Indagine critica degli studi recenti sulla Sindone di Torino

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  • 10-01-2006
  • di Antonio Lombatti
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Non è del tutto opportuno criticare analisi sulla Sindone fatte da chi non c'è più: lo so. Raymond Rogers non potrà rispondere, né replicare a chi - come me - ha sempre valutato discutibile un approccio religioso e fideistico alla controversia della Sindone. Rogers è morto l'8 marzo scorso dopo una lunga battaglia contro un tumore. Ma, nonostante anche lui cristiano convinto come quasi tutti quelli che si occupano della Sindone full o part-time, questo chimico aveva avuto posizioni piuttosto moderate e di aspra critica verso i suoi colleghi. Tuttavia, il suo ultimo articolo si presta a diverse osservazioni che cercherò comunque di esporre[1].

"In realtà non esiste nessuna "toppa" né "rammendo". Durante le ultime verifiche, compiute nel 2002 durante l'intervento di conservazione e ripulitura, la dottoressa svizzera Mechthild Flury-Lemberg (la maggiore autorità mondiale nel tessuto antico) ha esaminato la Sindone con molta attenzione e non ha visto assolutamente alcun segno di aggiunta tessile". "Non esiste senza alcun dubbio alcun rifacimento tessile in questo telo" e prosegue Ghiberti: "È stata rimossa anche la fodera e per la prima volta dopo 500 anni abbiamo visto il retro del Lenzuolo: non c'è nessun segno di rammendo. E poi una ricostruzione si fa solo dove esiste un buco, mentre il campione è stato prelevato in una zona d'angolo, dove è irragionevole pensare a qualunque "intessuto medievale"". Morale? "Mi stupisce che uno specialista come Rogers cada in tante imprecisioni nel suo articolo." (Avvenire, 22 gennaio 2005, p. 23). Queste le inequivocabili parole del prof. Giuseppe Ghiberti, docente di Esegesi Biblica in diverse università, presidente della Commissione Diocesana per la Sindone, nonché uno dei più ascoltati consiglieri scientifici del cardinale di Torino Severino Poletto, custode vaticano della reliquia. Basterebbe solo questo per chiudere l'ennesimo tentativo di screditare il risultato del C14. Il responso unanime degli scienziati dei laboratori di Zurigo, Tucson e Oxford fu 1260-1390. E questo avveniva nel 1988[2].

Nei primi anni '90, fu lanciato in tournée da vari centri di sindonologia - sia italiani che americani - lo scienziato russo Dimitri Kuznetsov, il quale sosteneva che l'incendio subito dalla Sindone nel 1532 aveva arricchito di carbonio il tessuto ringiovanendolo. Tuttavia, non solo la rivista che pubblicò il suo articolo, il Journal of Archaeological Science[3], aggiunse la precisa confutazione del suo esperimento sullo stesso numero[4], ma dopo l'illuminante articolo di Gian Marco Rinaldi sulle frodi pseudoscientifiche perpetrate dal russo[5], la pista Kuznetsov è stata definitivamente accantonata dai sindonofili.

A metà degli anni '90, fu la volta del biochimico texano Leoncio Antonio Garza-Valdès, il quale affermava che sulle fibre di lino erano presenti diverse patine bioplastiche originate da microfunghi. Essi sarebbero stati la causa dell'errore nella datazione con il C14. Anche in questo caso, non solo lo studio di Garza-Valdès non fu mai pubblicato in alcuna rivista scientifica di settore, ma il cardinal Saldarini, durante il Convegno Mondiale a Torino del 1998, dichiarò ufficialmente che i campioni di tessuto sui quali Garza-Valdès aveva lavorato non provenivano dalla Sindone. La sua ricerca fu dichiarata invalida e non venne pubblicata negli Atti di quel convegno.

Dopo di che è calato il silenzio. Nessuno ha avuto più la sfrontatezza di citare Kuznetsov o Garza-Valdès, almeno in confronti pubblici. Ma nel gennaio di quest'anno, ecco l'ennesimo tentativo di attacco alla datazione con il C14[6]. Rinaldi ha già fornito un quadro estremamente chiaro di tutta la vicenda. Ci limiteremo, quindi, a fare luce su alcuni punti oscuri[7].

