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La scienza indaga i mysteri
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I Segnalibri 12 – Piogge di pesci, sfere blu e appelli-bufala

Wed, 02/08/2012 - 10:50

- Diversi quotidiani online riportano la notizia di una pioggia di pesci nelle Filippine, un fenomeno osservato diverse volte in passato, meritandosi anche la “consacrazione” cinematografica con la famosa scena della pioggia delle rane nel film “Magnolia”! Naturalmente si sono diffuse negli anni disparate interpretazioni di origine soprannaturale: “castigo divino” o, al contrario, dimostrazione di “benevolenza” o anche possibili tentativi di contatto da parte di extraterrestri. La spiegazione scientifica è tuttavia nota, ed è disponibile anche in questa pagina di Wikipedia:

Il fenomeno è dovuto sostanzialmente alla formazione di trombe d’aria a livello del mare, le quali risucchiano al loro interno, grazie alla loro grande potenza, animali di ogni dimensione. Quando la tromba d’aria si smorza e finisce i suoi effetti, gli animali precipitano verso il suolo, e attraverso il trasporto dei venti, possono ricadere anche a centinaia di chilometri di distanza.

- Sempre in tema di strane precipitazioni, pare che nel Dorset (sud-ovest dell’Inghilterra) siano cadute sfere azzurrine di materiale gelatinoso (qui il video) e che i discorsi sulla loro possibile origine stiano appassionando gli abitanti della regione. Sono state avanzate fantasiose spiegazioni che tirano in ballo uova di sconosciuti animali marini, “secrezioni di angeli” (!) e materiale alieno. La BBC riporta argomenti più convincenti in questo articolo: potrebbe trattarsi di munizioni per pistole giocattolo o di cristalli di poliacrilato di sodio usati per decorazioni floreali da diversi commercianti della zona. In questo pezzo del Guardian le analisi sul materiale effettuate presso l’Università di Bournemouth propendono per la seconda spiegazione.

- Infine, è tornato a girare sul web il solito vecchio appello-bufala che richiede di donare sangue B+ per un bambino malato di leucemia all’ospedale Meyer di Firenze: il caso era stato già smontato da Attivissimo in questo pezzo del 2007.

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Lontano dall’ansia e dalla psicoanalisi? Perizia sulla validità dei processi psicoanalitici

Mon, 02/06/2012 - 16:20

Armando De Vincentiis
Lontano dall’ansia e dalla psicoanalisi? Perizia sulla validità dei processi psicoanalitici
Libellula edizioni, 2012
pp.88
€ 12

Nelle serie televisive che vanno tanto di moda, quelle nelle quali abilissimi poliziotti dalle competenze tecnico-scientifiche impressionanti tentano di far luce sull’omicidio di turno, arrivati al profilo dell’assassinio si sente l’immancabile riferimento al complesso edipico irrisolto che avrebbe portato allo scatenarsi della violenza o ad altri concetti della medesima matrice. Il delitto diventa, perciò, la spia di un antico, latente conflitto che avrebbe ricercato una forma alternativa per manifestarsi e ogni lapsus del sospettato la ragione per ricercare simboli e metafore che alludano al suo crimine. La risoluzione del mistero sarà l’esito di un abile lavoro di decodifica di questi simboli, passando attraverso concetti come “rimozione”, “transfert”, “inconscio”, “super-Io”.

Anche la narrativa commerciale o i testi di critica d’arte sono un trionfo di psicologismo freudiano, come pure i talk show della TV generalista, dove ogni episodio di attualità diventa l’occasione per una dietrologia condita di un tripudio di concetti psicoanalitici, più o meno approssimativi. L’influenza della psicoanalisi nella società contemporanea è talmente evidente da averci assuefatto, al punto che quasi nessuno si chiede se questi concetti siano davvero scientificamente fondati oppure no. Il che potrà anche non essere un problema se si resta nell’ambito dell’intrattenimento o dell’arte, ma presenta dei grossi rischi se si pensa invece, su queste basi, di poter realmente aiutare chi è affetto da un disturbo psichiatrico che gli condiziona la vita.

L’interessante lavoro di Armando De Vincentiis mira, per l’appunto, attraverso una vera e propria perizia, a smascherare i lati deboli della terapia psicoanalitica, al fine di chiarire se essa sia realmente d’aiuto ai pazienti che vi si sottopongono. L’autore sceglie di portare avanti il discorso in modo agile e facilmente comprensibile anche dai non addetti ai lavori, assolvendo perfettamente al proprio intento divulgativo. Particolarmente azzeccata la scelta di porre, all’inizio di ogni breve capitolo, una domanda specifica, alla quale De Vincentiis risponde in modo insieme rigoroso e chiarissimo.

Un altro dei motivi che mi inducono a pensare che il saggio in questione meriti un’attenta lettura è il suo mettere in crisi alcune certezze che i mass media hanno indirettamente contribuito a consolidare nell’opinione comune, inducendo un’eccessiva fiducia nella terapia psicoanalitica, che, come dimostra De Vincentiis, si dimostra spesso inefficace nel risolvere le problematiche per le quali i pazienti scelgono di affidarvisi, esponendoli, inoltre, al rischio di esacerbare alcuni sintomi. Si tratta, quindi, di un testo utile a stimolare il senso critico del lettore, cosa della quale nella nostra società si sente particolare bisogno.

Completano il quadro già decisamente positivo la postfazione del neuroscienziato Sergio Della Sala e l’originale appendice, curata da Silvano Fuso, sul rapporto tra chimica e psicoanalisi.

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E-Cat: l’Università di Bologna annulla il contratto con Rossi

Fri, 02/03/2012 - 11:22

Con un comunicato ufficiale il 26 gennaio scorso l’Università di Bologna ha annunciato l’annullamento del contratto sottoscritto a giugno con la ditta di Andrea Rossi, inventore dell’E-Cat. Il contratto, i cui dettagli non erano stati resi pubblici, prevedeva il pagamento da parte di Rossi di 500.000 EUR a fronte di una collaborazione allo sviluppo dell’invenzione e alla comprensione dei fenomeni fisici che ne starebbero alla base. Sarebbe stato poi possibile al Dipartimento di Fisica pubblicare i risultati delle misure calorimetriche, chiarendo finalmente se l’apparecchio funzioni o meno, dato che non sono mai state effettuate verifiche indipendenti; i risultati dei test svolti pubblicamente dallo stesso Rossi hanno lasciato insoddisfatti molti osservatori, compreso il CICAP. Il test dell’apparato da 1 MW, di cui abbiamo parlato qui, è stato condotto sostanzialmente a porte chiuse davanti a un potenziale cliente di cui non è stata rivelata l’identità (lasciando però capire che si sarebbe trattato di un ente militare); dopo allora Rossi ha più volte dichiarato sul suo blog Journal of Nuclear Physics di stare procedendo alla messa a punto delle versioni commerciali dell’E-Cat e di non voler più effettuare test pubblici.

Il Dipartimento di Fisica dichiara che il contratto sottoscritto nel giugno 2011 tra il Dipartimento di Fisica e la EFA srl (la società italiana in cui Rossi è coinvolto) è stato rescisso causa il mancato soddisfacimento delle condizioni al termine contrattuale previsto. Non c’è più alcun rapporto tra il Dipartimento e la EFA srl legato a questo contratto.

Tuttavia, il Dipartimento di Fisica si è reso disponibile con la sua esperienza e le sue strumentazioni per svolgere autonome misurazioni sulla produzione di calore da parte dell’apparecchiatura denominata E-cat al fine di fornire una risposta all’intera comunità scientifica e all’opinione pubblica in merito al fenomeno. I risultati delle misure saranno pubblicati.

Al momento il Dipartimento di Fisica non ha ritenuto di chiarire se esistano già accordi per le misure o se si tratti semplicemente di un’offerta a Rossi. Nel recente passato l’inventore, nonostante l’invito a sottoporre la sua invenzione al vaglio della comunità scientifica da parte del premio Nobel Brian Josephson,  ha declinato simili offerte provenienti da Francesco Celani dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e da altri.

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Il CICAP che cambia

Thu, 02/02/2012 - 19:03

Nel corso del convegno “I conti non tornano”, organizzato lo scorso novembre a Torino, si è tenuta un’importante riunione dei soci effettivi del CICAP. Massimo Polidoro, Segretario del Comitato, ha aperto l’incontro comunicando che Steno Ferluga e Adalberto Piazzoli, Presidente e Vicepresidente del CICAP sin dalla fondazione dell’associazione, avevano concordemente deciso di rassegnare le dimissioni dalla loro carica per favorire un ricambio nella struttura organizzativa del Comitato.

Polidoro, dopo avere profondamente ringraziato Ferluga e Piazzoli per il loro straordinario impegno e per la capacità con cui hanno guidato il CICAP in questi 22 anni di vita, ha proposto di attribuire loro la qualifica di Presidente Emerito.

Questo riconoscimento vuole testimoniare la gratitudine di tutti per il fondamentale contributo di Ferluga e di Piazzoli alla nascita e alla crescita dell’associazione e risponde all’obiettivo, condiviso dagli intervenuti che hanno approvato la proposta di Polidoro all’unanimità, di continuare ad avvalersi del loro patrimonio di competenza, intelligenza e passione nell’azione futura del Comitato.

Su proposta del Segretario e con il voto unanime dei partecipanti, Sergio Della Sala, professore di neuropsicologia all’Università di Edimburgo, è stato eletto Presidente del CICAP e Lorenzo Montali, ricercatore di psicologia sociale all’Università di Milano-Bicocca, è stato eletto Vice-presidente. Entrambi hanno contribuito alla fondazione del Comitato alla fine degli anni ’80. Nel nuovo consiglio direttivo è stato inoltre eletto Andrea Ferrero, che avrà in particolare l’incarico di sviluppare la formazione dei gruppi locali del CICAP e di occuparsi delle relazioni con i comitati scettici a livello internazionale.

La rivista del CICAP; “Query”, dedica la sua copertina a questo importante passaggio del Comitato: al suo interno si potranno trovare un’intervista a Ferluga e una a Piazzoli per ricordare e commentare con loro questi oltre 20 anni di attività del CICAP, oltre a una lettera del neo Presidente Sergio Della Sala a tutti i soci CICAP. Per l’occasione, questi interventi sono disponibili anche online sul sito del CICAP:

- l’editoriale di Lorenzo Montali;

- l’intervista a Steno Ferluga;

- l’intervista a Adalberto Piazzoli;

- il discorso di Sergio Della Sala.

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Il CICAP ha un nuovo Presidente

Thu, 02/02/2012 - 19:00

Dopo vent’anni il CICAP ha un nuovo Presidente.

Sergio Della Sala, professore di Neuroscienze all’università di Edimburgo, è stato eletto nel corso dell’ultimo convegno svoltosi a Torino lo scorso novembre. Sergio sarà affiancato da Lorenzo Montali, il nostro direttore, nel ruolo di Vice Presidente. La redazione di Query ringrazia Steno Ferluga e Adalberto Piazzoli che hanno costruito il CICAP vent’anni fa e hanno continuato a coordinarlo per tutto questo tempo. Facciamo gli auguri a Sergio e Lorenzo per il nuovo incarico. Qui trovate l’annuncio ufficiale e qua di seguito una specie di “discorso programmatico” di Sergio.

Sono poco obiettivo. Trovo strano che si possa dire “la scienza non mi piace”. Penso si possa trovarla difficile, e allora l’espressione adeguata per manifestare questa idea dovrebbe essere “non mi piacciono le cose difficili”. Il problema è che un atteggiamento di questo genere finirebbe per estendersi anche a molti libri, alle opere d’arte concettuali, ai film con trame complesse, alle regole degli sport. O alle relazioni personali. La scienza è parte della nostra vita, del nostro quotidiano; la maggior parte delle nostre attività ha qualche elemento di scienza. Cosa vuol dire “non mi piace”? Quale è l’alternativa? Può darsi che si scambino la scienza ed i suoi metodi con la tecnologia ed i suoi effetti. Eppure questo atteggiamento anti-scienza è pervasivo, ed ingravescente e pone un problema a chi ritiene che la scienza sia un valore sociale. La risposta a questo problema non può essere semplicemente quella di organizzare qualche festival della scienza. Se ci si limitasse a questo, si offrirebbe proprio una visione della scienza come qualcosa di separato dal resto della società, da celebrare con manifestazioni a sé, cui probabilmente interverranno solo i simpatizzanti. Non è un caso che il movimento per il Public Understanding of Science non sia durato molto, forse anche per il poco fortunato acronimo (PUS), che peraltro ha lasciato il posto all’altrettanto infelice Public Engagement in Science and Technology (PEST). Io non voglio convincere, ed ho poco da insegnare, vorrei però condividere. Vorrei non appartenere ad un campo, non discutere tra “noi” e “voi”, vorrei però capire.

