente, la storia di Platone aderisce all'esplosione di Thera.

Un elemento chiave nella storia di Atlantide è l'interruzione del racconto. Qui risiede uno dei maggiori problemi per l'identificazione certa della Creta minoica con Atlantide. Sebbene vittima dell'eruzione di Thera, la prova archeologica testimonia chiaramente che la civiltà minoica non fu distrutta immediatamente da quell'evento. Come rileva lo storico William Stiebing (1984), le prove della distruzione di Creta in coincidenza con l'eruzione di Thera sono abbondanti, ma le prove dei lavori di riparazione che seguirono sono altrettanto copiose. Esistono tracce della ricostruzione di strutture minoiche sopra il deposito vulcanico di pomice subito dopo l'eruzione (Bower 1990). Ma è chiaro che i Minoici non si ripresero mai dopo la devastazione provocata dell'eruzione.

C'è ancora un altro grande problema per l'identificazione di Creta minoica come unica fonte dell'Atlantide platonica. È significativo che il tema più importante nella storia di Platone, la sconfitta di una forte potenza militare da parte di Atene, sia rimasto senza risposta. La civiltà cretese minoica non subì una sconfitta militare per mano di Atene. Se Creta è stata l'ispirazione per la storia di Atlantide, questo aspetto chiave della storia fu totalmente inventato.

Un'altra possibilità è che Thera stessa possa essere stata il modello di Platone (Pellegrino 1991). Un grande insediamento minoico in quell'isola fu completamente distrutto dall'eruzione. La sua storia, forse più che quella della Creta minoica, sua terra madre, può essere arrivata a Platone e da lui usata per i dialoghi su Atlantide.

A questo punto, possiamo concludere che la civiltà di Creta non era Atlantide, per lo meno non interamente. È probabile e verosimile, però, che alcuni elementi dell'eruzione di Thera e del suo impatto sulla civiltà minoica abbiano contribuito alla storia fantasiosa del racconto di Platone sul continente scomparso.

I dialoghi Timeo e Crizia non sono resoconti storici di eventi effettivamente accaduti in luoghi reali e neanche un insieme di brandelli storici autentici. Fanno parte di una fantasia creata dal filosofo, seppure ancorati alla realtà. Quella realtà includeva qualche conoscenza sulla distruzione di Thera e, altrettanto importante, la conoscenza della reale sconfitta storica di invasori persiani da parte di Atene, completamente sola, nel 492-479 a.C. (Hartman 1987). Non dobbiamo concentrare troppo la nostra attenzione sul fatto che Platone abbia o meno usato qualche evento storico per la sua storia su Atlantide, perché altrimenti ci sfugge la centralità del tema. Platone non stava scrivendo di storia, ma di filosofia. Per Platone l'accuratezza storica del racconto di Atlantide non è mai stato il punto chiave. Cruciale era invece la lezione che la storia insegnava: la capacità di una società giusta e ben governata di vincere anche in una situazione di svantaggio. Dobbiamo infine ammettere, come conclude lo studioso di Platone Paul Shorey: "Atlantide è interamente frutto di una sua invenzione e noi possiamo solo indovinare quanto della sua descrizione sia dovuta a immagini suggeritegli dalle sue letture, dai suoi viaggi e dalle storie che gli erano state narrate da altri viaggiatori" (1993, p. 351).