Punto numero 1: la provenienza dei fili usati da Rogers


Ecco la spiegazione del chimico americano Ray Rogers in una email, che mi ha spedito il 9 febbraio 2005, relativa ai segmenti di lino sindonico del 1988 in suo possesso: "Furono prelevati da Gonella e successivamente inviati a Alan Adler. Egli, a sua volta, li mandò a Stephen Mattingly (collega di Garza-Valdès) [Mattingly mi disse in una email che ho conservato che non li aveva mai guardati] e Mattingly li rispedì dopo la morte di Adler. L'AM*STAR (American Shroud of Turin Association for Research) ha la nota scritta a mano da Adler a Mattingly e ha conservato tutte le buste usate per le spedizioni".[8]
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Il disegno che illustra zone e quantitá dei prelievi del 1973 e 1988.
Curioso notare due aspetti. Primo, lo stesso Garza-Valdès conferma, in un articolo scritto nel 1993[9], di avere ricevuto i fili sindonici da Alan Adler , fibre di lino, però, prelevate nel 1978 e non durante il taglio del 1988. E, forse ancora più sconcertante, i presunti campioni trattenuti nel 1988 semplicemente non esistono ufficialmente, visto che il cardinale Saldarini lo aveva dichiarato inequivocabilmente nel 1998 durante il convegno mondiale di Torino. Quindi, ci si chiede: su quale materiale ha lavorato Rogers? Sui filamenti di Raes del 1973, su quelli del 1978 o sui fili inesistenti tanto da portare alla cancellazione della ricerca di Garza-Valdès dagli Atti del Convegno del 1998? È ovvio che non si tratta di una questione marginale, visto che in ambito scientifico gli esperimenti sono validi quando si conosce l'esatta provenienza del materiale e se con esso è possibile replicarli.

Da ultimo, ma non per questo meno importante, è un po' sospetta la coincidenza che Rogers abbia deciso di fare analisi microscopiche pubblicate su Thermochimica Acta sui filamenti sindonici solo dopo 15 o 20 anni dopo averli ricevuti in casa sua[10].

Punto numero 2: il rammendo medievale "invisibile"


Una debolezza dell'articolo di Rogers è rappresentata dalla fonte, la quale sostiene che nel lino della Sindone sia presente un rammendo medievale "invisibile" localizzato proprio nella zona del prelievo per il C14. Come già detto in precedenza, il punto numero 2 è stato ufficialmente sconfessato da mons. Giuseppe Ghiberti nella sua intervista a Avvenire e, forse, non si dovrebbe andare oltre. Tuttavia, per dare un quadro completo di come sia viziata scientificamente in partenza anche questa ultima ricerca, bisogna ricordare da cosa scaturiscono i test effettuati da Rogers.
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Un rammendo medievale sulla sindone

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L'immagine jpeg ingrandita da Marino e Benford che rappresenterebbe la prova del rammendo medievale invisibile.


Dopo il fallimento delle pseudo-teorie di Kuznetsov e Garza-Valdès, si è lentamente affermato il convincimento - o la speranza, direi io - che il prelievo dei tre campioni di lino sindonico fosse stato effettuato in un'area in cui erano presenti dei rattoppi medievali. I più convinti sostenitori di tale congettura furono un ex monaco benedettino, Joseph Marino, e la sua compagna Sue Benford. Al Congresso Sindonico Mondiale di Orvieto nell'agosto del 2000 presentarono una relazione e del materiale fotografico per ribadire che l'età radiocarbonica della Sindone era errata, poiché erano presenti dei rammendi nella zona del prelievo[11]. Un anno più tardi la rivista Radiocarbon rifiutò di pubblicare il loro contributo. Perché? Semplice: Marino e Benford si erano basati sull'osservazione di fotografie e non su esami diretti sulla Sindone . Come è mai possibile stabilire la presenza di rammendi estranei "invisibili" dall'analisi di fotografie? Ecco l'altra grave anomalia pseudoscientifica. Gli scienziati che hanno effettuato lo studio del tessuto nel 1988 direttamente sul lino sindonico non avevano visto toppe, né rammendi e neppure fili medievali nella zona del prelievo proprio perché si trattava di un'area lontana dalle bruciature del 1532 e dalle successive cuciture di restauro. Poi, con tutto il rispetto per gli americani Marino, Benford e Rogers, gli scienziati presenti al taglio dei tre campioni di lino il mattino del 21 aprile 1988 erano: il prof. Renato Dardozzi, membro della Pontificia Accademia delle Scienze, il prof. Franco Testore, titolare della cattedra di Tecnologie Tessili al Politecnico di Torino, il dott. Gabriel Vial, direttore del Museo dei Tessuti Antichi di Lione, i professori Robert Hedges e Edward Hall, responsabili del Laboratorio di Radiodatazione dell'Università di Oxford, e il dott. Michael Tite, Direttore del Laboratorio di Ricerca del British Museum di Londra, i proff. P. Damon e D. Donahue dei dipartimenti di Geoscienze e Fisica dell'Università dell'Arizona e il prof. W. Woelfli del dipartimento di Fisica del Politecnico di Zurigo. Ecco, secondo Rogers questi illustri cattedratici non avrebbero visto i rammendi dopo un esame microscopico diretto sulla reliquia, mentre J. Marino e S. Benford lo avrebbero individuato da un'immagine in formato JPG a bassa risoluzione ingrandita a dismisura. Questa non è nemmeno pseudoscienza: è pura fantascienza[12].

