Ottime notizie sul vaccino anti papillomavirus

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Continuano ad accumularsi prove sull’efficacia del vaccino contro il papillomavirus (HPV) nel prevenire il tumore del collo dell’utero. In un recentissimo articolo, pubblicato sul British Medical Journal[1], gli autori sono andati a verificare l’efficacia della vaccinazione contro i tipi 16 e 18, a distanza di sette anni, in ragazze che avevano ricevuto 3 dosi del vaccino bivalente all’età di 12-13 anni. I risultati hanno mostrato prove inequivocabili dei benefici dell'immunizzazione.

Questo studio è in linea e conferma i risultati di una revisione di 26 studi sull’argomento, effettuata dalla Cochrane lo scorso anno[2], che dimostrava l’efficacia e la sicurezza dei vaccini contro l’HPV bivalente e quadrivalente.

Ma perché questo risultato è così importante?

Il papillomavirus è un virus molto diffuso tra la popolazione mondiale. L’infezione è trasmessa prevalentemente per via sessuale, anche in assenza di penetrazione. La trasmissione infatti può avvenire anche per contatto pelle-pelle o pelle-mucosa.

Secondo quanto riportato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), circa l’80% delle donne sessualmente attive e il 50% degli uomini hanno avuto un’infezione da virus HPV nel corso della loto vita[3].

Esistono più di 120 tipi di HPV, di cui molti non causano problemi. Tuttavia, almeno 13, conosciuti come tipi ad alto rischio[4], sono associati allo sviluppo di cancro. In particolare i tipi 16 e 18 sono responsabili di lesioni precancerose e del 70% dei tumori del collo dell’utero, a livello mondiale[3].

I tipi di HPV non oncogeni (specialmente i tipi 6 e 11) possono causare verruche delle mani e dei piedi e verruche genitali (condilomi).

Una revisione sistematica di studi condotti in Italia[5] ha rilevato una prevalenza di HPV oncogeni nella popolazione generale pari all’8%, senza differenze sostanziali fra Sud, Centro e Nord, con una prevalenza maggiore nelle donne più giovani e un picco nelle donne con meno di 25 anni. Successivamente, la prevalenza diminuisce con l’aumentare dell’età.

Fortunatamente, le infezioni da HPV (incluse la maggior parte delle lesioni precancerose) di solito si risolvono senza alcun intervento entro pochi mesi e circa il 90% in meno di 2 anni. Una piccola percentuale di infezioni con i tipi ad alto rischio può però persistere divenendo cronica e progredire nel cancro della cervice uterina, che è di gran lunga la più comune patologia correlata all’HPV. Secondo l’OMS, praticamente tutti i casi di cancro cervicale possono essere attribuiti all’infezione da HPV.

Il cervicocarcinoma rappresenta il quarto tumore più frequente nel sesso femminile, con un totale di 266.000 decessi nel 2012 e una stima di 528.000 nuovi casi all’anno (la maggior parte dei quali nei Paesi in via di sviluppo). Sempre nel 2012, in Italia si sono verificati circa 1500 nuovi casi di tumore del collo dell’utero e 700 decessi, con una riduzione di circa il 30% rispetto al 2002[6].

Un numero elevato di partner sessuali, la giovane età di inizio dell’attività sessuale, lo scarso accesso alla prevenzione, ma anche la presenza di altre infezioni concomitanti, il fumo e l’assunzione di contraccettivi ormonali possono favorire la persistenza dell'infezione e in seguito lo sviluppo del tumore.

La possibilità di sviluppare un cancro in conseguenza di un’infezione con HPV ad alto rischio non è però un problema solo femminile. I tipi oncogeni di HPV, infatti, non sono responsabili solamente di carcinomi della cervice uterina, ma anche di circa il 90% dei tumori dell’ano (soprattutto da parte del tipo HPV 16, con il 73% dei casi), del 70% dei tumori della vagina, del 50% dei tumori del pene, del 40% dei tumori della vulva e del 26% dei tumori dell’orofaringe. Sia nell’infezione dell’ano che in quella del pene, la presenza contemporanea dell'infezione da HIV è associata a una maggiore incidenza del tumore (circa 4-8 volte superiore). Secondo i dati del Registro nazionale tumori (AIRTUM[7]), circa il 10% dei 4.600 tumori che ogni anno colpiscono il cavo orale è associato all’HPV, così come il 2,4% di quelli della laringe e il 31% di quelli dell’orofaringe. Proprio l'orofaringe rappresenta per gli uomini la sede nella quale si sviluppa il maggior numero di carcinomi HPV-correlati (500 casi l’anno, il 40% di tutti i tumori legati al virus negli uomini), che sono principalmente causati, in almeno il 60% dei casi, da HPV 16[8].

Fino ad una decina di anni fa, l’unico modo per prevenire il carcinoma cervicale era il Pap-test che, mediante l’analisi di un campione di cellule del collo dell’utero, consente di identificare le lesioni precancerose e di intervenire prima che evolvano in carcinoma.

