Quel mito di Leonardo

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«Talvolta gli dei riversano in un solo uomo bellezza, talento e virtù in proporzioni tali da lasciare indietro chiunque altro. Questo videro gli uomini in Lionardo da Vinci».

Così Giorgio Vasari, primo storico dell’arte, racconta la straordinaria figura di Leonardo. E ancora oggi, a cinque secoli di distanza, il mito del genio universale dalle capacità sovrumane è spesso raccontato così.

Ma davvero Leonardo è stato un genio unico, irripetibile e irraggiungibile oppure rappresenta l’esempio di sapiente eclettico, tipico della sua epoca, di maggiore successo?

Nei 150 anni a cavallo tra Quattro e Cinquecento si registra una concentrazione particolare di personalità geniali ed eclettiche: Francesco di Giorgio Martini, amico di Leonardo, fu ingegnere, pittore e scultore, così come lo fu un suo rivale, Michelangelo, che componeva anche sonetti poetici. L’architetto Leon Battista Alberti fu anche matematico, inventore, crittografo, musicista, filosofo, linguista e umanista. Girolamo Cardano scoprì la febbre tifoide, fu matematico e inventò la serratura a combinazione e il giunto cardanico.

Figure straordinarie, eppure non rare, che fiorirono anche grazie al periodo di relativa tranquillità politica, al mecenatismo dei potenti, alla diffusione della stampa a caratteri mobili e alla relativa tolleranza dimostrata dalla Chiesa nei confronti delle idee meno ortodosse. Con l’Inquisizione, di lì a poco, le cose sarebbero cambiate radicalmente, come un altro genio poliedrico quale Galileo Galilei avrebbe scoperto.

Eppure, Michelangelo a parte, però ricordato unicamente per la sua arte, nessuno è riuscito a restare nel tempo per il proprio ingegno multiforme e, soprattutto, a vedere la propria fama crescere di continuo come accade da cinquecento anni a Leonardo da Vinci.

Che cosa dunque lo rende un fenomeno unico nella storia dell’uomo?

Considerando Vasari un ammiratore entusiasta, che attribuiva i talenti di Leonardo al volere degli dei, occorre chiedersi innanzitutto che persona egli fosse in realtà.

Leonardo scrisse raramente di sé, ma non furono pochi quelli che entrarono in contatto con lui e dalle osservazioni che ci hanno lasciato si capisce come già i suoi contemporanei si rendessero conto che egli non era come gli altri.

Figlio illegittimo, cresciuto senza un’educazione formale, nella libertà della campagna toscana, doveva avere assaporato già da piccolo il piacere della curiosità e della scoperta.

A bottega dal Verrocchio, a Firenze, aveva affinato il suo talento naturale di artista, aveva visto incoraggiato il suo eclettismo e aveva imparato in fretta tecniche e modalità fuori dagli schemi per affrontare problemi e difficoltà.

«L’aria è piena di infinite similitudini delle cose» scrive per esempio in un taccuino «tutte si rappresentano in tutte, e tutte in una, e tutte in ciascuna». È una testimonianza del suo modo di cercare analogie tra aspetti della realtà in apparenza scollegati, in modo da stimolare l’immaginazione e favorire la nascita di soluzioni inattese. Una tecnica creativa modernissima, la cui importanza in pochi riuscivano a cogliere ai suoi tempi.

Il suo modo di presentarsi e di dare di sé un’immagine ideale che, non sempre, corrispondeva alla realtà, contribuì alla fortuna della sua carriera. Si sapeva “vendere” bene, insomma.

Quando lasciò Firenze per cercare fortuna a Milano, città ben più moderna e ricca di opportunità, si presentò al duca Ludovico il Moro con una lettera in cui vantava abilità di ingegnere militare che, probabilmente, non aveva mai avuto occasione di mettere in pratica, ma che, sapeva, sarebbero state di gran lunga più importanti per un governante che ambiva a espandere il suo regno rispetto alle sue doti di artista. Non a caso, solo alla fine di questa lettera egli segnala di sapere anche dipingere, bene quanto chiunque altro.

La lettera fece il suo effetto e, nel giro di qualche tempo, si ritrovò a lavorare stabilmente alla corte sforzesca: non per costruire macchine da guerra, però, ma mettendo a frutto le sue straordinarie doti artistiche e umane.

A Milano, infatti, Leonardo riuscì a farsi notare anche per una serie di talenti che, indubbiamente, lo rendevano una persona ricercata dai potenti. Per cominciare aveva un aspetto bellissimo, come scrive chiunque lo incontrasse, un fisico atletico che abbigliava in maniera raffinata e non di rado eccentrica. Portava i capelli lunghi e, in seguito, si fece crescere anche la barba alla maniera di un vecchio saggio dell’antichità. Un look che non poteva lasciare indifferenti, facile da ricordare e soprattutto da riprodurre, come del resto fecero tra gli altri Raffaello, Bramante, il Bronzino e Vasari stesso.

Ma non era solo il suo aspetto a colpire. Egli sapeva suonare benissimo la lira, componeva e improvvisava versi al canto in maniera originale. Era un conversatore amabile e, da vero erudito, sapeva intrattenere i suoi interlocutori su qualunque argomento, riuscendo spesso a divertirli con indovinelli, storielle e facezie di ogni tipo.

Era inoltre uno scenografo e un regista spettacolare, capace di creare illusioni sorprendenti e automi in grado di muoversi da soli, per le frequenti messe in scena che era incaricato di organizzare a corte.

Tutto questo, però, era solamente un orpello, rispetto a ciò che lui considerava più importante, vale a dire lo studio e la comprensione della natura. Egli sapeva di essere un artista senza pari, ma vedeva la pittura soprattutto come una leva attraverso cui raccogliere il denaro che gli serviva per finanziare i suoi studi o per incuriosire potenziali protettori che gli avrebbero permesso di lavorare senza l’assillo di provvedere alla vita quotidiana.