Quindi, come abbiamo appena cercato di chiarire, mancano i prerequisiti per una qualsiasi ricerca scientifica relativamente alla certezza della provenienza del materiale analizzato e alla correttezza formale nella formulazione di una nuova ipotesi ).

Punto 3: le analisi chimiche di Rogers


Le principali "scoperte" di Rogers sui fili sindonici - dopo ben 15 anni che li aveva nel suo home laboratory (laboratorio di casa), come lo definisce lui stesso - sarebbero sostanzialmente tre: 1) identificazione di residui di vanillina; 2) fibre di cotone presenti nel lino; 3) identificazione di un pigmento colorante, mordente e collante per tintura di tessuti. Riguardo alla contaminazione da cotone, la notizia non è per niente nuova. Max Frei usò guanti di cotone e nastro adesivo da cartoleria (vedi foto accanto) lasciando ovviamente numerose fibre sulla Sindone. Inoltre, è documentato da più parti come impurità di cotone siano molto frequenti nel processo di filatura del lino. Ma non solo. Ci sono testimonianze storiche dirette di come fosse diffusa la produzione e la commercializzazione del lino in Francia nel XIII secolo: spesso invece dei tessuti più preziosi e costosi di purissimo lino venivano vendute stoffe di lino misto a lana o cotone[13].
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Max Frei esegue in modo poco scientifico i prelievi dei pollini con guanti di cotone e nastro adesivo.
Sulle tracce di pigmenti coloranti, mordente e collante per tintura di tessuti rinvenuti da Rogers, la questione era già stata magistralmente sollevata da Walter McCrone, uno dei più illustri microscopisti di chimica analitica, che era stato inizialmente coinvolto dallo STURP nel 1978 prima di essere cacciato perché le sue indagini contrastavano con la teoria prevalente, vale a dire che la formazione dell'immagine fosse misteriosa e miracolosa[14]. Egli li aveva identificati in notevoli quantità sul tessuto sindonico[15]. Non è una novità, quindi, che possano essere stati individuati in varie zone del telo, visto che il microscopista americano non aveva escluso la presenza di tali pigmenti coloranti anche in altre zone del tessuto, in cui sarebbero state trasportate dal vapore e dall'acqua usata per spegnere l'incendio del 1532.

Ora l'ultima "scoperta": la vanillina. Rogers ha sfruttato la presenza o assenza di tale sostanza chimica per determinare l'età della Sindone. Visto che la vanillina viene prodotta dalla lignina nei tessuti di lino col passare del tempo, la determinazione della quantità rimasta potrebbe aiutarci a capire quanto sia giovane o vecchio il tessuto. Tuttavia, per dimostrare l'efficacia di questo metodo di datazione e provare, quindi, la discrepanza tra età radiocarbonica ed età da vanillina residua, Rogers doveva prima datare in modo indipendente i suoi campioni sindonici. Inoltre, visto che la vanillina si disperde in base alla temperatura circostante, Rogers doveva stabilire con esattezza quali condizioni climatiche o di (sur)riscaldamento aveva subito la reliquia negli anni. Qui la sperimentazione del chimico americano è particolarmente debole.

Egli utilizza l' Equazione di Arrhenius per stabilire, con un certo margine di approssimazione, la relazione vanillina-temperatura-tempo trascorso e stabilire quanti anni siano necessari per rilasciare tutta la vanillina presente nelle fibre di lino. Rogers calcola che ad una ipotetica temperatura costante di 25°C - sia all'interno del reliquiario, che durante le ostensioni - un lino prodotto nel 1260 d.C. avrebbe ancora il 37% di vanillina nel 2000, mentre la Sindone non ne ha più. Aggiunge, inoltre, che il fattore più rilevante per procedere in questo calcolo non sono le basse temperature, bensì quelle alte, visto che quanto maggiore è il riscaldamento che il lino ha subito, tanto più veloce è la dispersione della vanillina nell'ambiente. Proprio su questo punto, Rogers sorvola con troppa noncuranza su un evento determinante: l'incendio patito dalla Sindone la notte del 3 dicembre 1532 nella chiesa di Chambéry. Il calore delle fiamme fuse il coperchio del reliquiario, in cui era stata ripiegata più volte come una tovaglia ed il metallo fuso colò all'interno e ne distrusse un angolo e strinò un lato di piegatura[16]. Da esperimenti di laboratorio che miravano a replicare le condizioni chimico-fisiche di quell'incendio, si è ipotizzata una temperatura esterna di circa 500°C e interna di 180°C.[17] Ovvio, come tale condizione di surriscaldamento subita dal lino abbia potuto volatilizzare tutta la vanillina residua. Ed è proprio qui che le imprecisioni di Rogers hanno portato ad aspre critiche John Jackson, fisico americano dello STURP, anche lui convinto sostenitore dell'autenticità della Sindone: "Anzitutto, è essenziale comprendere che le Equazioni (1) e (2) nell'articolo su Termochimica Acta sono errate così come sono pubblicate" ("First, it is essential to realize that Equations (1) and (2) in the Termochimica Acta paper are incorrect as published"[18]). Infatti, Rogers assegna alla costante k due diversi valori. Dalle correzioni apportate da Jackson si deduce ancora meglio che il fattore temperatura è estremamente sensibile. Incrementando di soli 5°C l'ipotetico 25°C di temperatura costante, il tempo per volatilizzare il 95% della vanillina si abbassa vertiginosamente da 1319 a 579 anni. E, ancora più impressionante, ad una temperatura di circa 200°C - quella dell'incendio del 1532 - sono sufficienti 6,4 minuti per volatilizzare tutta la vanillina!

