Il triangolo delle Bermuda

Una leggenda costruita ad arte?

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  • 05-07-2007
  • di Sabina Marchesi
La storia dell'aviazione, si sa, è costellata di incidenti. Numerosi sono i piloti che, sperimentando nuovi modelli e tentando nuove rotte, hanno sacrificato la loro vita nel tentativo di superare confini, o di migliorare la tecnologia di costruzione. Se oggi migliaia di persone volano quotidianamente, in poche ore, da un continente all'altro, è a quegli uomini che lo dobbiamo.

La stessa cosa, ovviamente, vale per la navigazione: praticamente non si contano i vascelli che si sono schiantati sugli scogli al largo di terre sconosciute e lontane, solo per poter aprire nuove rotte commerciali o per condurre missioni esplorative. Eppure se oggi possiamo acquistare normalmente al supermercato spezie, sale, pepe, thè, cacao e cioccolato, lo dobbiamo al loro sacrificio.

Sono tappe inevitabili del progresso, costituiscono parte del cammino dell'uomo, che non sarebbe quello che è attualmente, se non fosse passato, dolorosamente, attraverso tentativi falliti e sperimentazioni azzardate.

Eppure, ancora oggi che la ricostruzione storica permette di avvicinarsi a verità fino a pochi anni fa praticamente impossibili da verificare, oggi che siamo riusciti a spiegare le ragioni dell'estinzione dei dinosauri, e possiamo anche dire con un certo margine di sicurezza di che tipo di alimenti si cibassero; ancora oggi, tuttavia, esistono casi, apparentemente semplici, ai quali non siamo riusciti a dare alcuna spiegazione.

Se possiamo infatti liquidare come puro sensazionalismo tutti gli incidenti occorsi in un dato tratto di mare, come quello del Triangolo delle Bermuda, volendone attribuire la colpa alla scorretta amplificazione dei mass media, al desiderio di costruire forzatamente una leggenda dal sapore moderno, alla ricerca di rivelazioni sensazionali per pompare l'ultimo scoop editoriale di qualche autore in cerca di successo, questo rimane valido per tutti i casi, diciamo, successivi al 1921, da quando cioè la stampa e la comunicazione hanno raggiunto una diffusione e un potere tali da riuscire a generare un mito, volendo, anche in assenza di un vero mistero.

Restano però da spiegare le segnalazioni che interessano quello stesso tratto di mare, e che risultano precedenti al 1921, di cui si è ritrovata documentazione certa, in periodi diversi, e con testimonianze tali da escludere ogni tipo di contaminazione o di suggestione collettiva.

Perché o si decide con ottusa ostinazione di negare i fatti, a qualsiasi costo, o si tenta di trovare una spiegazione. Ma in realtà anche quando si cerca con passione e competenza una spiegazione logica di fatti apparentemente inspiegabili, non si può essere sempre certi di giungere a un risultato. Molti avvenimenti che nel passato erano ritenuti misteriosi sono stati spiegati solo in tempi recenti grazie a nuove scoperte o intuizioni, per cui anche oggi dobbiamo rassegnarci ad ammettere che ci sono avvenimenti per i quali non siamo tuttora in grado di comprendere meccanismi e dinamiche.

Infatti, già Cristoforo Colombo, nel lontano 1492, quando si era trovato a solcare quelle acque, nel suo periglioso viaggio verso il Nuovo Mondo, aveva notato in quel tratto di mare qualcosa di atipico. Le cronache ci parlano di strane luci, lampi improvvisi, e alterazioni degli strumenti di bordo e delle bussole.

Eppure nemmeno il mito di Colombo è quello che sembra, come si può leggere nel box "Indagini e statistiche", qui in basso.

Successivamente, tra il 1781 e il 1812, la storia della marineria riporta la scomparsa improvvisa in quella zona di ben quattro diversi vascelli americani, senza alcuna motivazione possibile o ipotizzabile.

Nel 1840, poi, al largo di Nassau fu rinvenuta la Rosalie, battente bandiera francese, con le vele ancora issate, il carico apparentemente in ordine, e completa assenza di tutto l'equipaggio.