Poche settimane fa sono stato invitato ad un convegno di musica e neuroscienze. Un bellissimo conservatorio, decine di musicisti, professionisti esperti, insegnanti, storici, persone simpatiche, gentili e vivaci. Tutto lasciava presagire una mattinata gradevole ed una discussione interessante. Il primo a prendere la parola è stato un sedicente “professore” di meditazione, che elegante, azzimato, e cortese, illustrava dal palco i benefici di questa pratica, dei cui effetti positivi non dubito, e che probabilmente può offrire vie di benessere e di autocoscienza. Il problema ha avuto inizio quando il “professore” si è lanciato a spiegare i meccanismi scientifici sottesi a questa pratica antica e benemerita, inanellando un errore dopo l’altro. No, non opinioni discutibili, ma errori fattuali, o ipotesi quantomeno lontane dall’essere dimostrate. Per esempio, che l’acqua formi cristalli diversi a seconda delle parole che “sente”, e che allo stesso significato, espresso nelle diverse lingue con parole differenti, corrisponda sempre un cristallo con la medesima forma, riconoscibile; accreditando così l’idea che l’acqua parli una lingua universale, la lingua delle emozioni. Il pubblico sembrava non limitarsi ad accettare educatamente gli insegnamenti scientifici del “professore”, ma piuttosto sembrava apprezzarli pienamente. Eppure, se verificate, quelle affermazioni avrebbe implicato una rivoluzione culturale di proporzioni enormi. Non si trattava di scienza, ma di pseudoscienza. Questo tipo d’inganni pseudoscientifici è da smascherare, per la sua banalità, la sua mancanza di creatività, la sua rozzezza, la sua anticultura, la sua negazione della necessità di approfondimento, e per i potenziali danni che può creare alla società. Questo è il primo scopo del CICAP, contrastare lo pseudo scientismo. Noi siamo alleati di questi musicisti, vogliamo le stesse cose, dobbiamo quindi chiarire sempre il possibile equivoco che esistano campi separati ed opposti: gli artisti emotigeni ed aperti da una parte, gli scienziati chiusi, aridi e scettici dall’altra.

Le varie riviste internazionali che fanno capo a movimenti simili al nostro, si richiamano quasi invariabilmente al termine “scettico”, che non significa miscredente, bensì osservatore attento. L’approccio scettico è un metodo con delle caratteristiche (per esempio il rigore), non è un’ideologia, un programma, né ha assunti da difendere. Dobbiamo però evitare il rischio che il movimento scettico sfoci nel positivismo o nello scientismo: non siamo e non vogliamo essere paragonati a ghostbusters perché non abbiamo mai inteso aprire nessuna caccia, né ai fantasmi né ad altro. E dobbiamo essere contigui al mondo accademico, ma mantenere una capacità di critica anche nei confronti dell’accademia. Dobbiamo sempre aver presente che essere scettico non rende una persona immune da errori.

Dobbiamo rifuggire da ogni tono accondiscendente o paternalista. Ho letto recentemente su un sito di un’agenzia medica anglosassone che gli scienziati dovrebbero ingaggiare il pubblico come si fa con gli studenti a scuola. Ecco, io vorrei esattamente il contrario! Vorrei che si discutesse di opinioni in termini paritari, una volta acclarati i fatti così come li conosciamo; vorrei che si condividesse un metodo, che si potesse delegare, che non fosse necessario promuovere un’impossibile idea di conoscenza universale in base alla quale le persone possono diventare esperte di tutto. Vorrei che fosse chiaro che ciò che sostengo oggi, sarà molto probabilmente sbagliato domani, ma che affidarsi a ciò che è certamente sbagliato già da oggi non è una strategia adeguata.

Nelle nostre riunioni, sento spesso il richiamo alla razionalità. Sappiamo però che la mente umana prende decisioni anche, e in certi ambiti soprattutto, sulla base di automatismi o di reazioni viscerali. D’altro canto non ci sono ricette per cambiare il sistema di ragionamento e colpevolizzare il funzionamento della mente normale non ci porterebbe lontano.

Dobbiamo rifuggire dalla figura del tuttologo e dall’applicare ricette in modo acritico e generalista. Dobbiamo evitare principi d’autorità, per cui se la fonte è amica allora costituisce una garanzia sufficiente a prescindere o va giustificata nel caso si macchi di superficialità.

Non dobbiamo avere posizioni ideologiche nell’analizzare i dati, né esprimere posizioni che siano a priori contro qualcosa; scetticismo non significa essere a priori contro un dato potere o a favore di un altro. Per esempio, far notare che non esistono prove a sostegno dell’omeopatia non significa assolutamente essere a favore della prepotenza dell’industria farmaceutica o legittimarne l’azione. Naturalmente abbiamo diritto alle nostre idee. Io sono uno scienziato e sono di sinistra, il che talvolta mi sembra un ossimoro, soprattutto quando sfoglio le pagine di scienza di alcuni dei miei giornali di riferimento. La scienza si nutre di dati, che sono obiettivi; è la loro interpretazione che cambia e si discute; ma ci si deve accordare sui dati e sulla validità delle fonti. Le posizioni politiche, ideologiche, religiose quindi sono un bagaglio personale, non la condizione per poter discutere.

La divulgazione presenta dei rischi: il confine tra semplificare e rendere semplicistico, quindi necessariamente errato, è sottile. Vorrei che divulgare comprendesse l’accettazione del metodo, piuttosto che lo sbandieramento di un risultato.

Sono onorato, orgoglioso, felice di essere stato nominato Presidente del CICAP. Ho visto questa associazione nascere e crescere, ho imparato moltissimo frequentandone i convegni, ho conosciuto persone meravigliose, che mi hanno aiutato a guardare il mondo e ad ammirarlo, e soprattutto mi sono tanto divertito.

Vorrei che altri, molti altri, fossero esposti a questa fonte di conoscenza e divertimento. Vorrei che si cominciasse dalle scuole. E vorrei che Query, la nostra bella rivista, fosse disponibile nelle biblioteche. No, non vorrei fare adepti, ma vorrei che i miei amici musicisti potessero difendersi da chi vende loro l’acqua parlante (e poliglotta).

Sergio Della Sala

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Il mystero del ratto gigante

Tue, 01/10/2012 - 11:24

Un ratto gigantesco, lungo 90 centimentri, adagiato su una pala: questa è la fotografia che sta facendo il giro del web. Caricata quest’estate su Twitter, è stata recentemente ripresa dall’Huffington Post, e da lì è arrivata anche ai media nostrani, come La Stampa, Repubblica e Il Messaggero.

Le speculazioni sulla specie di appartenenza del roditore (rinvenuto, a quanto pare, in un negozio sportivo del Bronx, identificabile dalla casacca dell’uomo che regge la pala) si sprecano: in molte didascalie viene citato il parere di Robert S. Voss, del Museo di Storia naturale di New York, secondo cui un ratto di quelle dimensioni potrebbe appartenere alla specie Cricetomys gambianus, o ratto del Gambia; un roditore che può raggiungere il metro, e che sembrerebbe aver infestato, in effetti, alcune zone degli Stati Uniti (si parla delle Florida Keys, arcipelago a sud-est della Florida).

Il parere del naturalista è sicuramente corretto: un roditore lungo 90 centimetri è troppo grosso per essere un comune ratto. Ma la domanda da farsi è un’altra: l’animale della foto è davvero lungo 90 centimetri?

Il roditore morto è infatti in primo piano rispetto al corpo dell’uomo, e per questo le sue dimensioni sembrano maggiori; uno scherzo della prospettiva, che si presta alla diffusione di molte leggende metropolitane (chi non ricorda, ad esempio, la foto dei temibili “ragni urlatori dell’Iraq“?). Come ha fatto notare Paolo Attivissimo, se quel ratto fosse davvero lungo 90 centimetri avrebbe un peso notevole e l’uomo della foto non riuscirebbe a tenerlo tranquillamente su una pala con una mano sola: provate a immaginare di sollevare in quel modo un cane di taglia media!

La redazione di Query ha fatto qualche prova con Minnen, un ratto di pezza lungo circa 23 centimetri (per gli amici degli animali: nessun roditore è stato maltrattato durante la realizzazione della fotografia). Il risultato è stato simile alla foto incriminata:

Per capire la reale lunghezza del ratto occorrerebbe paragonarlo alle dimensioni della pala; o, meglio ancora, a quelle del manico, che per questioni di ergonomia non può essere troppo grande. Le misure classiche sono 1″1/8 (circa 2,8 cm) o 1″1/4 (3,2 cm).

Notiamo che il ratto è lungo circa 7,4 volte lo spessore del manico: questo si traduce, nel caso di un manico da 3,2 cm, in un animale di circa 23,4 cm. Aggiungendo la coda (lunga più o meno quanto il corpo) salta fuori l’immagine di un roditore di tutto rispetto; del tutto compatibile, però, con le dimensioni di un comune ratto di città (il corpo del Rattus norvegicus può arrivare fino a circa 50 cm compresa la coda e altre specie possono raggiungere dimensioni superiori).

Ovviamente, il calcolo delle dimensioni è approssimativo e non permette di stabilire a quale specie appartenga l’animale, ma dovrebbe essere sufficiente a far sorgere qualche dubbio nella mente di un giornalista (il cui compito dovrebbe essere, in effetti, proprio la verifica delle notizie). Il rischio è che il ratto gigante del Bronx possa crescere senza controllo nel passaparola e trasformarsi in una leggenda metropolitana, più o meno quanto i coccodrilli albini delle fogne di New York.

Vi aggiorneremo se ci saranno ulteriori sviluppi.

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Uccelli morti: la storia si ripete

Mon, 01/09/2012 - 11:25

Stesso luogo, stessa specie, stesso periodo dell’anno: la moria di itteri alirosse che aveva inaugurato il 2011 si è ripetuta anche quest’anno, puntuale come un orologio svizzero, nella cittadina di Beebe, Arkansas.

Nonostante la stampa preferisca ammantare il fenomeno con un alone di mistero, l’episodio dell’anno scorso è tutt’altro che inspiegato. I biologi dell’Arkansas Game and Fish Commission, che avevano effettuato l’autopsia dei corpi, non hanno dubbi: tutta colpa dei fuochi pirotecnici, che ogni capodanno causano vittime fra gli animali.

In questo caso a lasciarci le penne – è proprio il caso di dirlo – sono stati i poveri volatili, che si sono alzati in volo spaventati dai rumori e, avendo una visione nottuna peggiore della nostra, si sono scontrati con ostacoli e palazzi, provocandosi lesioni mortali.

Quest’anno il fenomeno si è ripetuto, sempre a Beebe, nella notte di capodanno. Il meccanismo ipotizzabile potrebbe essere lo stesso, dal momento che, stando a quanto riferito da diversi testimoni, il divieto sull’utilizzo dei fuochi pirotecnici (emesso proprio a tutela degli animali) non sarebbe stato rispettato dai cittadini.

Quest’ipotesi deve comunque essere ancora confermata: le autorità hanno annunciato nuove autopsie sui volatili, per chiarire le cause.

In generale, comunque, non è necessario tirare in ballo premonizioni apocalittiche o anomalie magnetiche: le morie di animali non sono affatto un fenomeno “inedito”, come sembra pensare qualcuno al Corriere della Sera. Anzi, si tratta di episodi che avvengono periodicamente, e dovuti a  cause molto diverse tra loro.

Solo nel 2011 i casi sono stati numerosi: a metà dicembre, ad esempio, migliaia di svassi erano morti nello Utah, schiantatisi in un parcheggio che avevano scambiato per un lago; sempre a dicembre, migliaia di pesci e stelle marine erano naufragati sulle coste della Florida; a novembre c’era stato uno spiaggiamento di 65 balene in Nuova Zelanda, e una moria di oltre 10.000 uccelli in Tunisia. E così via.

Tutti questi episodi, però, spesso non raggiungono la cronaca italiana, a meno che l’attenzione dei giornalisti non sia già alta per qualche episodio davvero eclatante. Non deve stupire, quindi, il fatto che la segnalazione della moria di itteri avvenuta pochi giorni fa provenga proprio dalla stessa cittadina che era ne stata testimone all’inizio 2011: la ragione potrebbe essere semplicemente da imputare al fatto che a Beebe in molti (stampa compresa) aspettavano il capodanno proprio per vedere se il fenomeno si sarebbe ripetuto, e che pertanto una moria di uccelli in questo luogo fa più notizia di una avvenuta altrove.

Per la stessa ragione è possibile che nei prossimi giorni si assista diverse segnalazioni di “misteriose” morie di animali, che altrimenti sarebbero passate inosservate, “trainate” dal fenomeno degli uccelli di Beebe: e in parte è già successo, con gli articoli pubblicati da parte di alcuni quotidiani su un ingente spiaggiamento di pesci in Norvegia (ovviamente non collegato alla moria di itteri).

Per un caso che si apre, comunque, ce n’è un altro che si chiude: si tratta delle misteriose morie di gabbiani che colpirono la California nelle estati del 1960 e del 1961. Un evento che suscitò scalpore all’epoca, e che probabilmente fu una delle fonti di ispirazioni di Hitchcock per il suo capolavoro “Gli uccelli” (presumibilmente insieme al racconto di “The birds” di Daphne du Maurier).

Adesso, ad oltre quaranta anni di distanza, sarebbe arrivata la spiegazione del curioso fenomeno, che portò migliaia di uccelli a precipitare morti sulle spiagge della baia di Monterey. Alcuni ricercatori della Lousiana State University di Baton Rouge, coordinati dalla biologa Sibel Bargu, hanno infatti pubblicato l’articolo “Mystery behind Hitchcock’s birds” sull’ultimo numero di Nature Geoscience. La diagnosi: avvelenamento da plancton tossico.

Il team ha infatti analizzato il contenuto dello stomaco di alcuni uccelli coinvolti nella moria del 1961, riscontrando su almeno tre quati del campione la presenza di acido domoico: una neurotossina prodotta dalle diatomee del genere Pseudo-Nitzchia, probabilmente a causa della perdita di alcune fosse biologiche (proprio in quel periodo si era verificato un boom dell’edilizia in California, che potrebbe aver portato all’installazione di alcuni servizi igienici difettosi). L’acido domoico è molto pericoloso per i gabbiani: provoca infatti disorientamento, attacchi epilettici, danni cerebrali, e infine la morte.

Anche nel 1961 ci fu chi vide nella moria di uccelli un segno dell’imminente fine dei tempi. Ma potremmo dire che, così come una rondine non fa primavera, non basta uno stormo a far l’Apocalisse.

