Visibile e invisibile; La falsa scienza; Keith Barry


Visibile e invisibile
Olmes Bisi
Sironi, 2011
251 pp., € 18,00

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Recensione e intervista di Anna Rita Longo

Nelle biblioteche scolastiche e tra gli scaffali di chi ama la scienza dovrebbe essere riservato uno spazio per questo bel saggio di Olmes Bisi, docente di Fisica generale presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Corredato di splendide illustrazioni chiarificatrici, si sofferma a illustrare le proprietà della luce – sia quella che si vede sia quella che sfugge alla percezione umana – e i modi attraverso i quali l’uomo se ne serve per i propri scopi. Un viaggio interessante e interattivo alla scoperta delle meraviglie della natura e della scienza, che piacerà agli adulti e soprattutto si rivelerà utile ai ragazzi in età scolare, che avranno modo di approfondire divertendosi le nozioni apprese in classe. Seguendo gli avvincenti percorsi tracciati dal professor Bisi potremo rispondere a domande solo apparentemente banali («Perché la notte è nera?»), vedere il mondo attraverso gli occhi degli animali, comprendere l’importanza della luce e del colore nell’ambiente naturale, imparare la cosiddetta “grammatica del colore”, conoscere le nuove frontiere della scienza medica e molto altro ancora. Una volta chiuso il libro resterà la voglia di saperne ancora di più, perché la buona divulgazione ha il piacevole effetto collaterale di stuzzicare l’appetito della conoscenza.

Rivolgiamo ora qualche domanda di approfondimento all’autore, ringraziandolo per la sua cortese disponibilità.

1. Il suo saggio è il frutto di un progetto didattico innovativo: il Reggio Approach. Quali sono stati gli aspetti più interessanti della sua esperienza con il progetto in questione e, in particolar modo, con gli atelier “Raggio di luce” e “Di onda in onda”?

Da dieci anni partecipo come esperto di scienza ai Gruppi di Progetto di Reggio Children per allestire spazi e contesti educativi di tipo nuovo, in cui non sia prestabilito alcun percorso conoscitivo e dove l’attività creativa sia possibile e gratificante per tutti. Il Reggio Approach nasce dalla riflessione sulle potenzialità di una mente giovane, sulla sua capacità di stupirsi e ricercare, di costruire la conoscenza attraverso processi relazionali attivi e originali.

L’atelier “Raggio di luce”, dedicato ai fenomeni luminosi e collocato negli spazi del Centro Internazionale Loris Malaguzzi di Reggio Emilia, è stato presentato, tra l’altro, ai Festival della Scienza di Genova del 2005, 2006 e 2008. L’Atelier “Di onda in onda”, rivolto ai temi dell’acqua e dell’energia, si trova a Ligonchio nell’Appennino Tosco Emiliano, all’interno della centrale idroelettrica dell’ENEL (tuttora funzionante). Entrambe le strutture sono visitate ogni anno da migliaia di persone.

Quello della prima educazione non è l’unico campo in cui il Reggio Approach si è dimostrato valido. All’Università di Stanford, dove si tengono seminari sulle tecniche di insegnamento accademico, si utilizza anche questo approccio, considerato in grado di rivoluzionare i sistemi educativi. Non solo. Nell’ambito dell’Ingegneria Gestionale viene studiato come fondamentale per “educare all’innovazione” e per sviluppare il Design Thinking, una nuova tecnica per progettare il cambiamento, diffusa in tutto il mondo. Larry Leifer, professore di Stanford e “padre” del Design Thinking, afferma che «l’innovazione è una danza dove si rischia di perdere l’equilibrio e l’unico modo per non farsi travolgere è quello di mantenere, anche da adulti, quella creatività che si aveva da bambini».

2. Il titolo Visibile e invisibile fa riferimento al fatto che esiste tutto un mondo che sfugge ai nostri sensi; per quale ragione è importante acquisirne consapevolezza?