Dopo Platone


Dopo che Platone morì lasciando incompiuti il dialogo di Crizia e la storia di Atlantide, non troviamo alcun altro riferimento al continente scomparso per più di trecento anni (de Camp 1970, p. 16). Dobbiamo fare affidamento a scritti più tardi come quello del geografo greco Strabone, nato nel 63 a.C. circa, per qualche riflessione su ciò che i seguaci di Platone pensarono del suo racconto. Secondo Strabone, Aristotele, il più famoso discepolo di Platone, così si espresse su Atlantide: "Colui che l'ha inventata l'ha anche distrutta" (come citato da de Camp 1970, p. 17). Sembra che molti seguaci di Platone, sebbene non tutti, guardassero ad Atlantide come a una sua invenzione, parte di una storia la cui morale era, come ha detto A.E. Taylor:
"[...] semplice e trasparente. Cioè che una piccola e materialmente povera comunità [l'antica Atene] animata da vero patriottismo e da alti ideali morali poteva affrontare e vincere un avversario [Atlantide] più ricco, con forze superiori e risorse materiali immense, ma privo di virtù morali " (1962, p. 50).
Le considerazioni circa l'autenticità della storia di Atlantide cominciarono a diffondersi all'epoca delle esplorazioni e della scoperta del Nuovo Mondo. Per esempio Huddleston (1967) riferisce che nel 1552 lo spagnolo Lopez de Gomara ipotizzò che gli Indiani americani fossero emigrati sopravvissuti alla catastrofe di Atlantide. De Gomara basava la sua interpretazione su una disputa linguistica relativa a una singola parola: nella lingua azteca di Nahuatl, la parola atl avrebbe significato acqua (Huddleston 1967, p. 25). In seguito, nel 1572, Pedro Sarmiento de Gamboa sostenne che le grandi civiltà del Nuovo Mondo avevano in parte avuto origine da Atlantide. Nel xvii secolo, le mappe disegnavano Atlantide nell'Oceano Atlantico (figura 3). Alcuni, come l'inglese John Josselyn (1674), arrivarono al punto di identificare il Nuovo Mondo come Atlantide.
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Figura 3. Questa mappa del 1644 mostra la localizzazione di Atlantide nell'Oceano Atlantico. Notare che il Sud è in alto (da Mundus Subterraneus di Athanasius Kircher).
Diego de Landa, vescovo spagnolo dello Yucatán, contribuì a creare ancora più confusione sul controverso problema. Erroneamente dichiarò che la scrittura dei Maya era alfabetica. Oggi sappiamo che questa scrittura consiste in geroglifici, con singoli segni a rappresentare intere parole, nomi, concetti o suoni. De Landa costruì invece un alfabeto di geroglifici, attribuendo loro, in modo del tutto artificioso, il valore di lettere. Basandosi su questo completo travisamento della lingua maya, uno studioso francese, l'abbate Charles-Étienne Brasseur (detto de Bourbourg) nel 1864 "tradusse" uno scritto maya: il Codice Troano. Si trattava di pura fantasia, con elementi della storia di Atlantide e della sua distruzione in seguito a un'inondazione. Usando lo stesso alfabeto fantasioso, Augustus Le Plongeon tradusse anch'egli il Codice, costruendo però un'altra storia che collegava i Maya agli Egizi. Erano tutte invenzioni: ma servivano a mantenere viva l'idea che le civiltà del Vecchio e del Nuovo Mondo potessero forse collegarsi, in qualche modo, ed essere meglio comprese avendo Atlantide come riferimento.

Ignatius Donnelly, deputato del Minnesota


Tutte queste argomentazioni speculative sulla possibile veridicità della storia di Atlantide sarebbero potute terminare nel xviii o xix secolo, come tanti altri miti che furono abbandonati con lo sviluppo di una maggiore conoscenza scientifica (vedi il capitolo 5). Se così non è stato, dobbiamo ringraziare, o biasimare, un uomo: Ignatius Donnelly.

Donnelly era nato nel 1831. Aveva studiato legge e alla giovane età di ventotto anni era diventato vicegovernatore del Minnesota. In seguito fece parte della Camera federale dei Rappresentanti per parecchi anni e due volte concorse alla vicepresidenza degli Stati Uniti.

A detta di tutti, Donnelly era un individuo eccezionale, un lettore vorace che collezionò una quantità enorme di informazioni su storia, mitologia e geografia. Chiaramente però non era molto selettivo nei suoi studi e nelle sue ricerche; sembrava incapace di discriminare ciò che aveva un senso da ciò che non ne aveva. Donnelly è il padre degli studi moderni su Atlantide e, come ha rilevato Daniel Cohen (1969), il libro da lui scritto, Atlantis: the Antediluvian World (Atlantide: il mondo antidiluviano), pubblicato per la prima volta nel 1882, è la "Bibbia" della leggenda assunta a verità. (È interessante notare che nel libro The Great Cryptogram, Donnelly è stato anche il primo ad affermare che Bacone aveva scritto tutte le commedie di Shakespeare.)

Il libro di Donnelly è un sorprendente esempio di studio induttivo. Mentre era ossessivo nella raccolta dei "fatti", Donnelly aveva uno scarsissimo senso critico e scientifico. Il suo approccio era indiscriminato. In pratica, accettava qualsiasi affermazione su Atlantide.