Dalla fine del 2007 è divenuto disponibile il primo vaccino contro l’HPV, contenente gli antigeni dei tipi 16 e 18 (vaccino bivalente), e nel 2008 è stata introdotta in Italia la vaccinazione gratuita, che prevedeva l’offerta attiva a tutte le ragazze nel loro 12° anno di età. Con il Piano nazionale vaccini 2017-2019 la vaccinazione è stata estesa anche ai ragazzi per prevenire i tumori genitali maschili.

I vaccini disponibili in Italia sono attualmente tre: uno bivalente (contro HPV 16 e 18), uno quadrivalente (HPV 6, 11, 16 e 18) e uno nonavalente (che contiene, oltre ai precedenti, anche gli antigeni di altri 5 tipi, di cui tre con potenziale oncogeno). Tutti questi vaccini sono completamente sintetici, non contengono il materiale genetico (DNA) del virus, ma frazioni proteiche virali che inducono la risposta anticorpale senza una reale infezione e provocano effetti collaterali minimi e transitori, come dimostrato dagli studi clinici e dalla sorveglianza post-marketing svolta in tutto il mondo. In particolare, l’analisi di revisione di 26 studi condotta dalla Cochrane ha mostrato che il rischio di eventi avversi gravi è simile nei vaccinati e nei controlli (placebo o vaccino contro un’altra infezione). Se somministrati a donne incinte i vaccini contro l’HPV non aumentano il rischio di aborto spontaneo[2].

Torniamo ora allo studio pubblicato sul British Medical Journal. Per determinare l’efficacia del vaccino anti HPV, che in Scozia viene somministrato all’età di 12 anni, i ricercatori hanno condotto uno studio retrospettivo a cui hanno partecipato 138.692 giovani donne, suddivise in 3 gruppi, confrontando i tassi di incidenza del cervicocarcinoma. Un gruppo comprendeva le donne nate tra il 1988 e il 1990 (non vaccinate), un secondo quelle nate tra il 1991 e il 1994 (vaccinate in ritardo, tra i 14 e i 17 anni) e il terzo quelle regolarmente vaccinate a 12 anni in quanto nate nel 1995 e nel 1996 (la vaccinazione anti HPV è stata offerta in Scozia a partire dal 2008). Il momento del controllo è stato il primo esame di screening effettuato all’età di vent'anni. I ricercatori hanno osservato che, rispetto al dato rilevato tra le donne non vaccinate, sia l’occorrenza delle lesioni precancerose gravi che quella delle moderate era inferiore dell’88%, mentre quella delle lesioni lievi lo era del 79%. Inoltre i dati hanno mostrato che la vaccinazione risulta più efficace se effettuata precocemente, ovvero verso i 12 anni. Comunque, anche le donne che hanno avuto accesso al vaccino successivamente hanno avuto un beneficio, con una riduzione del rischio di cancro stimata attorno al 50%. I ricercatori hanno anche osservato che la diminuzione dei casi di tumore del collo dell’utero riguardava anche le donne non vaccinate[1], probabilmente grazie all’efficacia dell’immunità di gregge: come per tutti i vaccini (escluso quello per il tetano, infezione che non si trasmette da un individuo all’altro) se più persone risultano protette minori sono le possibilità che chi non è vaccinato contragga l’infezione, grazie alla minore circolazione del patogeno.

Questo studio prende in considerazione l’efficacia del solo vaccino bivalente, perché era l’unico disponibile nel 2008, e perciò valuta solo la diminuzione del rischio di tumore legato ai tipi 16 e 18; tuttavia è plausibile che l’utilizzo del vaccino quadrivalente o del nonavalente, somministrato a una percentuale di ragazze e ragazzi di 12 anni più ampia possibile, possa portare a un’ulteriore diminuzione dei casi di tumore e anche alla riduzione della diffusione delle altre malattie correlate all’HPV.

Bisogna però ricordare che la vaccinazione contro l’HPV non sostituisce lo screening per il cancro cervicale attraverso il Pap-test o la ricerca del DNA virale nelle cellule del collo dell'utero. Resta importante che le donne continuino a sottoporvisi poiché tali esami permettono di individuare le lesioni precancerose e di iniziare precocemente i trattamenti per impedire lo sviluppo degli eventuali tumori.

Note

1) Palmer T, Wallace L, Pollock KG, Cuschieri K, Robertson C, Kavanagh K, Cruickshank M. "Prevalence of cervical disease at age 20 after immunisation with bivalent HPV vaccine at age 12-13 in Scotland: retrospective population study". BMJ 2019; 365: l1161
2) Arbyn M, Xu L, Simoens C, Martin-Hirsch PPL. "Prophylactic vaccination against human papillomaviruses to prevent cervical cancer and its precursors". Cochrane Database of Systematic Reviews 2018, Issue 5. Art. No.: CD009069.
5) Giorgi Rossi P, Chini F, Borgia P, et al. "Epidemiologia del Papillomavirus umano (HPV), incidenza del cancro della cervice uterina e diffusione dello screening: differenze fra macroaree in Italia". Epidemiol Prev 2012; 36(2):108-119.