Rubik vs pareidolia 2.0

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La Cascina Geronima con il cerchio nel grano di Francesco Grassi (Virle, To) ©Francesco Grassi
Lo scorso 17 giugno 2018 è apparso un grande cerchio nel grano in un campo pertinente alla Cascina Geronima di Giuseppe Chiaretta, nel paese di Virle a sud di Torino.

L’opera, che dal punto di vista visivo richiama l’idea del cubo di Rubik attraverso sei proiezioni anamorfiche nel grano, è stata progettata interamente da me e realizzata con il permesso del proprietario del campo durante la notte tra il 16 e il 17 giugno insieme a un team di altri 23 amici. La sua dimensione era tale da poter essere contenuta all’interno di un ipotetico quadrato con un lato lungo oltre 100 metri.

Come lo scorso anno, anche questa volta all’interno dell’opera ho inserito volutamente dei messaggi da decodificare per una nuova caccia al tesoro con premio finale; chi volesse partecipare può reperire le informazioni necessarie tramite la mia pagina Facebook[1] oppure può richiedere le istruzioni via email[2].

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Il cerchio nel grano di Francesco Grassi e la Cascina Geronima sullo sfondo (Virle, To) ©Luca Ferrero
Indipendentemente dalla presenza di codici scritti appositamente all’interno della formazione come in questo caso, i cerchi nel grano sono di per sé uno stimolo visivo che si presta a un potente gioco interpretativo. Nel corso del tempo infatti gli autoproclamatisi esperti hanno prodotto numerose decodifiche delle forme impresse nel grano dai circlemaker. Se ad esempio la formazione di Milk Hill 2001 sembra rappresentare una galassia, questo può bastare secondo alcuni a dedurre che l’intelligenza (non umana!) che ha prodotto quell’immagine nel grano voleva effettivamente trasmettere il concetto di galassia, magari proprio quella di provenienza, a chi fosse opportunamente in grado di interpretare la forma. Ma se in alcuni casi la forma dell’opera viene decisa a priori dal circlemaker che la progetta, nella quasi totalità delle decodifiche prodotte dai believers è proprio l’occhio, o meglio la mente, dell’osservatore ad interpretare e creare connessioni logiche che non erano affatto presenti nella mente del vero autore dell’opera. Questo ci mostra ancora una volta che fornire stimoli visivi privi di una logica intenzionale, anche disponendoli in maniera volutamente casuale[3] nel grano, finisce per indurre negli osservatori volenterosi di mettersi in sintonia con l’entità creatrice del disegno il desiderio di trovare a tutti i costi dei significati inesistenti, delle mere forzature che hanno senso solo nelle menti di chi quei significati li costruisce.

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Il cerchio nel grano di Francesco Grassi con un trattore in evidenza ©Francesco Grassi
Fantasticare su forme impresse nel grano come se si guardassero delle nuvole nel cielo può sembrare un gioco innocuo, ma qualcuno si è spinto al punto da non accontentarsi di interpretare le forme dei cerchi o di cercare messaggi alieni nascosti nei codici binari al loro interno.

La nuova frontiera consiste nell’osservare l’opera attraverso le fotografie disponibili sforzandosi di individuare in maniera spregiudicata ulteriori forme, usando tutti gli elementi del paesaggio circostante, come ad esempio i profili degli altri campi intorno, corsi d’acqua, alberi, cespugli, la colorazione dell’erba e così via. Ed ecco che, seguendo il profilo di alcuni campi intorno a un cerchio nel grano, può venire alla mente la forma di un’imbarcazione offshore di cui il cerchio stesso costituirebbe l’elica del motore e tanto basta per dedurre che l’alieno Quetzalcoatl[4] della popolazione degli Anunnaki si sta dirigendo sulla Terra. Oppure si può scorgere il profilo di un agnellino con una marchiatura circolare sull’orecchio, il cerchio nel grano appunto, e questo sarebbe il segno evidente di un riferimento evangelico. In un altro caso ancora ci sarebbe addirittura Superman chiaramente in volo con il suo mantello svolazzante e gli esempi potrebbero continuare.