Inoltre, altri tipici segni di bruciature anteriori al 1516 ci suggeriscono che la Sindone venisse esposta vicino a delle torce accese. La documentazione ecclesiastica ricorda l'uso di tali strumenti d'illuminazione durante le ostensioni[19].

Infatti, lo stesso Rogers deve ammettere che "the storage conditions through the centuries are unknown" ("le condizioni di conservazione nei secoli sono sconosciute"): come si può, quindi, procedere ad un calcolo approssimativo per stabilire la vanillina residua, in cui il fattore temperatura è determinante, proprio se non si conoscono le temperature di esposizione e conservazione della Sindone e se si sottostima l'incendio del 1532?

Assurdo, infine, che Rogers abbia ignorato proprio un suo articolo. In Physics and Chemistry of the Shroud of Turin, A Summary of the 1978 Investigation del 1982 Rogers scrisse che l'analisi in fluorescenza a raggi X condotta su tredici fili del frammento Raes (la medesima zona del prelievo per il C14) aveva mostravo le stesse concentrazioni di calcio, stronzio e ferro rispetto al resto della Sindone. Elementi chimici che il tessuto aveva acquisito durante il processo di lavorazione e filatura. Lo stesso lino, dunque, senza rammendi o toppe, altrimenti non si spiegherebbe l'uniformità di tali composti in tutto il tessuto[20].

Ma c'è dell'altro. Secondo gli autorevoli pareri del prof. Malcom Campbell, ordinario di Botanica all'Università di Toronto, e del prof. Clint Chapple, docente di Biochimica alla Purdue University di West Lafaiette, Indiana, negli Stati Uniti, che definiscono l'articolo "very poor" (molto scadente), sono tre le imprecisioni di metodo scientifico commesse da Rogers, che avrebbero dovuto portare alla non pubblicazione dell'articolo:

1) Appropriatezza del metodo usato per verificare i residui di vanillina nei fili di lino: il test reagente Phloroglucinol-Hydrocloric-Acid (P-HCI) per lignina è una tecnica "qualitativa" e non "quantitativa". Non si capisce, quindi, come esami qualitativi siano stati impiegati per ottenere risultati quantitativi. Inoltre, è stato dimostrato in letteratura come il test P-HCI richieda una quantità minima di lignina per essere impiegato: la concentrazione deve essere superiore a 4,4%, mentre non può essere utilizzata se è inferiore all'1,47%. Rogers ha usato il criterio di assenza di macchiatura P-HCI per stabilire un limite d'età dei suoi campioni. E questa è certamente una scorrettezza di metodo: come può uno scienziato fare calcoli precisi basati sull'assenza di qualcosa? Raramente è possibile farli, comunque nell'articolo in questione non c'erano i riscontri sperimentali necessari. Un metodo sensibile per la quantificazione di lignina avrebbe potuto essere usato: la pirolisi-spettrometria di massa, sfruttata da Rogers solo per caratterizzare i carboidrati nei suoi filamenti, ma non per caratterizzare la lignina, nonostante le numerose ricerche pubblicate per la sua identificazione nelle fibre del lino.

2) Appropriatezza di controlli: nella ricerca Rogers non ha usato campioni di controllo (con età diverse e provenienze geografiche differenti), come invece si richiederebbe per testare un metodo di calcolo dell'età del lino come quello da lui usato. Non ha verificato il comportamento di frammenti di lino trattati con diversi metodi di tintura, visto che la tintura può avere effetti sull'identificazione della lignina. Colpisce anche l'affermazione "Nessuna semplice relazione tra colore ed età può essere avanzata, poiché i metodi di tintura sono cambiati nei secoli" (p. 190). In questo caso, allora, ci dovrebbe anche essere un effetto squilibrato di ritenzione della vanillina anche nei campioni di Rogers, perché tale ritenzione sarebbe stata modificata dalla tintura. Dopo tutto, le tecniche di tintura sono impiegate per ridurre la quantità di composti che si possono ossidare (creando, così, i diversi colori), inclusa la vanillina.