Inizia promettendo di provare che la storia raccontata da Platone non era una leggenda, ma "vera storia" (1882, p. 1), che Atlantide era "il luogo dove l'uomo passò per la prima volta dalla barbarie alla civiltà" (p. 1), e che era stata la fonte della civiltà in Egitto, Sudamerica, Messico, Europa e Nordamerica, dove cita specificamente la cultura dei Costruttori di tumuli (figura 4).
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Figura 4. Ignatius Donnelly sosteneva che tutte le antiche civiltà del mondo avevano avuto origine da Atlantide. Qui è raffigurata la mappa con cui Donnelly mostra l'estensione (in bianco) dell'influenza di Atlantide, che abbraccia le civiltà di antico Egitto, Mesopotamia, Mesoamerica e Costruttori di tumuli negli Stati Uniti (da Atlantis: the Antediluvian World di Ignatius Donnelly).
Le argomentazioni di Donnelly sono un pantano di asserzioni confuse, di prove apparenti e testimonianze presunte; questa è la diagnosi del metodo di ragionamento puramente induttivo da lui usato. Egli non cerca mai di verificare le implicazioni delle sue ipotesi: vale a dire cosa dovrebbe risultare vero se alcune delle sue affermazioni fossero vere. Non possiamo addebitare a Donnelly la mancanza di argomentazioni basate su dati sconosciuti alla sua epoca. Possiamo però sostenere che il suo approccio generale non era corretto perché non ha mai cercato di provare le implicazioni di quanto asserito.

Per esempio, egli cita molte leggende di inondazioni nelle varie culture del mondo, che attribuisce a una memoria universale sulla distruzione di Atlantide. Il suo modo di ragionare è che se numerose leggende riferiscono eventi similari, devono per forza indicare la realtà di quell'evento. Se così fosse, tutte le leggende risulterebbero paragonabili fra loro, almeno per ciò che riguarda le basi generali. Ma ciò si è dimostrato falso. Parecchi dei suoi supposti miti di conferma, infatti, appaiono simili non perché si riferiscono a un autentico evento storico, ma perché derivano dalla stessa fonte.

Per esempio, la storia del diluvio biblico (Donnelly sostiene che in realtà si tratta del cataclisma che ha distrutto Atlantide) e la storia dell'inondazione di Babilonia hanno molti elementi in comune perché gli Ebrei antichi vissero per un po' a Babilonia e raccolsero l'antica leggenda dell'inondazione dagli abitanti del posto. Quando le tribù degli Indiani americani raccontavano di inondazioni, spesso parlavano a missionari che avevano già insegnato loro le storie della Genesi. Alcune tribù che annoveravano racconti di questo tipo potevano facilmente aver incorporato i dettagli della Genesi nella propria mitologia. Se applichiamo il Rasoio di Occam, qual è la spiegazione più semplice? Un'ipotesi è basata sull'esistenza di un continente scomparso di cui non c'è prova; l'altra semplicemente presume che gli Indiani abbiamo incorporato nei loro miti le storie raccontate dai missionari.

Sebbene Donnelly passi molto tempo argomentando che catastrofi simili a quella che presumibilmente colpì Atlantide potrebbero essere avvenute (e in effetti avvennero), non fa di questo il suo punto cruciale. Al contrario, sono le ipotesi basate su paragoni culturali ad essere centrali nella sua metodologia. Egli sostiene: "Se noi proviamo che su entrambi i lati dell'Atlantico si trovavano civiltà sostanzialmente identiche, abbiamo dimostrato che devono aver avuto origine le une dalle altre o che si sono diffuse partendo da una fonte comune" (1882, p. 135).

Questo tipo di argomentazione sul ruolo decisivo della diffusione nello sviluppo culturale era comune all'antropologia alla fine del xix e inizio del xx secolo (Harris 1963). Il presupposto era che le culture sono basilarmente non-inventive e che le nuove idee si sviluppano in pochissimi luoghi o perfino in un luogo solo. Poi si espandono o si "diffondono" dalle zone da cui hanno avuto inizio. È abbastanza comune il concetto secondo cui l'Egitto sarebbe stato la fonte di tutte le culture perché l'agricoltura, la scrittura, l'architettura monumentale sarebbero state inventate solo lì. Queste caratteristiche, si sosteneva, si diffusero dall'Egitto e furono adottate da altri gruppi.

Donnelly era un diffusionista. Per lui la fonte comune di tutte le civiltà era Atlantide, piuttosto che l'antico Egitto, i Sumeri o qualche altra cultura conosciuta. Nel tentativo di provare questa tesi, presenta una serie di manufatti e pratiche rituali che ritrova identiche tra le civiltà del Vecchio e del Nuovo Mondo. Con questi paragoni Donnelly presenta la prova, secondo lui evidente, dell'esistenza di Atlantide. La prova consiste in una lista di tratti paralleli del tipo discusso nel capitolo 5. Esaminiamone alcuni e facciamo ciò che Donnelly non ha fatto: verifichiamo le implicazioni delle sue affermazioni.