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Una fibrilla per la Sindone – la risposta di Garlaschelli

Sun, 01/08/2012 - 16:04

In seguito alla pubblicazione dell’articolo di Gigi Garlaschelli di commento agli esperimenti effettuati dal laboratorio dell’ENEA diretto da Paolo Di Lazzaro, abbiamo ricevuto una richiesta ufficiale di rettifica da parte del dottor Di Lazzaro che abbiamo pubblicato qui. Nell’articolo che segue, Garlaschelli risponde alle obiezioni di Di Lazzaro. I punti elencati tra parentesi (A, B, C, D, E, F, G, H, e I) corrispondono ai punti sollevati da Di Lazzaro nella sua lettera. Maggiori informazioni sugli esperimenti scientifici effettuati sulla Sindone si possono trovare su questo sito.

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A) E’ vero o no che “secondo lo STURP l’ingiallimento potrebbe essere dovuto a degradazione e ossidazione della cellulosa del lino, a sua volta indotta da cause termiche o chimiche.” ?

È una causa che lo STURP riteneva possibile.  Per es.  Gilbert and Gilbert  hanno  affermato

the spectral reflectance characteristics of the body image area appear identical to those of known 1532 AD scorched areas… The body image areas and scorched areas have essentially similar fluorescence characteristics. [R. Gilbert, Jr. and M. M. Gilbert, “Ultraviolet-visible reflectance and fluorescence spectra of the Shroud of Turin”, Appl. Opt. 19, 1930 (1980)]

Miller and Pellicori hanno affermato:

Modern linen can be artificially aged by baking at high temperatures (125°–150°) to the point where its reflected color and fluorescent emission approach those of the Shroud. [V. D. Miller and S. F. Pellicori, “Ultraviolet fluorescence photography of the Shroud of Turin”, J. Biol. Photogr. 49, 71 (1981)]

Si veda anche  L. A. Schwalbe and R. N. Rogers, in “Physics and chemistry of the Shroud of Turin: A summary of the 1978 investigation”, Anal. Chim. Acta 135, 3 (1982). pp. 25-28. In particolare la frase

At this time, the most likely scorch hypothesis is that the Shroud image is a light “air” scorch produced at temperatures lower than those sufficient to carbonize the material.

Nel mio lavoro [ L. Garlaschelli: “Life-size Reproduction of the Shroud of Turin and its Image” J. Imaging Sci. Technol. 54, 040301-040301(14) (2010) ] dedico la pag. 040301-5 nonché la pag -9 e -10 ad esaminare questo complesso problema – e quello della presenza o meno di fluorescenza indotta dal riscaldamento del telo.

Evidentemente queste citazioni sono sfuggite al dott. Di Lazzaro.

B) è vero o no che “le caratteristiche di fibre sottoposte a degradazione chimica non sono nominate nel rapporto in esame” ?

Caro Di Lazzaro, ma le pare possibile che io non abbia notato la referenza al mio lavoro?

Quando io parlo delle caratteristiche delle fibre sottoposte a degradazione chimica, intendo, per esempio, lo spessore della colorazione del filo o della singola fibra, come è stato fatto per i fili e le fibre trattati col laser. Non mi pare che il Vostro gruppo abbia trattato chimicamente fili di lino per confrontarne le caratteristiche con i Vostri campioni. Non l’ho (ancora) fatto nemmeno io sui miei.  Ma forse l’avete fatto, e mi è sfuggito anche questo dettaglio.

Aggiungo che Lei mi conferma nella mia impressione quando più avanti nella Sua replica scrive “…anzi è assai probabile che la profondità di colorazione da lei ottenuta sia nettamente maggiore dei 7 millesimi di millimetro mostrati nella figura 6a del Rapporto ENEA ”.

Io credo invece che questo sia un problema che dovrebbe utilmente essere approfondito.

C) E’ vero che “Gli autori scartano inoltre l’ipotesi termica in quanto, dopo un loro esperimento con un laser termico a CO2, l’analisi microscopica ha evidenziato una colorazione troppo profonda …” ?

Non è vero. L’esperimento era di Ferrero, Testore, Tonin e Innocenti  Solo una superficiale e affrettata lettura sia del testo che delle referenze da parte mia ha potuto generare questo fraintendimento. Prego i lettori di togliere la parola “loro” dal mio testo.

D)  E’ vero che  “I risultati della colorazione del lino con laser UV sono stati valutati principalmente ad occhio nudo, basandosi sulla colorazione (nessuna, gialla, marroncina, marrone scura) di fili dopo il trattamento, fino ad ottenere la “giusta” tonalità.” ?

Il rapporto dice : “Nella Tabella, le osservazioni a occhio nudo del lino irraggiato sono descritte in funzione del numero N di impulsi laser consecutivi, della intensità I per singolo impulso laser …ecc”.

Dopo di che sono analizzate in modo approfondito le caratteristiche, microscopiche e altro, dei fili e delle fibre.

Mi sarei aspettato, prima di questo passaggio, che fossero valutati i parametri RGB/L  per assicurarsi che la colorazione fosse quella desiderata. Nel corso di sperimentazioni eseguite dal sottoscritto [Garlaschelli, JIST, 2010, cit.] teli di lino erano stati sottoposti a trattamenti termici a diverse temperature e durate, poi erano stati valutati gli spettri di riflettanza/luminanza fino ad ottenere il colore più simile a quello della Sindone di Torino (zone di non immagine).

Nel Rapporto di Di Lazzaro e al. c’è un ulteriore particolare che mi lascia perplesso.  Al Par. 7.1 e Fig. 10 si afferma che i valori spettrali di riflettanza del lino moderno da loro usato sono praticamente identici a quelli delle aree di non-immagine della Sindone di Torino. Questa è veramente una coincidenza straordinaria che meritava qualche commento ulteriore, visto che il lino può possedere tonalità e luminanze molto diverse: dal lino nuovo, quasi bianco, a quello grezzo più grigiastro, a quello giallastro del lino molto antico. Il colore della Sindone viene spesso descritto come “paglierino” ; oltretutto nelle foto del Rapporto (Figg 3, 5, 8, 13) il tessuto appare praticamente bianco.

E)  Che cosa si intende con la frase“Una sola fibra con le caratteristiche desiderate, la cui colorazione potrebbe interessare solo la pellicola più esterna della fibra, su migliaia o centinaia di migliaia non sembra certo un risultato così eclatante come ci si aspettava, tale da meritare tanto clamore.”

Punto interessante. Di Lazzaro afferma: “ se Garlaschelli non ci riesce, se il team ENEA ci va vicino ma non ci riesce, se in 113 anni illustri studiosi (…) non ci sono riusciti, sorge qualche dubbio che ci sia riuscito un falsario con la tecnologia disponibile nel medioevo”.

Devo intanto ammettere di sentirmi onorato per essere “collega di fallimento” con uno scienziato di chiara fama quale il dott. Di Lazzaro. Certo che la logica mi sfugge un po’ (ma questo si sa). Cioè: se Di Lazzaro e coll. avessero ottenuto tramite laser un risultato perfetto, questo sarebbe stata – secondo loro – la prova che la Sindone non poteva essere opera di un falsario medievale. Se  l’ “ENEA ci va vicino ma non ci riesce”, anche questo è prova che tanto meno ci sarebbe riuscito il falsario… Insomma si vince sempre.

Qualche ulteriore osservazione, giacché me ne si offre la possibilità: a) mi piacerebbe analizzare qualche migliaio delle fibre ottenute nel mio (screditato) tentativo di riproduzione. Forse c’è qualche possibilità che almeno una abbia la colorazione fatidica di  200 nm.

b) Il ragionamento di Di Lazzaro è una fallacia logica detta “argumentum ad ignorantiam” che nel nostro caso suonerebbe così: Non riesco riprodurre la Sindone, dunque essa non può essere opera umana.

Proviamo allora a fare un esperimento mentale. Prendiamo la Gioconda di Leonardo. Esaminiamone in modo estremamente minuto le caratteristiche chimico-fisiche: tipo di pigmento, spessore e direzione degli strati di colore, tipo di legno usato nella tavola di supporto, degradazione delle fibre di lignina (con relativi spessori, colorazioni micrometriche, ecc.), screpolature e cosi’ via. Poi tentiamo di riprodurla, pretendendo un’identità assoluta e totale. Ci sono ottime probabilità che nemmeno al giorno d’oggi qualcuno ci possa riuscire. (Se qualcuno ci si avvicina, dire che è una imitazione grossolana). Ergo, la Gioconda non può essere opera umana.

c) Di questa famosa fibrilla tra mezzo milione di altre “sbagliate” si fa vedere una fotografia tratta da un lavoro precedente nella quale lo strato cellulare più esterno è “scorticato” esponendo la parte centrale, incolore. Non ho le competenze per valutare questa foto al microscopio. Ma un bravo microscopista non potrebbe preparare delle fibre tagliate, in modo da esaminarne la sezione trasversale, così non ci sarebbero dubbi?

F) In che senso  “Non sono prese in considerazione le caratteristiche che potrebbero possedere fibre ingiallite per effetto chimico per confrontarle con quelle della Sindone.” ?

Vedi risposta al punto B)

G)  Che cosa si intende con la frase “Non sono prese in considerazione le caratteristiche di fibre ingiallite per semplice invecchiamento, per esempio quelle di vecchi tessuti di lino, per confrontarle con quelle della Sindone (ricordiamo la presenza di fibre ingiallite sulla Sindone, anche al di fuori dell’immagine).“ ?

Vuole dire quello che viene specificato  subito dopo: “Se tali caratteristiche fossero simili, ovviamente si imporrebbe tutta una serie di considerazioni diverse, poiché si sarebbe solo trovato un modo per ottenere una buona imitazione di un tessuto antico. “ (Sembra che il dott. Di Lazzaro abbia saltato qualche parte delle mie osservazioni).

Ora, so bene che nel Rapporto si analizzano i risultati dell’invecchiamento artificiale del lino utilizzato all’ENEA (par 7.2 e 8.1) . Ma io parlavo appunto di fibre ingiallite per semplice invecchiamento, per esempio quelle di vecchi tessuti di lino.

Provo a essere più chiaro. Poiché nella Sindone di Torino si trovano fibre ingiallite simili a quelle dell’immagine anche al di fuori dell’immagine stessa, sembra logico pensare che la colorazione di tali fibre non debba dipendere da qualche straordinario e incomprensibile processo quale quello che avrebbe generato l’immagine stessa, ma da un normale processo di invecchiamento, che come si sa rende il lino più giallo. Dunque ottenendo tale colorazione per mezzo di un laser equivarrebbe -appunto – ad  avere “solo trovato un modo per ottenere una buona imitazione di un tessuto antico”.  Non sarebbe dunque utile  un’indagine nel senso suggerito?

Per es. Rogers (2005) (ref 35 del Rapporto ENEA) aveva iniziato qualcosa di simile, senza entrare nel merito di coordinate di colore o di processi chimici, ma limitatamente alla perdita di cristallinità nelle fibre di cellulosa antiche; e aveva verificato che fibre della zona di immagine della Sindone sono, sotto quell’aspetto, identiche a fibre della zona di non-immagine.

H) “ ipotesi di un “moderno falsario” (ma non si parlava del 1260?) che usa un forno a microonde o luce solare o chimica o luce UV “per invecchiare la sua opera” e conclude che “questo ovviamente non vorrebbe dire che l’opera originale che sta cercando di imitare sia stata prodotta, secoli prima, grazie a microonde o con un laser UV”

Sto facendo ora l’ipotesi di un moderno falsario, appunto, che utilizza tecniche moderne per ottenere un invecchiamento artificiale e accelerato di un manufatto. Se si ha la pazienza di rileggere la mia obiezione se ne capirà sicuramente il significato. In secondo luogo, stavo parlando della colorazione e delle caratteristiche chimico-fisiche del telo. Se si citano anche tutte le altre “caratteristiche più difficili da replicare” (le conosco bene, non serve ripeterle, ma ringrazio per lo sforzo) si apre il campo a una serie infinita di obiezioni e contro-obiezioni che esulano dal presente contesto.  Peraltro, su molte di queste affermazioni si va da qualche tempo sviluppando una tipo di revisione critica che non può che contribuire a fare maggior chiarezza nel dibattito scientifico.

I) Che cosa ha detto  Christopher Ramsey a The Telegraph?

http://blogs.telegraph.co.uk/news/tomchiversscience/100125247/the-turin-shroud-is-fake-get-over-it/

Quando ho letto il blog di Tom Chivers, che riportava le parole di Ramsey, ho copiato e tradotto le seguenti righe:

Regarding the ENEA findings, he is similarly sceptical. “Just because you can create similar results using an ultraviolet laser, that doesn’t mean it’s the only way it could have been made in the first place,” he says. “There are several possibilities, and it could just be a chance effect due to a number of different phenomena. But in archaeological science, being able to reproduce something, doesn’t imply that that’s the technique used; it may simply show that you’ve got a new technique you want to try out.”.

Risulta ora, seguendo il link, che in seguito a un intervento dello stesso Di Lazzaro, il giornalista ha aggiornato il testo (e ha confermato per email di avere omesso quelle righe ove si citava il laser).  Di Lazzaro dovrebbe ricordare che quelle righe c’erano, visto che ne ha chiesto la correzione.

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Ringrazio la Redazione di Query Online per l’opportunità che mi è stata offerta nel formulare queste brevi note, e io pure spero che esse aprano la possibilità di un dialogo sereno e una migliore comprensione reciproca, allo scopo di migliorare la nostra conoscenza degli aspetti scientifici del problema. Ho imparato molte cose, e non solo sulla Sindone di Torino.

