L’icona ortodossa che piangeva lacrime

Dalla Chiesa ortodossa di San Nicola a Milano, lo scorso 29 maggio è arrivata la notizia che il dipinto della Madonna col bambino aveva pianto. Ancora. «È successo di nuovo» ha raccontato l’arcivescovo Avondios. «Erano le 4 e mezza del pomeriggio, stavamo pulendo la chiesa prima dei vespri. Stesso improvviso profumo di rose, come l’altra volta. E ancora, le lacrime. Le hanno viste decine e decine di fedeli. Un miracolo? Noi non usiamo questo termine. Ma è accaduto. E l’icona è un dipinto inchiodato al muro e sigillato. Non è un trucco».

Era già successo nel 2008 e ancora nel 2010. Per questo, dopo il terzo episodio, il programma televisivo “Mistero” mi contattò per chiedere se ero interessato a indagare il fenomeno per conto del CICAP. Naturalmente, fu la mia risposta.

L’albero nella patata

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La chiesetta di San Nicola si trova in uno dei luoghi più suggestivi di Milano, è infatti ospitata in via San Gregorio sotto le arcate dell’unico tratto di portico del Lazzaretto rimasto in città.

Era qui che tra il XV e il XVII secolo venivano portati i malati di peste, ma di quello che un tempo era un enorme quadrilatero di 140.000 metri quadrati restano oggi solo cinque stanzette e un portico con archi e colonne e fragili decorazioni in cotto.

Padre Avondios mi aspettava ed era ben contento di dare una mano. Nell’attesa della troupe, mi parlò di quello che lui e alcuni fedeli consideravano un evento prodigioso. Mi presentò a Nechita, una donna dell’Europa dell’Est che sembrava non riuscisse ad avere bambini. La ragazza mi raccontò che aveva pregato l’icona della Madonna e non molto tempo dopo era rimasta incinta.

Come prova che qualcosa di miracoloso era veramente accaduto, mi mostrò una curiosa reliquia. Dentro una scatolina di plastica trasparente piena d’acqua erano conservate due fette tagliate da una patata. Nechita mi raccontò che stava cucinando a casa sua quando, tagliando la patata, notò all’interno una forma rinsecchita che sembrava ricordare la sagoma di un albero. Lo prese come un segno divino e decise di conservare le due fette di quella patata.

Inoltre, nonostante quell’episodio fosse accaduto già da un po’, le fette di patata non erano ancora diventate nere: anzi, apparivano bianche come se fossero state appena tagliate e sembrava che dovessero rimanere fresche per sempre.

«Abbiamo chiesto un po’ in giro, ma nessuno sembra avere mai visto niente del genere» mi spiegò Nechita. «Sono sicura che sia parte del miracolo».

Mi fu permesso di scattare alcune fotografie e poco dopo arrivò la troupe televisiva insieme al conduttore Daniele Bossari, con cui più volte in passato avevo collaborato per un suo programma radiofonico.

Goccioline di qualcosa

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Fu don Avondios a condurre la comitiva all’interno della piccola stanzetta che fungeva da cappella. Con la volta completamente dipinta di blu e decorata di stelle dorate, e le pareti strabordanti di quadri, icone, reliquiari e candele, permetteva l’accesso alle donne solo con il capo coperto da un velo o da un foulard.

Il dipinto della Madonna con il bambino e due angioletti che la incoronano spiccava sulla parete rossa che faceva da fondale per il piccolo altare. L’immagine era una classica icona ortodossa su fondo oro, non più vecchia di 50 anni, dove il rosso delle vesti rappresentava il colore prevalente. Qui e là comparivano lettere e parole in cirillico.

A differenza di quanto avevo potuto vedere nei filmati presenti su Internet, dove il quadro era esposto senza vetro e dove i fedeli lo potevano toccare e accarezzare con le dita, ora era stato posto dietro un vetro per conservarlo.

Tuttavia, per l’occasione padre Avondios staccò dal muro la pesante montatura in legno, sormontata da un baldacchino rosso e oro, e ne sfilò fuori la tavola dipinta. Mi fu permesso di avvicinarla e di osservare la superficie della pittura. Sia sul volto della Madonna che su quello del Bambino, in corrispondenza degli occhi, c’erano lievi tracce di qualche liquido che era colato e si era poi seccato.

«Guardate» disse padre Avondios. «Ci sono ancora delle piccole gocce di lacrime. Sta ancora piangendo».

Non stava realmente “piangendo”, ma avvicinandosi molto al dipinto si potevano vedere piccolissime gocce di qualcosa che ancora non si erano asciugate. Feci scorrere alcuni bastoncini di cotone sul dipinto sperando di catturare le tracce di alcune gocce. L’idea era di farle avere più tardi a Garlaschelli, all’Università di Pavia, per capire se sarebbe stato possibile avviare qualche tipo di analisi.