Tuttavia, indipendentemente dalle lusinghe, non esitava a tirarsi indietro se un’offerta non lo convinceva. La potente marchesa di Mantova, Isabella d’Este, arrivò a supplicare Leonardo, promettendogli qualunque cosa volesse, purché le realizzasse un ritratto. Lui le fece un disegno, rimandando poi di continuo il momento in cui avrebbe realizzato il dipinto vero e proprio. Un momento che non sarebbe mai arrivato. Aveva infatti saputo che Isabella era capricciosa e che altri che avevano ceduto alle sue lusinghe, come Raffaello, Tiziano e Perugino, si erano poi trovati in balia delle sue pretese irragionevoli.

L’arte, comunque, rappresentava per Leonardo uno strumento importante quanto la scienza per giungere al vero. Grazie a essa egli poteva affinare e rendere più preciso il suo studio della natura, come dimostrano i tantissimi disegni anatomici, quelli relativi allo scorrere dell’acqua, al volo degli uccelli, alla botanica, all’ottica o alla meccanica, per citare solo alcuni dei suoi tanti interessi.

Un altro aspetto originale era la sua tendenza a non avere alcun timore reverenziale. Egli riconosceva di essere un “omo sanza lettere”, cioè uno che non aveva percorso l’iter accademico del tempo. Ma quella che per molti era una mancanza fu la sua fortuna. Egli, infatti, si definiva “discepolo dell’esperienza”.

Diceva infatti che ogni discorso che non passa dall’esperienza è vano perché non nasce da una conoscenza diretta delle cose e non può portare nessuna utilità all’uomo e al suo progresso. «Fuggi i precetti di quei teorici che non confermano le loro ragioni con l’esperienza» amava ripetere.

Per questo egli raramente cadeva in errore nei suoi ragionamenti, perché non tentava mai di forzare i fatti per farli andare d’accordo con le ipotesi che gli stavano a cuore, e piuttosto lasciava che l’esperienza dei fatti gli illuminasse la via.

In questo fu un precursore di quel metodo scientifico che sarebbe stato messo a punto solo un secolo dopo dal lavoro di personalità come Cartesio e Galileo.

Tutta questa genialità, però, avrebbe potuto rimanere per sempre sconosciuta. Dopo la morte di Leonardo nel 1519, e dopo quella del suo allievo fidato Francesco Melzi, che conservò appunti e disegni come reliquie, gran parte dei suoi scritti andò perduta. Quelli che rimangono, circa 6000 fogli, per quanto sembrino tanti, sono circa un terzo degli originali.

Tuttavia, tali documenti erano apprezzati dai collezionisti più per le loro qualità artistiche che non per il loro contenuto. Pochi li leggevano davvero e solo nell’Ottocento, e soprattutto nel Novecento, si iniziò a studiarli nel merito. Ma per quell’epoca, i problemi su cui Leonardo si interrogava e per i quali proponeva soluzioni erano ormai stati affrontati e risolti da altri. C’è da chiedersi quale sarebbe stato il corso della storia, e l’idea che ci saremmo fatti di Leonardo, se ci si fosse accorti prima che egli non era solamente un divino pittore.
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Un uomo singolare


Leonardo doveva essere una persona con capacità empatiche fuori dal comune. Riusciva a capire che cosa gli altri desideravano da lui e cercava di accontentarli. Da quel che si può capire dagli scritti suoi e di altri doveva avere un carattere sereno e poco incline all’ira: solo quando due lavoranti tedeschi, sfaccendanti e approfittatori, lo calunniarono presso papa Leone X, prese carta e penna per lamentarsi con il suo protettore dell’epoca, Giuliano de Medici, fratello del pontefice. Ma la pazienza non gli doveva mancare, come dimostra la vicinanza di Salaì, il bellissimo ma pestifero allievo che egli descrive come «ladro, bugiardo, ostinato e ghiotto» e che gli combinava un guaio dietro l’altro. Leonardo, che forse ne era anche innamorato, lo tenne sempre con sé. E doveva essere anche una persona dotata di estrema sensibilità, poiché era conosciuto come un uomo che non si cibava di nulla che fosse stato vivo (forse era vegetariano) e non appena gli cresceva qualche soldo lo spendeva per acquistare al mercato gabbie che poi apriva per restituire agli uccellini la libertà. Il pezzo di Paolo Cortesi in questo stesso numero approfondisce adeguatamente anche questi aspetti.

Leonardo: genio italico


L’immagine di Leonardo quale scienziato e ingegnere, e non solo artista, inizia a prendere forma con la riscoperta dei suoi codici. È Napoleone l’artefice indiretto di questa rivelazione quando, saccheggiando le opere d’arte in Italia, fa portare a Parigi anche le carte leonardesche conservate (e dimenticate) all’Ambrosiana di Milano. Nelle biblioteche francesi diventano finalmente accessibili e iniziano a essere studiate, prima da Giovanni Battista Venturi e poi da Guglielmo Libri, che riconoscono a Leonardo il ruolo di anticipatore del metodo sperimentale. Verso la fine dell’Ottocento i codici originali sono pubblicati, trascritti e tradotti, e la figura di Leonardo si ribalta, diventando prima di tutto un inventore, uno scienziato, un anatomista, un ingegnere e, solo dopo, un artista. Il fascismo, in piena autarchia, ne consacra il mito nel 1939, con una grande mostra alla Triennale di Milano, in cui Leonardo è presentato come il precursore della “genialità italica” e modello della “superiorità creativa del popolo italiano”. Leonardo si trasformava così in una leggenda irraggiungibile.