L'energia che guarisce

Il reiki tra religione per l'anima e terapia per il corpo

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Trattamento Reiki ©Wikipedia


Il reiki viene definito dai suoi cultori come una tecnica di guarigione, semplice da praticare quanto efficace negli effetti, che può essere utilizzata da chiunque sia stato “energeticamente ripulito” mediante l’attivazione dei suoi “canali naturali” (vedremo più avanti il significato di questo termine). Nel sito della scuola italiana di reiki[1], si legge: «Il reiki è una tecnica di origine giapponese immediata e naturale che permette di riequilibrarsi e di ritrovare benessere psichico e fisico utilizzando semplicemente le proprie mani. È così semplice che tutti possono impararlo in un fine settimana, persino i bambini».

Questa pratica si propone come una terapia medica atta a curare traumi, distorsioni, ustioni, ferite ma anche allergie, così come malattie autoimmuni, semplici raffreddori o patologie tumorali. Decisamente molto. Anche quando la malattia non regredisce (il reiki, bontà sua, non pretende di garantire l’immortalità), il paziente trattato dovrebbe comunque trovare beneficio psicofisico nel trattamento e migliorare la qualità della sua vita. Il reiki inoltre - sempre secondo chi lo pratica - può essere utilizzato per curare malattie mentali come la depressione e garantirebbe una forte stabilità emotiva ed una maggior serenità nell’affrontare i problemi di tutti i giorni anche a chi è sano come un pesce.

Attenzione a non confondere il reiki con la pranoterapia, ovverosia la guarigione di un malanno tramite l’imposizione delle mani. Una terapia “alternativa” la cui efficacia non è mai stata dimostrata. Mentre il pranoterapeuta travasa sul paziente la sua personale “energia magnetica”, il reikista si limita a far da «canale» per far scorrere l’«energia dell’universo». Il pranoterapeuta, alla fine della seduta - perlomeno così afferma - si sente svuotato e stanco, mentre il reikista che ha fatto solo da «filo conduttore» sarebbe a sua volta beneficiato dal passaggio del reiki. Contrariamente alla pranoterapia, il reiki può essere praticato anche su se stessi. Un’altra differenza fondamentale sta nel fatto che per applicare la pranoterapia bisogna essere delle persone speciali, alle quali Madre Natura, o chi per lei, ha elargito il magico dono della guarigione. Il reiki, al contrario, lo può praticare un premio Nobel come una persona semplice, un adulto come un bambino, un santo come un bestemmiatore incallito, purché ovviamente abbia prima investito i 300 euro indispensabili per farsi «attivare» i «canali energetici» da un maestro reikista. Da questo punto di vista, si tratta di una pratica di guarigione assai più democratica!

Il reiki nella sanità


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©amish.patel/Flickr
Negli ultimi tempi, pur in assenza di studi scientifici che ne abbiano dimostrato una qualche efficacia, il reiki è entrato nella sanità italiana perlomeno in tre ospedali: nel reparto di medicina psicosomatica del San Carlo Borromeo di Milano e nei reparti oncologici del San Giovanni Battista di Torino e del Regina Elena di Roma. Nel canale YouTube della scuola YouReiki si possono vedere dei video che mostrano come questa pratica venga applicata ai pazienti oncologici del Regina Elena. Inoltre, a dimostrazione di come la pratica di questa disciplina si stia diffondendo in Italia, alcune associazioni di reiki sono riuscite ad inserire i loro corsi nell’ambito della formazione continua per il personale sanitario con la possibilità di rilasciare crediti Ecm (Educazione Continua in Medicina). I vantaggi, stando a quanto si legge nella pagina reiki con accredito Ecm, sarebbero sia per il paziente curato con il reiki che per l’operatore, il quale godrebbe di «maggiore resistenza alla fatica ed allo stress da turni» e farebbe così «minori assenze per malattia». Il reiki quindi curerebbe tanto chi lo eroga quanto chi ne beneficia. E ci sarebbe un vantaggio anche per l’azienda ospedaliera, in quanto il reiki può accelerare la convalescenza e contrastare le complicazioni: «si pensi ai vantaggi in termini di riduzione delle liste di attesa ed a quelli economici derivanti dal maggior turnover dei pazienti».

