Newton: alchimista clandestino

Storia semisconosciuta di un gigante della scienza e della sua passione irrazionale per l'alchimia

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  • 10-01-2006
  • di Andrea Albini
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Isaac Newton.
Essere considerato uno dei principali rappresentanti di un modo moderno di fare scienza come lo è stato Isaac Newton può portare, talvolta, a degli inutili equivoci. Può capitare che qualcuno dimentichi che questo grande scienziato fosse, nonostante tutto, figlio della sua epoca, e abbia praticato attività legate ad un modo magico di vedere la realtà proprie di un'epoca, come il XVII secolo, che rappresenta una transizione tra i misticismi del Rinascimento e l'interpretazione meccanicistica del mondo che caratterizzò i periodi successivi.

Newton è un caso emblematico: egli dedicò una considerevole parte delle sue energie intellettuali non solo alla matematica, alla meccanica e all'ottica, per cui è diventato famoso, ma anche allo studio dell'alchimia e delle profezie bibliche[1]. Non stupisce che alcuni nemici della razionalità se ne siano compiaciuti, ma anche loro sbagliano. È vero che in un certo contesto Newton mostrò di avere un orizzonte mentale non dissimile da quello di altri intellettuali della sua epoca ma, anche all'interno di ciò che con un termine improprio potremmo chiamare il suo "errore", egli non mancò di dimostrare il suo genio. Questo fatto è riassunto con efficacia in un articolo apparso alcuni anni or sono sulla rivista La Recherche intitolato: "Isaac Newton, un alchimista diverso dagli altri"[2].

Prima di descrivere come questa figura leggendaria ebbe a che fare con un argomento che oggi consideriamo irrazionale è necessario fare un'importante precisazione: il fatto che Newton praticasse l'alchimia o la "decifrazione" delle profezie, non modifica in alcun modo l'importanza delle scoperte scientifiche teoriche e sperimentali per cui è celebrato. Inoltre, come vedremo in seguito, Newton scrisse ampiamente di alchimia, ma preferì tenere per sé i propri manoscritti piuttosto che consegnarli alle stampe.

L'alchimista clandestino


Isaac Newton nacque nel 1642, lo stesso anno in cui morì Galileo, ed è considerato da molti il più grande genio scientifico di tutte le epoche; ancora più geniale di Einstein perché, a differenza di questi, dovette inventarsi gli strumenti matematici necessari per risolvere i problemi di fisica che si era posto[3]. Oltre a Einstein, come fisico teorico solo Maxwell può essere paragonato a Newton, mentre nel campo della matematica il suo genio si avvicina a quello di Gauss: il tutto concentrato in una sola persona.

Se però andiamo ad esaminare l'inventario della biblioteca personale di questo scienziato inglese oppure le sue carte manoscritte ci troviamo di fronte ad una sorpresa: Newton possedeva ben 138 libri di alchimia e 31 di chimica (anche se la differenza fra le due cose a quell'epoca era sfumata) che rappresentavano circa il 10 per cento del totale. A confronto, i suoi libri di matematica erano 369, mentre quelli di teologia arrivavano a 447[4]. Per dare un'idea dell'interesse di Newton per l'alchimia basti considerare che il biografo Richard Westfall ha calcolato oltre un milione di parole scritte di suo pugno in manoscritti alchemici[5]. In aggiunta, tra le carte personali dello scienziato sono stati trovati un certo numero di manoscritti scritti con calligrafie differenti, il che ha fatto supporre che Newton facesse parte di un circolo segreto di alchimisti che si scambiavano informazioni sul loro lavoro.