Altri due brigantini, lo svedese Lotta e lo spagnolo Viergo, adibiti alle rotte mercantili, sparirono letteralmente nel nulla, uno vicino ad Haiti, nel 1866, e l'altro nel 1868, in una zona non troppo distante, e così si aggiunsero alla lunga lista dei supposti naufragi in quelle infide acque.

E veniamo al 1880. L'Atalanta salpa dalle Bermuda, diretta in Inghilterra, recando a bordo oltre 300 cadetti e numerosi ufficiali; ai comandi, ovviamente, un alto graduato, esperto uomo di mare. Anch'essa scompare misteriosamente senza lasciare traccia alcuna.

Nel 1884 la Miramon, una goletta italiana, parte da New Orleans e finisce chissà dove, inghiottita dalle acque. Corre invece il 1902 quando viene ritrovato l'ennesimo vascello fantasma, il brigantino tedesco Freva, in eccellenti condizioni ma completamente privo del suo equipaggio.

Naturalmente gli annali della marineria sono colmi di naufragi, approdi disperati, affondamenti, epidemie, evacuazioni forzate delle imbarcazioni per quarantena, carestia, attacchi degli indigeni, o qualsiasi altro tipo di emergenze, anche difficilmente immaginabili o ricostruibili a posteriori.

Ma, all'epoca, e parliamo di un periodo tra il 1492 e il 1902, non esistevano i giornali, non si ascoltavano le agenzie di stampa, non si soffriva di suggestioni collettive, non si era soggetti all'influenza dei mass media.

Ma era davvero così?

In effetti, nei porti, spesso marinai e viaggiatori ubriachi raccontavano storie e leggende, di vascelli fantasma, di navi scomparse, di equipaggi rapiti, e forse di porto in porto, le storie potevano effettivamente giungere da un continente all'altro. Per di più la navigazione era una scienza incerta, pochissime le rotte tracciate, rari i fondali attentamente scandagliati di cui si conoscevano la profondità; spesso le secche affioranti e le barriere di scogli non erano nemmeno segnalate o, peggio ancora, venivano registrate a parecchie miglia di distanza dalla loro reale posizione.

Quindi erano frequenti i casi di navi che si inabissavano in poche ore, a volte anche in pochi minuti, di imbarcazioni abbandonate a se stesse per un principio d'incendio, per un focolaio particolarmente violento di qualche sconosciuta epidemia. Si è saputo anche di navi abbandonate perché incagliate, e che poi, lasciate con le vele aperte, finalmente libere del peso, a equipaggio sbarcato, si erano disincagliate veleggiando indenni, fino al loro successivo ritrovamento.

Ma la storia è davvero tutta qui?

Se si è venuti a conoscenza di navi abbandonate, di evacuazioni improvvise, di naufragi sulle secche, è perché, sempre, qualcuno è sopravvissuto, qualcuno è tornato per raccontarlo, qualcuno comunque ha visto. Qualcuno sapeva.

Mentre qui, in tutti questi casi fedelmente riportati, non si ha traccia di nessun superstite, solo navi scomparse, o abbandonate, nessun relitto che torna a galla, niente tavole di legno o rottami che galleggiano per approdare poi su coste magari lontane migliaia di chilometri. Nessun testimone, nessuna prova.

Solo navi partite e mai arrivate, equipaggi dispersi e mai ritrovati.

Ed è questo che fa ragionevolmente ipotizzare che siamo proprio di fronte a fantasie, leggende, casi artefatti, mitologie del mare. Se non fosse che questi episodi sono avvenuti tutti in quella zona, proprio là dove, a distanza di quasi mezzo secolo, ancora vengono compiuti inutili rilievi alla ricerca di aerei e imbarcazioni disperse. Per una lista più completa di tutti i casi generalmente riportati di sparizioni - vere o presunte - nella zona del Triangolo delle Bermuda vedere l'articolo di approfondimento qui a lato.

Ma, anche qui, siamo davvero sicuri? Davvero tutti gli incidenti segnalati sono avvenuti proprio in quello specchio di mare? O si tratta forse, più semplicemente, di imbarcazioni che partivano, provenivano, transitavano o semplicemente andavano, verso quel tratto di mare?