1. Gli obelischi egizi e le stele mesoamericane derivano dalla stessa fonte (Donnelly, 1882, p. 136).

Donnelly sostiene che le iscrizioni sugli obelischi egizi sono virtualmente identiche a quelle sulle stele maya. Egli si limita ad affermare questa tesi per poi passare rapidamente a un altro argomento. Ma è invece necessario esaminare l'assunto in profondità e considerarne le implicazioni. Se gli obelischi egizi e le stele maya fossero derivate da una cultura comune, ci dovremmo aspettare somiglianze comuni sia specifiche che generali. Invece sono costruiti in modo diverso: sono diversi per forma, grandezza e materiali grezzi impiegati; così come sono completamente diverse le incisioni che presentano (figura 5). Sono simili solo perché si tratta di pilastri di roccia che si ergono verso l'alto e che recano iscrizioni. Non è ragionevole pensare a una fonte comune. In realtà, non si somigliano affatto.
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Figura 5. Donnelly pensava che gli obelischi egizi e le stele maya fossero così simili perché dovevano avere avuto un'origine comune, vale a dire Atlantide. Eppure qui si può notare che gli obelischi, come quello di Karnac in Egitto (a destra: M.H. Feder), presentavano iscrizioni sui quattro lati delle colonne, mentre le stele maya, come quella del Tempio dei Guerrieri a Chichén Itzà¡ (a sinistra: K.L. Feder), erano blocchi piatti di calcare con iscrizioni. Sono molto diversi e non autorizzano alcuni collegamento attraverso un continente scomparso.
2. Le piramidi d'Egitto e quelle della Mesoamerica possono esser fatte risalire alla stessa fonte (Donnelly, 1882, p. 317-41).
Anche qui: se questa ipotesi fosse vera, ci dovremmo aspettare molte caratteristiche specifiche in comune. Le piramidi del Vecchio e del Nuovo Mondo però non si somigliano (figura 6). Tutte le piramidi del Nuovo Mondo sono tronche con un apice piatto, mentre le piramidi egizie finiscono a punta. Le piramidi del Nuovo Mondo hanno sul davanti gradinate che salgono fino alla sommità; le piramidi egizie ne sono prive. Le piramidi del Nuovo Mondo servivano come piattaforme su cui erigere templi e non tutte erano adibite a camere funerarie per regnanti. Sulla sommità delle piramidi egizie non sono stati costruiti templi ed erano tutte luoghi di sepoltura per i faraoni o per le loro mogli. Anche i metodi di costruzione erano diversi. La maggioranza delle piramidi egizie si presenta come un unico elemento strutturale, mentre quelle mesoamericane sono costituite da elementi diversi, appoggiati l'uno sull'altro. Infine, se le piramidi d'Egitto e quelle in Mesoamerica fossero derivate da un'unica fonte (Atlantide o altro) dovrebbero essere state erette negli stessi anni. Ma le piramidi egizie furono costruite fra cinquemila e quattromila anni fa, mentre quelle mesoamericane risalgono a meno di tremila anni fa e alcune sono ancora più recenti, datando intorno ai millecinquecento anni fa. Tutte le piramidi hanno datazioni molto più tarde della presunta distruzione di Atlantide, che sarebbe avvenuta circa undicimila anni fa.
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Figura 6. Le piramidi egizie come questa di Giza (sopra: M.H. Feder) e quelle della Mesoamerica come questa di Tikal (sotto: Cris Wibby) sono molto diverse come costruzione, forma, funzione e cronologia. Non esiste alcunché a riprova della teoria di Donnelly circa l'esistenza di un collegamento, via Atlantide, nella costruzione delle piramidi del Vecchio e del Nuovo Mondo.

3. Tutte le antiche culture del Vecchio e del Nuovo Mondo possedevano strutture ad arco (Donnelly, 1882, p. 140).
Questo semplicemente non è vero. Le culture del Vecchio Mondo possedevano il vero arco con la chiave di volta centrale: la pietra a cuneo al centro dell'arco che mantiene serrate le altre pietre. Le culture del Nuovo Mondo non avevano conoscenza della chiave di volta (figura 7).*
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Figura 7. Donnelly dichiara che l'arco era presente nelle antiche architetture del Vecchio e Nuovo Mondo, e che questa caratteristica derivava da un'unica fonte, naturalmente la solita Atlantide, da cui poi si era diffusa. Ebbene, tutte queste affermazioni sono errate. Sebbene archi a volta fossero presenti nel Vecchio Mondo, come si può notare nella foto in alto che raffigura un antico arco israelitico (M.H. Feder), il vero arco non era conosciuto nel Nuovo Mondo precolombiano. I nativi americani utilizzavano l'arco a mensola, come questo trovato nel sito maya di Chichén Itzà¡ in Messico.[2]
4. Le culture del Vecchio e del Nuovo Mondo producevano entrambe il bronzo (Donnelly, 1882, p. 140).