3) Riproducibilità degli esperimenti: le analisi di Rogers sono state eseguite una sola volta e mancano, quindi, i controlli dovuti per calcolare un "margine d'errore" nella datazione.

In breve, per testare adeguatamente l'ipotesi descritta da Rogers si sarebbero dovuti usare metodi appropriati, controlli adeguati e necessarie verifiche. Tali criteri non sono presenti nell'articolo "so - scrivono i due professori - the article fails on scientific grounds" ("quindi l'articolo fallisce su basi scientifiche").[21]

La Sindone ha fatto recentemente parlare di sé anche per un'altra ricerca. Nathan Wilson, docente di Retorica Classica al New St. Andrews College di Moscow, nell'Idaho, Stati Uniti, ha pubblicato un articolo corredato da materiale fotografico relativo ad un suo esperimento[22]. Nell'articolo ci sono molte inesattezze relativamente al presunto sangue, alle tracce di materiale organico, ai pollini e alle proprietà fisiche dell'immagine. L'americano si accoda acriticamente alla pubblicistica dello STURP. Anche senza accedere a tutti gli articoli pubblicati negli anni '80 basta fare un minimo ragionamento critico. Lo STURP osservò che le proprietà fisico-chimiche dell'immagine erano identiche e uniformi con analisi a raggi X, infrarosso e luce ultravioletta. Ora, come è possibile che i presunti capelli e l'epidermide abbiano lasciato un'impronta con le medesime caratteristiche fisico-chimiche visibili nelle diverse bande spettrali?

Wilson ha replicato l'immagine sindonica in un modo del tutto singolare rispetto ai suoi predecessori dopo vari tentativi[23]. Ha preso un vetro e lo ha fatto dipingere da un amico con un volto sindonico utilizzando un colore a tempera bianco. Ha quindi collocato un tessuto di lino della dovuta consistenza sotto il vetro ed ha esposto il tutto ai raggi del sole per dieci giorni. La luce che filtrava attraverso il vetro dipinto ha ossidato/disidratato i fili superficiali del lino, creando un'immagine negativa molto simile a quella della reliquia torinese. Ovvio che occorrerà verificare al microscopio quali precise modificazioni chimiche abbia subito il tessuto e compararle a quelle della Sindone. Certamente, si tratta di un altro esempio di come un alchimista medievale potesse creare un'immagine di tipo sindonico con le conoscenze dell'epoca[24].
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Il risultato ottenuto da Wilson grazie ai raggi del sole filtrati attraverso il vetro dipinto col volto sindonico (positivo e negativo fotografico).

Come per qualsiasi oggetto sottoposto all'analisi scientifica, anche chi studia la Sindone non può non utilizzare un appropriato e rigoroso metodo scientifico. In questi decenni, molte persone sono spesso giunte avventatamente alla conclusione che se il lino era del I secolo allora eravamo in presenza del telo funebre che aveva avvolto il corpo di Gesù nella tomba; oppure, se le macchie rosse erano sangue umano allora la Sindone era autentica. Tuttavia - come è stato recentemente evidenziato[25] - occorre seguire con scrupolo passaggi logici e sequenziali che devono tutti essere dimostrati:

a) la Sindone deve essere un lino originale del I secolo, epoca in cui visse Gesù; (mentre, le uniche analisi universitarie effettuate con il C14 lo hanno datato XIV secolo);
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Il vetro dipinto usato da Wilson per realizzare la sua sindone.
b) le macchie rosse sono sangue umano (mentre, oltre al ferro e al calcio, non è mai stata identificata alcuna traccia di potassio, fondamentale per confermare che le sostanze identificate non appartengano ad altri composti chimici; inoltre, la sostanza rossa di cui è formato "il sangue" non si dissolve in glicerina, acqua ossigenata, acido acetico e essa dà esito negativo al test della benzidina e alla cromatografia, esami fondamentali per stabilire la presenza di sangue umano[26]);

c)la Sindone è il panno funebre in cui è stato avvolto un cadavere (mentre, un uomo [figura solida] produce un'immagine distorta su di un telo [figura piana]);

d)il telo è riconducibile proprio a Gesù Cristo e non ad un'altra persona (mentre, non se ne è sicuri perché i vangeli canonici hanno versioni differenti e contrastanti della sepoltura di Gesù);

e)se quello di Gesù Cristo è il corpo raffigurato sulla Sindone, è opportuno definire l'aspetto di Gesù;(mentre, nulla ci dice il Nuovo Testamento dell'aspetto di Gesù, tranne San Paolo che scrive che era indecoroso per un cristiano portare barba e capelli lunghi 1Cor. 11,7-14 e Atti 21,24);

f) dimostrare che i vangeli canonici sono cronache storiche oggettive relativamente alla morte e resurrezione di Gesù (mentre, essi sono narrazioni di parte incentrate sul messaggio di Cristo)

Chi sostiene l'autenticità della Sindone deve provare tutte e sei queste affermazioni, mentre la scienza le ha già confutate tutte.

