I Protocolli dei savi anziani di Sion

La storia di un terribile falso letterario che continua a seminare odio

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  • 18-07-2006
  • di Alessandro Marenco

Ho trovato su una bancarella di libri usati un ben conservato volumetto in brossura edito nel 1938 da Giovanni Preziosi (La vita italiana, rassegna mensile di politica) dal titolo: I protocolli dei savi anziani di Sion.

Ricordavo di averne letto nel romanzo di Umberto Eco Il pendolo di Foucault . Incuriosito, ho cominciato a documentarmi su questo testo.

Che cos'è

Si tratta della quarta edizione di un volume già stampato in Italia dallo stesso Preziosi nel 1921, nel 1923 e nel 1937.

Il libro raccoglie la traduzione di un'opera inglese tradotta a sua volta dall'originale in russo del 1905 pubblicata per la prima volta dal professor Sergyei Nilus, il quale riferisce nell'introduzione di aver ricevuto il carteggio da un amico personale ormai defunto. Il manoscritto riferisce con precisione "il piano e lo sviluppo di una sinistra congiura mondiale, che ha il preciso scopo di determinare lo smembramento inevitabile del mondo non rigenerato" (cioè dei non ebrei).

In estrema sintesi i protocolli raccolgono ventiquattro tesi riguardanti il complotto degli ebrei a danno dei "gentili", ovvero tutti i non ebrei.

Oltre alla prefazione dell'editore si trova a seguire quella più autorevole di Julius Evola, un'altra alla traduzione italiana, una alla traduzione inglese e una introduzione del prof. Nilus.

In appendice un documento del programma giudaico, vari articoli della Vita italiana e il terribile elenco dei cognomi degli ebrei italiani.

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Una locandina antisemita tedesca di epoca nazista.

È la prima volta che un saggio mi mette i brividi. Questo testo è stato utilizzato per dimostrare la necessità di intervento nella questione giudaica durante la Seconda guerra mondiale.

Nel testo si legge fra l'altro che si vuole abolire la libertà di stampa, incoraggiare il libertinismo, si rifanno all'uso dello sport e della educazione visiva per l'abbruttimento delle masse, elogiano il potere dell'oro, programmano di aiutare qualunque tipo di rivoluzione in qualsiasi paese, basta che gli porti qualunque vantaggio per la realizzazione del piano segreto, fomentano il malcontento del popolo in modo da instillare sfiducia e demoralizzazione, intendono instaurare regimi negli stati controllati da uomini portati al potere dai Savi, cercano di far scoppiare guerre, produrre armi e costruire metropolitane nelle città per minarle, dicono che il "fine giustifica i mezzi" e incoraggiano l'antisemitismo per commuovere i non-ebrei: "Abbiamo unsenza limiti, un'ingordigia divoratrice, un desiderio spietato di vendetta e un odio intenso" (Protocolli, cap. IX, "Il vero volto dell'ebraismo"), ricalcando con ciò tutti i luoghi comuni attribuiti agli ebrei soprattutto nei secoli passati.

Origini del testo

Umberto Eco nel romanzo Il Pendolo di Foucault (Bompiani, 1988) ne ricostruisce il contesto storico (p. 511): "Tutti i suoi riferimenti sono a piccole polemiche francesi fin de siècle. Pare che il cenno all'educazione visiva che serve a rimbecillire le masse alludesse al programma educativo di Leon Bourgeois che fa entrare nove massoni nel suo governo. Un altro brano consiglia di far eleggere persone compromesse con lo scandalo di Panama e tale era Emile Loubet che nel '99 diverrà Presidente della Repubblica. L'accenno al metro è dovuto al fatto che in quel tempo i giornali di destra protestavano perché la Compagnie du Metropolitain aveva troppi azionisti ebrei. Per questo si suppone che il testo sia stato messo insieme in Francia nell'ultimo decennio dell'Ottocento, al tempo dell'affare Dreyfus, per indebolire il fronte liberale".

Ma ancora prima di questo si trovano altre tracce, quant'è vero che l'antisemitismo ha origini antiche, sicuramente più antiche dei Protocolli.

Siamo nella seconda metà dell'ottocento quando Eugène Sue pubblica L'ebreo errante ma soprattutto I misteri del popolo il cui ultimo capitolo ricalca perfettamente i protocolli, salvo attribuire il complotto ai gesuiti anzichè agli ebrei. Sue attribuiva addirittura ai gesuiti il motto "Il fine giustifica i mezzi" che ritroveremo largamente nei Protocolli.