Certo è che, venendo ai casi più vicini a noi, non siamo più in presenza di navi rudimentali o di voli sperimentali, no, qui parliamo della più sofisticata tecnologia, sonar, rilevatori marini, ecoscandagli, radar, sensori, gps, insomma dei più evoluti sistemi di trasmissione.

Eppure ancora oggi, come vascelli fantasma, interi equipaggi scompaiono, senza nessun SOS, in condizioni climatiche eccellenti, in assenza di pericoli noti, in assenza di una qualsiasi spiegazione.

Certo, le acque delle Bermuda sono particolarmente infide, molto profonde, dicono gli studiosi, impossibile ritrovare dei relitti, assolutamente da escludere il rinvenimento delle carcasse. Bene, ma allora se le acque sono così profonde, contro cosa si sono incagliate le navi? E perché sono precipitati gli aerei?

Sono gli stessi interrogativi in fondo che si ponevano i marinai del XVIII secolo, quando assistevano sgomenti al ritrovamento di un vascello fantasma, senza alcuna traccia di combattimenti, incendi, epidemie, senza messaggi o segnali o bandiere che gli equipaggi in fuga avrebbero comunque dovuto lasciare.

E se nel XXI secolo siamo costretti a porci le stesse domande che sollevavano i nostri antenati, allora vuol dire che ancora qualcosa ci sfugge e, come sempre, finché non cercheremo le risposte non ne sapremo mai abbastanza.

Magia, maledizione, rischi ordinari della navigazione, creature sottomarine o influssi elettromagnetici che siano, le spiegazioni vanno ricercate. In caso contrario vorrà dire che secoli di storia non ci hanno insegnato nulla e che siamo ancora come gli uomini delle caverne, che andavano a nascondersi quando un fulmine tuonava dal cielo, prima di capire che le fiamme, in fondo, potevano nascondere una briciola di utilità per il progredire della nostra evoluzione.

Forse, nel Paleolitico o nel Mesozoico qualcuno mise la testa fuori dalle caverne per ammirare il fuoco generato dal fulmine. Qualcuno, anche solo uno fra quegli uomini, mosso da insaziabile curiosità, compì quel passo che consentì alla specie umana di progredire e di arrivare fin dove è giunta adesso.

E allora mi chiedo: dov'è, oggi, quell'uomo?

Il buco nero delle Bermuda


C'è chi dice che in statistica, avendo un sufficiente numero di dati a disposizione, si può validamente dimostrare tutto, ma al tempo stesso, usando gli stessi elementi, anche il contrario di tutto.

Questa, sostanzialmente, è la difficoltà più imponente quando ci imbattiamo in quei misteri insoluti che reclamano attenzione per la vastità della loro portata, ma che provenendo dal passato, a volte anche lontanissimo, non ci consentono di tracciare ancora una mappa chiara degli accadimenti reali che ne furono all'origine.

Ad esempio, esiste una piccola (se paragonata alla vastità degli oceani) porzione di mare, situata al largo delle coste degli Stati Uniti, in posizione grosso modo equilaterale tra le Bermuda, la Florida e Puerto Rico.

Tracciando una linea ideale che congiunge queste tre località, si ottiene una sorta di triangolo, i cui lati misurano ognuno circa duemila chilometri. Eppure, ricorrendo alla statistica, i dati sembrano indicare che quello è in assoluto il tratto di mare con la maggiore percentuale di naufragi, affondamenti e disastri dell'intero sistema oceanico, una casistica ancora più elevata delle acque circostanti Capo Horn che, in quanto a naufragi, vantano un primato davvero non da poco.

Centinaia di esperti si sono azzannati, è proprio il caso di dirlo, attorno a questo mistero come se fosse un osso succulento: chi ipotizza fantasiose spiegazioni elettromagnetiche, chi chiama in causa il sovrannaturale, chi parla di una specie di buco nero nell'oceano, chi addirittura nega l'evidenza e sostiene che gli incidenti in questione non si siano verificati affatto o, addirittura, siano accaduti altrove.

Ma, come sempre, al di là delle ipotesi più o meno romanzate, quello che conta è la realtà, perché i dati, prima di diventare statistica, sono e restano pervicacemente fatti e, come diceva un noto scrittore di gialli, "i fatti hanno la stravagante abitudine di voler restare tali, a dispetto di tutto e di tutti".