Quali sono le ragioni di questa riservatezza e di che considerazione godeva l'alchimia all'epoca di Newton? Nel Seicento gli alchimisti erano tollerati, incoraggiati o derisi a seconda delle nazioni in cui si trovavano e delle speranze o dei timori che avevano riguardo ai loro possibili successi i monarchi che le governavano. Negli anni si erano visti alchimisti poveri arricchirsi spremendo quattrini a finanziatori creduli; ma anche persone benestanti che inseguendo il loro sogno alchemico si erano rovinate finanziariamente[6]. Esistevano anche alchimisti "seri" che avevano credenziali accademiche; uno di questi era Robert Boyle, l'autore de Il Chimico Scettico[7]. Anche se in Gran Bretagna era ancora in vigore il bando emanato da Enrico IV nel 1404 contro coloro che cercavano di "moltiplicare" i metalli, Boyle non ebbe problemi a dichiararsi un alchimista sperimentale e a pubblicare perlomeno le sue scoperte più "scientifiche"[8]. Non dimentichiamo che la chimica, nella sua concezione moderna, nacque solo nel secolo successivo con la "rivoluzione" di Lavoisier e Priestley. Nel XVII secolo, i termini "chimica" e "alchimia" non rappresentavano due discipline differenti ma si confondevano tra loro[9]. La rivoluzione scientifica, in realtà, fu una trasformazione che si impose lentamente: ancora nel Settecento - in pieno Illuminismo - il numero di testi alchemici dati alle stampe era paragonabile a quello dei due secoli precedenti, anche se ormai non facevano più parte della corrente principale della scienza[10].

Al contrario di Boyle, Newton preferì non divulgare i suoi interessi alchemici. Le ragioni possono essere molteplici; da un lato il desiderio di non mescolare fatti sperimentali con speculazioni teoriche, dall'altro la paura di essere attaccato o deriso. D. Jablow Hershman e Julian Lieb hanno interpretato retrospettivamente tutta la biografia di Newton con una serie ricorrente di crisi maniaco-depressive, che, insieme ad un'eccezionale capacità di concentrazione, spiegherebbero il suo genio, oltre alle periodiche difficoltà ad avere rapporti sociali e alla sua intolleranza verso le critiche[11].

Tra il 1665 e il 1666, Newton, rifugiato nel villaggio natio di Woolsthorpe per fuggire alla peste, attraversò un momento di creatività estremamente fruttuoso nel campo della matematica, della meccanica e dell'ottica. Sebbene sia un mito credere che ebbe una sorta di "illuminazione" improvvisa e totale - in realtà la sua eccezionalità sta piuttosto nella rapidità con cui riusciva a concatenare domande e risposte nelle sue indagini[12] -, Newton divenne presto de facto il maggiore matematico in Europa. Sorprendentemente negli anni seguenti, nonostante una nomina accademica a Cambridge, fece di tutto per isolarsi dagli altri scienziati e abbandonò gli studi sull'ottica, convinto di essere vittima di una cospirazione, dopo che una sua comunicazione fu criticata dal collega Robert Hooke. Negli anni successivi, mentre tentava di farsi dimenticare, si consacrò principalmente agli studi segreti di alchimia e teologia. Fu solo quando, a partire dal 1684, il matematico Edmond Halley iniziò ad insistere perché pubblicasse le sue scoperte sul moto dei corpi celesti, che Newton decise di scrivere i Principia Mathematica e si reinserì, in qualche modo, nella vita sociale. Senza l'intervento di Halley egli forse non avrebbe mai pubblicato la sua opera maggiore e avrebbe continuato ad occuparsi di alchimia. Anche negli anni successivi, però, il suo interesse per "l'Arte" rimase.

Il crollo e la delusione


Nel 1693, mentre stava attraversando un periodo di forte tensione emotiva, Newton stese un testo, noto come Praxis, che è l'unico manoscritto in cui egli abbia mai dichiarato di essere riuscito a trovare un metodo per ottenere la "moltiplicazione all'infinito" di un preparato alchemico[13]. Gli storici hanno formulato varie ipotesi sulle cause della "grande crisi" del 1693; tra queste una delle più intriganti ipotizza che lo scienziato sia stato vittima di una intossicazione da mercurio mentre eseguiva i suoi esperimenti, considerato che era solito "assaggiare" i suoi preparati e che una serie di analisi chimiche eseguiti su sue ciocche di capelli, conservate come cimeli in vari musei, hanno evidenziato quantità insolitamente alte rispetto ai valori oggi considerati normali di cloro, oro, arsenico, antimonio, piombo e mercurio[14]. Alcuni dei sintomi descritti nelle lettere che Newton scrisse in quel periodo, come insonnia, problemi digestivi, perdite di memoria e deliri paranoici, sono compatibili con questo tipo d'intossicazione cronica[15]. Per convalidare l'ipotesi di un avvelenamento da mercurio manca però l'indicazione di un altro sintomo importante: l'esame della calligrafia dello scienziato in quel periodo non sembra indicare che sia stato vittima di tremori[16].