Nel 1921 il Times aveva preso molto sul serio la storia dei protocolli e facendo indagini aveva scoperto un libro di Joly (o Jolly) con una prefazione del 1864 che sembrava la fonte letterale dei protocolli (Maurice Joly, Dialogue aux enferes entre Montesquieu et Machiavel, Genève, 1864).

Si trattava un libello satirico contro Napoleone III. Machiavelli sosteneva le ragioni del dittatore contro Montesquieu. Il Times s'era accorto, però, che Joly aveva copiato da Sue.

È stato detto che i Protocolli non sarebbero che una trascrizione di un convegno segreto ebraico avvenuta in un cimitero di Praga: pare che questo tema provenga da un romanzo di un certo Hermann Goedsche, che sotto lo pseudonimo di Sir John Retcliffe aveva pubblicato Biarritz nel 1868, dove si descrive una scena occultistica nel cimitero di Praga, simile a sua volta alla riunione degli Illuminati descritti da Dumas in Giuseppe Balsamo.

Nel 1876 un'opera russa riporta la scena del cimitero dicendola vera, idem in Francia nel 1881, si dice che la fonte è sicura: il diplomatico inglese John Reatcliff. Nel 1896 Bournand pubblica un saggio sugli ebrei "nostri contemporanei" riportando la scena del cimitero, dandola per vera e attribuendola al gran rabbino John Readclif.

Inoltre i piani degli ebrei dei protocolli sono simili a quelli descritti nel 1880 dalla Revue des études Juives la quale aveva pubblicato due lettere anonime di ebrei del XV sec. tra Arles e Costantinopoli:"Beneamati fratelli in Mosè, se il re di Francia vi obbliga a farvi cristiani, fatelo, perché non potete fare altrimenti, ma conservate la legge di Mosè nei vostri cuori. Se vi spogliano dei vostri beni, fate che i vostri figli diventino mercanti, in modo che a poco a poco spoglino i cristiani dei loro. Se si attenta alle vostre vite, fate diventare i vostri figli medici e farmacisti, così che essi tolgano ai cristiani le loro vite. Se distruggono le vostre sinagoghe, fate diventare i vostri figli canonici e chierici in modo che distruggano le loro chiese. Se vi fanno altre vessazioni, fate che i vostri figli diventino avvocati e notai e che si mescolino agli affari di tutti gli stati, in modo che mettendo i cristiani sotto il vostro giogo, voi dominiate il mondo e possiate vendicarvi di essi".

Occorre individuare, a questo punto, chi ha ideato il falso attribuendo un documento esistente ai "Savi di Sion".

Sempre nel Pendolo di Foucault Eco racconta di Rackovskij Pierre Ivanovitch, funzionario di stato russo, poi rivoluzionario, quindi iscritto alle "centurie nere", l'organizzazione di estrema destra responsabile dei "pogrom" nella Russia fine '800. Costui, a capo dell'Ochrana, la polizia segreta dello zar (siamo in Russia, alla fine dell'ottocento), era protetto da Sergei Witte, un ministro progressista. L'avversario di Witte era Elie de Cyon, il quale aveva attaccato Witte con un pamphlet derivato dal libro di Joly, ma che non conteneva riferimenti agli ebrei, perché anche Cyon lo era.

Nel 1897 Rackovskij fa perquisire la casa di Cyon e vi trova il pamphlet, sostituisce gli ebrei a Witte e fa circolare il testo; Cyon letto alla francese è Sion, ed ecco come sono nati i Protocolli.

Perché occuparsi ancora dei Protocolli?

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Il frontespizio di un'edizione inglese del libro.

Qual è a tutt'oggi l'importanza di questo documento? Purtroppo viene portato ad esempio da diversi siti su Internet, a titolo dimostrativo del complotto esistente. Nessuno può dire che si tratta di un originale ma nessuno di coloro che lo pubblicano, allo stesso modo, si sente di dichiararlo un falso.

La televisione siriana ha prodotto un serial televisivo nel quale si narra della congiura nata in un bordello da parte di Herzl, il padre del sionismo, alla fine dell'ottocento. Uno dei protagonisti del complotto ebraico, nello sceneggiato, raccomanda ai figli le stesse cose che si leggono sui protocolli: uccidere i migliori non ebrei, distruggere il vaticano, corrompere i gentili con idee perverse in politica, nella religione, nell'editoria, nel sesso.