Dunque veniamo ai fatti.

Siamo nel 1948, all'alba del 28 dicembre, cielo stellato, visibilità perfetta, un DC3 proveniente da Puerto Rico sta per atterrare all'aeroporto di Miami, in rotta di avvicinamento il pilota vedeva già le sfavillanti luci della città, quando all'improvviso ogni comunicazione radio si interrompe. I soccorsi e le ricognizioni sono praticamente immediate, la torre di controllo allerta immediatamente i servizi di emergenza, nemmeno un attimo viene perduto, eppure quando i mezzi di soccorso si alzano in volo, del DC3 con tutto il suo equipaggio a bordo non c'è più traccia. Un intero aereo scomparso nel nulla senza motivi apparenti.

Questo episodio, fatalmente, riporta alla memoria una serie di "incidenti" praticamente simili occorsi di recente, più o meno nella stessa area.

Alcuni mesi prima un aereo di linea della British South American Airways proveniente dalle Azzorre scompare, in avvicinamento alle Bermuda. Stessa sorte per un altro mezzo di analoga tipologia, scomparso sulla rotta Bermuda-Giamaica. In entrambi i casi, voli di ricognizione immediati, vaste operazioni di soccorso e di ricerca non portano a individuare alcun segno delle cause del disastro, né a ritrovare il luogo dell'ammaraggio, né tanto meno a individuare i relitti.

Tuttavia l'episodio di gran lunga più inquietante, a lungo taciuto e riemerso solo dopo aver analizzato i disastri più recenti, è quello risalente al 5 dicembre 1945. In volo di addestramento scompaiono nei cieli sopra le Bermuda ben cinque aerei modello Avenger della Marina degli Stati Uniti. Decollati dalla base militare di Fort Lauderdale per una missione di assoluta routine, guidati da un istruttore esperto con alle spalle anni di volo su apparecchi di quel tipo, in condizioni di tempo sereno, in assenza di perturbazioni, i cinque aerei svaniscono letteralmente nel nulla, dopo che il capo squadriglia aveva lanciato un bizzarro SOS.

Tutti gli apparecchi erano allo sbando, diceva il comandante, incapaci di stabilire la loro posizione né tanto meno la loro direzione, e se questo era ammissibile per gli allievi piloti, forse inesperti, non era affatto credibile per il capo squadriglia, uomo di provata abilità e notevole sangue freddo.

Quando, dopo il drammatico appello, le comunicazioni cessano improvvisamente, due idrovolanti della Marina partono in missione di soccorso. Inviati a sorvolare la zona in cui si sarebbe potuta trovare la squadriglia al momento dell'ultima comunicazione, non trovano alcun indizio o avvistamento utile. Dopo alcune ore di ricerche il tempo peggiora, e solo uno degli idrovolanti fa ritorno alla base. Quel giorno, nel cielo delle Bermuda, scompaiono dunque ben sei aerei della flotta più agguerrita e meglio preparata esistente al mondo, la Marina degli Stati Uniti.

Per cinque giorni le ricerche proseguirono su ogni possibile fronte, senza alcun risultato, e il verdetto dell'inchiesta fu inconcludente. Letteralmente scomparsi nel nulla (v. su questo punto il box di approfondimento "Indagini e statistiche").

Ma torniamo alla sparizione del 1948. È infatti solo quando avviene quell'incidente che si ricomincia a parlare della scomparsa della famigerata pattuglia degli Avenger. E i due eventi, che ora vengono legati insieme, fanno scattare una ricerca frenetica di episodi ancora più antichi o anche solo vagamente simili. E così i misteriosi affondamenti, le sparizioni e i naufragi si moltiplicano in maniera impressionante: se solo ci si dà la pena di circoscrivere le ricerche alla zona incriminata, si scopre facilmente che il numero dei disastri sale in maniera esponenziale, rispetto ad altre zone a caso, anche critiche, della massa acquea. Per esempio nel 1946 era stata ritrovata una nave fantasma alla deriva, il relitto della City Belle, rinvenuta al largo delle Bahamas: condizioni perfette, completa assenza di passeggeri ed equipaggio, linea di galleggiamento intatta, nessuna falla a bordo, nessuna avaria, semplicemente evacuata e abbandonata, senza un allarme, una qualsiasi comunicazione radio o altro tipo di segnale. Stessa sorte per la Rubicon, rintracciata nell'ottobre del 1944 sulle coste della Florida, e per la Gloria Colita, che vagava intatta ma deserta nel 1940 nel Golfo del Messico.

