In ricordo di Vittorio Pesce Delfino

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  • 16-06-2016
  • a cura del CICAP Puglia
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©madeinmurgia.org
Il 27 aprile ci ha lasciato Vittorio Pesce Delfino, scienziato di fama internazionale, docente presso l’Università degli studi di Bari e primo presidente della sezione pugliese del CICAP.

Pubblichiamo tre testimonianze che ne ricordano la figura e l’opera.

Il ricordo di Luigi Garlaschelli


Quando iniziai a collaborare col CICAP, nei primi anni Novanta, la mia curiosità fu presto attratta dalla Sindone di Torino, dal dibattito sui recenti risultati (1988) della datazione col radiocarbonio (che la condannava come falso medievale) e sui misteri veri o presunti che tale immagine generava. Raccoglievo frattanto materiale da studiare, leggevo articoli scientifici e libri scritti dai noti sindonologi Emanuela Marinelli, Baima Bollone e altri. Ovviamente, nel grande numero di testi che sostengono l’autenticità della Sindone, possibilisti o dubbiosi, ne spiccavano due. Uno era “Inquest on the Shroud of Turin”, di Joe Nickell, del 1987. L’altro era “E l’uomo creò la Sindone” di Vittorio Pesce Delfino, del 1982.

Vittorio Pesce Delfino, nel 1982, postulava l’uso di un bassorilievo di metallo riscaldato. Appoggiandovi sopra un telo, questo si strina leggermente, permettendo di ottenere automaticamente un’impronta negativa, distorta, sfumata, indelebile, non pittorica, con informazioni tridimensionali, ecc.

Il docente di Bari, in anni nei quali i computer erano ancora poco diffusi, analizzò con tecnologie digitali l'intensità della luminosità nei punti del volto della Sindone, riportando il tutto in una specie di mappa tridimensionale che servì poi allo scultore Gagliardi per creare un bassorilievo di bronzo, molto piatto.

Il libro e i risultati di Pesce Delfino fecero scalpore, perché per la prima volta venivano ottenute immagini visivamente molto simili alla Sindone di Torino, mostrate anche sui mass media, uscendo dal ristretto dibattito tra gli “specialisti”.

Vittorio Pesce Delfino, ovviamente, si era occupato di innumerevoli altri argomenti e campi di ricerca, e il suo curriculum scientifico è davvero impressionante. Instancabile, immaginifico, combattivo, controcorrente, sempre impegnato socialmente, lascerà un vuoto difficile da colmare.

Gigi Garlaschelli

Il ricordo di Giorgio Manzi


Ho conosciuto Vittorio Pesce Delfino molti anni fa, quando io ero un giovane ricercatore e lui era già un maestro: maestro di morfologia, una figura un po’ a cavallo tra l’anatomo-patologo e l’esperto di informatica. In realtà, era un antropologo nel senso più profondo, complesso e poliedrico del termine.

L’ho sentito parlare in pubblico e mi ha subito affascinato. Sarà stata l’intelligenza acuta che traspariva dal suo sguardo, o l’altissima cultura, o le capacità affabulatorie, o anche quel sorriso malandrino e la sottile ironia sottesa a ogni frase. Fatto sta che quel grande maestro di morfologia mi ha subito affascinato.

Non è certo mia intenzione ricordare qui il suo formidabile curriculum scientifico, mi basta dire che il prof. Pesce Delfino per me rimane soprattutto il vate della “morfometria analitica delle forma”: un sistema logico-matematico e relativo hardware, internazionalmente noto con la sigla S.A.M. (Shape Analytical Morphometry), con innumerevoli applicazioni nello studio delle forme in diagnostica medica, nel monitoraggio territoriale e urbanistico, nei controlli industriali, nel restauro di opere d’arte, in ortognatodonzia, in ortopedia, in medicina legale e, soprattutto (dal mio punto di vista), nello studio e nell’interpretazione della documentazione fossile dell’evoluzione umana.

In questo (e non solo in questo) l’impresa scientifica di Vittorio Pesce Delfino fu assolutamente pionieristica. Trent’anni fa almeno, quando quello che oggi è normale – una normalità fatta di immagini in tre dimensioni e di sofisticati metodi di analisi nel campo della morfometria geometrica – non lo si poteva certo prevedere, mentre all’Università di Bari e nei laboratori del consorzio Digamma (la ben nota creatura di Pesce Delfino) c’era chi muoveva i primi passi proprio in questa ambiziosa direzione.

Giorgio Manzi,
Paleoantropologo Sapienza Università di Roma

Il ricordo di Massimiliano Morelli


Il Professore entrava in un’auletta striminzita del Dipartimento di Zoologia e il suo Mac diventava come la scatola magica di un ciarlatano straordinariamente affidabile, che ci teneva legati alle sedie nel tentativo disperato di stargli dietro con gli appunti, mentre rovesciava nel proiettore infiniti input per i nostri neuroni. Sono sempre stato convinto che il Prof. si divertisse un mondo a tenere quei corsi. Per un discepolo devoto del metodo aristotelico, osservare le nostre reazioni mentre ci somministrava distillati del suo sapere, non poteva che essere esperienza. Era un esperimento il raccontarci i meccanismi della cognizione, mentre li attivava con indovinelli o illusioni ottiche. Era un esperimento portare in aula la testa in gesso del suo fido Geronimo, costringendoci a guardarla negli occhi da ogni angolazione, per spiegarci la percezione. Era un esperimento, il più bello, chiudere il corso con la proiezione di uno scheletro dai contorni confusi, lasciandoci per interminabili minuti a stropicciarci gli occhi, prima che tirasse fuori dal taschino i suoi celeberrimi occhialini 3D. E svelare al nostro “ooohhh” che quelle macchie rosse e verdi, altro non erano che l’anaglifo di quell’Uomo neandertaliano a testa in giù, a cui il Prof. aveva donato quindici anni di ricerche e la sua anima, molto prima che studi recentissimi provassero a dargli un volto.

Restai talmente affascinato da quel precipizio di “virtute e canoscenza” senza pari, che, appena terminammo il corso chiesi al Prof. di prendermi in tesi. Accettò di farmi da chioccia, affidandomi alle cure sue e dell’inseparabile Eligio Vacca. Con loro trascorsi l’anno più bello della mia carriera da studente.

Ci sono persone che riescono nell’incantesimo di restituire alla vita più di quanto essa stessa abbia saputo donar loro. Per chi, come il Prof., dalla vita ha avuto comunque tanto, esserci riuscito è impresa ancora più straordinaria. L’ha portata avanti vivendo la magnifica ossessione del bisogno di dare una spiegazione alla forma. Per farlo, ha esplorato ogni strada per sapere dove portasse, ha cercato una ragione per ogni attimo che viveva, ha tracciato una linea che passasse da ogni punto che incontrava.

Ci ha insegnato che la forma è sostanza. Ha rubato mille segreti alla Natura, senza mai considerarli suoi. Li ha svelati per poi rimetterli a posto. Felice che altri potessero apprenderli. Lo fece anche con me, dal primo giorno di quel lontano inizio. Ci teneva a me, anche se ero soltanto un giovane tesista sprovveduto. E lui il mio maestro. Che al posto della bacchetta di legno, ne usava una magica, la voglia di scoprire. Gli sarò per sempre grato di avermela mostrata.

Massimiliano Morelli,
Ricercatore presso l’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante del CNR, biologo ambientale ed evolutivo, allievo del professor Pesce Delfino per la redazione della propria tesi sperimentale in antropologia