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Una fibrilla per la Sindone – la replica di Di Lazzaro

Sun, 01/08/2012 - 16:04

Lettera pubblicata ai sensi dell’articolo 8 della legge 47/1948 in riferimento all’articolo di Gigi Garlaschelli “Una fibrilla per la Sindone”, pubblicato qui.

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Gentile Professore,

vorrei ringraziare Lei il CICAP e la UARR per l’attenzione prestata al nostro recente Rapporto Tecnico sulla colorazione similsindonica disponibile alla pagina opac.bologna.enea.it:8991/RT/2011/2011_14_ENEA.pdf.

Le critiche, se documentate, sono sempre bene accette da parte nostra. In particolare, gran parte delle critiche che appaiono sui siti web si basano sui suoi commenti pubblicati online alla pagina http://www.queryonline.it/2011/12/28/una-fibrilla-per-la-sindone/

Personalmente, ho apprezzato il tono distaccato e quasi “neutrale” dei suoi commenti. Viceversa, ho meno apprezzato il contenuto tecnico degli stessi, laddove non ho trovato corrispondenza tra alcune sue affermazioni e il contenuto del Rapporto. Nello specifico, qui sotto elenco alcuni punti salienti

A) Lei scrive: “Gli autori affermano che «i ricercatori STURP conclusero che l’immagine corporea non è dipinta, né stampata, né ottenuta tramite riscaldamento», forse riferendosi ai risultati negativi di Jackson sopracitati. In realtà secondo lo STURP l’ingiallimento potrebbe essere dovuto a degradazione e ossidazione della cellulosa del lino, a sua volta indotta da cause termiche o chimiche.

Non è vero che ci riferiamo ai risultati di Jackson. Come lei sa, i ricercatori STURP conclusero che l’immagine sindonica non è dipinta, né stampata, né ottenuta tramite riscaldamento sulla base delle misure in situ di spettroscopia (sia X che UV che visibile) effettuate sul telo sindonico nel 1978 e di spettroscopia Raman e pirolisi su frammenti prelevati tramite nastro adesivo. I risultati di queste analisi sono stati pubblicati su prestigiose riviste scientifiche internazionali (Applied Optics, X-ray spectrometry, Analytica Chimica Acta e altre). Questi articoli nel Rapporto Tecnico ENEA sono citati come referenze 5, 6, 7, 9, 10, 11, 12. Il lavoro di Jackson, che abbiamo citato come referenza 14, conferma con altre metodologie i risultati ottenuti precedentemente. Questi risultati del 1978 rappresentano una ragguardevole mole di dati sperimentali e la lettura delle referenze sopra citate è un must per chiunque voglia occuparsi degli aspetti scientifici dell’immagine sindonica. Da questi risultati sperimentali emerge al di là di ogni ragionevole dubbio che l’immagine presenta caratteristiche incompatibili con una origine pittorica, da stampa o da riscaldamento.

Per quanto concerne la sua frase a chiusura del commento sopra riportato, l’eventuale causa termica dell’ingiallimento è stata esclusa dagli stessi chimici STURP Heller, Adler e Rogers che, sulla base di misure di fluorescenza sul telo, erano concordi nel ritenere che lo sconosciuto processo di colorazione doveva essere a bassa temperatura, inferiore ai 200 °C. Infine il fatto che secondo lo STURP l’ingiallimento è dovuto a disidratazione ossidativa è chiaramente scritto nel punto “d” dell’Introduzione del Rapporto e ribadito nel paragrafo 8.1, ma evidentemente queste citazioni le sono sfuggite.

B) Lei scrive: “Più recentemente, abbiamo sperimentato l’ipotesi della degradazione chimica (…) Tuttavia, le caratteristiche di fibre sottoposte a degradazione chimica non sono nominate nel rapporto in esame.

Caro Professore, ma le pare possibile che non abbiamo citato il suo lavoro sulla degradazione chimica? Ovviamente lo abbiamo fatto, si trova al numero 20 della lista delle referenze. Ci dispiace che le sia sfuggito anche questo dettaglio.

C) Lei inoltre scrive: “Gli autori scartano inoltre l’ipotesi termica in quanto, dopo un loro esperimento con un laser termico a CO2, «l’analisi microscopica ha evidenziato una colorazione troppo profonda …

Non è vero, noi non abbiamo fatto irraggiamenti di lino con laser a CO2. Nel Rapporto si fa un chiaro e inequivocabile riferimento ai risultati riportati nella referenza 21 che descrive gli esperimenti con laser a CO2 effettuati da Ferrero, Testore, Tonin e Innocenti e pubblicati sulla rivista AUTEX. Solo una superficiale e affrettata lettura sia del testo che delle referenze può generare questo fraintendimento.

D) Lei scrive: “I risultati della colorazione del lino con laser UV sono stati valutati principalmente ad occhio nudo, basandosi sulla colorazione (nessuna, gialla, marroncina, marrone scura) di fili dopo il trattamento, fino ad ottenere la “giusta” tonalità.

Questa affermazione si riferisce alla sola tabella del Rapporto ENEA e non rende giustizia alle analisi dei risultati (cui abbiamo dedicato un intero paragrafo) e alle diverse microfotografie e misure spettrali. La invito a leggere le figure 6, 7, 10, 11, 12, 13 e poi ne riparliamo. Si tratta di misure quantitative di spessori di colorazione, riflettanza assoluta e assorbimento spettrale, struttura cristallina, temperatura del tessuto durante l’irraggiamento. Altroché valutazioni ad occhio nudo! Ancora una volta, quello che emerge da questi commenti è una lettura dell’articolo affrettata e superficiale.

E) Lei aggiunge: “Una sola fibra con le caratteristiche desiderate, la cui colorazione potrebbe interessare solo la pellicola più esterna della fibra, su migliaia o centinaia di migliaia non sembra certo un risultato così eclatante come ci si aspettava, tale da meritare tanto clamore.

Questa osservazione determina anche il titolo delle sue considerazioni, e quindi merita un commento particolare. Il “clamore” suscitato dal nostro lavoro sarebbe “immeritato” se il nostro scopo fosse stato la replica esatta dell’immagine sindonica tramite luce laser. Viceversa, come spiegato in diverse parti del Rapporto, il nostro scopo principale era di individuare e comprendere i processi fisici e chimici che possono aver portato alla formazione dell’immagine. In questo ambito, il laser eccimero si è rivelato uno strumento adatto ad indurre processi fotochimici in grado di generare alcune caratteristiche della colorazione sindonica, ma non tutte, come spiegato nel Rapporto. Aver ottenuto una fibrilla colorata con uno spessore di 0,2 millesimi di millimetro ogni mille fibrille irraggiate è comunque un risultato interessante, perché significa che esiste un valore di irraggiamento specifico che permette di ottenere una colorazione sub micrometrica analoga a quella sindonica. Ma significa anche che è estremamente difficile ottenere questo risultato.

Paradossalmente, questo parziale insuccesso ha dato maggiore risalto e interesse al nostro lavoro, perché ha confermato una volta di più che è quasi impossibile riprodurre in laboratorio una colorazione microscopicamente simile a quella sindonica. L’analisi del suo lavoro di colorazione chimica similsindonica pubblicato sul JIST porta alle stesse conclusioni: nemmeno lei è riuscito a ottenere un risultato vicino all’immagine della Sindone (vedi www.acheiropoietos.info/proceedings/HeimburgerWeb.pdf e Letter to the Editor Comments on “Life-Size Reproduction of the Shroud of Turin and Its Image” by L. Garlaschelli”, Journal of Imaging Science and Technology, Vol. 55, 2, March/April 2011, pp. 020102 )., anzi è assai probabile che la profondità di colorazione da lei ottenuta sia nettamente maggiore dei 7 millesimi di millimetro mostrati nella figura 6a del Rapporto ENEA. La conclusione logica, ovviamente sintetizzata dai media, è la seguente: se Garlaschelli non ci riesce, se il team ENEA ci va vicino ma non ci riesce, se in 113 anni illustri studiosi come Vignon, Pesce Delfino, Rodante, Pellicori, Rogers, Nickell, Moroni, Fanti, Judica Cordiglia, Accetta e tanti altri non ci sono riusciti, sorge qualche dubbio che ci sia riuscito un falsario con la tecnologia disponibile nel medioevo.

F) Lei inoltre scrive: “Non sono prese in considerazione le caratteristiche che potrebbero possedere fibre ingiallite per effetto chimico per confrontarle con quelle della Sindone.

Il significato di questa frase non è chiaro, e si presta a diverse interpretazioni. Se lei si riferisce alle caratteristiche delle fibre colorate chimicamente nel suo esperimento, ne abbiamo parlato nel primo punto del paragrafo 2 (pagine 8 e 9) e inoltre la seconda delle referenze 20 contiene una lista dettagliata delle differenze tra le fibre da lei colorate chimicamente e quelle di immagine della Sindone. Se invece si riferisce alle proprietà chimiche della colorazione sindonica, queste sono riportate in dettaglio nel paragrafo 8.1 e nelle referenze connesse.

G) Lei scrive, ancora: “Non sono prese in considerazione le caratteristiche di fibre ingiallite per semplice invecchiamento, per esempio quelle di vecchi tessuti di lino, per confrontarle con quelle della Sindone (ricordiamo la presenza di fibre ingiallite sulla Sindone, anche al di fuori dell’immagine).

Anche in questo caso, sembra che lei abbia saltato ampie parti del Rapporto. Noi dedichiamo l’intero paragrafo 5 ai risultati di invecchiamento del tessuto di lino, e come questo invecchiamento possa aver contribuito alle immagini cosiddette latenti. L’articolo che abbiamo citato come referenza 43 affronta inoltre esplicitamente il tema dell’invecchiamento (disidratazione) della cellulosa, vale la pena di leggerlo.

H) Lei quindi si avventura nell’ipotesi di un “moderno falsario” (ma non si parlava del 1260?) che usa un forno a microonde o luce solare o chimica o luce UV “per invecchiare la sua opera” e conclude che “questo ovviamente non vorrebbe dire che l’opera originale che sta cercando di imitare sia stata prodotta, secoli prima, grazie a microonde o con un laser UV, quindi i risultati dei ricercatori dell’ENEA non bastano a escludere l’ipotesi di un falsario medioevale.

In questo caso lei fa un esercizio di logica, che sfortunatamente ignora la sostanza. Infatti, lei sembra ignorare che nel Rapporto noi reputiamo “non ragionevole” l’ipotesi del falsario medioevale a causa della impossibilità di replicare contemporaneamente tutte le caratteristiche microscopiche dell’immagine sindonica e delle altre macchie presenti sul telo. C’è bisogno che le ricordi le caratteristiche più difficili da replicare? Forse sì: 1) la superficialità sub-micrometrica della colorazione, 2) l’intensità del colore determinata dalla densità aerolare delle fibrille colorate tutte aventi lo stesso valore RGB, 3) la compresenza di sangue umano ed elevata concentrazione di bilirubina (quest’ultima invisibile a occhio nudo, e visibile tramite fluorescenza da lampade UV che non erano a disposizione del falsario medioevale), 4) l’assenza di immagine sotto le macchie di sangue, 5) la perfetta rispondenza delle macchie di sangue ed essudato alle moderne conoscenze di medicina legale, sconosciute nel medioevo. Tutte queste caratteristiche sono riportate in articoli peer reviewed su riviste scientifiche, se si ha la pazienza di leggerli. E’ dal 1898 che decine di scienziati e studiosi cercano di riprodurre la colorazione sindonica senza riuscirci, nemmeno con le conoscenze attuali, incomparabilmente migliori di quelle disponibili nei secoli passati. Tornando quindi al suo “moderno” falsario medioevale, mi spiega come abbia potuto realizzare questa immagine? Caro

Professore, il suo tentativo, i cui risultati sono pubblicati sul JIST nel 2010, è un esempio perfetto: sapendo esattamente quello che doveva fare, un prestigioso chimico in un laboratorio attrezzato non è riuscito a riprodurre nemmeno una delle cinque caratteristiche che ho riassunto qui sopra. Io non credo alla possibilità che un falsario chimico medioevale sia più bravo di lei.

I) Lei infine scrive: “Dello stesso parere (riportato anche da Antonio Lombatti) è anche Christopher Ramsey

Sono andato a cercare sul link http://blogs.telegraph.co.uk/news/tomchiversscience/100125247/the-turinshroud-is-fake-get-over-it/ la frase di Ramsey che lei cita. Non l’ho trovata. Lei ha controllato la fonte? Oppure si è solo “fidato” di Lombatti e ha fatto copia/incolla? Mi può spiegare dove l’avete letta?

Caro Professore, spero che queste brevi note aprano la possibilità di un dialogo sereno e una migliore comprensione reciproca, allo scopo di migliorare la nostra conoscenza degli aspetti scientifici dell’immagine sindonica.

In attesa di un suo cortese e solerte riscontro, la saluto con grande simpatia e cordialità e le auguro un anno nuovo ricco di soddisfazioni.

Paolo Di Lazzaro
Dirigente di Ricerca
Centro Ricerche ENEA di Frascati, CP 65 00044 Frascati
Frascati, 5 Gennaio 2012

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Una fibrilla per la Sindone – il dibattito

Sun, 01/08/2012 - 16:03

In seguito al clamore mediatico prodotto dalla pubblicazione del rapporto tecnico dell’ENEA secondo il quale sarebbe escluso che la Sindone di Torino possa essere opera di un falsario medievale, abbiamo chiesto un parere a Luigi Garlaschelli, chimico dell’Università di Pavia e responsabile delle sperimentazioni del CICAP, oltre che uno dei massimi esperti di indagini critiche sulla Sindone.