Ma la lista di naufragi e di ritrovamenti di vascelli fantasma, frutto del tentativo di trovare a ogni costo episodi in qualche modo tragici e poco chiari, sembra non finire mai.

Nel 1935, quando viene avvistata la Dahama, che naviga in perfetto stato di conservazione esattamente al centro del Triangolo delle Bermuda, le ultime notizie l'avevano data per affondata, davanti agli occhi dell'equipaggio di un'altra imbarcazione. Invece eccola lì, intatta ma deserta.

E poi ancora il 1931: è la volta della nave norvegese Stavenger, che scompare nel nulla con 43 uomini di equipaggio al largo delle Bahamas; stessa sorte subita nel 1925 dal Raifuku Maru, unica imbarcazione a lanciare un ultimo, drammatico appello: "Venite presto, è tremendo! Non possiamo fuggire!".

L'anno in cui si scopre il maggior numero di sparizioni o naufragi è il 1921, quando scompaiono circa una decina di imbarcazioni, tra cui la Carroll A. Deering, ritrovata incagliata, con il gran pavese issato, sulle scogliere delle Diamond Shoals, a bordo due gatti, vivi e in buona salute, e un pasto preparato per l'equipaggio pronto sui fornelli. Chi o cosa aveva costretto l'equipaggio ad abbandonare la nave tanto velocemente? E che fine avevano fatto?

Lo stesso interrogativo viene sollevato per la sorte della Cyclops, una carboniera di stazza più che ragguardevole, lunga oltre 170 metri, scomparsa come un fuscello in un mare calmissimo, 309 uomini a bordo svaniti nel nulla nella rotta tra le Barbados e Baltimora. La nave, equipaggiata con la radio e in grado di trasmettere il nuovo segnale SOS, prima di svanire non lancia alcun tipo di messaggio o richiesta di soccorso. Vent'anni dopo, nel 1941, la Marina degli Stati Uniti denuncia la scomparsa, analoga, nello stesso tratto di mare, delle due gemelle della Cyclops, la Proteus e la Nereus.

Questi sono i fatti, e benché sia stato detto da più parti che alcune navi, probabilmente, avevano solo transitato per quella particolare sezione di oceano, e che non era in alcun modo dimostrabile che la tragedia o il naufragio o la scomparsa avesse avuto luogo proprio lì, in ogni caso i numeri, da soli, sembrerebbero parlare chiaro. Centinaia di uomini scomparsi, dozzine di imbarcazioni perdute, decine di velivoli precipitati. Nello stesso tratto di mare.

La verità è che qualora questo significhi qualcosa, noi oggi, nonostante la nostra avanzata tecnologia, non siamo ancora riusciti a comprendere il messaggio e, come per altri avvenimenti e realtà che ci circondano, spesso, nell'ignoranza, facciamo ciò che da sempre sappiamo fare molto bene, mettere la testa nella sabbia e far finta di non vedere.

E, in particolare, quando qualcuno, chiunque sia, racconta una storia, ci dimentichiamo sempre di controllarne l'attendibilità.

Miti e leggende sul Triangolo delle Bermuda


Nonostante l'incredibile lista di sparizioni e disastri, sia navali che aerei, che riguardano questo tratto di mare circoscritto tra le Bermuda, la Florida e Puerto Rico, rimane il fatto che, fino agli anni Sessanta, di questo mistero non si era mai sentito parlare.

Mai, fino a quando lo scrittore americano Vincent Gaddis non cita alcuni episodi inquietanti nel suo libro Orizzonti invisibili. In origine quella del Triangolo delle Bermuda era solo una delle tante leggende della marineria riportate nel romanzo, ma lo stesso testo, significativamente, uscirà in Italia, dieci anni dopo, con il titolo, ritoccato in modo molto più sensazionale, Il Triangolo maledetto e altri misteri del mare. Da questo preciso momento il Triangolo delle Bermuda inizia ad avere una valenza mediatica capace di influenzare a ritroso anche eventi occorsi precedentemente.