Cosa aggiungere: questo, probabilmente, non sarà l'ultimo tentativo di screditare le analisi con il C14 che hanno messo la parola fine al dibattito. Troppo spesso la pubblicistica popolare a favore dell'autenticità della Sindone non cita deliberatamente che la controversia era già stata risolta per vie ufficiali da un Papa cattolico, Clemente VII, nel 1390. In riferimento all'ostensione della reliquia, il Pontefice aveva scritto in una Bolla papale in modo inequivocabile: "... et dicat alta et intelligibili voce, omni fraude cessante, quod figura seu representacio predicta non est verum Sudarium Domini nostri Ihesu Xpisti" ("e si dica ad alta e chiara voce, affinché cessi ogni frode, che la suddetta figura o rappresentazione non è il vero Sudario del Signore nostro Gesù Cristo")[27]. Tuttavia, per coloro che sono fermamente convinti nell'autenticità della Sindone non c'è prova documentale per possa fare vacillare le loro certezze: sia esso il C14 o i testi medievali contemporanei alle prime ostensioni.

Proprio per questo, dopo i tanti contributi pseudoscientifici di questi anni, una buona dose di diffidenza e di scetticismo verso le presunte "scoperte" sindoniche sono d'obbligo.


Antonio Lombatti
Deputazione di Storia Patria, Sezione di Parma

Note


1) Un breve biografia, corredata con vari messaggi di condoglianze, si può leggere al sito http://www.shroud.com/latebrak.htm#rogers .
2) P.E. Damon, D.J. Donaue, B.H. Gore, A.L. Hatheway, A.J.T. Jull, T.W. Linick, P.J. Sercel, L.J. Toolin, C.R. Bronk, E.T. Hall, R.E.M. Hedges, R. Housley, I.A. Law, C. Perry, G. Bonani, S. Trumbore, W. Woefli, J.C. Ambers, S.G.E. Bowman, M.N. Leese, M.S. Tite, "Dating of the Shroud of Turin", Nature, 337 (1989), pp. 611-615. Il carbonio, indicato col simbolo C, è un elemento chimico diffusissimo in natura e negli organismi viventi. Due sole forme sono stabili, il C12 e il C13, mentre vi è una forma instabile e radioattiva: il C14. Dopo la morte di un essere vivente, cessa l'equilibrio con l'ambiente esterno perché non è più possibile l'assunzione di nuovo C14 e quello presente nell'organismo comincia a decadere, emettendo raggi beta e gamma e trasformandosi in qualche decina di migliaia di anni nell'isotopo N14 dell'azoto. La datazione in laboratorio stabilisce, con metodi e tecniche particolari, il residuo presente di C14 determinando, così, l'età radiocarbonica di quell'organismo vivente.
3) D.A. Kuznetsov, A. Ivanov, P.E. "Veletsky, Effects of fires and biofractionation of carbon isotopes on results of radiocarbon dating of old textiles: The Shroud of Turin", Journal of Archaeological Science, 1 (1996), pp. 109-122.
4) A.J.T. Jull, D.J. Donaue, P.E. Damon, "Factors affecting the apparent radiocarbon dating of old textiles: The Shroud of Turin by Kuznetsov et al.", Journal of Archaeological Science, 1 (1996), pp. 157-160 e successivamente R.E.M. Hedges, G. Bronk Ramsey, G.J. van Klinken, "An Experiment to Refute the Likelihood of Cellulose Carbolxylation of the Shroud of Turin", Approfondimento Sindone, 2 (2002), pp. 60-62.
5) G.M. Rinaldi, "Lo scienziato immaginario", Scienza & Paranormale, 43 (2002), pp. 20-64.
6) R.N. Rogers, "Studies on the radiocarbon sample from the shroud of Turin", Thermochimica Acta, 425 (2005), pp. 189-194; Rogers, tra l'altro, ha pubblicato gran parte dei suoi articoli su vari argomenti di chimica analitica proprio su Thermochimica Acta (R.N. Rogers, Thermochimica Acta, 11, [1975], p. 131; R.N. Rogers, L. C. Smith, Thermochimica Acta, 1 [1970], p. 1; R. N. Rogers, "Differential Scanning Calorimetric Determination of Kinetics Constants of Systems that Melt with Decomposition", Thermochimica Acta, 3, [1972], p. 437; R.N. Rogers, G. W. Daub, "Determination of Condensed-Phase Kinetics Constants", Thermochimica Acta, [1974], p. 855; R.N. Rogers, J. L. Janney, M. H. Ebinger, Thermochimica Acta, 59, [1982], pp. 287-298).
7) G.M. Rinaldi,"Medievale era il rattoppo", Scienza & Paranormale, 59 (2005), pp. 11-14.