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Particolare del cerchio nel grano di Francesco Grassi con un airone in volo ©Luca Ferrero
Potremmo interpretare questo approccio come una nuova versione patologica di pareidolia, di certo più avanzata rispetto a quella classica: una pareidolia 2.0, appunto. Dal punto di vista etimologico la parola pareidolia deriva dal prefisso greco παρά (parà, vicino) unito alla parola εἴδωλον (èidolon, immagine). Con questo termine ci si riferisce normalmente a quel processo della nostra mente attraverso il quale tendiamo a ricondurre a oggetti e forme note stimoli visivi dalla forma e disposizione casuale. Una spiegazione molto interessante per questa tendenza implicita della nostra mente ne vede l’origine in una capacità umana via via affinatasi e tramandata attraverso la selezione naturale.

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Francesco Grassi con il proprietario del campo Giuseppe Chiaretta e parte del team rimasto fino al completamento dell'opera ©Rodolfo Rolando
Essere in grado di riconoscere il profilo di un predatore, all’interno di uno scenario con alberi, erba, vegetazione e foglie, avrebbe consentito di fuggire in tempo utile e quindi salvarsi e riprodursi trasmettendo questa capacità ai propri discendenti. Con il passar del tempo sarebbero stati promossi non solo gli individui che presentavano questa capacità di rico-noscimento in misura maggiore rispetto agli altri, ma allo stesso modo anche quelli che eccedevano negli errori di riconoscimento. Un’alta percentuale di errori di interpretazione della realtà era cosa di ben poco conto di fronte al risultato di salvare la propria vita.

La tendenza umana di ricondurre uno o più stimoli casuali a qualcosa di noto si ritrova anche nella percezione acustica. La disciplina della psicofonia, ben nota e analizzata in maniera molto approfondita dal CICAP nel corso degli anni, vorrebbe ricondurre degli stimoli sonori il più delle volte casuali a voci o suoni provenienti dall’aldilà. Tutto ciò ha in comune con la pareidolia 2.0 la volontà di soddisfare il bisogno di entrare in sintonia con qualcuno o qualcosa che non è materialmente con noi ma che lascerebbe volutamente delle tracce da decodificare e interpretare per dare un senso in grado di rassicurarci e confortarci nelle nostre credenze.

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Diagramma del cerchio nel grano di Francesco Grassi ©Francesco Grassi
Tornando invece al mio cubo di Rubik di Cascina Geronima/Virle 2018, lì di messaggi intenzionalmente codificati da me all’interno ce ne sono tre e qui approfitto per ringraziare il fantastico team di circlemaker che mi ha aiutato nella realizzazione: Antonio Ghidoni, Rodolfo Rolando, Stefano Bardelli, Ennio Legrottaglie, Federico Lino, Monica Mautino, Davide Bellettini, Roberto Camisana, Matteo Carancini, Vanni De Luca, dilens_dilenzia, Matteo Gentini, Paolo Marelli, Graziella Morace, Piersilvio Oglio, Lorenzo Paletti, Matteo Pierini, Francesco Sblendorio, Rosita Sormani, Annalisa Tuccia, Carlo Ungarelli, Max Vellucci, Alberto Zaffaroni.

In chiusura non posso purtroppo esimermi dal citare la recente scomparsa dell’uomo che alla fine degli anni ‘70 insieme al suo amico Dave ha cominciato a creare i primi cerchi inventando l’arte del circlemaking, il mitico Doug Bower (25 giugno 1924 - 21 luglio 2018) a cui siamo debitori non solo noi circlemaker che continuiamo a creare opere magiche nell’oscurità della notte, ma anche tutti coloro che ne fruiscono successivamente con la luce del giorno.

Note

2) grassi@cicap.org