Il biografo Westfall ha messo in evidenza come Newton abbia abbandonato bruscamente la stesura di Praxis dopo essersi ripreso dal crollo nervoso; sottolineando che anzi questo momento segnò un progressivo calo di interesse nei confronti dell'alchimia dopo un periodo di studio e sperimentazione quasi maniacale[17].

Alcuni indizi di un preesistente disincanto da parte di Newton nei confronti dell'Arte viene da due lettere che egli scrisse al filosofo John Locke, anch'esso appassionato di alchimia. Boyle era morto da poco e aveva comunicato ad entrambi i suoi corrispondenti come realizzare un particolare procedimento alchemico. Nella prima lettera, risalente all'inizio del 1692, Newton ringraziava Locke dell'invio di una quantità fin troppo elevata di "terra rossa" per ripetere l'esperienza, dichiarando che non desiderava proseguire quel tipo di indagine e non aveva opinioni riguardo al suo esito[18]. Nell'agosto dello stesso anno, Newton fece seguire una seconda lettera. In essa cercava di dissuadere Locke dal perdere tempo e danaro nel tentativo di duplicare i procedimenti di Boyle, e chiedeva che il suo nome non fosse divulgato nel caso Locke decidesse di dare alle stampe le carte alchemiche dello scienziato deceduto. Newton aveva interrotto in precedenza ogni corrispondenza con Boyle su argomenti di alchimia perché riteneva che fosse in contatto con persone "troppo aperte e desiderose di fama". La lettera si concludeva con l'ammissione di non aver mai trovato una risposta al problema della "moltiplicazione". Al contrario Newton aveva elaborato un'argomentazione a sfavore di essa ed era disposto a farla avere a Locke in una lettera successiva. Sfortunatamente, la restante parte di questa corrispondenza non è arrivata fino a noi[19].

Per il filosofo della scienza Alfred Rupert Hall, Newton mostrò di possedere più una speranza che una solida fiducia nella realtà del grande "mistero cosmico" che l'alchimia prometteva di rivelare[20]. Nel 1676, in una lettera a Henry Oldenburg - fondatore della prestigiosa Philosophical Transactions - Newton dimostrò un certo scetticismo riguardo ad una precedente comunicazione di Robert Boyle su un misterioso procedimento per produrre "mercurio" mescolando oro all'interno di un amalgama caldo, aggiungendo che la rivelazione di questi "scritti ermetici" avrebbe prodotto un grave danno all'umanità nel caso fossero veri[21].