La “luce visibile” non è altro che un’onda elettromagnetica con lunghezza d’onda nel campo dei micrometri, da 0,7 (rosso) a 0,4 (violetto). La radiazione solare con tali caratteristiche non viene assorbita dall’atmosfera terrestre, ma raggiunge il suolo “illuminando” l’ambiente nelle ore diurne. Il nostro apparato visivo si è evoluto sfruttando tale possibilità; se i nostri occhi fossero sensibili ai raggi X il nostro ambiente naturale sarebbe buio! Questo non significa che le “luci invisibili” non siano rilevanti: quotidianamente incontriamo e utilizziamo radioonde, microonde, raggi infrarossi e ultravioletti. A volte incrociamo anche i raggi X, ad esempio durante un esame medico. L’incontro con i raggi gamma è fortunatamente raro, ma può aver luogo in presenza di materiali radioattivi. Tutte queste onde hanno caratteristiche identiche a quelle della luce visibile, si muovono alla stessa velocità e si differenziano semplicemente per la lunghezza d’onda e di conseguenza per l’energia che la particella di luce, il fotone, trasporta. L’universo delle onde elettromagnetiche invisibili non è osservabile direttamente, ma esplorabile con diversi apparati, anche di uso quotidiano. Una sfida per ogni mente curiosa.

3. Al termine di ogni argomento è inserita una sezione caratterizzata dalla domanda «Può essere vero?». Qual è lo scopo di tali “pillole di curiosità”?

Visibile e invisibile può essere fruito in diversi modi: essere letto di seguito o saltando da una voce all’altra, con una sequenza dettata dalla curiosità del lettore. Il libro, pur fornendo molte informazioni sui fenomeni luminosi, evita un approccio autorevole e statico. La scienza è in primo luogo ricerca, ed è basata su ipotesi e dubbi. Per questo l’attività dello scienziato è gratificante, come quella di un bambino alla scoperta del mondo. Le voci «Può essere vero?» presentano domande senza risposte, per sollevare interrogativi, sollecitare curiosità e ulteriori ricerche. Si intende sottrarsi alla logica per cui a ogni domanda debba seguire una risposta certa e indiscussa che risolve il quesito in maniera definitiva, vanificando ogni ulteriore esplorazione.

4. Quale lettore aveva in mente quando scriveva il suo libro?

Un’esperienza di quarant’anni nell’insegnamento della fisica mi ha permesso di conoscere tanti giovani studenti. Ogni anno ne incontro alcuni molto dotati per lo studio scientifico, capaci di apprendere anche in università disorganizzate o con professori mediocri. Gli altri, al contrario di questi pochi, non si trovano in questa condizione e il loro apprendimento dipende fortemente dal contesto educativo: devono essere continuamente coinvolti e interessati. Questi studenti rappresentano molti potenziali lettori, persone che difficilmente visitano un museo di scienza o tecnologia o leggono riviste come “Le Scienze”. Pensavo a loro mentre scrivevo il testo, a come coinvolgerli e interessarli. L’attività creativa è gratificante per tutti, non solo per i “migliori”.

5. La luce: un elemento su cui la scienza ha già detto tutto, oppure vi sono ancora dei fenomeni che attendono una spiegazione?

La luce è tuttora oggetto di moltissime ricerche di frontiera. Ad esempio i nuovi materiali costruiti attraverso le nanotecnologie presentano proprietà ottiche particolari, che possono risultare utili in settori applicativi, come quello relativo a nuove strutture fotovoltaiche. Inoltre la fotonica subentrerà all’elettronica e i raggi luminosi sostituiranno gli elettroni. In questo campo le domande non ancora risolte sono tante e intense indagini sono attive in diversi laboratori. Anche in astrofisica la luce è protagonista indiscussa di nuove scoperte. Un solo esempio: il 27 aprile 2013 l’osservatorio spaziale Fermi Gamma-ray Space Telescope ha registrato i fotoni gamma più energetici mai rilevati, con energia pari a 94 miliardi di elettronvolt. La lunghezza d’onda associata a questa radiazione è minore della dimensione di un protone. L’evento, denominato GRB 130427A, è probabilmente dovuto all’esplosione di una supernova, distante circa 3,6 miliardi di anni luce. Se ci soffermiamo sulle ricerche relative ai fondamenti della fisica dei quanti, diverse scoperte coinvolgono la luce. Ad esempio un recente esperimento analizza una catena di eventi che interessa quattro distinti fotoni: si è trovata una correlazione quantistica (quantum entanglement) tra due di questi, il fotone 1 ed il fotone 4, effetto singolare in quanto queste due particelle non sono vissute contemporaneamente, la prima essendo scomparsa prima della nascita della seconda.

