San Malachia ha previsto il prossimo Papa?

Esiste un elenco dei papi futuri redatto nel 1138?

Ogni volta che si profila all'orizzonte l'arrivo di un nuovo papa, come d'incanto fa la sua riapparizione il messaggio profetico di San Malachia a proposito degli ultimi pontefici di Santa Romana Chiesa. Ma chi era San Malachia? Come è strutturata la sua Profezia? E che credito è possibile concedergli?

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Malachia era nato ad Armagh nell'attuale Irlanda del Nord, dove era vissuto a cavallo fra l'XI e il XII secolo. Di solito lo si dà per nato nel 1094 (ma sono state proposte anche le date del 1078 e del 1110) e per morto nel 1148 (ma anche per la sua scomparsa sono state proposte alcune date alternative). Anche sulla grafia del suo nome in gaelico non c'è concordanza, perché lo si trova trascritto come Maelmaedhog oppure Maoldog o ancora Mal Maedos, mentre pare certo che il suo cognome fosse Ua (O') Morgair.

Prima vescovo di Connor e poi primate d'Irlanda, sul finire della sua vita sembra essersi ritirato nel convento di Clairvaux (Chiaravalle) dove sarebbe morto nel 1148 (o nel 1149 oppure nel 1151 o infine nel 1154). Accompagnato da una fama di veggente, indovino e taumaturgo era stato canonizzato nel 1190 da Clemente III.

L'elenco profetico relativo ai papi futuri sarebbe stato redatto in occasione di un viaggio a Roma nel 1138-1139: forse subito dopo l'arrivo nella Città Eterna in occasione di un rapimento in cielo dove avrebbe ricevuto l'elenco dalle mani stesse di San Pietro; oppure durante il viaggio di ritorno sotto dettatura di una voce d'oltretomba nel corso di una tempesta.

La cosiddetta Prophetia de summis pontificis contiene 111 specifici motti in latino che alludono ad altrettanti papi a partire da Celestino II eletto nel 1143, più una nota apocalittica circa l'ultimo pontefice di cui si fornisce anche il nome, Petrus Secundus (oppure Petrus Romanus secondo altre versioni).

Secondo i fan, la Profezia sarebbe degna d'attenzione perché:

  1. scritta da un Santo con fama di veggente, ma non coinvolto nel mondo dell'astrologia o delle arti occulte;
  2. basata su una rigorosa serie cronologica a differenza del minestrone delle centurie di Nostradamus e di altri testi del genere;
  3. composta da motti assai semplici, senza sciarade o filastrocche di significato oscuro, bisognose di una "chiave" interpretativa esoterica.

Peccato che della Profezia si sia cominciato a parlare solo a più di 400 anni dalla morte del suo autore, sul finire del XVI secolo: dopo essere stata conservata secondo alcuni nel monastero di San Bernardo di Clairvaux, grande amico di Malachia, secondo altri in Vaticano se non addirittura negli inevitabili archivi segreti dei Templari (come sostiene il nostradamologo Jean-Charles de Fontbrune).

Un fatto comunque è certo: che la Profezia comincia a circolare a ridosso del Conclave che nel 1590 si sarebbe concluso con l'elezione di Gregorio XIV (75 papa dell'elenco).

Il che equivale a dire che ben 74 motti su 112 potrebbero rientrare nella categoria delle profezie post eventum: potrebbero cioè essere stati costruiti ad arte in modo di farli corrispondere a dettagli noti di personaggi storici.

La Profezia appare per la prima volta in stampa a Venezia, nel 1595, all'interno di un'opera agiografica del benedettino fiammingo Arnold de Wion intitolata Lignum Vitae ornamentum et decus Ecclesiae, cioè L'Albero della vita, ornamento e decoro della Chiesa. Nell'opera il testo della Profezia viene riprodotto in forma integrale, con i primi 74 motti attribuiti dallo stesso Wion ad altrettanti papi storici, ma senz'alcuna spiegazione circa il luogo in cui il manoscritto sarebbe stato conservato né circa il modo in cui esso sarebbe giunto fra le sue mani. I soli motivi che vengono infatti forniti per giustificarne la pubblicazione nel quadro di un'opera dedicata alle vite dei monaci benedettini è infatti che si tratta di un testo "breve, mai stato stampato prima" e che "molti desideravano conoscerlo".

La Profezia desta sin dall'inizio gran sospetto negli ambienti della Chiesa cattolica, ma è soprattutto a partire dalla fondazione nel 1643 della scuola critica di storiografia ecclesiastica guidata dal gesuita belga Jean Bolland (i cosiddetti bollandisti) che ha inizio un'operazione di sistematico debunking destinato a gettare serie ombre sull'autenticità dell'elenco.