Dopo la pubblicazione dell’articolo di Garlaschelli, è arrivata in redazione una richiesta ufficiale di rettifica da parte del dottor Paolo Di Lazzaro, dirigente di ricerca presso il Laboratorio Laser a Eccimeri dell’ENEA e responsabile dello studio in oggetto.

Ai sensi dell’articolo 8 della legge 47/1948 pubblichiamo, senza commento, la replica integrale di Di Lazzaro (la trovate qui) e la risposta di Garlaschelli alle obiezioni mosse (la trovate qui).

Ci scusiamo per lo spezzettamento in più post e vi invitiamo a partecipare alla discussione nei commenti.

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Coincidenze spaziali

Thu, 01/05/2012 - 17:34

Si susseguono notizie di oggetti non ben identificati che rientrano dallo spazio e vengono avvistati mentre transitano in atmosfera oppure, nel peggiore dei casi, mentre terminano la loro traiettoria contro qualche edificio.

A partire dalla notizia relativa al satellite meteorologico statunitense, per passare alla tanica rinvenuta in Namibia, i giornalisti hanno trovato terreno fertile nelle cronache che vedono come protagonisti lanci fallimentari o de-orbiting di satelliti a fine vita operativa. Ci siamo occupati dei primi due casi qui su Query Online, mentre in questi giorni si è fatto un gran parlare di due episodi che alcuni hanno confuso nonostante si tratti di eventi ben distinti tra loro.
Vediamo di che cosa si tratta.

Il 24 dicembre 2011 alcune testate giornalistiche riportano la caduta di alcuni “frammenti di satellite” nel paese di Vogaitsevo, nella regione siberiana di Novosibiriskin. I frammenti – una decina – sono il risultato di un lancio fallito che ha visto come protagonista il satellite russo di telecomunicazioni civili e militari Meridian-5, lanciato dal cosmodromo di Plessetsk alle 12:08GMT del 23 dicembre 2011. Il fallimento del lancio è stato causato da un guasto al terzo stadio (Fregat-2) del lanciatore russo Soyuz2-1b: la telemetria è andata persa 425 secondi dopo il decollo. Dunque il fallimento della missione si può datare alle ore 12:15GMT circa. Secondo il manuale del lanciatore, ciò corrisponde a circa 200km di altitudine, con una traiettoria percorsa a terra di circa 1000km con inclinazione di 63° circa. Significa che il lanciatore è stato visibile al più nei cieli del Nord Europa, ma non vi è transitato sopra. Inoltre, il rientro balistico di oggetti privi di superfici di controllo si realizza nell’ordine delle centinaia di secondi. La tempistica, dunque, colloca l’evento di rientro nei minuti successivi alle 12:15GMT.

Negli stessi giorni, un altro episodio è balzato agli onori della cronaca: un avvistamento avvenuto nei Paesi del Centro Europa (in particolare in Belgio, Olanda, Francia, Germania e Svizzera, ma anche Nord Italia) di un oggetto fortemente luminoso che ha percorso il cielo. Le immagini a disposizione in un primo momento potevano far pensare, in modo credibile, ad un bolide. Tuttavia, osservando i video amatoriali dell’oggetto – come quello riportato qui di seguito – si nota come la velocità non sia compatibile con quella del rientro di un bolide, molto più rapido.

Alcune testate giornalistiche hanno invece mescolato i due eventi attribuendo l’avvistamento tedesco al lancio fallito del Meridian-5. Tuttavia, la tempistica non coincide. Infatti l’oggetto è stato osservato verso le 16.25GMT del 24 dicembre 2011, più di un giorno dopo il fallimento del lancio russo.

La patch della missione Soyuz TMA-03M

Si è trattato, anche in questo caso, del terzo stadio di un lanciatore Soyuz, nella fattispecie – però – di un Soyuz FG con a bordo la capsula Soyuz TMA-03M adibita al trasporto umano verso la Stazione Spaziale Internazionale (ISS).

Il lancio è stato effettuato con successo e ha condotto a bordo della ISS tre astronauti (Kononenko, Kuipers e Pettit, rispettivamente russo, olandese e statunitense). Effettuata da Baikonur, in Kazakhstan, il 21 dicembre 2011 alle ore 13:16GMT, l’ascesa del vettore russo non è visibile dal Centro Europa, a differenza – per questa missione – del rientro del terzo stadio del lanciatore. Quest’ultimo ha infatti effettuato con successo l’ultima fase del lancio e ha eseguito la missione fino in fondo rientrando come previsto sopra i cieli d’Europa (47°N 7°E, inclinazione 51.6°) dopo aver compiuto 52 orbite.

Finestra di rientro del terzo stadio del lanciatore (SL-4 R/B). Fonte spaceflight101.com

In sintesi, dunque, si è trattato di due eventi distinti, entrambi di origine artificiale, il primo dei quali previsto mentre il secondo è da imputarsi ad un lancio fallito che non ha avuto gravi conseguenze, pur avendo proiettato frammenti su un’area poco abitata. Un elemento importante, trascurato da molte persone che hanno dato una spiegazione sommaria ed affrettata di quanto hanno visto o riportato, è il controllo della effettiva coincidenza spaziale e temporale degli eventi.
Da notare che la frequenza dei lanci non è così bassa come si potrebbe immaginare – 84 nel solo 2011, di cui 31 dalla “vicina” Russia – e dunque non è raro che eventi legati a missioni di questo genere avvengano in momenti vicini o concomitanti.

Il prossimo evento atteso in quanto a rientri è relativo alla sonda russa Phobos-Grunt, rientro prematuro, epilogo poco felice della missione che avrebbe condotto la sonda su Marte e del quale abbiamo già parlato qui su Query Online. Missione fallita, ma non per questo abbandonata a se stessa, la cui evoluzione si può seguire passo passo.

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I segnalibri 11: Phil Plait, gatti milionari, anti-sbronza e mozzarelle blu

Thu, 01/05/2012 - 11:21

- Phil Plait, meglio conosciuto come “The Bad Astronomer“, cerca di rispondere alla cruciale domanda: ma in fin dei conti, per quale ragione gli alieni dovrebbero decidere di invaderci? Non perdetevi il suo intervento in cui, con l’ironia che lo caratterizza, arriva alla conclusione che nessuna delle ragioni ipotizzate in film e romanzi di fantascienza è in fin dei conti davvero credibile (l’articolo si trova anche in italiano, tradotto sul sito www.fantascienza.com).

- Nei giorni scorsi ha avuto risalto internazionale la notizia secondo cui un gatto avrebbe ereditato dalla sua padrona dieci milioni di euro. Sempre a dicembre, sono comparsi sui giornali articoli di cronaca dai titoli accattivanti; ad esempio: “«Sei grassa, niente discoteca». Il caso: novanta chili, il buttafuori le nega l’ingresso allo «Shari Vari»” oppure “Si separano dopo 77 anni di matrimonio. Lei lo tradì 60 anni fa“. Non sappiamo dirvi se questi episodi siano sicuramente veri o falsi, ma vi forniamo un motivo che dovrebbe spingervi a dubitare: questi fatti hanno tutti in comune il coinvolgimento degli avvocati Anna Orecchioni e Giacinto Canzona, già noti alle cronache come propalatori di alcune bufale giornalistiche. Per approfondire l’argomento, vi rimandiamo al nostro precedente articolo e al dossier in quattro parti (1 2 3 4) pubblicato sul sito www.malainformazione.it.

- Si è parlato di nuovo di rimedi anti-sbornia: questa volta di uno spray che permetterebbe di nascondere all’etilometro gli effetti dell’alcool. Si trattava in realtà di una (discutibile) operazione di marketing virale, organizzata da un’agenzia già nota per iniziative del genere.

- In queste ore si sta diffondendo nuovamente l‘allarme per alcune “mozzarelle blu”, sequestrate in Ciociaria. Per chi volesse approfondire l’argomento, consigliamo l’articolo scritto da Salvo Di Grazia a giugno 2010, in occasione di un caso analogo.

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Il Tredicesimo apostolo tra storia e fanta-storia

Mon, 01/02/2012 - 17:20

A partire da mercoledì 4 gennaio, Canale 5 trasmetterà una nuova fiction liberamente tratta dal Tredicesimo apostolo, thriller scritto dall’ex monaco benedettino Michel Benoît. Riproponiamo di seguito la recensione che a suo tempo facemmo del romanzo, sottoponendo al vaglio della critica alcune affermazioni sostenute dall’autore nell’appendice “storica” alla sua opera. Non è, quindi, nostro scopo criticare un’opera di fantasia quale può essere un romanzo o una fiction, ma solo porre l’accento su ciò che viene presentato come dato storico senza prove a sostegno di tale affermazione.

La trama contiene tutti i classici ingredienti del genere, che possono piacere oppure no, ma questo non è in discussione: protagonista della storia è padre Nil, amico e compagno di studi di padre Andrei, studioso dei testi sacri morto nel corso di un viaggio in treno dal Vaticano a Parigi e dichiarato ufficialmente suicida. Nel corso delle indagini su tale misteriosa morte, Nil scoprirà che Andrei era venuto a conoscenza di una verità contraria alle convinzioni ufficiali della chiesa, che aveva, pertanto, disposto che lo scomodo studioso venisse fatto fuori.  Il nucleo centrale della sensazionale scoperta di padre Andrei era un uomo dimenticato dalla storia, un tredicesimo apostolo, che ha subito nei vangeli una “damnatio memoriae”, ma che era il discepolo prediletto di Gesù e il suo successore designato: nel tentativo di riportare alla luce la storia del tredicesimo e più importante tra i componenti del seguito di Gesù, padre Andrei aveva trovato la morte, perché diventato improvvisamente scomodo per la chiesa ufficiale.

Il plot non è particolarmente originale perché si inserisce in un filone già affermato, di cui fanno parte, ad esempio, i romanzi fanta-storici di Dan Brown, ma non è tanto questo che ha appassionato i lettori di Benoît. In calce al romanzo l’autore, che è uno studioso della letteratura cristiana antica, ha inserito un’appendice nella quale dimostrerebbe come buona parte di quanto scritto nel proprio libro in merito al fantomatico “tredicesimo apostolo” rappresenti una verità storica, volutamente occultata, dai vangeli prima, e dalla chiesa cattolica poi. Ma si tratta della verità? Proviamo a rispondere a tale domanda esaminando una per volta le varie questioni.

L’inganno di Benoît: l’incerto dato per certo.

Si sa che la verità storica è, per sua natura, parziale e in divenire e che lo storico non può porsi altro obiettivo che quello di avvicinarsi ad essa senza mai raggiungerla pienamente. I resoconti storici sono pieni di “probabilmente” e di “forse”, parole che di certo non sembrano piacere a Benoît e, in generale, agli autori di instant-books che hanno lo scopo di attrarre l’attenzione del pubblico. Il tono dell’autore del romanzo è, pertanto, sempre perentorio, deciso, come se nulla si potesse obiettare alle sue conclusioni. Di seguito esamineremo, a titolo puramente esemplificativo, alcune affermazioni contenute nell’appendice “storica” del romanzo di Benoît, per metterne in evidenza la debolezza.

Le citazioni dal Tredicesimo apostolo sono tratte dall’edizione economica Piemme, Casale Monferrato 2008.

Quindici apostoli o quindici nomi?

A proposito del numero degli apostoli, Benoît afferma: «Sono giunti sino a noi quattro elenchi dei più vicini collaboratori di Gesù. Quando li si confronta, ci si accorge che essi fanno menzione di quindici apostoli: Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni di Zebedeo, Filippo, Bartolomeo, Tommaso, Matteo, Giacomo d’Alfeo, Lebbeo, Taddeo, Giuda di Giacomo, Simone e Giuda, ai quali si deve aggiungere Natanaele» (p. 350) . La tesi dell’autore è che la riduzione del numero degli apostoli a dodici sia dovuta ai «baroni» della chiesa, che li avrebbero resi un simbolo del potere del nuovo Israele che si sostituisce a quello vecchio (e ne può giudicare le dodici tribù). Se il collegamento tra il numero degli apostoli e le tribù di Israele è facile e intuitivo, non lo è l’interpretazione di questa circostanza in chiave così tendenziosa. In ogni caso, Benoît fa a meno di dire che non è affatto certo che dietro a questi quindici nomi si nascondano altrettanti apostoli. La posizione ufficiale della chiesa identifica Bartolomeo con Natanaele, Levi con Matteo, e Giuda di Giacomo con Lebbeo / Taddeo. Le identificazioni sono tutt’altro che sicure, ma, in ogni caso, assumere per certo che siano tutte erronee è ingannevole quanto accettarle acriticamente. L’identificazione di Levi con Matteo è sostenuta sulla base di alcuni passi dei vangeli sinottici (quelli di Matteo, Marco e Luca) nei quali è presentata la scena di Gesù che chiama un pubblicano (ossia un esattore delle tasse) a seguirlo. La scena è identica, ma i vangeli di Luca e Marco, invece del nome di Matteo, inseriscono, appunto, quello di Levi, il che ha fatto pensare che si tratti della medesima persona. Alcuni antichi autori, tra i quali Origene, sembrano essere, invece, contrari a questa identificazione. Il caso di Giuda di Giacomo è ugualmente di dubbia soluzione: vi è chi ritiene che Lebbeo e Taddeo siano suoi soprannomi, perché il loro significato sarebbe quasi sinonimico in aramaico. I due nomi deriverebbero da “taddajja” (=petto) e “libba” (=cuore), venendo, perciò, secondo taluni, ad indicare un “Giuda dal cuore grande”, “Giuda il generoso”, in opposizione al traditore Giuda Iscariota. Nessuna certezza neppure riguardo a Natanaele, citato da Giovanni, e alla sua identificazione con Bartolomeo. Quest’ultimo nome potrebbe essere, infatti, non il vero nome dell’apostolo, ma un patronimico, derivante da “bar Tolmay” (=figlio di Tolmai), per cui Natanaele ne sarebbe, invece, il nome personale. Altri rilevano come i nomi Matteo e Natanaele siano sinonimi (significando entrambi “dono di dio”), pertanto sarebbe questa la corretta identificazione.