Ancora più grave l'affermazione dell'ex-premier della Malesia, Mahathir Mohamad, che ha dichiarato in un convegno che gli ebrei tramano per dominare il mondo. Entrambe le notizie sono pubblicate su La Stampa del 2 novembre 2003 in un articolo di Fiamma Nirenstein.

Come si vede, l'idea della veridicità dei protocolli continua a essere di triste attualità.

Inoltre si adatta benissimo alle idee di tutti coloro i quali vedono dappertutto complotti, macchinazioni, trame oscure. I Protocolli possono servire come traccia, come canovaccio, dove sostituire alla parola "ebrei" di volta in volta i gesuiti, gli scienziati, gli americani o gli arabi.

A proposito della scienza, si legge infatti nei protocolli: "Le classi istruite dei gentili si vanteranno della propria erudizione e metteranno in pratica, senza verificarle, le cognizioni ottenute dalla scienza che i nostri agenti scodellarono loro allo scopo prefisso di educarne le menti secondo le nostre direttive. Non crediate che le nostre asserzioni siano parole vane: notate il successo di Darwin, di Marx e di Nietzsche, che fu intieramente preparato da noi. L'azione demoralizzatrice di queste scienze sulle menti dei Gentili dovrebbe certamente esserci evidente". Anche Evola, nell'introduzione, ribadisce "l'opera distruttrice che l'ebraismo, secondo le disposizioni dei Protocolli, ha effettuato nel campo culturale, protetto dai tabù della Scienza, dell'Arte, del Pensiero. È ebreo Freud, la cui teoria s'intende a ridurre la vita interiore ad istinti e forze inconscie, lo è Einstein, col quale è venuto di moda il "relativismo", lo è Lombroso, Stirner, Debussy, Schomberg, Mahler esponenti di una musica della decadenza, Tzara, creatore del dadaismo, limite della disgregazione dell'arte d'avanguardia". E cita ancora Nordau, Levy-Bruhl, Bergson e Ludwig.

L'affermazione più curiosa di Evola è quella che riguarda la "moda" del relativismo. Peraltro, anche Evola aveva praticato l'arte pittorica (www.fondazione-evola.it) e proprio da dadaista.

Non ci sono prove per dire che è falso, non ce ne sono per dire che è vero, e in questa incertezza si infilano tutti quelli che hanno bisogno di credere a segreti complotti mondiali. I motivi possono essere religiosi, razziali, economici o chissà cos'altro, tant'è vero che troviamo la riedizione completa dei protocolli su siti internet inneggianti alla "guerra santa" contro Israele, di simbolismo assolutamente cristiano (www.holywar.org) o www.comedonchisciotte.net , il sito degli "amici della verità"; questi ultimi dichiarano apertamente che non sanno dire se i protocolli siano o meno veri, sentono il dovere di pubblicarli per amor di completezza d'informazione.

In realtà non dovrebbe essere necessario provare che si tratta di un falso. Chi produce un documento o fa un'affermazione ha il dovere di produrre le pezze d'appoggio per dimostrarne anche la genuinità.

Lo stesso Evola, nell'introduzione, ammette che non si può provare l'origine del testo. Evola dice anche di sapere che gli ebrei sarebbero in grado di mettere in pratica tutto quel che c'è scritto nei protocolli e questa sarebbe per lui la prova definitiva della veridicità del documento.

Sono passati cent'anni dalla prima pubblicazione nota dei Protocolli e quello che paventavano non s'è realizzato. Oggi sappiamo quel che è successo riguardo alla "questione ebraica" e al numero di morti e mutilati, anche non ebrei, che fascismo e nazismo hanno causato.

Validità del documento

Un documento storico che si voglia chiamare valido, veritiero, attendibile, possiede alcune caratteristiche fra le quali la certezza della fonte e la sua attendibilità, i riferimenti bibliografici, le testimonianze dirette, lo studio semiologico e filologico sul testo che dimostri il legame tra contesto storico e data di pubblicazione.

