Risolto il mistero di Nessie? No, ma non era lo scopo

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  • 15-07-2019
  • di Roberto Labanti
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Alla fine dello scorso aprile, chi segue sul web le notizie di nostro interesse avrà forse incontrato titoli di questo tenore: “Loch Ness monster was mass delusion triggered by discovery of dinosaurs, study suggests” (The Telegraph, 23 aprile). Oppure: “Delusional Georgian Britons made up Nessie: Expert blames hysteria surrounding the hunt for dinosaur fossils for the creation of the legend” (Daily Mail, 24 aprile). Siamo ormai abituati a questa sorta di specchietti per le allodole, cui spesso ci troviamo di fronte quando i media generalisti si occupano dei nostri argomenti. Peccato, perché lo studio cui fanno riferimento è una ricerca interessante. Proviamo allora a capirci qualcosa di più qui su Query.

Nel marzo del 1968, cinquantuno anni fa, Lyon Sprague de Camp (1907-2000) pubblicava su The Magazine of Fantasy and Science Fiction un lungo articolo (poi apparso un paio d’anni dopo in due parti sull’italiana Urania) intitolato “Dinosaurs in Today’s World” (“Dinosauri veri e falsi”, nella traduzione), dedicato alla criptozoologia, e in particolare a mostri marini e ad altri criptidi simili a rettili. È in questo testo che lo scrittore di fantascienza statunitense enunciò quello che il paleontologo Darren Naish, del National Oceanography Centre di Southampton, in Inghilterra, ha di recente chiamato l’“effetto plesiosauro”[1], una precoce forma di quella scuola di pensiero che sottolinea la natura culturale degli “oggetti” della criptozoologia; il fatto, cioè, che le testimonianze di animali sconosciuti siano influenzate dal background culturale di chi le riporta (e, possiamo aggiungere, di chi raccoglie e trasmette il racconto), al di là della natura dello stimolo iniziale.

Scriveva infatti De Camp: «dopo che i rettili del Mesozoico divennero conosciuti, i resoconti dei serpenti marini, che fino a quel momento tendevano verso [una forma] serpentina, iniziarono a descrivere il mostro come sempre più simile a un rettile marino mesozoico come un plesiosauro o un mosasauro. Questi rapporti sono continuati fino ad oggi”[2]. Sia i plesiosauri (“vicini ad una lucertola”, taxon Sauropterygia), dal lungo collo, sia i mosasauri (“lucertole del [fiume] Mosa”, ordine Squamata), ritenuti dai primi studiosi grandi coccodrilli, entrambi estinti alla fine del Cretacico 65 milioni di anni fa, debbono il loro nome al paleontologo e curato inglese William Daniel Conybeare (1787-1857) che li descrisse, rispettivamente, nel 1821 e nel 1822.

Secondo lo scrittore statunitense, quindi, da un certo momento in poi i racconti di mostri marini furono influenzati da quanto libri e giornali riportavano sulle scoperte della paleontologia, spesso con magnifiche illustrazioni.

In un articolo intitolato “Did nineteenth century marine vertebrate fossil discoveries influence sea serpent reports?” (cioè, “Le scoperte ottocentesche di vertebrati marini fossili hanno influenzato i resoconti di serpenti di mare?”)[3] apparso su Earth Science History, Darren Naish e lo statistico Charles George Mackay Paxton (Research Fellow presso il Centre for Research into Ecological & Environmental Modelling dell’University of St Andrews, in Scozia) hanno sottoposto a verifica il suggerimento di De Camp, sfruttando un database realizzato dal secondo e già utilizzato per analisi statistiche sui “mostri marini” in due precedenti articoli[4].

In questa banca dati lo statistico scozzese ha registrato le caratteristiche di «oggetti interpretati dal testimone come parti del corpo di un animale sconosciuto visto sulla superficie del mare» descritti in 1688 resoconti (di prima e seconda mano) relativi a 1543 eventi dal XVI secolo in avanti (con l’esclusione di falsi deliberati e di eventi ormai chiariti).