Questo è vero, ma Donnelly non verifica le implicazioni dell'ipotesi che la metallurgia del Vecchio e del Nuovo Mondo sia derivata da una fonte comune. Se la sua affermazione fosse vera ci dovremmo aspettare di trovare molte caratteristiche in comune tra le due tecnologie. Il bronzo è una lega di rame e altri elementi. Quello del Vecchio Mondo è in genere una lega di rame e stagno; nel Nuovo Mondo, invece, era generalmente una lega di rame e arsenico (sebbene esista qualche esempio di bronzo con stagno). Tale differenza di base nelle leghe sembra negare un'origine comune della metallurgia nel Vecchio e nel Nuovo Mondo.

5. Le civiltà del Vecchio e del Nuovo Mondo dipendevano, in quanto a sussistenza, dall'economia agricola. Ciò indica che queste culture derivavano da una fonte comune (Donnelly, 1882, p. 141).

È quasi certo che tutte le culture che definiamo "civilizzate" si basavano sull'agricoltura per produrre il surplus di produzione alimentare necessario per mantenere la mano d'opera che costruiva le piramidi, gli artigiani, le forze militari a tempo pieno, i sacerdoti e così via. Ma anche qui, per suffragare l'ipotesi di una sola fonte atlantidea per l'agricoltura del Vecchio e del Nuovo Mondo ci dovremmo aspettare molte caratteristiche in comune, fra cui lo stesso tipo di raccolto o raccolti simili. Certamente Donnelly sapeva che ciò non era vero. Anche all'epoca delle sue ricerche si sapeva che le culture del Vecchio Mondo avevano domesticato una serie di piante e animali completamente diversi da quelle del Nuovo Mondo.

Ora sappiamo che perfino nel contesto del Vecchio Mondo, diverse società antiche basavano la propria sussistenza su differenti misture di messi agricole. Le più comuni nel Medio Oriente erano frumento, orzo, ceci, lenticchie, veccia (Henry 1989; Hole, Flannery, Neely 1969). Nell'Estremo Oriente i raccolti maggiori erano miglio e riso (Crawford 1992; Solheim 1972). In Africa la base del sostentamento derivato dall'agricoltura era costituito dal sorgo, dal miglio e da una serie di graminacee tropicali come il téff e il fonio (Harlan 1992; Phillipson 1993). Nel Vecchio Mondo animali come pecore, capre, bovini e maiali aggiungevano alla dieta anche la carne.

La lista delle messi degli aborigeni del Nuovo Mondo è altrettanto varia ma completamente diversa da quella del Vecchio. In Mesoamerica, il granturco, i fagioli e le cucurbitacee erano predominanti assieme ai pomodori, gli avocados, il chili, l'amaranto (un cereale) e perfino il cioccolato, che completava la dieta (de Tapia 1992; MacNeish 1967). Nel Sudamerica erano importanti mais, fagioli e patate (come nelle nostre diete moderne), a cui si aggiungevano alcune specie meno note come ossalidacee, la jìcama e l'ullucus (Bruhns 1994; Pearsall 1992). Nel Nordamerica i nativi iniziarono la rivoluzione agricola coltivando girasoli, chenopodi, rubiacee e una varietà locale di zucca (Smith 1995). In Mesoamerica i maiali e i cani erano allevati per la carne che fornivano, mentre nel Sudamerica erano i lama e gli alpaca. Il lama era anche una bestia da soma e l'alpaca forniva la lana. Nell'antico Sudamerica erano stati addomesticati anche i tacchini e le oche. Appare evidente che le basi dell'agricoltura nel Vecchio e Nuovo Mondo erano completamente diverse. Ed è molto più suggestivo pensare a una evoluzione separata delle rispettive economie che credere che possano aver avuto una origine comune.