La falsa scienza
Silvano Fuso
Carocci Editore, 2013
304 pp., € 21,00

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Recensione di Giorgio Dobrilla

Sarei disonesto se dicessi di aver cominciato a leggere il volume di Fuso con animo imparziale. La stima per l’autore, ormai di vecchia data, mi ha influenzato sin dalle prime pagine. Ma devo anche dire con la massima sincerità che i giudizi su questo libro sono assolutamente indipendenti dall’affetto. In altre parole, avessi dovuto recensire la stessa opera scritta da uno sconosciuto il mio commento complessivo sarebbe stato lo stesso, e cioè che si tratta di un libro straordinariamente convincente per tempistica, sostanza e forma.

Tempistica perfetta perché chi ama la scienza sa quanto siamo bombardati negli ultimi anni da messaggi fuorvianti, illazioni pseudoscientifiche e posizioni anti-scientifiche. Siamo sempre più circondati da UFO, oroscopi, previsioni Maya, oscuri presagi e rimedi miracolosi. Silvano Fuso su questi autentici falsificatori della scienza ha scritto già molto in passato, e un suo libro precedente, assolutamente prezioso a mio avviso, non a caso si intitola proprio I nemici della scienza. Ma di testimonianze come queste non ce ne sono mai abbastanza, perché purtroppo l’investimento in cultura, informazione e scienza va diminuendo sempre più nel nostro Paese, per cui questo libro concorre opportunamente a frenare questo andazzo suicida. È chiaro che non si possono ignorare le esigenze di pancia dei cittadini (guarda caso interpellati solo in campagna elettorale) perché, come notava Concetto Marchesi, chi ha i problemi del pane non può permettersi di avere quelli dello spirito. Ma non si può neanche ritenere che la pancia sia tutto e che il cervello serva solo a trovare soluzioni finalizzate unicamente a sbarcare il lunario. La scienza in effetti serve, e specie ai giovani, per sognare, per immaginare, per riempire di contenuti ideali la qualità di vita. Non possiamo, insomma, dare loro solo incertezze, telefonini e modelli comportamentali fasulli derivati da spettacoli TV di bassissima lega, magari realizzati discutibilmente (honi soit qui mal y pense) su un’isola o all’interno di una specie di comune sorvegliata da videocamere.

La sostanza del volume è di alta qualità e così densa di contenuti che è davvero impossibile commentarla in dettaglio. Si può, però, sottolineare un aspetto generale. Fuso, invece di enfatizzare la perfezione della scienza e degli scienziati, oltre che soffermarsi su ineffabili bufale, rivede criticamente anche errori compiuti da ricercatori, che non sono infallibili, essendo influenzati pure essi da credenze personali, manie, debolezze, vanità. La falsa scienza, in altre parole, non è solo quella dei maniaci in buona fede o dei ciarlatani in malafede ma pure degli scienziati quando essi deviano dalla logica, dall’autocritica e dalla corretta metodologia o, peggio, quando sostengono certe cose per acquisire i cospicui vantaggi di un appoggio politico. Fuso ne dà dimostrazione in sei parti distinte intitolate rispettivamente Abbagli individuali e collettivi, Frodi volontarie, Invenzioni folli, Scoperte metafisiche, Teorie rivoluzionarie, Medicine e miracoli. È impossibile soffermarsi su ogni tema ma intanto si può ricavare dai fatti ben documentati dall’autore che gli ambasciatori di falsa scienza esistono in ogni nazione: sono italiani, tedeschi, inglesi, americani, francesi, indiani. Nel merito, il libro indubbiamente avvince il lettore spaziando dal mistero delle piramidi all’orgone di Wilhelm Reich, dalla genetica in salsa sovietica di Lysenko ai teschi di cristallo, dalle follie pseudoscientifiche naziste e dallo spiritismo alla resurrezione dei defunti, dai viaggi nel tempo alla fusione fredda, dal magnetismo animale alla memoria “omeopatica” dell’acqua.