Alchimia quantitativa e forze vitalistiche


Il carattere distintivo e innovativo dell'alchimia di Newton è che essa non aveva mai raggiunto in precedenza una tale precisione quantitativa[22]. Nonostante il pionieristico lavoro di studiose come Karin Figala e Betty Jo Teeter Dobbs[23], la maggior parte dei manoscritti alchemici di Newton devono essere ancora studiati e sono di difficile interpretazione, sia perché sono scritti (seguendo la consuetudine ermetica) utilizzando un linguaggio e una simbologia segreta, sia perché Newton non rese mai noto esplicitamente i suoi obiettivi e le sue interpretazioni nel campo dell'alchimia[24]. È necessario tener conto, però, che l'interesse di Newton per l'alchimia non si limitò unicamente ai suoi aspetti strettamente chimici e metallurgici, ma riguardò anche quelli allegorici e simbolici[25]. Newton era convinto che sia le Scritture sia gli antichi testi alchemici contenessero la "verità" nascosta in un linguaggio esoterico. Di conseguenza, dedicò grandi sforzi ad un lavoro di trascrizione e "decodifica" degli stessi; al punto da rendere talvolta difficile discriminare tra le sue speculazioni originarie e quelle di altri. Considerò significativa la letteratura alchemica mitica, però, solo fino a quando essa indicava la direzione verso cui indirizzare gli esperimenti che avrebbero condotto alla scoperta di nuovi fatti[26]. Come abbiamo visto, nell'ultima parte della sua vita, perlomeno per quanto riguardava l'alchimia, Newton ebbe modo di sviluppare un certo scetticismo sull'efficacia di questo modo di procedere.
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Alcuni studiosi, tra cui Westfall, hanno sostenuto che l'interesse di Newton per l'alchimia fosse dovuto ad una sua ribellione personale contro i limiti di una filosofia meccanicistica che percepiva come troppo laica[27]. Gli studi di alchimia, al contrario, permettevano di elaborare una teoria sulla composizione della materia e sulle forze interagenti che desse spazio ad un'interpretazione vitalistica e creatrice. Le idee filosofiche di Newton sono oggi oggetto di studio ed interpretazione ma certo è che le ha sempre tenute separate dai fatti nell'esposizione delle sue opere scientifiche maggiori; come nei Principia, in cui sono espresse nello "Scholium Generale" - il breve commento che compare al termine del volume a partire dalla seconda edizione -, oppure nell'Ottica dove sono confinate nei "Quesiti" speculativi nella parte conclusiva dell'opera. Possiamo dire che con i Principia si stabilisce un modo di presentazione che è libera da quello che oggi chiamiamo "considerazioni extrascientifiche"[28]. Newton condivideva la convinzione di altri grandi scienziati della sua epoca, come Galileo, Bacone, Boyle, Gassendi e Mersenne, che esiste una netta distinzione tra le ipotesi congetturali e i fatti stabiliti sperimentalmente. Egli non si accontentò mai delle semplici ipotesi ma lavorò perché queste fossero confermate attraverso lunghe serie di meticolosi esperimenti. L'intenso sforzo delle sue ricerche lo portò a ridefinire nuove domande ed a progettare altri esperimenti. Nel campo della meccanica dei corpi celesti Newton ebbe successo ma non riuscì a dimostrare la natura corpuscolare della luce né tanto meno ad ottenere risultati nel campo dell'alchimia, pur avendo eseguito centinaia di minuziosi esperimenti[29].

Nonostante il suo desiderio di riservatezza, il prolungato interesse che Newton ebbe per l'alchimia rimase ben poco un segreto. Per un personaggio che ancora vivente era considerato il più grande matematico del mondo e che in seguito subì una sorta di "divinizzazione" scientifica la cosa non poteva che suscitare un certo imbarazzo tra le successive generazioni. Ad esempio, quando sulla metà dell'Ottocento il biografo David Brewster trovò alcuni scritti di alchimia li liquidò come una semplice curiosità[30]. Solo nel 1936, dopo che il celebre economista John M. Keynes acquistò ad un'asta un lotto di manoscritti alchemici newtoniani e si mise a pubblicizzarne la sua scoperta, descrivendo Newton come "l'ultimo dei maghi", ogni tentativo di ridimensionamento - o quel che è peggio, di censura - venne vanificato e finalmente si inaugurò una serie di seri studi, che interpretavano l'attività segreta dello scienziato all'interno del contesto storico.

Un alchimista fino alla morte?


Fin qui i fatti storicamente provati. Restano una serie di aneddoti e speculazioni sul coinvolgimento di Newton nel campo dell'alchimia e delle arti occulte che possono sicuramente essere elementi di ispirazione per un romanzo ma nulla più. A partire dal 1696, Newton si trasferì a Londra per dirigere la Zecca dello Stato. Poco prima di lasciare Cambridge (ma forse si trattava dell'anno prima), aveva ricevuto un misterioso personaggio con cui aveva discusso di un procedimento a base di vetriolo, messo a punto da un altro alchimista[31]. Sappiamo inoltre che Newton trasportò a Londra non solo la sua biblioteca ma anche parte della sua attrezzatura sperimentale[32].