Quello che appare certo è che parlare di quindici apostoli a fronte dei quindici nomi consegnatici dalla tradizione è da considerarsi quanto meno approssimativo.

Continua a leggere: Gesù “nazoreno”?

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Le notizie che non leggeremo nel 2012

Mon, 01/02/2012 - 13:02

Si poteva prevedere quello che è successo nel 2011? Gli astrologi come al solito non ne hanno azzeccata una, nonostante molte notizie fossero tutt’altro che imprevedibili (come la tradizionale pantera estiva o il mancato terremoto di Roma), ma effettivamente le sorprese non sono mancate. Ecco allora alcune notizie che scommettiamo di non pubblicare nel 2012 (e neanche in seguito).

NON VADO MAI IN TELEVISIONE SENZA UN AMULETO IN TASCA
Piero Angela confessa i suoi riti scaramantici

I MAYA AVEVANO RAGIONE
21 dicembre, iniziata la fine del m

AGOPUNTURA OBBLIGATORIA IN TUTTI GLI OSPEDALI
Lo annuncia il nuovo ministro della salute Domenico Scilipoti

GIUCAS CASELLA VINCE IL PREMIO RANDI
“Ma lo ritirerò soltanto quando lo dirò io”

SINDONE: RIVOLUZIONARIA SCOPERTA
Trovata sugli occhi la scritta “Made in China”

URI GELLER PIEGA LA STATUA DELLA LIBERTÀ
“Era ora di fare le cose in grande”

SCOPERTO UOMO MAGNETICO A FIUMICINO
Non ha passato il metal detector

HOUDINI SI MANIFESTA A UNA SEDUTA SPIRITICA
“Scusate se ci ho messo tanto per liberarmi”

ELVIS PRESLEY E MICHAEL JACKSON SONO VIVI
“E abbiamo ucciso noi Paul McCartney”

INDIVIDUATO IL GENE DELLA CREDULONERIA
Acquistate la formula con un versamento di 200 euro

IL PREMIO PULITZER A ROBERTO GIACOBBO
Per l’intervista-rivelazione al figlio satanista di madre Teresa

LA NASA AMMETTE: NELL’AREA 51 C’ERANO GLI ALIENI
“Ma sono arrivati gli zombi e li hanno fatti scappare”

E voi lettori che cosa ne pensate? Quali notizie siete pronti a scommettere che non leggeremo quest’anno?

(Immagine tratta da Wikimedia Commons, autore Pagal Patrakar, licenza CC BY-SA 3.0)

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I Mysteri di Tupinamba! 05 – Geografie Mysteriose!

Sun, 01/01/2012 - 11:00

Ecco la Quinta puntata de “I Mysteri di Tupinamba”!

Joe Criceto questa volta è alle prese con dei mysteriosi sentieri geometrici…  troverà la sua strada verso il tesoro nascosto? Ah, Saperlo!

L’intera serie dei “Mysteri” è disponibile qui, e non dimenticate che per questa puntata è disponibile anche un piccolo video del Making Of di una vignetta!

Contribuite tutti alle prossime Storie mandandoci commenti e suggerimenti! e nel frattempo BUONE FESTE!!

(Storie e disegni di Stefano Grande - clicca sulle immagini per ingrandirle)



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Un 2011 di mysteri

Fri, 12/30/2011 - 11:45

Aggiornamento: da questo tema è nato anche un articolo su Wired, incentrato sulle bufale scientifiche. Buona lettura!

Un mystero al mese: ecco i casi più curiosi che ci hanno tenuto compagnia per il 2011 (trovate qui quelli del 2010). E con questo cogliamo anche l’occasione per augurarvi un felice anno nuovo. Grazie, e continuate a seguirci!

Gennaio: pesci e uccelli morti

Il 2011 si è aperto in modo inquietante, con piogge di volatili e morie di pesci. Fenomeni dovuti a cause molto diverse tra loro: gli itteri alirosse caduti sull’Arkansas sono probabilmente morti scontrandosi in volo (lo stormo era stato spaventato da fuochi d’artificio), i pesci in California per una carenza di ossigeno, le tortore di Faenza per colpa di un virus, mentre per i pesci dell’Arkansas non è stato possibile stabilire l’esatta causa di morte.

Vai al prossimo mystero

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Una fibrilla per la Sindone

Wed, 12/28/2011 - 21:56

Diverse agenzie di stampa hanno riportato poco tempo fa la notizia (vedi per esempio qui) della pubblicazione di un rapporto tecnico dell’ENEA secondo il quale sarebbe escluso che la Sindone di Torino possa essere opera di un falsario medievale.

Il rapporto tecnico vero e proprio, dal titolo “Colorazione simil–sindonica di tessuti di lino tramite radiazione nel lontano ultravioletto. Riassunto dei risultati ottenuti presso il centro ENEA di Frascati negli anni 2005 – 2010” [1] è scaricabile qui dal sito dell’ENEA, uno dei più importanti enti pubblici di ricerca italiani.

Si tratta di un rapporto tecnico dell’ENEA, quindi non un articolo scientifico in senso stretto pubblicato su una rivista peer-review; in più, reca espressamente la dicitura «I contenuti tecnico-scientifici dei rapporti tecnici dell’ENEA rispecchiano l’opinione degli autori e non necessariamente quella dell’Agenzia». Abbiamo chiesto un parere a Luigi Garlaschelli, chimico dell’Università di Pavia e responsabile delle sperimentazioni del CICAP, oltre che uno dei massimi esperti di indagini critiche sulla Sindone.

Nel rapporto in questione gli autori, Paolo di Lazzaro e collaboratori, riassumono i risultati di loro esperimenti, peraltro già pubblicizzati in varie sedi negli ultimi cinque anni [2]. In esso non si dice esplicitamente che la Sindone non può essere un falso, anche se l’ipotesi è qualificata come «non ragionevole», né tantomeno è stata riprodotta l’immagine. Si tratta di prove eseguite su frammenti di tela di lino di pochi centimetri di lato esposte a brevi lampi di radiazioni per mezzo di un potente laser a luce ultravioletta.

Gli autori valutano le caratteristiche dell’immagine della Sindone e ne deducono che essa non può essere stata generata per contatto del telo con un corpo, in quanto priva delle inevitabili deformazioni geometriche e presente anche in zone nelle quali tale contatto non sembra possibile, come accanto alle mani o di fianco al naso. Ritengono quindi che l’immagine possa essere stata generata da qualche sorta di radiazione originatasi dal corpo stesso che agirebbe sul telo anche non a contatto; l’impronta lasciata sarebbe più o meno intensa a seconda della distanza tra telo e corpo. Questo renderebbe conto del caratteristico aspetto “sfumato” dell’immagine sindonica oltre che della mancanza dell’immagine laterale del corpo.

Gli autori si limitano a studiare le caratteristiche delle fibre di lino ingiallite che  formano l’immagine antropomorfa  sulla Sindone; non si fa cenno del fatto che tali fibre colorate si trovino anche al di fuori dell’immagine, o del fatto che sono state trovate nella zona dell’immagine microtracce di ocra. Secondo lo STURP, il team di scienziati che nel 1978 esaminò accuratamente la Sindone, l’immagine è generata principalmente dalle fibre ingiallite; la presenza di ossido di ferro, ovvero ocra, potrebbe al massimo rendere conto di circa il 10% dell’intensità dell’immagine stessa.

L’ipotesi radiativa per spiegare la genesi dell’immagine non è nuova, e nel corso dei decenni sono già state proposte emissioni di protoni, elettroni, neutroni e radiazioni elettromagnetiche, dall’infrarosso all’ultravioletto. (Per un esame delle caratteristiche morfologiche che tali immagini potrebbero presentare, si veda ad es. [3])

Anche tentativi di utilizzare laser erano stati compiuti in passato [4] ma, a detta dell’équipe di Di Lazzaro, con risultati non soddisfacenti. Solo conoscendo esattamente le caratteristiche delle fibre ingiallite presenti sulla Sindone si potrebbe valutare la bontà dei risultati riportati, che aggiungono comunque interessanti elementi di conoscenza al problema.

Gli autori affermano che «i ricercatori STURP conclusero che l’immagine corporea non è dipinta, né stampata, né ottenuta tramite riscaldamento», forse riferendosi ai risultati negativi di Jackson sopracitati. In realtà secondo lo STURP l’ingiallimento potrebbe essere dovuto a degradazione e ossidazione della cellulosa del lino, a sua volta indotta da cause termiche o chimiche. Negli anni Ottanta Vittorio Pesce Delfino, dell’Università di Bari, sperimentò l’ipotesi della degradazione termica, ottenendo immagini simil-sindoniche col metodo della strinatura, utilizzando un bassorilievo metallico riscaldato, posto a contatto di un telo di lino per un tempo opportuno [5]. Più recentemente, abbiamo sperimentato l’ipotesi della degradazione chimica [6], strofinando un telo di lino con un pigmento contenente tracce di acidi, invecchiando artificialmente tramite riscaldamento la figura ottenuta, per poi eliminare il pigmento con un lavaggio finale. Tuttavia, le caratteristiche di fibre sottoposte a degradazione chimica non sono nominate nel rapporto in esame.

Gli autori scartano inoltre l’ipotesi termica in quanto, dopo un loro esperimento con un laser termico a CO2, «l’analisi microscopica ha evidenziato una colorazione troppo profonda e molti fili di lino carbonizzati, caratteristiche incompatibili con l’immagine sindonica». Secondo gli autori, «la colorazione dell’immagine [della Sindone di Torino] risiede nella parte più esterna e superficiale delle fibrille che costituiscono i fili del tessuto di lino, e misure effettuate recentemente su frammenti di telo sindonico dimostrano che lo spessore di colorazione è estremamente sottile, pari a circa 200 nm».

I ricercatori dell’ENEA hanno ora utilizzato un laser a luce ultravioletta UV, eseguendo una serie di esperimenti nei quali si sono messe a punto potenza  e durata degli impulsi fino ad ottenere una forte somiglianza dell’ingiallimento delle fibre con quello della Sindone. Si tratterebbe di un effetto fotochimico sui legami interni delle molecole di cellulosa che potrebbero produrre la colorazione osservata.

Come scrivono gli autori,

«questa capacità della luce UV e VUV di colorare il lino in modo similsindonico è un risultato importante, perché permette di chiarire in modo definitivo i termini di una polemica a distanza tra due dei maggiori scienziati STURP: da una parte John Jackson che già nel 1990 prevedeva la possibilità di colorare il lino tramite radiazione VUV, dall’altra Ray Rogers convinto che un irraggiamento laser avrebbe scaldato e vaporizzato il lino, senza colorarlo. L’opinione di Rogers era basata sul fallimento dei tentativi di colorazione di tessuti di lino tramite laser eccimeri negli esperimenti effettuati dai suoi collaboratori a Los Alamos, ma i nostri risultati dimostrano che la mancata colorazione era dovuta ad una durata dell’impulso laser (50 miliardesimi di secondo) troppo lunga e ad una intensità fuori il giusto intervallo di valori».

Alla luce di quanto qua brevemente riassunto, si possono formulare alcuni commenti.

1. I risultati della colorazione del lino con laser UV sono stati valutati principalmente ad occhio nudo, basandosi sulla colorazione (nessuna, gialla, marroncina, marrone scura) di fili dopo il trattamento, fino ad ottenere la “giusta” tonalità. Che le fibre col colore desiderato siano davvero simili a quelle sindoniche, resta da confermare. Infatti gli autori affermano:

«Abbiamo analizzato al microscopio un migliaio di fibrille su un totale di circa mezzo milione di fibrille irraggiate. Tra queste, ne abbiamo trovata una che mostra la parte interna (medulla) incolore, e in questo caso la colorazione potrebbe interessare solo la pellicola più esterna della stessa fibra, la parete primaria cellulare, che ha uno spessore di circa 200 nm. Questo risultato si avvicina allo spessore di colorazione dell’immagine sindonica».

Una sola fibra con le caratteristiche desiderate, la cui colorazione potrebbe interessare solo la pellicola più esterna della fibra, su migliaia o centinaia di migliaia non sembra certo un risultato così eclatante come ci si aspettava, tale da meritare tanto clamore.

2. Non sono prese in considerazione  le caratteristiche che potrebbero possedere fibre ingiallite per effetto chimico per confrontarle con quelle della Sindone.

3. Non sono prese in considerazione le caratteristiche di fibre ingiallite per semplice invecchiamento, per esempio quelle di vecchi tessuti di lino, per confrontarle con quelle della Sindone (ricordiamo la presenza di fibre ingiallite sulla Sindone, anche al di fuori dell’immagine). Se tali caratteristiche fossero simili, ovviamente si imporrebbe tutta una serie di considerazioni diverse, poiché si sarebbe solo trovato un modo per ottenere una buona imitazione di un tessuto antico.

