Criptozoologia aborigena: il Bunyip

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Un'illustrazione del 1935 raffigurante il bunyip ©wikipedia
LʼAustralia, così recente per noi europei, e così antica per le popolazioni aborigene che la colonizzarono almeno 50.000 anni fa, è un posto grande e misterioso. Col suo deserto centrale che alcuni milioni di anni fa era una immensa laguna, il suo isolamento dal resto del pianeta, gli strani e unici animali che la abitano, non potrebbe essere diversamente. A ben pensarci, gli animali australiani sono così insoliti e così poco conosciuti, da lasciare poco spazio per la criptozoologia moderna. L’avvistamento di una strana forma di vita potrebbe essere in effetti… una strana forma di vita dal nome insolito, un potoroo, un quoll, un bandicoot, un numbat, o chissà che altro.

Ma la storia è molto più complessa di così. Il folklore e il mito degli aborigeni pullula di enigmatiche e misteriose creature, esattamente come nella mitologia europea troviamo arpie, fenici, basilischi, sirene e tante altre creature di cui si è spesso parlato in questa rubrica. Il mito e la capacità di sospendere il giudizio di fronte ai fenomeni naturali sono trasversali nel tempo e nello spazio, perché sono espressioni della natura umana.

Mentre però l’Eurasia, grazie all’invenzione della scrittura, poteva tramandare i suoi miti di generazione in generazione, l’Australia veicolava la propria cultura solo grazie al racconto orale, frammentato in decine di linguaggi e tradizioni differenti. E così, spazzati via gli aborigeni, sono scomparsi anche i loro miti. C’è di più: i colonizzatori europei, che a casa non avevano difficoltà a credere nelle faeries, nelle Banshee, nei leprecani e così via, disprezzavano, sminuivano e deridevano i miti aborigeni, e quando li trascrivevano li raccontavano in chiave eurocentrica, travisandoli, deformandoli e privandoli di complessità.

In questo modo, una meravigliosa e intricata struttura culturale ha perso il suo contesto di riferimento ed è diventata una favola per spaventare i bambini dei coloni. Per esempio, nel folklore australiano vi era una grande abbondanza di misteriose creature legate alle pozze d’acqua: il Car-Bunyah del Queensland, il Gauarge del Nuovo Galles del Sud, il Katenpai o Kinepraty lungo il Murrumbidgee, Il Marghet del Western Australia, il Mirriola del fiume Barwon in Nuovo Galles del Sud, il Mochel Mochel dei Darling Downs, il Moo-Roo-Bul del Victoria, il Mulgewanke del lago Alexandrina, il Too- Roo-Dun sempre dal Victoria, il Wee Waa da Narrandera, il Wowee o Wauwai dal fiume Hunter. Per i coloni bianchi, tutte si fusero in una unica figura, chiamata Bunyip, il mostro malefico che vive nei pressi dei fiumi e dei billa-bong, le pozze d’acqua isolate sparse sul continente. Ed è per questo, probabilmente, che non esiste una descrizione plausibile del Bunyip: si tratta in realtà della fusione di molte creature mitologiche di differenti popolazioni e culture. Un poʼ come sommare in un unicorno tutte le creature dei bestiari medioevali: c’è chi lo descriverà dotato di ali, chi di coda di pesce, e chi con la testa di leone. Il Bunyip, per la precisione, veniva descritto in alcune culture aborigene come una enorme stella marina, in altre come una gigantesca foca, da qualcun altro vagamente somigliante a un coccodrillo, e tanto altro ancora. A complicare le cose, gli aborigeni ritenevano che la presenza del Bunyip fosse confermata anche da resti fossili o suoni strani. Con la consueta empatia e delicatezza che caratterizzò i coloni britannici del XIX secolo, Robert Brough Smyth, nel suo trattato sugli Aborigeni del Victoria del 1878, non manca di ridicolizzare questa mancanza di una descrizione scientifica: «in verità molto poco è noto tra i neri relativamente alla sua forma, aspetto esterno o abitudini, sembra che ne abbiano avuto talmente tanta paura da non essere capaci di annotarsi le sue caratteristiche». A leggere i commenti del XIX secolo sul Bunyip viene voglia di credere fermamente nell’esistenza di questa creatura, solo per prendersi la soddisfazione di dar torto all’arroganza degli europei. William Buckley, un confinato fuggitivo che rimase con gli aborigeni dal 1803 al 1835, disse molto tempo dopo di aver visto solo il dorso del Bunyip (o di quello che i Wothowurong con cui viveva chiamavano Bunyip); gli era sembrato grigio scuro e dotato di penne, delle dimensioni di un grosso vitello (un emù, forse?). La creatura, riferì, appariva solo quando l’acqua era molto calma e il tempo stabile. Ma una buona creatura mitologica (o criptozoologica, è ancora tutto da dimostrare), sa insinuarsi nelle paure e ben presto anche i coloni europei dimenticarono le Banshee e cominciarono a sentire il richiamo spaventoso del Bunyip: qualcuno lo avvistava, qualcuno lo ascoltava la notte, qualcuno ne era spaventato. Sino a quando, circa a metà del XIX secolo, la parola Bunyip entrò ufficialmente nel lessico australiano come sinomimo di impostore, di falso o di frode, quello che oggi chiameremmo un fake, e si fece strada nel mondo della politica, della letteratura, dell’umorismo (le fake news c’erano anche all’epoca, a quanto pare), quasi sempre lanciando frecciatine ai “neri” “creduloni”, mentre dall’altro lato del mondo P.T. Barnum commentava degli stessi anglosassoni che «ne nasce uno ogni minuto» (di creduloni).