Quando l’energia è “intelligente”


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Caratteri giapponesi (Kanji) di “Reiki” ©Wikipedia
Reiki è una parola giapponese composta da due ideogrammi: Rei (spirituale, intelligente) e Ki (energia). La traduzione letteraria del termine potrebbe essere quindi “energia intelligente”. «Quell’energia che esisteva ancor prima della creazione dell’universo - si legge su www.amoreiki.it - il principio divino dal quale è scaturito il Big Bang e che ha portato alla creazione dell’universo in tutte le sue manifestazioni».

Niente di misurabile o di contestualizzabile in un ambito scientifico, naturalmente. Anzi potremmo affermare che, per sua stessa natura, il reiki esula da qualsiasi definizione scientifica. I suoi adepti la descrivono infatti come una “energia” che non si può misurare, il che in termini scientifici è un non senso. Più un concetto filosofico e religioso, quindi. «Reiki indica un livello di energia vibrazionale che è comune a tutti gli esseri viventi e che nutre e mantiene le cose in vita» come spiega l’associazione reikista Alkaemia nel suo sito. Una sorta di «forza spirituale benigna» che avvolge l’universo impregnandolo di amore e di ordine.

Una energia per sua natura guaritrice, perché le patologie sarebbero imputabili a un disordine o, meglio, a un disequilibrio dello spirito che si riflette negativamente nel corpo.

Il reiki ha il potere di armonizzare l’uomo con l’universo donandogli così la guarigione. La malattia, sia essa una infezione virale o una semplice ferita da taglio, nella filosofia del reiki comporta uno squilibrio nel paziente che si traduce in sofferenza fisica e psichica. L’operatore reiki, incanalando l’energia dell’universo e facendola scorrere nel corpo del malato, ristabilirebbe questo mistico equilibrio, col risultato - sempre secondo i reikisti - di demolire l’infezione o di far cicatrizzare la ferita in tempi brevissimi.

Non sono necessari altri accorgimenti da parte dell’operatore. Il reiki, come abbiamo detto, è una energia intelligente. Una volta incanalata nel corpo sa da sola dove andare a depositare i suoi benefici influssi. Il terapista ha soltanto la funzione di «canalizzare» l’energia. Per questo non servono studi, conoscenze o abilità particolari, come, ad esempio, per l’agopuntura. L’operatore apre solo il «rubinetto» dell’energia che poi scorre da sola. Con queste premesse, i reikisti spiegano facilmente anche eventuali insuccessi. Ad esempio: hai applicato il reiki ad un torcicollo e non ti è passato? Nessuna contraddizione. Probabilmente avevi uno squilibrio più pericoloso in qualche altra parte dell’organismo e il reiki è andato a riequilibrare quella parte del tuo corpo.

Capirete che, partendo da queste premesse, è difficile dimostrare scientificamente se il reiki abbia una qualche efficacia o no.

Dagli States con furore


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©Ängsbacka/Flickr
Raccontato così, il reiki sembra una delle tante discipline orientaleggianti in stile new age che hanno trovato la loro fortuna in Occidente, stravolgendo quello che era il loro significato nelle terre del Sol Levante. Non è affatto così. Provate a chiedere a qualche vostro conoscente giapponese che cosa sia il reiki. Io ci ho provato con un mio amico docente universitario di Kyoto e l’ho visto sprofondarsi in un mare di scuse confessando la sua ignoranza in materia. Solo dopo molte domande serrate - cosa considerata altamente maleducata per i criteri orientali - sono riuscito a capire che quello che noi chiamiamo reiki in Giappone… non esiste! O meglio, esiste ma è una pratica ascetica seguita solo da alcuni monaci buddisti, come complemento di digiuni e meditazioni, finalizzata a guarire più lo spirito che il corpo. Basta anche fare una ricerca su Google per assicurarsi che, mentre in Europa e nell’America del nord di scuole reiki ce ne sono molte, in tutto il Giappone la disciplina del reiki è praticamente sconosciuta e le poche associazioni che usano questo termine sono prettamente religiose e senza finalità terapeutiche.

Per definire il reiki che viene proposto in Italia, il mio amico orientale ha usato l’efficace espressione «la solita americanata».

Già. Perché il reiki che viene praticato in Italia non viene dal Paese del Sol Levante ma dagli Usa.

21 sassolini per il reiki


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Dida Mikao Usui ©Wikipedia
Tutti gli studiosi sono concordi nel considerare il monaco Mikao Usui (1865 - 1926) il fondatore del reiki. Di lui, che non ha lasciato nulla di scritto, non si sa molto più di quanto racconta la sua leggenda. Avrebbe messo a punto il reiki come metodo di risveglio spirituale e di riequilibrio energetico, meditando sulle pendici del vulcano Fujiyama 21 giorni e 21 notti, seduto su 21 sassolini.