Ricerche archeologiche hanno provato inoltre che sia nel Vecchio che nel Nuovo Mondo l'agricoltura si è evoluta localmente lungo un arco di tempo di oltre diecimila anni. In parecchie zone del mondo ce ne vollero anche dodicimila. Queste ultime sequenze evolutive riflettono il lento sviluppo delle società agricole soprattutto in Asia (sudoccidentale e orientale), Europa sudorientale, Africa subsahariana, Mesoamerica, Nordamerica (Midwest e centrosud) e Sudamerica. L'archeologia ha evidenziato che in queste zone per lunghi periodi le popolazioni cacciarono animali selvaggi e raccolsero piante selvatiche che più tardi divennero prodotti domesticati della loro alimentazione.

In queste zone la testimonianza fisica, sotto forma di ossa di animali e semi carbonizzati, riflette il lento sviluppo delle specie domesticate. Nell'arco di secoli e millenni gli esseri umani "selezionarono artificialmente" le piante selvatiche che producevano i semi più grandi o più numerosi o di più veloce maturazione, permettendo di sopravvivere e propagarsi solo a quelle che possedevano caratteristiche vantaggiose (dal punto di vista umano). Similmente, le antiche tribù di queste regioni selezionavano le speci animali che si mostravano più docili e che producevano la maggiore quantità di lana o maggiori quantitativi di latte o carne, permettendo di sopravvivere, generare e trasmettersi soltanto a quelle che possedevano queste caratteristiche. I dati archeologici attestano l'aumento della grandezza dei semi, il diminuire della grandezza dei denti e delle corna di animali pericolosi e così via, lungo un continuum temporale che dimostra il processo evolutivo determinato dall'intervento delle popolazioni dedite all'agricoltura. Dai dati archeologici risulta evidente che l'agricoltura non è apparsa all'improvviso, ma ha radici profonde e una storia lunga. Di certo non è stata introdotta così com'è da Atlantide, piuttosto si è sviluppata localmente in molte regioni del mondo (Smith 1995).

Donnelly non esaminò le implicazioni profonde delle sue teorie sui collegamenti tra le pratiche culturali delle civiltà del Vecchio e del Nuovo Mondo, ma si lasciò fuorviare da somiglianze superficiali. Convinto della legittimità delle sue argomentazioni, così termina il suo libro Atlantis: the Antediluvian World:

"Siamo all'esordio. La ricerca scientifica avanza a grandi passi. Chi può dire se fra cento anni il grande museo del mondo non sarà adornato da gemme, statue, armi e attrezzi provenienti da Atlantide, mentre le biblioteche del mondo conterranno traduzioni di iscrizioni che getteranno nuova luce sul passato storico della razza umana e su tutti i grandi problemi che pongono interrogativi ai pensatori d'oggi?" (p. 480)

Sono passati più di cento anni dal momento in cui Donnelly scrisse queste parole, e Atlantide la bella è lontana quanto lo era quando Platone la fece scaturire dalla sua fantasia, oltre duemila anni fa.

Atlantide dopo Donnelly


Donnelly è stato il più importante studioso di Atlantide, ma non l'ultimo. Anche se oggi possiamo criticare la sua logica, essa è di fatto molto superiore a quella di molti che lo seguirono. Il mitologo scozzese Lewis Spence (1926), per esempio, sceglie "metodi più ispirati", evitando l'archeologia "col metro in mano" (p. 2). Nell'Atlantico, aggiunge una Antilla a fianco del continente immaginario di Platone. Egli ipotizza che non uno, ma una serie di cataclismi avessero colpito Atlantide: uno dei primi circa venticinquemila anni fa, da cui sarebbe derivata la prima colonia europea di uomini moderni. Spence identifica i contemporanei dell'uomo di Cro-Magnon (il più antico fossile dei primi uomini anatomicamente moderni in Europa) con i primi rifugiati di Atlantide (1926, p. 85). Considera le famose pitture rupestri e le sculture dell'antica Europa, di poco posteriori a venticinquemila anni fa, lavori artistici di Atlantidei dispersi (vedi le figure 12.2 e 12.3).

I sostenitori più estremi di Atlantide furono i teosofi, membri di uno strano movimento fondato da Elena Petrovna Blavatsky (1888) a cavallo tra il xix e il xx secolo. Questa filosofia includeva strane credenze sugli stadi dell'evoluzione umana attraverso varie "razze originarie". In uno di quegli stadi eravamo una specie di esseri astrali gelatinosi e, in un altro, ermafroditi con quattro braccia che depositavano uova. Il quarto stadio, o razza, viveva in Atlantide, aveva macchine volanti, bombardava i nemici con esplosivi e coltivava un tipo di frumento importato dagli extraterrestri. I teosofi credevano anche che nell'Oceano Pacifico esistesse un'altra Atlantide, chiamata Mu. Blavatsky e i suoi seguaci, e credo che questo non debba sorprendere, fecero ben poco per provare l'autenticità di quanto affermavano.