Per essere ancora più chiari: supponiamo che un moderno falsario voglia riprodurre un dipinto eseguito alcuni secoli fa, e del quale si conoscono le più minute caratteristiche microscopiche. Partendo da materiali (tela, legno, ecc.) moderni, il falsario dovrebbe anche trovare qualche metodo per invecchiare artificialmente la sua opera. Potrebbe sperimentare con una lunga esposizione alla luce solare, o un trattamento con prodotti chimici, o scaldare l’opera in un forno elettrico, o in un forno a microonde… o magari usare un laser UV; questo ovviamente non vorrebbe dire che l’opera originale che sta cercando di imitare sia stata prodotta, secoli prima, grazie a microonde o con un laser UV, quindi i risultati dei ricercatori dell’ENEA non bastano a escludere l’ipotesi di un falsario medioevale.

Dello stesso parere (riportato anche da Antonio Lombatti) è anche Christopher Ramsey, archeologo dell’Università di Oxford, che eseguì la radiodatazione della Sindone nel 1988 collocandone la nascita tra il 1260 e il 1390:

«Solo per il fatto di avere ottenuto risultati simili con un laser ultravioletto, non significa che questo sia il solo modo nel quale potrebbe essere stato fatto in origine.  Ci sono varie possibilità, e potrebbe essere anche un effetto casuale dovuto a una serie di diversi fattori. Ma nelle scienze archeologiche, essere in grado di riprodurre qualcosa non vuole dire che quella fosse la tecnica impiegata; può semplicemente dimostrare che si ha una nuova tecnica da provare».

Su questo punto, Di Lazzaro e collaboratori sono abbastanza ambigui. Infatti affermano:

«Ovviamente, nessuno può ipotizzare che l’immagine corporea della Sindone sia stata prodotta da una serie di lampi di luce VUV emessi da un laser. Piuttosto, i nostri risultati mostrano come il laser eccimero è un potente strumento di indagine per simulare i processi fisici e chimici a cui potrebbe essere stata sottoposta la Sindone e che potrebbero aver causato la sua peculiare colorazione» (corsivo aggiunto).

Sembra di dover intendere questo come: «la Sindone non è certo stata prodotta da un laser, ma forse da una radiazione ultravioletta di potenza enorme, emanata dal corpo di Cristo».

Sarebbe come dire studiare la “fisica della resurrezione: disciplina un po’ troppo ardita quando sul tappeto ci sono ipotesi altrettanto plausibili e molto più “terrestri”.

Bibliografia

[1] P. Di Lazzaro, D. Murra, A. Santoni, E. Nichelatti, G. Baldacchini, Colorazione simil–sindonica di tessuti di lino tramite radiazione nel lontano ultravioletto. Riassunto dei risultati ottenuti presso il centro ENEA di Frascati negli anni 2005 – 2010, RT/2011/14/ENEA (2011)

[2] Di Lazzaro P., G. Baldacchini, G. Fanti, D. Murra, A. Santoni: “Colouring fabrics with excimer lasers to simulate encoded images: the case of the Shroud of Turin” Atti SPIE vol. 7131 (2009a) pp. 71311R-1–71311R-6.

Di Lazzaro P., G. Baldacchini, G. Fanti, D. Murra, E. Nichelatti, A. Santoni: “A physical hypothesis on the origin of the body image embedded into the Turin Shroud” Atti dell’International Conference on The Shroud of Turin: Perspectives on a Multifaceted Enigma, edito da G. Fanti (Edizioni Libreria Progetto Padova 2009b) pp. 116-125, disponibile online qui.

Di Lazzaro P., D. Murra, A. Santoni, G. Baldacchini: “Sub-micrometer coloration depth of linens by vacuum ultraviolet radiation”, Atti dell’International Workshop on the Scientific approach to the Acheiropoietos Images, IWSAI, edito da P. Di Lazzaro (ENEA, 2010a) pp. 3-10. ISBN 978-88-8286-232-9, disponibile online qui.

Di Lazzaro P., D. Murra, A. Santoni, G. Fanti, E. Nichelatti, G. Baldacchini: “Deep Ultraviolet radiation simulates the Turin Shroud image” J. of Imaging Science Technology 54, 040302-040302(06) (2010b).

Di Lazzaro P.: “Ipotesi scientifiche sulla formazione dell’immagine della Sindone” 30GIORNI, n. 4 (Aprile 2010), pp. 72-75. Un sunto è disponibile qui.

Di Lazzaro P.: “Dai ricercatori ENEA i risultati degli esperimenti con il laser ad eccimeri per la riproduzione in laboratorio di un’immagine simile alla Sindone di Torino” (2010d). Intervista disponibile online qui.

Tutte queste comunicazioni, tranne il lavoro sul Journal of Imaging Science and Technology del 2010 si riferiscono a interviste o ad atti di convegni di sindonologi.

[3] John Jackson et al. “Correlation of image intensity on the Turn Shroud with the 3-D structure of a human body shape” Appl. Optics Vol. 23, No. 14, 1984, 2244-2269.

[4] John Jackson et al. “Infrared laser heating for studies of cellulose degradation” Appl. Optics Vol. 27, No. 18, 1988, 3937-3943)

[5] V. Pesce Delfino, E l’uomo Creò la Sindone, 2nd ed. (Dedalo, Bari, 2005)

[6] L. Garlaschelli: “Life-size Reproduction of the Shroud of Turin and its Image” J. Imaging Sci. Technol. 54, (14) 040301 (2010).

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Tutto quello che avreste voluto sapere sull’astrologia e non avete mai osato chiedere

Wed, 12/28/2011 - 10:41

Astrologia, funziona? In occasione dell’uscita dell’annuale rapporto del CICAP con il controllo delle previsioni degli astrologi, pubblichiamo un articolo di Stefano Bagnasco che ci aiuta a risolvere questo dubbio. È lungo, ma è quel genere di domande alle quali non si può rispondere con un “no”. Bisogna argomentare.

Per anni gli scettici sono andati avanti a ripetere che l’astrologia è assurda e che non può funzionare, dicendo ad esempio che gli astrologi sbagliano la posizione delle costellazioni. La più famosa di queste obiezioni è forse quella che riguarda Ofiuco, la tredicesima costellazione davanti al quale il sole transita all’inizio di dicembre, quando secondo lo zodiaco tradizionale dovrebbe essere nel Capricorno. Questa argomentazione è diventata quasi una barzelletta tra gli astrologi, che non perdono occasione di ricordare agli scettici che l’astrologia non si basa sulle costellazioni ma sui “segni” zodiacali, le dodici suddivisioni dell’eclittica descritte da Claudio Tolomeo nel II secolo. A maggior ragione sono fallaci obiezioni basate sul fatto che non conosciamo nessun meccanismo fisico in grado di spiegare come possa esserci una corrispondenza tra la posizione di stelle e pianeti ed il carattere o il destino di una persona sulla Terra. Gli astrologi immediatamente ribattono che «ci sono più cose in cielo e in terra», e che gli scettici sono solo aridi scientisti che credono solo a quello che possono spiegare.

A ben guardare non hanno tutti i torti, queste obiezioni hanno un difetto di fondo: non risolvono nulla. Se è vero che gli astrologi sono in grado di conoscere il carattere di una persona attraverso le informazioni contenute nel tema natale, cosa importa se non sappiamo (ancora) come funziona: sarebbe anzi interessante studiarlo e cercare di capire. C’è un solo modo di tagliare la testa al toro: verificare sperimentalmente se gli astrologi sono davvero in grado di fare quanto sostengono di saper fare.

D’altronde fino a non moltissimi anni fa anche molti astrologi erano in attesa di risultati sperimentali che confermassero le loro idee. Nel 1925 un influente astrologo inglese scriveva, in tono inequivocabilmente ottimista:

La sperimentazione convincerà presto i più scettici che i corpi celesti del sistema solare indicano, se non effettivamente producono, cambiamenti in (1) le nostre menti. (2) Le nostre sensazioni ed emozioni. (3) Il nostro corpo materiale. (4) I nostri rapporti coll’esterno e le relazioni con il mondo in generale. (Carter 1925, citato in Culver & Ianna 1988)

Ma la sperimentazione si fece attendere ancora per molti anni, e disgraziatamente alla fine non portò i risultati sperati. Proviamo a vedere perché.

Progettiamo un esperimento!

Quello che serve è un esperimento, dicevamo. Ma organizzare un esperimento o uno studio statistico come si deve non è per niente semplice: non solo bisogna mettersi al sicuro da possibili imbrogli e da errori ma anche e soprattutto da effetti che, pur causati da ragioni normalissime, possono simulare un effetto astrologico. Supponiamo per esempio di voler vedere se, all’interno di un certo gruppo di persone (diciamo gli abbonati a Scienza&Paranormale) ci sia una preponderanza dei nati sotto un determinato segno. Supponiamo ancora di trovare che sì, c’è una (leggera) prevalenza dei nati sotto il segno della Vergine, tradizionalmente associato ad un carattere razionale, proprio come uno avrebbe potuto aspettarsi. Abbiamo trovato una conferma della validità dell’astrologia? Non è detto, perché a causa del cosiddetto “effetto Natale” osservato dagli epidemiologi in molte popolazioni (Cesario 2002) è possibile che si abbia un maggior numero di nati in settembre, cioè proprio sotto il segno della Vergine, nove mesi dopo le feste natalizie…

La scienza ha sviluppato una “cassetta degli attrezzi” che permette di realizzare esperimenti che siano ragionevolmente al sicuro da questi trabocchetti; comunemente applicati nel lavoro quotidiano degli scienziati, possono naturalmente essere usati anche nel caso dell’astrologia.

Una prima difficoltà risiede nel fatto che non ci aspettiamo certo che un astrologo azzecchi tutte le previsioni che fa, o che quando dice «i nati sotto il segno dello Scorpione sono persone vendicative» intenda che tutti i nati sotto tale segno sono implacabili e tenaci come Edmondo Dantés. Lo sanno anche gli astrologi, che hanno fatto proprio il detto di S. Tommaso d’Aquino Astra inclinant non necessitant [1]. Quello che va inteso è che «le persone nate sotto il segno dello Scorpione, in media, sono più portate a vendicarsi di quelle nate sotto altri segni», oppure che la probabilità che un nato nello Scorpione abbia un carattere vendicativo è più alta che per il resto della popolazione: si dice che esiste una correlazione tra la nascita sotto il segno dello Scorpione ed il tratto del carattere che abbiamo chiamato “vendicatività”.

Questa non è, naturalmente, una caratteristica propria solo dell’astrologia; molti fenomeni naturali hanno carattere probabilistico anziché deterministico, ossia non esprimono una certezza (come in «la molecola d’acqua è formata da due atomi di idrogeno e uno di ossigeno») ma un certo grado di probabilità: «la presenza di un fronte freddo in queste condizioni ha il 75% di probabilità di causare precipitazioni temporalesche». In questi casi è necessario l’uso di strumenti statistici per studiare il fenomeno in esame. Questo avviene per varie ragioni; alcuni fenomeni sono molto complicati e non li sappiamo descrivere esattamente, a causa della difficoltà di osservare un numero estremamente grande di variabili: è il caso della meteorologia o del comportamento umano. In altri casi l’effetto in esame è piccolo e devo distinguerlo contro uno “sfondo” (background) di altri fenomeni meno interessanti. Per tornare all’esempio precedente, non sarà sufficiente esaminare il carattere di uno Scorpione, ma dovrò studiarne un gran numero per capire se, in media, siano vendicativi o no.

Ecco trovata la prima caratteristica del nostro esperimento: sarà un esperimento statistico.

Ma non è ancora sufficiente. Come faccio a distinguere un genuino effetto astrologico da qualcosa di simile all’“effetto Natale” citato prima? Tornando ai nostri nati sotto il segno dello Scorpione, non è sufficiente studiare solo loro; dovrà anche essere esaminato un altro gruppo di persone, indipendentemente dal segno zodiacale, per vedere quale sia la percentuale di persone che sono vendicative per ragioni non astrologiche, come l’ambiente o l’educazione. Dire che «il 30% degli Scorpione è vendicativo» non insegna nulla se non è seguito da un’affermazione come «mentre solo il 15% lo è nel resto della popolazione». Nel gergo scientifico questo si chiama “usare un campione di controllo”. Come vedremo più avanti, la necessità di poter trovare un campione di controllo appropriato sarà importantissima nel progettare l’esperimento.

C’è un altro importante trabocchetto, ancora più subdolo. Supponiamo di aver raccolto cento oroscopi preparati da un astrologo e di sottoporli ai soggetti per verificare se siano o meno azzeccati. Anche supponendo che tutti i soggetti siano in perfetta buona fede, chi tra loro crede nell’astrologia tenderà, in maniera del tutto involontaria, a guardarli con occhio più benevolo, e viceversa. Questo in gergo si chiama “effetto sperimentatore[2]” ed è l’involontaria preferenza che un ricercatore ha per un particolare valore del risultato della sua ricerca, ad esempio perché quel determinato valore dimostra una teoria a lui cara o conferma una precedente misura. Per fortuna nella nostra cassetta degli attrezzi c’è uno strumento pensato proprio per mettersi al sicuro da questo tipo di errori: il “protocollo cieco”. Dovrò progettare il mio esperimento in modo che chi sta fornendo una risposta non sappia se la sua risposta avvarrà la tesi o servirà a confutarla.

Come mettere assieme tutti queste idee per arrivare finalmente all’esperimento?