Fondò la sua scuola in età avanzata e morì quattro anni dopo. Sulla sua lapide c’è scritto che insegnò il reiki a duemila persone. Solo sedici di questi studenti raggiunsero il livello di “shinpiden”, che consente di “attivare” altri reikisti. Per Usui, questo era un traguardo molto importante, raggiungibile solo con lunghi digiuni e profonde meditazioni. Per il reiki occidentale, è semplicemente il terzo livello del corso completo.

Fu una donna di passaporto statunitense e di origine giapponese, Hawayo Takata (1900 - 1980), colei che portò il reiki in Occidente. La donna conobbe questa disciplina in un viaggio a Tokjio tramite Chujiro Hayashi, un medico omeopata che fu iniziato al reiki dallo stesso Usui. Nel 1941 Hawayo Takata divenne il terzo maestro Reiki nella successione di Usui, e si autonominò responsabile unica della salvaguardia e della corretta diffusione del metodo Usui.

Takata strutturò il percorso formativo del reikista in tre corsi, come è tutt’ora, e occidentalizzò la disciplina liberandola dalle pratiche monacali e dandole una forte valenza terapeutica. Scrisse nel suo diario: «Io credo che esista un Essere Supremo, l'Infinito Assoluto, una Forza Vitale che governa il mondo e l'universo, un Potere Spirituale invisibile dinanzi al quale tutti gli altri poteri appassiscono nella loro insignificanza. Questo potere è incomprensibile per l'uomo, inimmaginabile, non misurabile, è la Forza Universale della Vita, da cui ogni singolo essere riceve continue benedizioni. Io chiamerò questa energia Reiki»

Il reiki in Italia


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Autotrattamento Reiki ©Wikipedia
Dagli States, il reiki è arrivato in Italia attorno ai primi anni ’90. Da allora, questa pratica terapeutica si è diffusa in tutto il Paese, ottenendo un innegabile e crescente successo. In Italia le scuole di reiki sono oramai parecchie decine e sono diffuse in tutta la penisola. Il reiki, abbiamo scritto, è per sua natura “democratico”. Chiunque abbia frequentato il terzo livello, e di conseguenza abbia il potere di “attivare” gli aspiranti reikisti, può fondare una sua scuola e impegnarsi in questo business. La tecnica è sempre la stessa, così come sempre gli stessi sono i tre livelli che ogni scuola offre al pubblico. Il primo livello consiste nell’attivazione dei canali energetici e consente di guarire i pazienti, e anche lo stesso operatore, ponendo le mani (vedremo più avanti con che tecnica) a contatto col corpo dei malati. Il secondo livello permette di trasmettere il reiki a distanza con la sola forza del pensiero. Il terzo livello, l’ultimo, dà il potere di attivare altri reikisti e quindi di organizzare corsi di tutti i livelli.

Ognuno di questi corsi dura un paio di pomeriggi. I tariffari si aggirano sui 300 euro per il primo, 500 per il secondo, mentre il terzo arriva anche a 10 mila euro.

La distanza dei reikisti da un approccio di tipo scientifico si osserva anche nel modo in cui affrontano la questione della medicina dei farmaci. Per esempio, il reiki è antitetico al vaccino, che causa secondo reikinet.it «migliaia di reazioni serie, incluse centinaia di morti e di menomazioni permanenti». Vaccinare un bambino, si legge nel sito www.reiki.it , è come chiedergli «di allenarsi per un incontro di pugilato o sottoporlo ad un addestramento militare». Le spiegazioni che vengono fornite per giustificare questa opera di disinformazione rinviano ancora una volta a simboli e teorie, mai ad una qualche evidenza: «Il sistema immunitario è collegato all’archetipo del Guerriero e ci permette di entrare in relazione con il mondo, con l’Altro-da-me e di difenderci dalle invasioni». In questo modo, si legge sempre nel sito, «un bambino sano nei primi anni di vita è in grado di rispondere in modo adeguato per limitare i danni provocati dalla gran parte degli agenti infettivi e, allo stesso tempo di produrre la cosiddetta memoria immunologica».