Nel 1727, poche settimane prima di morire, Newton bruciò con l'aiuto del nipote John Conduitt una serie di carte nella sua casa londinese di Leichester Field. Sfortunatamente Conduitt fu molto vago sulla natura di questi documenti. Da allora le speculazioni non sono mancate: si trattava di copie di documenti amministrativi, minute e ricevute della Zecca, come suppongono gli storici ortodossi, oppure di qualche vero o presunto segreto alchemico? Probabilmente non lo sapremo mai ma rimane il fatto storico che con il trascorrere degli anni l'interesse di Newton per l'alchimia si affievolì. L'acquisto di libri alchemici continuò anche a Londra ma non esistono documenti che indichino che lo scienziato continuasse a prendere appunti da essi come aveva fatto precedentemente. Tra le carte di Newton, il biografo Westfall ha trovato solo quattro frammenti di note alchemiche attribuibili al periodo londinese[33]. Conduitt ci ha anche lasciato una malinconica testimonianza di un anziano Newton che avrebbe volentieri ripreso a "trafficare con i metalli" se solo fosse stato più giovane. Trent'anni di "intensa devozione all'Arte" lasciarono il loro segno, sostiene Westfall, ma quel periodo comunque si concluse[34].

Completamente priva di fondamento è invece la speculazione che Newton abbia varcato la "linea di separazione" tra l'alchimia e lo studio delle profezie e il campo della negromanzia; magari incoraggiato da Fatio de Duillier, uno studioso con cui Newton fu legato per un certo periodo da un'amicizia particolare e che, in seguito, si legò a gruppi occultisti e morì pazzo e in povertà. Una recente biografia divulgativa su Newton lancia quest'ipotesi per poi concludere che non esistono prove definitive che lo scienziato praticò la magia nera anche se alcuni indizi la renderebbero una "possibilità interessante"[35].

In questo articolo non abbiamo trattato del Newton "teologo", intento ad uno studio metodico delle Scritture e dell'Apocalisse per arrivare ad una "conoscenza assoluta", ottenuta seguendo un metodo ermeneutico che ricalcava il suo metodo scientifico ma non era al riparo dal dogmatismo[36]. Per i metri di giudizio attuali, Newton potrebbe essere tranquillamente considerato un fondamentalista e non si vede come un fondamentalista possa lasciarsi attrarre dalla magia nera.

Newton e l'astrologia


Tra gli altri interessi occulti attribuiti a Newton c'è anche quello che egli abbia dato credito all'astrologia. Derek Thomas Witheside, professore emerito di storia della matematica a Cambridge, ha affermato che su cinquanta milioni di parole scritte da Newton che sono arrivate fino a noi, non esiste alcun riferimento all'astrologia[37]. Al momento della sua morte, l'imponente biblioteca dello scienziato conteneva solo quattro volumi di astrologia mentre non corrisponde a verità la voce secondo cui la Bodleian Library di Oxford possieda un suo prezioso trattato manoscritto su argomenti astrologici[38]. Per Bernard Cohen, storico della scienza ad Harvard, e George E. Smith, filosofo della scienza alla Tuft University, Newton "sdegnò lo studio dell'astrologia, dopo aver concluso che non vi era nessuna legittimità nelle predizioni basate sugli oroscopi"[39]. Apocrifa è anche una diceria secondo cui Newton era solito zittire l'astronomo Halley su argomenti di astrologia rinfacciandogli: "Io ho studiato queste cose mentre tu no!": in realtà, Newton rimproverava in questo modo il collega, ma solo quando questo osava criticare la religione[40]. Esistono anche una nota redatta poco dopo la morte dello scienziato dall'amico Abrahm de Moivre e il resoconto di un colloquio che Newton ebbe prima di morire con il nipote John Conduitt, durante il quale l'illustre zio dichiarò che quando era studente a Cambridge, dopo aver valutato l'assurdità dei calcoli e dei diagrammi astrologici, si convinse della "vanità e vacuità della pretesa scienza che si fa chiamare astrologia giudiziaria"; cosa che lo incoraggiò a intraprendere seri studi matematici[41].

Andrea Albini
Collaboratore tecnico presso l'Università di Pavia dove si occupa di didattica e dello studio di materiali per l'ingegneria elettrica