Del sedicente professor Sergyei Nilus si sa pochissimo. Non se ne trova traccia nelle comuni enciclopedie e neppure nella storia di Russia. Lo cita Eco nel Pendolo: "Nilus era un monaco peregrinante, che in abiti talari peregrinava (e che altro?) per i boschi ostentando una gran barba da profeta, due mogli, una figlioletta e un'assistente o amante che fosse, tutte che pendevano dalle sue labbra. Metà guru, di quelli che poi scappano con la cassa, e metà eremita, di quelli che gridano che la fine è vicina. E infatti la sua idea fissa erano le trame dell'Anticristo. Il piano dei sostenitori di Nilus era di farlo ordinare pope in modo che poi sposando (moglie più moglie meno) Elena Alexandrovna Ozerova, damigella d'onore della zarina, diventasse il confessore dei sovrani.

Insomma, a un certo punto i partigiani di Philippe Nizier Anselme Vachod, medico dell'accademia militare, generale e consigliere di stato, antagonista di Nilus, avevano accusato Nilus di vita lasciva, e Dio sa se non avessero ragione anche loro. Nilus aveva dovuto lasciare la corte, ma a questo punto qualcuno gli era venuto in aiuto passandogli il testo dei Protocolli. Siccome tutti facevano una gran confusione tra martinisti (che si ispiravano a Saint Martin) e martinesisti (seguaci di quel Martines de Pasqually che piaceva così poco ad Agliè), e siccome Pasqually secondo una voce corrente era ebreo, screditando gli ebrei si screditavano i martinisti e screditando i martinisti si liquidava Philippe. In effetti, una prima versione incompleta dei Protocolli era già apparsa nel 1903 sullo Znamia, un giornale di Pietroburgo diretto dall'antisemita militante Kruscevan. Nel 1905, col benestare della censura governativa, questa prima versione, completa, era ripresa anonimamente in un libro, La fonte dei nostri mali, presumibilmente edito da certo Boutmi, che con Kruscevan aveva partecipato alla fondazione dell'Unione del Popolo Russo, poi nota come "centurie nere", la quale arruolava criminali comuni per compiere pogrom e attentati di estrema destra. Boutmi avrebbe continuato a pubblicare, questa volta sotto il suo nome, altre edizioni dell'opera, col titolo I nemici della razza umana - Protocolli provenienti dagli archivi segreti della cancelleria centrale di Sion.

Ma si trattava di libretti a buon mercato. La versione estesa dei Protocolli, quella che sarebbe stata tradotta in tutto il mondo, esce nel 1905 nella terza edizione del libro di Nilus Il Grande nel Piccolo: l'Anticristo è una possibilità politica imminente, (Tsarkoie Tselo), sotto l'egida di una sezione locale della Croce Rossa. La cornice era quella di più ampia riflessione mistica, e il libro finisce nelle mani dello zar. Il metropolita di Mosca ne prescrive la lettura in tutte le chiese moscovite.

Innanzitutto la storia di Nilus non è vera, secondo quanto ci dice Eco, visto che l'originale era già stato pubblicato da Kruscevan nel 1903. Poi questo Nilus non sembra realmente un professore. Pare piuttosto un avventuriero a caccia di dote. Purtroppo ci sono pochissime informazioni disponibili su questo personaggio.

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Una vignetta antisemita ispirata ai "Protocolli di Sion".

Julius Evola, nell'introduzione, si rende conto da subito che non si può chiamare veritiero o attendibile questo testo e supera da par suo il problema dicendo che la "quistione dell'autenticità è di portata limitata, visto che il problema della autenticità è secondario e da sostituirsi con quello, ben più serio ed essenziale, della loro veridicità", ricalcando quel che scrive Hitler in Mein Kampf, vol. I, cap. XI.

La conclusione della "quistione" è quindi, per Preziosi e sottoscritta da Evola, che: "quand'anche i protocolli non fossero autentici nel senso più ristretto, è come se lo fossero per due ragioni capitali e decisive:

  1. perché i fatti ne dimostrano la verità
  2. perché la loro corrispondenza con idee-madre dell'Ebraismo tradizionale e moderno è incontestabile".

In sintesi, i due punti equivalgono volgarmente a dire: le cose vanno male, ecco perché vanno così e gli ebrei hanno sempre pensato queste cose. Il corollario è quindi che, anche se il testo fosse falso, è da ritenersi vero poiché gli ebrei sarebbero in grado di concepirlo così come è stato scritto. Io posso procurarmi pistola e porto d'armi e potrei sparare a chiunque, quindi sono un pericolo per chiunque, e questo giustificherebbe qualunque azione atta a limitare la mia libertà individuale fino al lager e alla camera a gas.