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Corso di reiki ©Teresa Ostos/Flickr
Secondo i reikisti, i vaccini possono essere assorbiti da un adulto, ma se «il bambino è ancora molto piccolo, il suo sistema immunitario è ancora totalmente immaturo e cercare di proteggerlo precocemente (prima del reale contatto con i germi) si è dimostrata essere una delle principali cause di danno vaccinale». Le conclusioni sono queste: «più i nostri figli sono vaccinati e più stanno male». Tutto al contrario dei bambini cui viene insegnato il reiki, «il regalo più grande che possiamo fare loro». E la conclusione di questo articolo è che «Oggi si può aiutare efficacemente i propri bambini senza inquinarli troppo con le tossiche medicine. Tante sono le possibilità. Grandissimi risultati ha ottenuto l’omeopatia, la giusta alimentazione con utilizzo di alimenti “bio”, la naturopatia, ma più grandi risultati potrete ottenere se unirete a qualsiasi cura, di medicina tradizionale o alternativa, il reiki».

Le critiche al reiki


Navigando in rete, quello che più stupisce un osservatore dotato di spirito critico è la quasi assoluta mancanza di voci critiche nei confronti di questa disciplina.

Se provate a battere il termine Reiki sulla finestra di Google, le pagine più facilmente citate sono quelle di associazioni di reikisti che promettono corsi, guarigioni miracolose, seminari, risvegli spirituali ed energetici.

Per trovare un approccio critico bisogna conoscere l’inglese (o correre il rischio di affidarsi al disgraziatissimo traduttore di Google). Lo Skeptic’s dictionary da abracadabra agli zombi[2], in un articolo, per la verità piuttosto succinto, racconta la storia del reiki e della sua diffusione, senza comunque tentare una spiegazione del suo successo, e alla fine liquida la pratica terapeutica come uno dei tanti placebo al pari delle altre pratiche di pranoterapia. Anche se il reiki, come abbiamo detto, non è assimilabile alla pranoterapia.

Chi si è espresso criticamente verso il reiki è invece la Chiesa cattolica, anche se ovviamente non sulla base di evidenze scientifiche.

La Commissione per la Dottrina della Conferenza episcopale, con una direttiva datata 25 marzo 2009, scaricabile in italiano al link indicato in nota[3], ha dichiarato che questa pratica terapeutica è una manifestazione demoniaca ed è nemica della fede cristiana: «Per un cattolico credere nella terapia reiki presenta problemi insolubili».

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©Teresa Ostos/Flickr
Il che si spiega facilmente. Per la teologia cattolica, che non ammette panteismi, la sola forza positiva e guaritrice che pervade l’universo è quella che viene da Dio tramite lo Spirito santo. Una forza che solo i santi possono adoperare per effettuare le miracolose guarigioni di cui abbondano le agiografie. Ma il reiki, come abbiamo scritto, ha una natura più “democratica” e può essere incanalato anche da atei o peccatori incalliti. Il che comporta che, se non viene da Dio, questa forza ultraterrena altro non può venire che dal demonio. Con una semplice ricerca in rete, non faticherete a trovare confessioni di cattolici praticanti che esprimono tutto il loro pentimento per aver usato questa energia diabolica. Va sottolineato che i cattolici che hanno provato il reiki non dicono che non funzioni. Anzi, ne sostengono il potere terapeutico. Ma riconoscono che, non potendo provenire da Dio, deve essere opera del suo antagonista per eccellenza, il demonio.

In ambito scientifico, invece, non sono molti gli studi condotti sulla reale efficacia del reiki. Quelli che ci sono, però, la contestano. Una revisione sistematica di 205 studi potenzialmente rilevanti pubblicata nel 2007 non ha trovato alcun effetto della terapia reiki né sul recupero funzionale dopo patologie debilitative né per la riduzione di dolore, ansia e depressione nei pazienti[4]. Analoghe conclusioni sono venute da un’altra ricerca pubblicata per The Cochrane Collaboration da Janine Joyce e Peter Herbison del dipartimento di medicina sociale e preventiva dell’Università di Otago, Nuova Zelanda[5].

Un lavoro focalizzato proprio a determinare gli effetti del reiki nella riduzione dei sintomi di ansia e depressione in pazienti tra i 16 e i 55 anni. Le conclusioni sono riassunte in una riga: «Non c’è nessuna evidenza che il reiki abbia qualche efficacia per i pazienti».

Note

4) Lee, M. S., Pittler, M. H., & Ernst, E. (2008). Effects of reiki in clinical practice: a systematic review of randomised clinical trials. International journal of clinical practice, 62(6), 947-954.
5) Joyce, J., & Herbison, G. P. (2015). Reiki for depression and anxiety. The Cochrane Library.