Sull'onda di questo successo di pubblico, nel 1975, Charles Berlitz (v. box pagina seguente) mette a segno un sensazionale colpo editoriale unendo al mito del Triangolo la storia leggendaria di Atlantide. È un bestseller, Il Triangolo delle Bermuda, dopo nemmeno un anno, esce anche in Italia edito nientemeno che da Sperling & Kupfer, la stessa casa editrice che pubblicherà in Italia i romanzi di Stephen King.

La teoria esposta da Berlitz, se pur non convincente, è sicuramente accattivante, e cattura il pubblico. Navi e aerei sarebbero stati inghiottiti da un gigantesco cristallo solare, una potente fonte di energia della perduta Atlantide, in grado di influire sugli strumenti di bordo e di generare vere e proprie sparizioni, altrimenti inspiegabili.

L'esempio è devastante. Dopo pochi mesi il mercato editoriale viene praticamente inondato da sedicenti scrittori e scienziati impazziti. Ogni genere di ipotesi, fantasiosa o scientifica, viene avanzata con tranquilla sicumera e, quel che è peggio, nessuno si dà la pena di riesaminare la casistica, di verificare gli annali della marineria, di indagare sulle supposte scomparse e sui presunti disastri.

Ogni libro si distingue dal precedente solo per le motivazioni addotte, mentre i casi esaminati vengono praticamente rimbalzati da scrittore a scrittore in un frenetico tam-tam senza alcun opera di filtro o controllo.

In questo modo le fonti originarie vengono inquinate, si aggiungono casi non verificati, si continuano a riportare episodi mai sottoposti a controllo, ci si fida ciecamente del lavoro di ricerca dei predecessori e si spera che il pubblico perdoni, nel caos delle statistiche, qualche grossolana imprecisione.

Ma, come dicono giustamente gli scettici, e se nessuno, alla fonte, avesse mai verificato? Se nemmeno l'autore originario, il vero responsabile di tutto il successivo putiferio, si fosse mai dato la pena di controllare i dati, certo inconsapevole di essere destinato a scatenare un simile processo imitativo?

In questo caso ecco che, per oltre trent'anni, avremmo vissuto e respirato l'aria di un mito generato, o meglio creato ad arte, su un possibile imbroglio, magari inconsapevole, ma sempre imbroglio, o mistificazione che sia (v. box "Il Triangolo al cinema).

Ora, uno degli inconvenienti di questo nostro secolo, è che le informazioni viaggiano sì alla velocità della luce, ma sono per contro difficilmente verificabili. Come si fa, ad esempio, a sapere con certezza se un determinato vascello è realmente salpato trent'anni fa da un dato porto, diretto a una specifica destinazione, e naufragato o disperso lungo la rotta?

Attraverso Internet, certo. Ma se Internet ripropone gli stessi articoli, che a loro volta sono copie di pubblicazioni precedenti, all'epoca ispirate magari sempre e comunque dalla medesima univoca fonte?

Ecco come si crea un loop, un circolo vizioso: l'attenzione, sempre benevola, del lettore, viene carpita in buona fede, ma non gli viene concesso il beneficio del dubbio. Gli rimane preclusa e negata la prova definitiva. Così, in assenza di verifica, chiunque può dire qualsiasi cosa, ed essere creduto. Diventa così possibile, volendo, generare un mito.

Come del resto fece Platone quando per la prima volta nominò Atlantide, la cui storia venne poi ripresentata e riproposta da innumerevoli fonti.

E Platone da chi aveva sentito parlare dell'esistenza di Atlantide? Da un viaggiatore, forse un marinaio, non meglio identificato e, soprattutto, mai più rivisto.

Ecco che allora, se solo il vecchio narratore, fonte d'origine, fosse stato mettiamo ubriaco, o magari a sua volta un credulone, o peggio ancora un'inguaribile burlone, ne conseguirebbe che, da migliaia di anni, noi staremmo parlando di Atlantide, che magari non è mai esistita, mentre il vecchio marinaio dalla sua dimora nell'Ade se la ride alle nostre spalle.