Secondo l'introduzione di Evola, sono due i punti che vengono evidenziati per dimostrare la non genuinità del testo: 1) mediante false testimonianze; 2) si tratta di un plagio di un'opera antecedente i Protocolli.

Le false testimonianze dicono che i Protocolli furono composti da tre agenti segreti della polizia russa a Parigi nel 1905. Individuati i tre, si scopre che nel 1905 non erano a Parigi e la testimonianza semplicemente decade.

Il plagio è evidente, ma Evola, da insigne filosofo e studioso qual è conclude semplicemente che trattandosi non già di un'opera letteraria, ma di un documento, la cosa è indifferente, che anche se si trattasse di un plagio sarebbe comunque "veridico", e tanto (gli) basta.

Proviamo a riassumere il ragionamento di Evola: "A" è un documento programmatico, si sospetta sia un plagio da un'opera letteraria, un "dialogo" "B" (Joly, per intenderci); siccome "A" non è un'opera letteraria, non può essere un plagio. Quindi, quel che discende da una opera d'invenzione ma non viene presentato come tale non può ricevere l'accusa di plagio ed è automaticamente classificabile come testo originale, oppure saggio o documento programmatico vero.

Come non credere al conte di Carabas se persino il gatto con gli stivali dice di essere al suo servizio?

Conclusione

Evola, abbiamo detto, riconosce apertamente la non genuinità dell'opera, purtroppo lo fa solo per non sentirsi dire che si fida troppo ciecamente delle fonti, senza nessun punto d'appoggio.

Però riesce a costruire le motivazioni sufficienti per scrivere quanto occorra prenderlo sul serio, che è "veridico". Conclude, nella sua introduzione: "Questa è ormai l'ora, in cui forze sorgono dappertutto alla riscossa, perché il volto del destino a cui l'Europa stava per soggiacere si è reso chiaro. che esse abbiano il coraggio di un radicalismo anzitutto spirituale e respingano ogni compromesso, ogni concessione, che esse elaborino le condizioni per la formazione di un fronte dell'Internazionale tradizionale e procedano per questa via tanto che l'ora del conflitto, di cui il mondo non ha ancora visto l'eguale, le trovi raccolte in un unico blocco ferrato, infrangibile, irresistibile".

La gravità di quest'opera non è in discussione; è stato grave, a suo tempo, che si siano create le condizioni sociali e politiche nelle quali sia potuto rifiorire il razzismo, è stato grave trovare uomini disposti a ripubblicare l'opera e a diffonderla, recensirla e commentarla, come Evola e Preziosi hanno fatto, appunto.

Non si tratta e non si vuol trattare, qui, di scelte politiche o filosofiche, la "quistione" come scriverebbe il saggio filosofo, ma della leggerezza con la quale s'è prodotto un documento del quale gli stessi editori e censori non potevano affermarne là.

E non siamo di fronte a una teoria chimica, o naturalistica, la quale poteva generare al massimo qualche polemica accademica. Qui si è diffuso il falso dicendolo veridico, usando l'arma della cultura (stavolta non popolare) per dare massima autorevolezza alle affermazioni riguardanti non solo l'inferiorità di una razza, ma la sua pericolosità, giustificando ante-litteram tutte le terribili azioni messe in atto (e stavolta sì, con un piano tutto sommato segreto) dal nazismo e dal fascismo, dalle leggi razziali ai ghetti, dagli arresti alle deportazioni fino alla "soluzione finale".

Possiamo immaginare che Evola non avesse capito a quali nefaste conseguenze conduceva la sua opera e questo ci può insegnare quanto occorra essere rigorosi sulle affermazioni che si fanno, ragionando anche sulle conseguenze di ogni parola, affinchè non vengano travisate, e non contribuiscano in futuro a giustificare le ingiustizie.

Alessandro Marenco
mareale@libero.it

Bibliografia

  1. Chon N. (1969), Licenza per un genocidio, Torino:Einaudi.
  2. Eco U. (1988), Il pendolo di Foucault , Milano: Bompiani.
  3. Preziosi G. (a cura di) (1938), I Protocolli dei savi anziani di Sion, in La vita italiana, Roma.
  4. Romano S. (1992), I falsi protocolli, Milano: Corbaccio.

Su internet

  1. Su Julius Evola: www.fondazione-evola.it
  2. Il testo dei protocolli: www.holywar.org/italy/proto.htm (il sito è ferocemente anti-israeliano).