8) 8) "They were taken by Gonella, and they were subsequently transferred to Al Adler. He transferred the yarn segments I used to Stephen Mattingly [Mattingly stated to me in a retained e-mail that he never even looked at them.], and Mattingly sent them back after Al's death. AM*STAR has the handwritten note from Al to Mattingly, and all of the shipping envelopes have been saved. I was specifically directed to save all of this material and return it", email all'autore del 9 febbraio 2005.
9) L.A. Garza-Valdès, F. Cervantes-Ibarrola, "Biogenic varnish and the Shroud of Turin", in L'identification scientifique de l'homme du Linceul, Jésus de Nazareth, éd. par A.A. Upinsky, Atti del Simposio Internazionale, Roma 1993, Paris 1995, p. 282.
10) Rogers, infatti, dichiara di avere alcuni fili sindonici della zona del prelievo del C14 dal 1979: quei fili facevano parte del campione di Raes (p. 189).
11) 11) J. Marino, M.S. Benford, "Evidence for the skewing of the C-14 dating of the Shroud of Turin due to repairs", Sindone 2000, a cura di E. Marinelli, A. Russi, Atti del Congresso Mondiale, Orvieto 2000, San Severo (FG) 2002, vol. 1, pp. 57-64 e fotografie alle pp. 27-30, vol. 3.
12) S. Schafersman, "A Skeptical Response to Studies on the Radiocarbon Sample from the Shroud of Turin by Raymond N. Rogers" Thermochimica Acta 425:189-194, 2005, reperibile al sito http://www.skeptic.ws/shroud/articles/rogers-ta-response.htm . Ovvio, inoltre, come un'ipotetica - anzi, impossibile - tessitura di lino medievale (XIV sec.) mista a lino del I sec. avrebbe dato un'età radiocarbonica del VII sec.
13) J. Quicherat, Histoire du costume en France depuis le temps les plus reculés jusque à la fin du XVIIIe siècle, Paris1877, p. 188.
14) Per rendersi conto di che tipo di associazione fosse lo STURP - un misto di cristiani con incarichi in istituzioni militari - nato dall'iniziativa di J. Jackson e due sacerdoti cattolici si veda la ricostruzione di C. Papini, Sindone. Una sfida alla scienza e alla fede, Torino 1998.
15) W.C. McCrone, "The Shroud of Turin: blood or artist's pigment?", Accounts of Chemical Research, 23 (1990), pp. 77-83; W.C. McCrone, "The shroud image", The Microscope, 48 (2000), pp. 79-85; W.C. McCrone, "Red ochre and vermillion on Shroud tapes?", Approfondimento Sindone, 1 (1997), pp. 21-28. Si dimentica spesso che McCrone ha ricevuto l' American Chemical Society's National Award in Chimica Analitica proprio per il suo lavoro sulla Sindone. Né Rogers, né Heller o Adler hanno mai avuto un riconoscimento mondiale così prestigioso per il loro lavoro sulla reliquia torinese. Questo mi preme ricordarlo, perché ancora oggi molti sindonologi tendono addirittura a non considerare i risultati di McCrone opponendogli quelli di Rogers e Adler.
16) P. Baima Bollone, Sindone e scienza all'inizio del terzo millennio, Torino 2000, pp. 90-91.
17) M. Moroni, "The Age of the Shroud of Turin, in The Turin Shroud: Paste, Present, and Future", Atti del Simposio Internazionale, Torino 2000, a cura di S. Scannerini, P. Savarino, Cantalupa (TO) 2000, p. 516. Per ottenere il tipico colore sindonico - un lino, infatti, non ha la stessa tonalità della Sindone - il tessuto deve avere subito una temperatura interna di circa 170°C: il calore è stato, quindi, la causa dell'ingiallimento del telo. Da questo punto di partenza si è cercato di calcolare la temperatura esterna. Il reliquiario di argento-piombo, con temperatura di fusione attorno ai 500°C, si deforma, fino a lacerarsi o scoperchiarsi, per la presenza dei gas della dilatazione termica all'interno del contenitore, M. Moroni, M. Bettinelli, "La vera età della Sindone", Atti del Simposio Internazionale, Roma 1993, cit., pp. 141-147.
18) J.P. Jackson, K.E. Propp, commento nel forum di discussione "ShroudScience" di Yahoo dell'11 febbraio 2005. Anche le successive osservazioni matematiche sono tratte da questo commento di Jackson e Propp. "La costante k definita nell'equazione 2 contiene il fattore di Boltzmann exp(-E/RT), dove E=123800 e R=8.314: questa stessa combinazione non dovrebbe apparire di nuovo nell'equazione 1 per il calcolo cinetico, che usa k esplicitamente (Jackson e Propp citano I.N. Levine, Physical Chemistry, McGraw Hill 1994)". L'equazione 2, che definisce la percentuale dipendente della costante k per la temperatura include anche un anomalo simbolo "e" che andava eliminato. Solo rimuovendo il fattore Ze-E/RT dall'equazione 1 può l'equazione 3 - corretta per una temperatura fissata arbitrariamente - essere calcolata matematicamente."