E il teorema della generazione di un mito sarebbe così definitivamente dimostrato, anche perché, si sa, all'uomo piace credere nei misteri, e come dice il proverbio "non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire". E, a dispetto di prove e controprove, chi vuole credere, crederà, e chi vuole restare scettico, rimarrà tale (per approfondire, v. box "Come interpretare la storia", a p. 42).

Ciò che ha appurato la scienza


Verrebbe da pensare che, per quanto oggi ancora esistano nicchie di conoscenza che rimangono precluse alla totale comprensione, l'indagine scientifica accurata dovrebbe essere l'unico strumento capace di fare luce su un mistero come quello del Triangolo delle Bermuda, vero o presunto che sia.

Ma la scienza si era mai occupata seriamente di questo fenomeno? Come in risposta a questa domanda, nel febbraio del 1977 parte una spedizione scientifica tutta italiana, capitanata dal grande esploratore Ambrogio Fogar. Quale occasione migliore per appurare la verità?

Diciotto partecipanti, divisi in gruppi, per garantire la massima attendibilità e un attento rigore di analisi. Ci sono scienziati interessati solo a ricavare un documentario serio e imparziale, parapsicologi alla ricerca delle prove evidenti di un qualunque tipo di anomalia, archeologi subacquei che si propongono di rinvenire tracce o relitti sommersi, magari a considerevoli profondità, esperti di geologia incaricati di appurare particolari caratteristiche morfologiche del sottosuolo.

La spedizione rientra in patria con oltre settemila metri di pellicola fedelmente girata, materiale per trenta documentari scientifici, appunti per un libro sensazionale, prontamente uscito nel 1977, edito da Rizzoli con il titolo L'ultima leggenda, e ovviamente quattro versioni diverse dell'appassionante mistero, ma nessuna risolutiva.

In effetti, si tratta di una zona di oceano vasta quanto tutta l'Europa centro-occidentale, non c'era certo da aspettarsi risultati definitivi. Ciò che invece, non volendo, hanno trovato i membri della spedizione italiana è stata una vera e propria industria turistica impiantata in loco, con periti, tecnici ed esperti disponibili a vendersi al miglior offerente e ad accreditare impassibilmente qualunque versione venga loro richiesta, ovviamente dietro corresponsione di un congruo compenso.

Questo dimostra, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che la verità è oggi più che mai manipolabile.

Chi si fosse dato la pena di sottoporre a verifica i dati riportati nel libro di Berlitz, avrebbe riscontrato che i casi "reali" in effetti sono molti meno di quelli originariamente citati in maniera tanto eclatante dall'autore. Meno disastri, meno misteri. O forse no? Tornando alle statistiche, è stato dimostrato, ad esempio, che nel 1975, su un totale di 21 sciagure verificatesi al largo di qualsiasi tratto delle coste statunitensi, entro il dominio della Coast Guard, solo 4 sono avvenute nel famigerato triangolo. Stessa cosa per l'anno successivo, 28 casi contro 61. Nulla di allarmante quindi e nemmeno di atipico. Soprattutto per una zona soggetta a cicloni, in presenza di venti ad alta quota particolarmente violenti, perturbazioni climatiche improvvise e occasionali fughe di gas dalle profondità oceaniche.

E così il lettore, anche il più accanito sostenitore del paranormale, è costretto a rassegnarsi, forse dopotutto non c'è alcun mistero. Eppure, in questa epoca di rinnovati disastri aerei, forse conviene comunque tenere d'occhio le pagine dei quotidiani, potrebbe ancora esserci qualcosa di non rivelato, dopotutto.

E infatti, puntuale, esce uno studio approfondito, effettuato sull'analisi di tutti i casi di denuncia, scomparsa, incidente o naufragio risultanti dall'archivio dei Lloyd's di Londra. D'altronde se non lo sanno le compagnie assicurative, chi può saperlo? Lawrence David Kusche pubblica il volume The Bermuda Triangle Mystery – Solved, ovvero Il mistero svelato, e le speranze di chi ancora vorrebbe credere a un mistero insolubile, crollano definitivamente.