Il drappello dei bollandisti scettici è guidato da Claude-François Menestrier che nel suo trattato Filosofia delle immagini enigmistiche (1694) sottolinea anzitutto la stranezza del silenzio circa la Prophetia da parte di Bernardo di Clairvaux che aveva confortato san Malachia nel momento del trapasso e alla cui vita aveva successivamente dedicato un'appassionata biografia (Vita Malachiae) dove si faceva riferimento ad altre sue profezie, ma senza alcun accenno circa la lista in questione.

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Ma soprattutto Menestrier punta risolutamente il dito contro il domenicano François-Alphonse Chacon (o Ciacconius) che non si sarebbe limitato a revisionare il testo e a stabilire i collegamenti con i motti per i 74 papi iniziali - come sin'allora si era di solito ritenuto - ma dal quale sarebbe stato materialmente fornito il manoscritto originale. Intervento quanto mai sospetto, tenuto conto dell'attività di Chacon/Cicconius quale lobbista impegnato ad appoggiare la candidatura del cardinale decano Girolamo Simoncelli da Orvieto nel Conclave che nel 1590 doveva scegliere il successore di Urbano VII.

Non va infatti dimenticato che il 75 motto dell'elenco, De Antiquitate Urbis (letteralmente Dell'antica città) - e cioè guarda caso proprio quello che avrebbe dovuto contrassegnare il papa vincitore del Conclave in corso - sembrava stranamente tagliato su misura per indicare in modo abbastanza trasparente proprio Orvieto: il cui nome latino era Urbs vetus, vale a dire, appunto, la Vecchia città.

A dispetto del motto il Conclave del 1590 aveva però preferito eleggere un altro candidato, il cardinale Niccolò Sfrondati (Gregorio XIV) che proveniva da Cremona: tanto che i malachiani avevano dovuto provvedere a una piroetta interpretativa, ripiegando su un riferimento - ahimè alquanto banalotto - alla Città Eterna, Urbs vetus per eccellenza, da dove sarebbe di lì a poco partita la scomunica per Enrico IV re di Francia (quello di "Parigi val bene una messa").

Ma vediamo di entrare un po' nel dettaglio del documento. La prima cosa che balza all'occhio è la vistosa - e parecchio sospetta -puntualità dei riferimenti ai motti dei 74 papi anteriori al 1590.

Per esempio:

  • Celestino II (1143-1144) Ex Castro Tiberis (Dal Castello del Tevere): Guy de Chatel proveniente appunto da Città di Castello sul Tevere;
  • Lucio II (1144-1145) Inimicus Expulsus (Nemico cacciato): Gerardo Caccianemici;
  • Eugenio III (1145-1153) Ex magnitudine montis (Dalla grandezza del monte): Bernardo Paganelli originario di Montemagno presso Pisa;
  • Anastasio IV (1153-1154) Abbas Suburranus (L'abate della Suburra): Corrado Suburri;
  • Adriano IV (1154-1159) De Rure Albo (Dal campo bianco): Nicholas Breakspear, l'unico papa inglese nella storia della Chiesa cattolica, proveniente da Saint Alban e vescovo di Alba;
  • Gregorio IX ( 1227-1241) Avis ostiensis (L'uccello di Ostia): Ugolino dei conti di Segni, Cardinale di Ostia, per di più con un'aquila nello stemma;
  • Niccolò V (1328-1330) Corvus Schimasticus (Corvo Scismatico): Pietro di Corbario, nato a Corvara presso Rieti e antipapa;
  • Benedetto XII (.1334-1342) Frigidus Abbas (L'abate freddo): Jacques Fournier già abate nel monastero di Fontfroid (cioè Fontanafredda) nella diocesi di Narbonne.

Impressionante, anzi forse persino un po' troppo: tanto che l'implacabile Menestrier si era divertito a smantellare anche tutte queste "sedicenti predizioni", marcate secondo lui da "stravaganze, anacronismi e falsità palesi, fondate per la maggior parte su nomi presunti o armi araldiche del tutto sconosciute...".

Ma soprattutto - da buon gesuita - Menestrier si era scagliato contro la successione cronologica dei primi 74 papi identificati da de Wion in base ai rispettivi: successione apparentemente perentoria ma in realtà tutt'altro che rigorosa a causa dell'inclusione non solo di alcuni papi dalla dubbia esistenza ma addirittura di parecchi antipapi (almeno 7). Anomalia che non solo gettava sulla Profezia un'ombra di scarsa ortodossia dal punto di vista cattolico ma rischiava anche di sballare completamente la lista dei papi cui si sarebbero riferiti i motti successivi.

E dopo? Come hanno funzionato i motti relativi ai papi successivi al 1590?