19) "Dictus pannus fuit in dicta ecclesia populo exhibitus et ostensus in solennitatibus et festis frequenter et alias manifeste, cum solennitate maxima et majori quam ibi ostendatur Corpus Domini nostri Jhesu Xpisti, videlicet duobus sacerdotibus albis indutis cum stolis et manipulis, quamplurimum reverenter, accensis torchiis in loco eminenti", citato da U. Chevalier, Étude critique, Paris 1900, doc. G, p. IX.
20) R.N. Rogers, L.A. Schwalbe, "Phsysics and Chemistry of the Shroud of Turin", in Analytica Chimica Acta, 135 (1982), pp. 3-49, in particolare la n. 6, p. 47.
21) Email all'autore dell'8 febbraio 2005.
22) N.D. Wilson, "Father Brown Fakes the Shroud", Books and Culture, 2 (2005), p. 22.
23) V. Pesce Delfino, E l'uomo creò la Sindone, Bari 1982; J. Nickell, Inquest on the Shroud of Turin, Amherst (NY) 1987; E.A. Craig, R.R. Braisee, "Image Formation and the Shroud of Turin", Journal of Imaging Science and Technology, 1 (1994), pp. 59-67; N.P.L. Allen, The Turin Shroud and the Crystal Lens, Port Elizabeth 1998; W.C. McCrone, Judgement Day for the Shroud of Turin, Chicago 1997.
24) Dagli ambienti sindonologi americani in particolare si è levata subito la critica relativa all'impossibilità di avere nel Medioevo una lastra di vetro di due metri per realizzare l'immagine sindonica. Tuttavia, questa critica non ha fondamento storico. C'è una fonte primaria fondamentale: il monaco benedettino Theophilus (1100-1140); egli scrisse un trattato sulla lavorazione del vetro, Schedula diversarum artium (E. Brephols (a cura di), Theophilus Presbyter und das mittelalterliche Kunsthandwerk, Köln 1999) Si tratta di un'opera preziosa, su cui si dice che anche i vetrai contemporanei basano ancora le varie fasi di realizzazione del vetro. A partire dall'XI secolo, la supremazia orientale nella lavorazione del vetro lasciò lentamente il passo a quella occidentale. Il motivo principale fu che chiese tardoromaniche e gotiche, ma anche le residenze feudali, richiedevano grandi lastre di vetro per vetrate e pannelli (M.P. Lillich, Studies in Medieval Stained Glass and Monasticism, London 2001). Le aree principali di lavorazione erano attorno a Venezia, nel sud di Francia e Germania e nella zona di Bruxelles. Theophilus scrive in un capitolo che per vetri di grandi dimensioni era usato un telaio di piombo (compages plumbeus), sul quale esso veniva direttamente soffiato. Osservando le stupende vetrate gotiche delle maggiori cattedrali si possono immediatamente individuare pannelli vitrei di grandi dimensioni formati da un'unica lastra (W.S. Stottard, Monastery and Cathedrals in France. Medieval Architecture, Sculpture and Stained Glass, Middletown 1966). Ora, è vero che queste vetrate possono presentare difetti di fabbricazione, dovuti a bolle d'aria o altre imperfezioni, ma ciò che non toglie che si potesse disporre di una lastra di vetro da due metri nel Medioevo. Inoltre, occorrerebbe provare come e in che modo tale impurità nel vetro possano impedire la realizzazione di un'immagine come quella di Wilson.
25) M. Magnani, Spiegare i miracoli , Bari 2005, pp. 82-83.
26) In proposito si veda l'ormai introvabile P. Caramello (a cura di), "La S. Sindone. Ricerche e studi della Commissione di esperti nominata dall'Arcivescovo di Torino, Card. Michele Pellegrino, nel 1969-1973", Supplemento alla Rivista Diocesana Torinese, Torino 1976.
27) Bolla di Papa Clemente VII del 6 gennaio 1390 indirizzata ai canonici della collegiata di Lirey, dove di esponeva la Sindone (U. Chevalier, cit., doc. K, p. XV); la stessa terminologia è usata per le correzioni del 30 maggio 1390 (figura seu representatio), in cui il Papa ribadisce: "Figuram seu rapresentationem non ostendunt ut verum Sudarium D.N.J.C" ("Non si esibisca tale figura o rappresentazione come il vero Sudario del Signore nostro Gesù Cristo").