Note


1) I. Bernard Cohen e George E. Smith. Introduzione a The Cambridge Companion to Newton. Cambridge University Press, 2002, p. 4.
2) Pierre Thuillier. "Isaac Newton, un Alchimiste pas Commes les Autres". La Recherche, n. 212, luglio-agosto 1989, pp. 876-887.
3) Alan Lightman. "Einstein e Newton: Geni a Confronto". Le Scienze, vol. 435, novembre 2004, pp. 122-123.
4) A. Rupert Hall. Isaac Newton: Adventurer in Thought. Cambridge University Press, 1996, pp. 193-194.
5) Richard S. Westfall. Never at Rest. A Biography of Isaac Newton. Cambridge University Press, 1984a, pp. 290-291. (Ed. it. Newton, Einaudi 1989).
6) Cohen e Smith, 2002, cit. pp. 25-26.
7) In quest'opera (1661), Boyle aveva abbozzato una teoria atomica della materia distante sia da quella dei quattro elementi di Aristotele (terra, acqua, aria e fuoco), sia dai tre principi di Paracelso ("mercurio", "zolfo" e "sale").
8) Michael White. Isaac Newton: The Last Sorcierer. Perseus Books Group, 1999, p. 123. (Ed. it. Newton. L'Ultimo Mago, Rizzoli, 2001).
9) W. R. Newman e L. M. Principe. "Alchemy vs. Chemistry: The Etymological Origins of a Historiographic Mistake". Early Science and Medicine, vol. 3, n. 1, febbraio 1998, pp. 32-65.
10) Allen G. Debus. Man and Nature in the Renaissance. Cambridge University Press, 1978, pp. 140-141.
11) D. Jablow Hershman e Julian Lieb. Manic Depression and Creativity. Prometheus Books, Amherst, N.Y., 1998, pp. 38-56.
12) Choen e Smith, 2002, cit. p.8.
13) Westfall, 1984a, cit. p. 530.
14) William J. Broad, "Sir Isaac Newton: Mad as a Hatter". Science, vol. 213, 18 settembre 1981, pp. 1341-1344. Vedi anche lettere in Science vol. 214, 13 novembre 1981, e vol. 215, 5 marzo 1982.
15) Westfall, 1984a, cit. p. 537.
16) Ibid.
17) Ibid, p. 530.
18) Ibid, p. 491.
19) Ibid. pp. 492-493.
20) Hall, 1996, cit. p. 198.
21) Ibid.
22) Hall, 1996, pp. 188-189.
23) Karin Figala. "Newton as Alchemist". History of Science. vol. 15, 1977, pp. 102- 137. Vedi anche K. Figala. "Newton's Alchemical Studies and his Idea of the Atomic Structure of Matter". In Hall, 1996, cit. pp. 381-386; Betty Jo Teeter Dobbs. The Janus Faces of Genius. Cambridge University Press, 2002. Vedi anche B. J. T. Dobbs. "Newton's Alchemy and His Theory of Matter". Isis, vol. 73, 1982, pp. 511-528.
24) Cohen e Smith, 2002, cit. p. 24. Per approfondimenti vedi William Newman "The Background to Newton's Chymistry" in The Cambridge Companion to Newton. 2002, cit. pp. 358-369, e Karin Figala, "Newton's Alchemy", in The Cambridge Companion to Newton. 2002, cit. pp. 370-386.
25) Cohen e Smith, 2002, cit. p. 26.
26) Hall, 1996, cit. pp. 199-200.
27) Westfall, 1984a, cit. pp. 301.
28) Cohen e Smith, 2002, cit. p. 9.
29) Cohen e Smith, 2002, cit. pp. 16-17.
30) Richard S. Westfall. "Newton and Alchemy". In Occult and Scientific Mentalities in the Renassance. A cura di Brian Vickers, Cambridge University Press, 1984b, p. 315.
31) Hall. 1996, cit. p. 196.
32) Ibid. p. 201.
33) Westfall, 1984a, cit. pp. 530-531.
34) Ibid.
35) White, 1999, cit. pp. 355-357.
36) Per approfondimenti vedi, ad esempio, Maurizio Mamiani. "Newton on Prophecy and the Apocalypse", in The Cambridge Companion to Newton. Cit. 2002, pp. 391-400.
37) Cit. in Robert H. van Gent. "Isaac Newton and Astrology". Skeptic Report, giugno 2004 (www.skepticreport.com/print/newton-p.htm ).
38) van Gent, 2004, cit.
39) Cohen e Smith, 2002, cit. p. 23.
40) van Gent, 2004, cit.
41) The Mathematical Papers of Isaac Newton. A cura di D. T. Whiteside, M. A. Hoskin e A. Prag. Cambridge University Press, 1967-1981; vol. 1 pp. 5-6 e 15-19. Cit. in van Gent.