Niente di strano che, con queste premesse, tutte le identificazioni successive siano risultate assai fumose o tirate per i capelli, perché le frasi qualche volta ermetiche e quasi sempre dal significato letterale poco chiaro si sono prestate a interpretazioni diverse (Fontbrune per alcune è giunto ad affiancarne addirittura sei!): talvolta collegate con i nomi, talvolta ai casati, talvolta ai luoghi di nascita, talvolta al cursus honorum, talvolta alle sedi vescovili, talvolta a elementi araldici, talvolta addirittura ad avvenimenti del tutto estranei.

Basti pensare al caso clamoroso di Clemente XIV (1769-1774) definito Ursus Velox (Orso Veloce) solo perché di carattere irruento, oppure perché durante suo pontificato era stata combattuta una guerra fra i russi (gli orsi) e gli ottomani (con cui il Vaticano non aveva comunque avuto nulla a che fare).

E quelli più vicini a noi? Ricordiamo brevemente le acrobazie interpretative che hanno accompagnato gli ultimi cinque motti:

  • Pio XII: Pastor Angelicus perché figura ieratica oppure con riferimento alla sua dolcezza o ancora perché studioso di S. Tommaso d'Aquino (lui sì davvero soprannominato Doctor Angelicus) oppure forse per la presenza di un Angelo sterminatore durante la Seconda Guerra Mondiale.
  • Giovanni XXIII: Pastor et nauta (Pastore e navigante). Perché già Patriarca di Venezia, città marittima che sarebbe stata ricordata nel suo stemma appunto da una barca (che non sono riuscito a ritrovare in alcuna riproduzione che mi è capitata sottocchio); oppure perché nocchiero della Chiesa verso il Concilio Vaticano II; oppure - addirittura - perché pastore nell'epoca dell'(astro)nauta sovietico Juri Gagarin ;
  • Paolo VI: Flos Florum (Fiore dei fiori). Perché fiore della cristianità oppure con riferimento a tre gigli che figurano in alcune versioni del suo stemma papale; oppure perché ufficiante della sua prima messa pontificale nella basilica di Santa Maria del Fiore a Firenze; oppure perché pellegrino in Terrasanta fiore dei fiori della cristianità;
  • Giovanni Paolo I: De medietate lunae (Della mezza luna). Perché morto dopo 33 giorni (quindi non mezza luna ma - osservano gli ostinati decifratori del motto - alla metà di un ciclo lunare); oppure perché Albino di nome come la bianca luce della luna; oppure perché durante il suo brevissimo pontificato si sarebbero verificate le prime sommosse che avrebbero condotto (l'anno successivo!) all'instaurazione della repubblica islamica (la mezzaluna) dell'ayatollah Komeini;
  • Per arrivare al misterioso De labore solis di Giovanni Paolo II che tanto ha dato da fare ai suoi interpreti: divisi fra quelli che ritengono la fatica del sole sinonimo dell'energia nucleare; quelli che ci vedono un riferimento alla fatica che il sole farebbe per sorgere a est da dove è giunto il papa polacco; quelli che amano leggere il labor come sinonimo di sofferenza con riferimento alla ferita riportata nell'attentato del 1981; e quelli che preferiscono equiparare i suoi viaggi attorno al mondo a quelli che quotidianamente farebbe il sole attorno alla terra (per la verità sembra che sia vero il contrario, ma evidentemente Galileo non è stato ancora del tutto riabilitato...)

Infine, gli ultimi due della lista: prima il papa contrassegnato dal motto De Gloria Olivae (chissà, forse un riferimento alla vittoria dell'Ulivo su Berlusconi nelle prossime elezioni?); e - ultimo davvero ultimo - Petrus Secundus, l'unico papa citato per nome e anche l'unico accompagnato da una nota esplicativa che colloca il suo regno "in un momento di estrema persecuzione della Santa Chiesa romana, al termine della quale la città dei sette colli sarà distrutta e il Giudice tremendo giudicherà il suo popolo".

Davvero una prospettiva poco incoraggiante. Ma per fortuna, come ha scritto uno dei più accaniti antimalachiani contemporanei, Jean Chelini, tutto si riduce probabilmente all'innocua "burla" di un "cardinale umanista e letterato" di quattrocento anni fa, che aveva avuto un po' di "tempo da ammazzare durante un Conclave...".

Sergio De Santis
Giornalista e direttore della collana "StoricaMente" per la casa editrice Avverbi.

Per saperne di più

  1. Renzo Baschera, I Grandi Profeti, Armenia Milano 1982.
  2. Franco Cuomo, Le Grandi Profezie Newton & Compton Roma 1997.
  3. Jean-Charles de Fontbrune, Le profezie dei Papi (Histoire et prophétie des papes), Armenia Milano.
  4. John Hogue, L'ultimo papa (The Last Pope) Sperling & Kupfer Milano 1999.
  5. Jean-Luc Maxence, I segreti della profezia di San Malachia (Les secrets de la Prophetie de saint Malachia), Rusconi Milano 1998.
  6. Alfred Tyrel, Le profezie di Malachia.