Don Avondios, che ogni tanto la troupe chiamava inavvertitamente “Don Abbondio”, con un lapsus perfetto per un luogo così manzoniano come quello del Lazzaretto di Milano, è un giovane sacerdote dall’accento est-europeo, con un buon senso dell’umorismo e sempre felice di essere d’aiuto. Staccò anche alcune schegge dal retro del dipinto nel caso ci fosse servito esaminare anche il legno della tavola.

Per il momento, non c’era altro che potessi fare, così ci salutammo. Più tardi, affidai a Garlaschelli la bustina che conteneva i cotton-fioc in modo che si accertasse se e quale tipo di analisi fosse possibile realizzare.

Una parziale soluzione al mistero

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Mentre a Pavia i campioni prelevati seguivano la loro strada, cercai di approfondire la questione delle fette di patata. Chiesi aiuto a Silvia Bottaro del Settore Sviluppo Agroindustriale della Regione Piemonte, che già in passato mi aveva aiutato a chiarire un altro “mistero vegetale” legato a certe mele su cui erano comparsi misteriosi disegni, poi rivelatisi l’effetto di un’infezione del frutto (vedi Query n. 5, pag. 49).

Una risposta simile fu quella che mi giunse in merito allo strano “alberello” nelle fette di patata. Secondo il dott. Gianfranco Latino si trattava di una fitopatia, peraltro piuttosto comune, nota come “cuore cavo della patata”. Si tratta di una malattia causata da squilibri idrici o nutrizionali e determina, come dice il nome, delle cavità nel tubero che possono assumere diverse forme.

Quanto al mistero della patata bianca, gli agronomi mi spiegarono che le patate di solito anneriscono perché si ossidano. Messe in acqua e chiuse in un contenitore è possibile che non abbiano molto ossigeno a disposizione per cui, invece di annerire subito, impiegheranno più tempo per marcire.

Nel giro di qualche settimana, anche Garlaschelli si fece sentire con i risultati delle analisi ottenuti dal Laboratorio di Spettrometria di massa dell’Università di Pavia. La conclusione degli esperti era inequivocabile: «Dai dati ottenuti si può dedurre che la sostanza raccolta su cotton-fioc è un olio vegetale, visto che gli oli vegetali sono miscele complesse di trigliceridi. Ulteriori analisi potrebbero permettere di stabilire di quale olio vegetale si tratti».

Il sospetto che forse l’olio provenisse da un trasudamento del dipinto poteva essere escluso per due motivi: a) per i dipinti a olio ci si serve essenzialmente di oli minerali, poiché quelli vegetali deperiscono più velocemente; b) nel caso di una trasudazione naturale le tracce del liquido avrebbero dovuto comparire su tutto il quadro e in maniera casuale, mentre qui si trovavano proprio e solo sotto gli occhi della Madonna e del Bambino.

Quali conclusioni trarre, dunque? La più logica è senza dubbio che l’olio sia venuto dall’esterno del quadro e vi sia stato posto sopra, o in modo soprannaturale, un’eventualità ancora tutta da dimostrare, oppure da una mano umana in maniera intenzionale. Chi e perché potrebbe averlo fatto le analisi non lo possono dire e forse oggi non è più possibile determinarlo.

Durante la mia visita alla Chiesa ho potuto vedere molte persone che andavano e venivano liberamente e, come ancora mostrano i filmati presenti sul web, fin all’ultima lacrimazione il dipinto è sempre stato esposto senza vetro e chiunque poteva allungare una mano e toccarlo. Sarebbe interessante vedere se ora, con il vetro al suo posto, il fenomeno tornerà ancora a ripetersi.

Più tardi, padre Avondios mi ha scritto in una mail: «Noi siamo stati e saremo sempre cauti nel dichiarare un evento o una apparizione come Vera al di fuori delle analisi e dei risultati. Per questo io Mons. Avondios sono sempre stato attento e curioso di conoscere la verità e sono stato d’accordo con la possibilità delle analisi. Noi continueremo a venerare e a rispettare l'immagine della Madonna non come frutto di un miracolo o presunto tale ma come strumento di devozione alla Madre del nostro Signore».

Mentre la nostra indagine proseguiva, a Licata, in Sicilia, un altro quadro a olio riproducente la Madonna si era messo a “piangere” sangue. Ma là le cose sono andate in modo ben diverso. Dopo avere prontamente gridato al miracolo, i giornali siciliani hanno dovuto infatti registrare un altro tipo di notizia: il Ris di Messina ha prelevato e analizzato alcuni campioni di DNA del sangue sul quadro e li ha ricondotti a uno dei proprietari. La procura di Agrigento ha subito aperto un’inchiesta con ipotesi di reato di abuso della credulità popolare.