La rete delle fantasie su Atlantide continua a espandersi ancora nel xx secolo. Edgar Cayce, autoproclamatosi sensitivo, affermava che la conoscenza fornita dai testi atlantidei (Cayce 1968; Noorbergen 1982) gli aveva donato la facoltà di predire il futuro e guarire i malati terminali. Che le predizioni derivategli da tali fonti non fossero poi così accurate può essere dimostrato dal seguente fatto: in un suo discorso tenuto negli anni Quaranta, Cayce predisse grandi sollevamenti tettonici che avrebbero distrutto la maggior parte della costa orientale degli Stati Uniti facendo riemergere parti di Atlantide. Quando sarebbe accaduto questo evento? Nel 1968 o 1969 (Cayce 1968, p. 158-59).

Più recentemente J.Z. Knight, che si professa trance channeler (cioè in contatto con gli spiriti), ha affermato di essere il canale attraverso il quale si manifesta un antico essere chiamato Ramtha, nato in Atlantide più di trentacinquemila anni fa (Alcock 1989). Attraverso Ramtha, Knight fornisce banalità e consigli su investimenti finanziari ai fedeli paganti.

La leggenda di Atlantide non è morta con Platone e neppure con Donnelly. Sembra spostarsi continuamente, rispondendo ai continui desideri di una Età dell'Oro in cui grandi guerrieri, scienziati geniali, esseri astrali gelatinosi o spiriti con informazioni sulle azioni di mercato camminavano sulla Terra. In conclusione, una delle menti più straordinarie e razionali dell'antichità, cercando di trasmettere un messaggio piuttosto semplice, ha prodotto foraggio per le fantasie di alcune fra le menti meno eccelse del mondo moderno. Se soltanto potessimo evocare lo spirito di Platone, mi chiedo che cosa ci direbbe. Sono sicuro che non sarebbe affatto contento.

Prospettive attuali


Atlantide


Secondo la storia di Platone, Atlantide fu sconfitta in battaglia da uno Stato umile, ma culturalmente sviluppato, quale era Atene circa undicimila anni fa. Che cosa ci dice l'archeologia sulla Grecia antica di quel periodo? Esiste qualche testimonianza fisica su una civiltà atlantidea nell'Oceano Atlantico? Che cosa ci rivela la moderna geologia sulla possibilità di un continente scomparso nell'Atlantico?

La Grecia antica


11.000 anni fa, uno Stato ateniese semplicemente non esisteva. Tale affermazione non si basa su leggende, ma sui resti materiali delle culture che abitavano quel territorio. Per esempio, è stata condotta una ricerca in un sito a sud di Atene che risale all'epoca della supposta sconfitta di Atlantide da parte degli Ateniesi. Il sito, la Grotta di Franchthi, è stato scavato dall'archeologo Thomas Jacobsen (1976).

Oltre diecimila anni fa gli abitanti della caverna non erano membri di una cultura "avanzata". Erano semplicemente cacciatori-raccoglitori che si nutrivano di cervi, bestiame selvatico e maiali. Raccoglievano anche molluschi, lumache, piccoli pesci e piante selvatiche, fra cui orzo e avena. Erano uomini dell'Età della pietra e usavano l'ossidiana (un vetro vulcanico da cui si possono ottenere strumenti molto affilati) che si trovava nella vicina isola di Melos. Solo nel 6000 a.C. troviamo testimonianze di piante e animali domesticati. Prove archeologiche in altri siti della Grecia confermano gli schemi di vita trovati a Franchthi. Culture che noi chiameremmo "civilizzate" non appaiono in Grecia per migliaia di anni. Il mondo greco di undicimila anni fa non è per nulla quello immaginato da Platone.

Testimonianze archeologiche: il muro di Bimini


È stato asserito che esisterebbero testimonianze archeologiche di mura e strade sommerse vicino alla costa di Bimini, nelle Bahamas. Proprio come aveva sostenuto il sensitivo Edgar Cayace, secondo cui l'isola di Bimini presentava i resti di Atlantide. I moderni seguaci della teoria di Atlantide sono convinti che le caratteristiche di questo sito forniscano le prove concrete dell'esistenza del continente scomparso (Berlitz 1984).