Perché infatti ricercare spiegazioni paranormali atte a giustificare la perdita del Rubicon, quando le testimonianze parlano chiaramente di un uragano che lo ha investito mentre era ormeggiato, portando via addirittura l'intero molo?

Perché sostenere disperatamente la tesi dell'anomalia magnetica per la scomparsa della Marine Sulphur Queen, quando è stato chiaramente dimostrato il cedimento strutturale derivato dall'infuriare della tempesta?

Perché addebitare all'emissione di potenti gas sotterranei la colpa del naufragio della Stavenger e della Elizabeth, quando dall'esame degli archivi navali è emerso che queste navi non sono mai state registrate e dunque con ogni probabilità non esistono?

Perché continuare ad attribuire agli Ufo la responsabilità della tragedia del peschereccio Sno' Boy quando dagli archivi risulta chiaro che l'imbarcazione fu ritrovata intatta, fuori rotta, ma con l'equipaggio vivo e vegeto, per essere poi ricondotta fortunosamente in porto?

E perché infine perseverare nella ricerca del buco nero nell'oceano dentro cui sarebbe scomparso il Bill Verity, quando il battello, dopo essere stato dato temporaneamente per disperso, venne regolarmente tratto in salvo al vicino attracco della baia di San Salvador?

Occorre rassegnarsi: dopotutto non esiste alcun mistero, ma una fantasiosa parabola costruita a tavolino per scopi tutt'altro che limpidi, per puro interesse editoriale.

Infine, nel 1991 una notizia giunge a dare il fatale estremo colpo al mistero delle Bermuda. Sui fondali al largo di Fort Lauderdale, un'equipe impegnata in recuperi sottomarini rinviene i relitti della squadriglia degli Avenger, forse il disastro maggiormente celebrato tra quelli del Triangolo Maledetto.

Crolla così, ingloriosamente, un mito durato cinquant'anni che ha infiammato la fantasia di molti e attirato l'attenzione di una fitta schiera di scienziati, tecnici e semplici appassionati.

Ma è davvero così?

Difficile a dirsi soprattutto se consideriamo che la smentita, perché di smentita si tratta, appare solo su pochi giornali, relegata nella migliore delle ipotesi in un trafiletto in ultima pagina.

I resti della pattuglia ritrovati non corrispondevano affatto a quelli della squadriglia 19, che risulta ancora scomparsa.

Allora il mistero riappare?

No, perché si scopre che già nel 1987 era stato rinvenuto il relitto di uno degli Avenger ufficialmente dispersi, completamente fuori rotta, 20 miglia a ovest della Florida, avvalorando la tesi da sempre accreditata dalla Marina: i piloti, a causa di un difetto della strumentazione erano stati incapaci di stabilire la loro esatta posizione, disperdendosi, allontanandosi dal tragitto loro assegnato per finire poi costretti a un ammaraggio forzato per mancanza di carburante. Nessun mistero, quindi, ma un ammaraggio di fortuna per degli aerei in grado di galleggiare, una volta toccata l'acqua, solo pochi minuti, aerei che si sono poi inabissati nelle profondità degli oceani assai prima che una missione di soccorso prendesse il volo.

Ecco perché, parlando di Triangolo delle Bermuda, è prudente ricordarsi che non è tutto oro quel che luccica, che gli scrittori a volte imbrogliano e che persino i ricercatori, ahimé, proprio coloro che dovrebbero essere il nostro faro e la nostra guida, sono tentati dal più accattivante miraggio dell'essere umano, falsificare le prove pur di dimostrare di aver avuto ragione.

E al povero lettore non resta che, ascoltate tutte le testimonianze e le prove portate a carico e a discarico e verificate le informazioni, trarre alfine le proprie personali convinzioni, rassegnandosi però a doverle rimettere in gioco ogni volta che un piccolo, banale, insignificante trafiletto di giornale riporterà l'ennesima notizia, vera o fasulla che sia, e sarà necessario ripetere tutto il procedimento da capo.

Sabina Marchesi

Scrittrice e giornalista,
si occupa di criminologia, letteratura e mistero.
È la guida di SuperEva
per il giallo e il noir
e collabora con numerose riviste del settore

Si ringrazia Chiara Bertazzoni, consulente per le ricerche e caporedattore di Thriller Magazine



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Links



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