La forma, in un volume come questo, è terribilmente importante, perché il pericolo di annoiare entrando nei dettagli o di esprimere concetti a volte non immediati per un lettore non addetto ai lavori è subdolamente presente. Ebbene, la forma scelta da Fuso è esente dal rischio di annoiare. Il linguaggio scorrevole e chiarissimo e alcuni espedienti originali assicurano una lettura agile e divertente, che favorisce la voglia di procedere, di leggere il seguito, di saperne di più. Ho trovato assolutamente esilarante l’inizio del capitolo dedicato a Charles Piazzi e alle sue “enigmatiche” piramidi. In esso Silvano Fuso, giocando sapientemente con i numeri relativi alla sua data di nascita, al numero di lettere della cittadina dov’è nato, alla sua altezza e al numero delle sue scarpe, al rapporto tra le lettere del nome e quello del cognome e ad altro ancora dimostra in modo divertito e divertente l’esistenza di una correlazione strettissima tra se stesso e le misteriose coordinate delle piramidi. Come dire, insomma, che manipolando i numeri si è in grado di scoprire tutto quello che si vuole scoprire. Sarebbe fantastico se Fuso con la stessa competenza e ironia analizzasse in un prossimo libro la politica falsa! Nel frattempo, accontentiamoci del suo Falsa Scienza, da inserire di sicuro nei nostri scaffali tra i libri che ci stanno più a cuore.

Keith Barry: magie della mente
Protagonista della serie: Keith Barry, mentalista
DMAX, canale 52 del digitale terrestre e online su www.dmax.it

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Recensione di Pierfrancesco Panunzi, prestigiatore

«Keith Barry è un illusionista: può leggerti nella mente, manipolare i tuoi pensieri, innestare idee nel tuo cervello. Con lui vicino nessun segreto è al sicuro. A cosa stai pensando? Keith Barry lo sa».

Questo si legge sul sito web del canale televisivo DMAX, nel quale è attualmente possibile visionare tutte le puntate dell’omonima serie televisiva che ha come protagonista il mentalista irlandese Keith Barry. Ma procediamo con ordine.

L’inglese Derren Brown è considerato l’inventore del cosiddetto “mentalismo scien- tifico”. Non provenendo direttamente dal mondo della prestidigitazione, Derren aveva trasformato la sua passione per la lettura – prima da credente e poi da critico – di quelli che vengono definiti libri di auto-aiuto, in effetti di mentalismo, riscontrando un sorprendente favore presso il pubblico, fino al punto che anni dopo il personaggio del “mentalista scientifico” (detto anche “mentalista moderno”) ispirò telefilm di successo come The Mentalist e Lie to Me (quest’ultimo ispirato anche allo psicologo Paul Ekman e ai suoi studi sulle microespressioni, ma senza dubbio il successo della figura del mentalista moderno ha fatto la sua parte).

L’Inghilterra, patria di 007 e del Big Brother di George Orwell, cascò subito e felicemente nel tranello ipnotico-magico basato sulle teorie del controllo mentale e supposte abilità similari, tipiche della PNL. Lo stesso Derren Brown, anni dopo, raggiunta un certa fama, sparò a zero sul suo operato “confessandosi” in testi nei quali spiegava come sia facile, per l’uomo, cadere nell’autoinganno che induce a credere in certe manifestazioni che non rispecchiano la natura, sostanzialmente indeterministica, del reale (si veda, ad esempio, Tricks of the Mind e Confessions of a Conjuror tradotti anche in italiano con i titoli Il mentalista e Confessioni di un mentalista).

L’ultimo decennio ha visto nascere tanti emuli di Derren Brown, molti dei quali hanno avuto la strada spianata nel consenso popolare, trovando un pubblico che di natura è propenso a credere più del dovuto nel determinismo e nel potere di controllare la mente; allo stesso tempo, i sostenitori della PNL hanno voluto vedere nel cosiddetto “mentalismo scientifico” una conferma delle proprie asserzioni.