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Un bunyip attacca una donna aborigena ©wikipedia
Sembra che al momento dell’arrivo degli europei la credenza in questa fantomatica creatura fosse diffusa almeno in tutta la parte sud-orientale dell’Australia. O meglio, sembra che in quasi tutta l’Australia ci fossero leggende di mostri legati all’acqua, ma a causa della frammentarietà delle nostre conoscenze, della tradizione orale e delle varie barriere linguistiche è difficile dire se tutte queste leggende avessero una origine ancestrale comune. Sembra che la parola Bunyip derivi dal dialetto Wergaia del Victoria nord-orientale, ma che sia entrata nell’uso come la parola kangaroo: gli inglesi pensavano fosse una parola aborigena, mentre gli aborigeni pensavano fosse una parola inglese. Sebbene gli aborigeni ci abbiano lasciato incisioni, pitture e immagini, sul Bunyip non c’è praticamente nulla, salvo una immagine che ora non esiste più, quella del Bunyip di Challicum. La sua storia ci è stata raccontata per la prima volta probabilmente da George Henry Wathen (fu pubblicata in forma anonima) sul giornale Australasia nel 1851.

Secondo una leggenda aborigena, un Bunyip viveva presso tre pozze d’acqua vicino al torrente Fiery, nei pressi della stazione di Challicum, nello stato di Victoria, non troppo lontano da Melbourne. Un giorno uccise e divorò un uomo, la cui tribù rispose uccidendo la creatura con le lance. La versione B della leggenda è che il Bunyip, qualunque cosa fosse, fu semplicemente trovato morto vicino al torrente. La tribù incise allora nella terra il profilo dell’animale, come oggi fa la scientifica con le sagome delle vittime degli omicidi, rimosse l’erba e ripulì la zona. Ogni anno gli aborigeni tornavano nello stesso posto e ritracciavano il solco del profilo del Bunyip, in modo da commemorare l’evento, anno dopo anno, per chissà quanto tempo. Sfortunatamente la zona di Challicum venne reclamata dai colo-ni, che scacciarono via o uccisero gli aborigeni.

Sempre meno nativi tornavano ogni anno a ritracciare il solco del Bunyip, sino al giorno in cui non tornò nessuno: l’ultimo aborigeno della zona morì nel 1886. Qualcuno alzò una palizzata a protezione della figura incisa, ma l’erba crebbe e la coprì, la recinzione fu rimossa per permettere alle pecore di pascolare e dell’unico disegno esistente del Bunyip si sono perse le tracce per sempre. Già nel 1851 Wathen osserva che il disegno era parzialmente ricoperto di erba, e cominciava a cancellarsi. Secondo le sue stime, da una estremità all’altra era lungo 28 piedi (otto metri e mezzo) e ci ha lasciato un disegno. della sua osservazione. Un altro disegno del Bunyip di Challicum, molto diverso dal primo, fu tracciato nel 1867 da un Mister E.W. Scott, casellante della stazione di Challicum. Il disegno, insieme a una mappa per ritrovarlo tracciata da Scott, fu conservato da R.E. Johns, un dilettante appassionato di storia aborigena. Sfortunatamente, entrambi i disegni del mostro sono piuttosto ambigui: visti da sinistra a destra sembrano un gigantesco emù, visti da destra a sinistra sembrano una foca, o meglio una otaria o un leone marino.

Sono riportati casi di pinnipedi che si sono avventurati, seguendo i fiumi, nell’entroterra australiano, ma Challicum è davvero molto lontana sia dal mare che dai fiumi principali, e l’otaria sarebbe dovuta arrivare saltando di billabong in billabong, camminando nei tratti di terraferma, il che è poco credibile, a meno di non pensare a inondazioni spettacolari. Il più grosso uccello australiano mai vissuto, un parente degli emù, è invece Dromornis stirtoni, alto circa 3 m ed estinto nel Pleistocene, 30.000 anni fa.

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Il presunto teschio del bunyip ©wikipedia
Una delle ipotesi più suggestive fatte per spiegare i Bunyip è che si tratti del ricordo ancestrale, tramandato di generazione in generazione, di un grosso animale, un rappresentante della megafauna australiana che si estinse tra 50.000 e 20.000 anni fa, pare proprio a causa dell’arrivo dell’uomo. Se questo fosse vero, potrebbe essere qualsiasi cosa, un dromornitide (un parente degli emù), un diprotodonte, un grosso parente estinto dei koala e dei vombati dall’aspetto generale di un rinoceronte peloso e senza corno, semiacquatico; o chissà che altro ancora. Un’altra ipotesi, a mio avviso più credibile, è che il Bunyip sia una creatura mitica derivante dall’osservazione dell’esposizione di ossa fossili di megafauna o di dinosauri australiani. L’acqua erode velocemente ed è più facile trovare resti fossili in prossimità dei fiumi e delle pozze. A volte, per esempio, sono stati ritrovati resti perfettamente preservati di intere mandrie di diprotodonti in prossimità di corsi d’acqua. Il bunyip di Challicum poteva essere proprio quello, un fossile esposto, trovato accidentalmente e di cui si sono perse le tracce per erosione o altro. Io proverei a scavare lì intorno per vedere che c’è, a meno che non si speri di trovare un diprotodonte ancora vivo, ma l’ipotesi è alquanto remota.