Placebo e medicine alternative

di  Gian Luigi Gessa
professore ordinario di neuropsicofarmacologia
e presidente del CICAP Sardegna
 

Quando la medicina ufficiale vuole valutare l'efficacia di un nuovo farmaco, lo studio dev'essere condotto in doppio cieco verso il placebo. Per placebo si intende una sostanza inerte, ad esempio l'amido, avente una formulazione identica a quella del farmaco in esame, ad esempio compresse di colore giallo o fiale di colore azzurro. Doppio cieco significa che né il paziente né il medico sanno qual è il farmaco attivo e qual è il placebo. I pazienti candidati allo studio devono essere assegnati a caso all'uno o all'altro trattamento.
Un farmaco è promosso se - alla fine dello studio, quando i risultati saranno "decodificati" - esso risulterà più attivo del placebo. La preoccupazione di eliminare il c.d. effetto placebo nasce dal fatto che il solo atto di somministrare un medicamento, anche inerte, produce un miglioramento della sintomatologia in una percentuale di pazienti.
La guarigione da sostanze inerti - l'effetto placebo - dipende dalla suggestionabilità dei pazienti, dal carisma del medico, dal tipo di malattia (sono particolarmente sensibili le malattie psicosomatiche), dal colore e persino dal costo della medicina...
Purtroppo la medicina ufficiale ha eliminato l'effetto placebo non solo quando ciò è necessario, come nello studio di un nuovo farmaco, ma anche nella pratica medica, quando il rapporto è diventato asettico, frettoloso, impersonale.
Ad allontanare il medico dal paziente hanno contribuito le nuove tecnologie che hanno sostituito il medico nella diagnosi e, soprattutto, i farmaci veramente efficaci (come gli antibiotici a largo spettro), ai quali il medico delega diagnosi e cura.
Così la medicina ufficiale ha lasciato un grande spazio alle 'medicine alternative', le quali invece hanno qual comune denominatore proprio l'uso terapeutico, più o meno inconsapevole, dell'effetto placebo.
Ad esempio, il medico che pratica l¹omeopatia massimalizza l'effetto placebo attraveso un approccio definito 'personalizzato', che consiste in un esame completo del malato, un interesse rivolto non solo ai suoi sintomi, ma anche all¹ambiente in cui vive, ecc. La visita medica si conclude con la prescrizione o la somministrazione di un farmaco, anch'esso personalizzato, privo di tossicità, che ha il fascino delle cose antiche (essendo stato ideato più di 200 anni fa dal dottor Samuel Hahnemann) e di un nome poetico come passiflora o genziana anziché becozim o rectoparil.
La medicina ufficiale non riconosce alcuna validità scientifica al farmaco omeopatico, in parte perché esso non è stato validato da alcuna sperimentazione obiettiva (in doppio cieco), ma soprattutto perché le basi razionali su cui si fonda sono in realtà del tutto irrazionali.
Il principio su cui si basa la medicina omeopatica è quello postulato dal dottor Hahnemann, che recita: similia similibus curantur - in italiano: i simili (intesi come effetti di un farmaco) curano i simili (intesi come sintomi patologici) -.
Secondo tale principio (che, ripeto, non ha alcuna base scientifica) il farmaco omeopatico, che se fosse somministrato a un soggetto sano provocherebbe lo stesso disturbo di cui il paziente soffre, ne stimolerebbe pertanto una reazione atta a contrastarlo.
Tuttavia quel farmaco viene somministrato in soluzioni infinitesimali, tanto che la diluizione finale spesso non contiene più neanche una molecola del farmaco originale.
Mentre la maggior parte degli omeopati crede che la scientificità del farmaco somministrato consista nel fatto che esso sia in alcuni casi efficace, altri si sentono a disagio nell'esercitare una sorta di stregoneria e chiedono una validazione scientifica da parte della medicina ufficiale.
Tuttavia, questa considera un'inutile perdita di tempo e di energia il chiarire se una soluzione infinitesimale, non contenente alcuna molecola della sostanza, sia veramente efficace nei confronti di una determinata malattia.
La medicina ufficiale è invece affascinata dal problema più generale del meccanismo attraverso il quale l'omeopatia, l'agopuntura, la pranoterapia, la medicina ayurvedica ecc. possano guarire determinati pazienti.
Il problema dell'effetto placebo: esso è nato prima delle medicine alternative, quando la madre ha fatto scomparire il mal di pancia del piccolo con una coccola o lo ha fatto dormire con una ninna nanna, esempi di come il dolore e l'insonnia possano essere curati da influenze psicologiche.
Ma come fa la psiche (il cervello) a influire sul soma? La scienza moderna ha preso tanto a cuore questo problema che alcuni anni fa è nata una nuova disciplina: la psicoimmunologia, che studia proprio il rapporto tra psiche e immunità. Essa cerca di spiegare, ad esempio, come mai l'umore può influenzare le difese immunitarie, cioè come mai la tristezza per un lutto si accompagni a una diminuita resistenza alle malattie.
La neuroscienza sta anche cercando di chiarire come mai un ago infisso in un piede, un orecchio o lungo il bordo dell'occhio possa togliere il dolore, un fenomeno non differente nel suo meccanismo da quello più familiare del grattamento che sopprime il prurito.
Nell'àmbito ristretto di questo articolo non è possibile approfondire neanche brevemente ciascuno di questi argomenti. È probabile che la luce della scienza, togliendo la magia seduttrice alla medicina alternativa, ne tolga anche l'efficacia terapeutica.
Mi diceva un amico cinese, grande esperto di agopuntura, che da quando gli scienziati hanno scoperto che quelle maledette endorfine sono alla base dell'agopuntura, questa non funziona più come una volta!