Keith Barry illustra nel proprio programma (Keith Barry: magie della mente) come utilizzare conoscenze relative al linguaggio del corpo, alla psicologia, alla mnemotecnica e altro in disparate situazioni che vanno dall’aiutare le forze dell’ordine al competere con i concessionari di automobili e le loro strategie di marketing. Semplici esperimenti realizzati grazie a tecniche da prestigiatore (distinguere una testimonianza vera da una falsa, individuare chi nasconde un’arma, influenzare la mente di chi disegna un identikit e molto altro) vengono invece successivamente spiegati attingendo ad un mix di psicologia pura e discipline pseudoscientifiche come la PNL, facendo riferimento al fatto che tali abilità confluiscono nella figura professionale del mentalista. Quest’ultimo termine risulta, tra l’altro, ambiguo nella percezione dello spettatore, dal momento che solo i prestigiatori, di solito, sanno di che cosa davvero si occupi un mentalista, perché il grande pubblico è tratto in inganno dalle dicerie fomentate dai media.

Nulla da eccepire sul principio in sé, dal momento che la storia insegna che la figura del mentalista è sempre associata a quella che tecnicamente viene definita “falsa spiegazione”, paranormale o pseudoscientifica che sia. Keith Barry è bravissimo nell’arte della dissimulazione mentalistica e anche se le sue false spiegazioni vanno prese con le molle, nulla toglie che contengano comunque un pizzico di verità.

Personalmente, da prestigiatore, ho avuto modo di sperimentare quanto la falsa spiegazione sia determinante nella riuscita di un effetto, soprattutto quando fa leva su concetti pseudoscientifici abilmente camuffati per apparire vicini a una spiegazione scientifica.

Ho notato anche come molti mentalisti moderni, nel corso dei loro spettacoli, si prendano la libertà di adoperare più di una volta tecniche prestigiatorie che di regola vanno usate una volta sola perché irripetibili (eseguendole più volte si capirebbe il meccanismo illusorio che vi sta dietro; per gli esperti del settore, si veda, ad esempio, la scelta magica o tecnica dell’equivoco). Cambiando contesti e argomentazioni e usando la copertura della falsa spiegazione in chiave psicologica, il mentalista riesce a servirsi di tali tecniche più volte nello stesso spettacolo.

In fondo anche Uri Geller, notissimo mentalista paranormale, chiedeva cose banali come aprire i cassetti per cercare vecchi oggetti non usati da tempo e notare piccoli cambiamenti; era la potenza delle sue argomentazioni a dare un senso magico a queste banalità.

Lo spettacolo di mentalismo si basa quindi sull’illusione e sulla relativa fallace spiegazione; quest’ultima fornisce copertura a tecniche che altrimenti risulterebbero scontate e assolutamente incapaci di meravigliare il pubblico. In tal senso Keith Barry con il suo programma televisivo fornisce un ottimo esempio di che cosa sia il mentalismo in senso generale, ovvero una branca della prestidigitazione che non solo attribuisce le illusioni a una falsa spiegazione presentata come veritiera (attingendo a credenze popolari, studi pseudoscientifici, concetti scientifici indebitamente estremizzati e forzati), ma soprattutto riesce a rendere la spiegazione addirittura più appagante e “magica” dell’effetto stesso.

Keith Barry, in poche parole, si domanda ogni volta quale spiegazione vorrebbe ricevere il suo pubblico e gliela elargisce, con somma soddisfazione di chi assiste alle sue performance.

Un pubblico che vuole divertirsi, sorprendersi e credere in improbabili leggi deterministiche che conferiscono un senso spirituale alla successione degli eventi, un pubblico che vuole sentire di avere la possibilità di influenzare l’agire altrui e la realtà delle cose, gradirà senza dubbio uno show che sembra confezionato proprio allo scopo di compiacerlo. Si tratta certamente di false speranze, ma l’importante è non abusare della credulità di chi si sta accostando a una performance illusionistica. D’altra parte, lo spettatore meno propenso a una visione acritica potrà ugualmente apprezzare la tecnica di Keith Barry, la sua perizia nell’ingenerare meraviglia e la sua intelligente dissimulazione del trucco, che non si vede ma senza dubbio c’è. È questo tipo di atteggiamento che mi auguro sia prevalente tra i nostri lettori.