Risolto il mistero dei cerchi sottomarini danesi

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  • 27-05-2014
  • di Sofia Lincos
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©Jacob T. Johansen
I primi cerchi vennero avvistati nel 2008, in Danimarca: anelli con un diametro fino a 15 metri, visibili sul fondo del mare. A fotografarli un turista, durante un’immersione subacquea al largo delle scogliere di Møn. Nel 2011 il fenomeno si ripresentò, guadagnandosi l’attenzione della stampa.
Molte le ipotesi: crateri di bombe della seconda guerra mondiale, fenomeno naturale simile ai “cerchi delle streghe", tracce di un’antica civiltà – o, ancor meglio, di una civiltà aliena?
Se ne interessarono anche i biologi dell’Università di Copenhagen, insieme a quelli della University of Southern Denmark. I primi esami non lasciarono dubbi: gli anelli erano costituiti da esemplari di italicizzare, un vegetale acquatico che cresce a basse profondità.
Questa specie tende in effetti a svilupparsi radialmente, tramite stoloni, espandendosi a poco a poco in cerchi sempre più ampi. Ma allora perchè nei cerchi dell’isola di Møn era rimasto solo il bordo esterno?
La soluzione è arrivata grazie a una ricerca pubblicata nell’ultimo numero di Marine Biology[1]; e purtroppo non è una di quelle belle e romantiche come quella del “crop circle” creato dai pesci palla[2]. La colpa è dell’inquinamento.
Nello specifico, dei solfuri, sostanze che si ritrovano spesso nei residui agricoli ricchi di fertilizzanti, ma che possono anche svilupparsi a causa della minor ossigenazione dell’acqua.
I fanghi ricchi di solfuri, in genere, vengono trasportati al largo dalle correnti marine. Ma non se incontrano i cespugli di Zostera che, con le sue radici, finisce per intrappolare i fanghi e le sostanze nocive in essi contenute. È questo il processo che porta alla creazione degli anelli: i solfuri sono, sì, tossici, ma non abbastanza da uccidere gli esemplari più giovani e forti. A farne le spese sono invece quelli più vecchi, che si trovano al centro dei tappeti circolari di vegetazione. E così sopravvivono solo quelli sul bordo esterno.
I ricercatori che hanno condotto questo studio sperano che la scoperta possa portare a una maggiore consapevolezza dei danni prodotti dall’inquinamento. La vegetazione di Zostera dà rifugio a molte specie marine; la sua scomparsa avrebbe quindi conseguenze molto pesanti per l’ecosistema.

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