Con in mano questo dataset, gli autori si sono allora chiesti che caratteristiche sarebbe stato il caso di analizzare per capire se De Camp avesse o meno ragione. E due sono i dettagli che sono apparsi fondamentali: la descrizione della forma del corpo (serpentino? non serpentino? simile ad un coccodrillo, come forse avrebbe potuto essere descritto un mosasauro?) e la presenza/assenza di un collo (caratteristica peculiare dei plesiosauri). Poi, dato che stavano studiando una tendenza cronologica, era necessario che i resoconti avessero una datazione certa, almeno per quanto riguarda l’anno. 745 resoconti, 309 dei quali di prima mano, rispondevano a questi criteri.

L’analisi ha rivelato che, in un certo senso, De Camp aveva ragione. L’“effetto plesiosauro” sembra davvero esistere. Almeno a partire dal 1850 (quando probabilmente l’antico rettile aveva cominciato a essere ben conosciuto anche dal pubblico), i testimoni spesso paragonano quanto osservato ad un plesiosauro, e/o descrivono il mostro con un lungo collo. Nello stesso periodo, le descrizioni serpentiformi sono diminuite.

E Nessie, il mostro di Loch Ness? È vero che fin dai primi avvistamenti, nel 1933, è stato descritto come simile a un plesiosauro. E nell’articolo di Paxton & Naish è in effetti brevemente citato, in relazione al picco di resoconti nel database fra il 1930 e il 1934. Ma la maggior parte dei media ha dimostrato di non aver centrato il punto: come ha fatto notare lo stesso Naish su Twitter rispondendo a The Telegraph «(1) Lo studio [...] non riguarda Nessie ma i mostri marini [in maiuscolo, nda]; (2) lo studio è sull’influenza dei rettili marini fossili sulla pop culture, non dei dinosauri»[5] (i Dinosauria erano terrestri, mentre qui si parla di animali marini del tutto diversi).

In un successivo intervento sul suo blog “Tetrapod Zoology”, Naish ha tenuto a sottolineare un punto ulteriore: lui e Paxton non hanno voluto dimostrare che tutti i resoconti di mostri marini siano fabbricazioni o falsi ispirati dalla familiarità con le descrizioni di rettili marini fossili. Infatti: «stiamo dicendo», invece, «che la gente è influenzata [da questi ultimi] quando interpreta mostri marini, e questo rimane vero se hanno osservato onde insolite, pezzi di legno galleggianti oppure nuove specie, scientificamente intese, di vertebrati giganti»[6]. Un’altra cosa che è sfuggita a diversi di coloro che hanno commentato a caldo sul web.

Note

1) Naish, D. 2019. "Sea Monster Sightings and the ‘Plesiosaur Effect’". Tetrapod Zoology Blog, 27 aprile, disponibile all'url http://tiny.cc/awh87y . Esempi di interpretazioni culturali, questa volta applicati a mostri lacustri e draghi, sono Meurger, M.; Gagnon, C. 1988. Lake monster traditions: a cross-cultural analysis. London: Fortean Tomes (edizione originale in francese, 1982); Meurger, M. 2001. Histoire naturelle des dragons: un animal problématique sous l'œil de la science. Rennes: Terre de brume.
2) De Camp, L. S. 1968. “Dinosaurs in Today’s World”. The Magazine of Fantasy and Science Fiction, vol. 34, n. 3, marzo 1968, pp. 68-80, infra 73. Traduzione mia. Una traduzione di Mario Galli è apparsa su Urania nn. 553 (pp. 158-167, la frase di interesse è a pagina 167) e 554 (pp. 158-166). Ringrazio Paolo Fiorino e Roberto Kriscak per i dettagli.
3) Paxton, C. G. M. & Naish, D. 2019. "Did Nineteenth Century marine vertebrate fossil discoveries influence sea serpent reports?". Earth Sciences History, vol. 38, n. 1, pp. 16-27, DOI:10.17704/1944-6178-38.1.16, disponibile all’url http://tiny.cc/gyh87y . Ringrazio Sofia Lincos e Stefano Dalla Casa per averlo discusso con me.
4) Paxton, C. G. M. 2009. “The plural of ‘anecdote’ can be ‘data’: statistical analysis of viewing distances in reports of unidentified large marine animals 1758–2000”. Journal of Zoology, vol. 279, pp. 381-387; Paxton, G. M. & Shine, A. J. 2016. "Consistency in Eyewitness Reports of Aquatic “Monsters”". Journal of Scientific Exploration, vol. 30, n. 1, pp. 16-26.
6) Naish, 2019 cit.