Intorno al 1960, alcuni sommozzatori hanno trovato dei blocchi piatti di calcare inizialmente interpretati come parti di una strada e di mura, oppure come possibili colonne di un edificio sommerso. Ad una analisi più approfondita, però, geologi e archeologi hanno accertato che quella strada e quelle mura erano in realtà formazioni naturali (Harrison 1971; McKusick, Shinn 1981). Ciò che i sommozzatori avevano interpretato come interstizi fra i blocchi della costruzione erano solo le giunture naturali di un fondo calcareo roccioso che si forma molto rapidamente sotto l'acqua. Tale tipo di roccia è soggetto a erosione in seguito all'azione delle maree, che provocano rotture o giunture a intervalli regolari e con angoli retti. Giunture naturali simili sono state osservate anche sul fondo roccioso vicino la costa dell'Australia (figura 8; Randi 1981). Per quanto riguarda invece le cosiddette "colonne", l'analisi ha dimostrato che sono semplicemente il risultato della solidificazione del cemento in uso per le costruzioni del XIX secolo (Harrison 1971, p. 289). È verosimile che le "colonne" si siano formate quando barili di legno contenenti cemento in polvere furono buttati in mare. A contatto con l'acqua, il cemento si solidificò mentre i barili di legno si decomposero, dando luogo a forme che possono apparire oggi come frammenti di colonne di qualche edificio.
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Figura 8. Questa non è una costruzione artificiale: i blocchi squadrati di pietra sono il risultato di un naturale processo di erosione. Questo esempio è stato fotografato sulla costa sudorientale della Tasmania (a sud dell'Australia). Una struttura simile è stata localizzata sulla costa di Bimini nel Mar dei Caraibi ed erroneamente identificata, da non geologi, come un muro costruito dagli abitanti di Atlantide (per gentile concessione di Sonja Gray).
Il muro, le strade e le colonne di Bimini non sono i resti archeologici di Atlantide. Sono solo recenti formazioni naturali.

La geologia di Atlantide


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Kenneth L. Feder.
Non ci sono prove di un grande continente sommerso nell'Oceano Atlantico. Di fatto, la nostra conoscenza moderna dei processi geologici di masse tettoniche esclude questa possibilità. La crosta terrestre non è un guscio solido: consiste invece in numerose "masse" rocciose geologicamente separate. Le masse rocciose si muovono facendo sì che anche i continenti si spostino. Sappiamo infatti che l'attuale configurazione dei contenti era diversa nel passato. Oltre duecento milioni di anni fa essi facevano parte di una massa unica chiamata Pangea. Centottanta milioni di anni fa i continenti dell'emisfero nord (Laurasia) erano in parte collegati a quelli del sud (Gondwana). La separazione dei continenti negli emisferi orientale e occidentale e la formazione del bacino Atlantico avvennero successivamente, prima di sessantacinque milioni di anni fa. L'Atlantico da allora ha continuato ad allargarsi, mentre Europa e Nord america seguitano ad allontanarsi l'una dall'altra, quale risultato dell'espansione del fondo marino lungo l'intersezione delle masse rocciose. Nel Pacifico, un movimento tettonico simile lungo la costa orientale del Nord america ha provocato il tremendo terremoto che ha colpito la zona di San Francisco-Oakland nell'ottobre del 1989.

Una catena di montagne si è formata in milioni di anni all'intersezione delle due croste rocciose al centro dell'Atlantico. Questa formazione sta' lentamente emergendo. Non avviene invece che masse rocciose vengano risucchiate sotto l'oceano. La geologia è chiara: nella zona in cui Platone colloca Atlantide non ci poteva essere in superficie un'estesa massa di terra, poi inabissatasi. L'archeologia e la geologia moderne forniscono assieme un verdetto privo di ambiguità: no è mai esistito un continente atlantico e neppure è mai esistita la grande civiltà chiamata Atlantide.


Kenneth L. Feder
Docente di archeologia alla Central Connecticut State University a New Britain, negli Stati Uniti.
Il testo è tratto dall'edizione italiana di Frodi, miti e misteri, per gentile concessione dell'Editore Avverbi.

Note


1) Le citazioni sono nelle Opere Complete, 6: Clitofonte, Repubblica, Timeo, Crizia, Bur, Edizioni Laterza, Bari, 1982. Nella versione originale sono tratte da Hutchins 1952, p. 443-446.
2) L'arco maya ha una particolarità tipica: la volta. È formata da parecchie pietre leggermente ugnate, le "pietre di volta", appunto, allineate lungo una linea continua tra due pilastri di sostegno e tenute assieme dal calcestruzzo. Ma non sono veri "archi a volta" perché mancano della pietra centrale chiamata, appunto, "chiave di volta".