Ormai da molti anni, il metodo più usato per verificare le affermazioni astrologiche è il cosiddetto matching test (dall’inglese to match, “abbinare”) in cui, con varie modalità, si cerca di appaiare una serie di descrizioni più o meno dettagliate del soggetto con l’interpretazione del suo tema natale preparata da un astrologo. Nel caso più semplice, vengono tracciati i profili psicologici ed i temi natali di un certo numero di soggetti. All’astrologo vengono quindi forniti un tema natale, il corrispondente profilo psicologico e altri due profili scelti a caso, e dovrà a questo punto scegliere quale sia quello giusto. In questo modo è possibile applicare tutte le tecniche che abbiamo esaminato. Si può fare un esperimento statistico semplicemente ripetendo la procedura per un numero di soggetti il più grande possibile. È immediato determinare un campione di confronto, dato che una persona che vada completamente a caso indovinerà in una frazione facilmente calcolabile dei casi (un terzo nell’esempio sopra descritto). Infine, è praticamente istintivo affidarsi ad un protocollo cieco, dato che è sufficiente non dire in anticipo all’astrologo quale sia il profilo corretto.

I vantaggi di questo approccio, rispetto alla ricerca di correlazioni tra tratti del carattere e particolari configurazioni astrali, sono molteplici. In primo luogo non è lo sperimentatore a scegliere quali tratti del carattere siano da prendere in considerazione, o quali configurazioni zodiacali; il lavoro astrologico di interpretazione è fatto da astrologi professionisti, possibilmente scelti tra i più autorevoli, con i quali è anche concordato il protocollo sperimentale. In questo modo ci si mette al sicuro da possibili errori dovuti alla scarsa esperienza astrologica di chi esegue lo studio. Una critica sovente mossa dagli astrologi alle ricerche di correlazioni è inoltre che il tema natale del soggetto andrebbe sempre preso in considerazione nel suo insieme, e non un aspetto alla volta come si fa nella ricerca di correlazioni; alcuni astrologi riconoscono infatti l’importanza della ricerca statistica, ma fanno notare come in questi studi la natura del lavoro astrologico sia mal rappresentata. Nel matching test è l’astrologo stesso ad interpretare il tema natale, ed eventualmente a scegliere a quali aspetti dare maggiore o minore importanza.

Infine, gli aspetti che si possono prendere in considerazione in una ricerca di correlazioni sono numerosissimi, e spesso diverse scuole astrologiche assegnano loro significati diversi. Questo rende virtualmente infinite le correlazioni da verificare: è stato stimato che si dovrebbero prendere in considerazione almeno 1035 possibili combinazioni di pianeti, segni, case, aspetti; per confronto, il numero di granelli di sabbia sulla Terra è stimato essere “solo” 1027 (Culver & Ianna 1977). Nel matching test, al contrario, il risultato è indipendente da eventuali assunzioni sulle teorie astrologiche alla base del lavoro dell’astrologo.

Concentreremo perciò ora l’attenzione sugli studi direttamente volti a verificare l’efficacia delle tecniche astrologiche così come praticate dagli astrologi, esaminando brevemente alcuni tra gli esperimenti più importanti pubblicati negli ultimi vent’anni.

Continua a leggere: l’esperimento di Carlson

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Gli astrologi continuano a sbagliare

Wed, 12/28/2011 - 10:21

«Segnali di ripresa rispetto al 2011», «la ripresa economica si intravede… da giugno a dicembre», «annata di tendenziale espansione per USA, Cina e India nel primo semestre, e per Germania ed Europa in generale nel secondo semestre», «a partire dalla primavera l’economia conoscerà un netto miglioramento». L’ottimismo è una caratteristica quasi costante delle previsioni astrologiche, come queste pubblicate su Astra a gennaio 2011 e sull’Almanacco di Barbanera; molto meno lo è azzeccare quello che poi succederà davvero.

Com’è ormai tradizione, anche quest’anno il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale) ha raccolto e verificato le previsioni relative all’anno appena trascorso, fatte dai più noti astrologi e veggenti italiani.

«All’inizio dell’anno, in TV e sui giornali, c’è sempre un profluvio di previsioni che, puntualmente, finiscono dopo pochi giorni nel dimenticatoio. Invece, crediamo sia interessante e istruttivo verificare se e quante di esse in effetti si avverano» dice Massimo Polidoro, psicologo e scrittore, segretario del Comitato. «È per questo che sin dalla sua fondazione nel 1989 il CICAP compie un lavoro di raccolta e controllo: se non lo facessimo noi, le capacità degli astrologi non sarebbero mai messe davvero alla prova. E invece, un anno dopo l’altro, il risultato si ripete sempre identico: le stelle, Nostradamus o le confidenze di qualche improbabile entità extraterrestre non aiutano in nessun modo a prevedere il futuro».

«Non c’è giornale o rete televisiva che non conceda spazio all’oroscopo, al punto che è impossibile raccogliere tutto» nota Francesco Ruggirello, che quest’anno ha coordinato la raccolta delle previsioni. «Ma anche con tutto questo materiale è ogni anno più difficile trovare affermazioni sufficientemente circostanziate da poter essere verificate. Molte previsioni, poi, riguardano eventi che da qualche parte del mondo, con un anno a disposizione, probabilmente capiteranno: basta prevedere genericamente “un grosso scandalo” o magari “un forte terremoto” per avere la certezza di indovinare». Proprio come ha fatto Grazia Mirti sull’edizione online del Sole 24ore, prevedendo genericamente «venti di guerra e disordini collettivi».

«Infatti uno dei “trucchi” più usati dagli astrologi è quello di fare moltissime previsioni per lo più banali, o affermazioni molto generiche in modo che, a posteriori, sia facile trovare qualcosa che si adatti» spiega Stefano Bagnasco, fisico dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e coordinatore del Gruppo di Studio sull’Astrologia del CICAP. «Facendo molte affermazioni, tra l’altro, è più facile che qualcuna sia per puro caso azzeccata, e quindi ricordata e magari pubblicizzata, mentre le numerose altre, sbagliate, saranno probabilmente dimenticate».

«Questa inchiesta, pur non essendo un vero e proprio studio scientifico, conferma il punto di vista della scienza: né l’astrologia né le altre pratiche divinatorie aiutano a prevedere il futuro» afferma ancora Bagnasco. «Negli anni sono stati fatte diverse rigorose verifiche scientifiche sulla validità delle pratiche astrologiche, e il verdetto è inequivocabile: i consigli degli astrologi per il futuro non sono più utili di quelli dettati dal semplice buon senso di una persona intelligente e informata, e possono anzi essere peggiori».

Un tema ricorrente quest’anno è stato quello dei terremoti. All’inizio dell’anno si è diffusa la voce che il sismologo autodidatta Raffaele Bendandi, morto nel 1979, aveva previsto un forte terremoto a Roma per l’11 maggio. Il fatto che negli appunti del curioso personaggio non si trovasse alcun riferimento esplicito non è bastato a evitare la paura, con la chiusura di qualche negozio e, pare, una percepibile riduzione quel giorno del proverbiale traffico romano. Della vicenda di Bendandi abbiamo parlato diffusamente qui su Query.

L’astrologo Antonio Alessi, prendendo spunto da Bendandi, ha addirittura inviato una lettera al governo per avvisare di un grosso sisma sottomarino, con conseguente devastante tsunami, per il 10 giugno. Sempre in tema iettatorio, secondo l’interprete di Nostradamus Manfed Dimde, citato in un libro di Carlo Patrian del 1995, il 2011 avrebbe visto lo scoppio della terza guerra mondiale. Il novantenne predicatore americano Harold Camping, applicando metodi numerologici alla Bibbia, aveva invece previsto proprio la fine del mondo per il 21 maggio, per poi correggersi e spostarla al 21 ottobre, e infine ammettere di essersi sbagliato (anche di questo abbiamo parlato su Query). Anche la data palindroma 11/11/11, da alcuni indicata come foriera di sventure, è passata senza conseguenze. Aspettiamo a questo punto il 21 dicembre 2012 per la fine del mondo prevista a partire dal calendario Maya. Anche gli alieni hanno mancato l’appuntamento: Rob Brezsny, il celebrato astrologo dell’Internazionale, intervistato da Riccardo Staglianò sul Venerdì di Repubblica prevedeva «novità sul fronte delle intelligenze extraterrestri». A meno che non siano state insabbiate dai Men in Black, non ce ne sono state.

Parlando di politica, italiana e internazionale: Mauro Iacoboni sul Sole 24 ore aveva previsto nuove elezioni tra giugno ed i primi di luglio, grazie alla separazione della Lega. Anche il Divino Otelma aveva apparentemente previsto elezioni, con il dettaglio che la legge elettorale sarebbe stata più o meno la stessa; ma il linguaggio criptico («La pugna cartacea 2011 … non scioglierà il Nodo Gordiano») rende incerta l’interpretazione. Luciano Sampietro, interprete di Nostradamus, aveva previsto la caduta del Re del Marocco, che invece è stato uno dei paesi immuni dalla “primavera araba”.

L’Almanacco di Barbanera è un profluvio di previsioni, per lo più sbagliate: «novità positive riguarderanno la magistratura, l’istituzione matrimoniale, ma anche le coppie di fatto saranno oggetto di leggi dalla loro parte», che non sembrano esserci state (anche il Divino Otelma aveva previsto l’istituzione dei DICO nel 2011); il 21 maggio «Giove entra nel Toro e, incoraggiando i consumi (soprattutto quelli di massa) incrementa la produzione. In Italia e più in generale in Europa si assiste a un consistente rafforzamento della moneta comunitaria». Per luglio-agosto «in Italia l’economia, trainata dal settore degli investimenti immobiliari, sarà protagonista di una netta ripresa». Per novembre la previsione è che «anche la situazione economica continua a manifestare una ripresa consistente. Il motore saranno gli Stati Uniti che trascineranno con sé buona parte dell’Europa, Italia inclusa».

Anche Antonia Bonomi, firma storica dell’astrologia italiana, si lancia su Arcobaleno.net in una serie di affermazioni su vari personaggi della politica, premettendo che «non si tratta di “predizioni” ma di indicazioni lampo»; per lo più sono affermazioni poco verificabili, come «Vittorio Sgarbi non dovrebbe esagerare con le “sgarbate”» oppure «Roberto Maroni qualunque cosa accada può sfruttare l’esperienza acquisita», qualcuna è prevedibilmente più o meno azzeccata («Mario Draghi di certo non indietreggia e può avere grosse soddisfazioni», da novembre è presidente della Banca Centrale Europea); altre, sempre prevedibilmente, sbagliate («Umberto Bossi è bene che si riguardi, la salute dovrebbe essere il suo primo pensiero e sa di essere soggetto a ischemie», non sono noti nuovi problemi di salute del leader della Lega Nord). Il Divino Otelma, tra molte previsioni che avrebbe potuto fare chiunque o scontatamente vere (come i due grandi classici «nuovi gravi scandali coinvolgeranno esponenti del Palazzo» e «scosse telluriche nel Giugno e Settembre ma di modesta incidenza», non passa giorno senza che in Italia ci sia qualche piccolo terremoto senza conseguenze) ha previsto più volte elezioni verso l’ultimo periodo dell’anno, e un attentato (non mortale) al primo ministro inglese.

La sensitiva Teodora Stefanova, fedelissima di Canale 5, attraverso le confidenze dell’alieno Unilsan ha visto nel 2011 l’anno della rinascita di Berlusconi, grazie all’alleanza con Casini e Rutelli a maggio. Il PdL avrebbe cambiato nome, Saviano e Montezemolo sarebbero entrati in politica, sarebbe iniziata la costruzione del ponte sullo stretto di Messina, sarebbero stati risolti tutti i problemi a L’Aquila e la “monnezza” sarebbe sparita entro gennaio 2011 dalle strade di Napoli.

Concludiamo come sempre con gli argomenti più frivoli, che sono spesso il grosso delle previsioni: sport e spettacolo. Secondo Astra di gennaio scorso: «Fernando Alonso, alla guida della Ferrari, da Settembre conterà sul tocco vincente di Marte: può sostenerlo fino al titolo mondiale». Evidentemente Marte non è bastato. Riccardo Sorrentino aveva previsto per la partita Villareal-Napoli un 1-1 o 1-2 , ha invece vinto il Villareal per 2 a 1. Mauro Perfetti su Oggi prevedeva che per Roberto Benigni le stelle «col trascorrere del 2011» si sarebbero illuminate «di fortuna nel lavoro». Facile fare previsioni così: proprio pochi giorni prima sul Corriere della sera era stata annunciata una collaborazione tra l’attore toscano e Woody Allen per un film da girare in estate, Bop Decameron.

Come ogni anno poi gli astrologi hanno “mancato” moltissimi avvenimenti importanti. Un minimo esempio tra tutti: il povero Paolo Fox, “stella” astrologica della Rai, è rimasto imbottigliato nell’inaspettato enorme ingorgo provocato dall’apertura di un nuovo centro commerciale e non è riuscito ad arrivare in trasmissione, dove il conduttore Giancarlo Magalli lo prendeva in giro per non aver previsto l’ingorgo…

Il CICAP, Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale, è un’organizzazione scientifica ed educativa senza fini di lucro. Fondata nel 1989 da Piero Angela vede tra i suoi Garanti Scientifici: Edoardo Boncinelli, Silvio Garattini, Margherita Hack, Tullio Regge e Umberto Veronesi e tra i suoi membri onorari: Umberto Eco, Rita Levi Montalcini e Carlo Rubbia.

Per maggiori informazioni: www.cicap.org ufficiostampa@cicap.org Tel. e Fax 049-686870

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Le palle che cadono. Dal cielo

Fri, 12/23/2011 - 11:44

Nella giornata di ieri, 22 dicembre 2011, una notizia riguardante una “palla caduta dal cielo” è rimbalzata su diversi quotidiani nazionali e no. Una foto dell’oggetto è stata pubblicata nei diversi articoli e riprende un curioso oggetto sferico posato sul terreno di quello che, si legge, è il deserto della Namibia. L’oggetto viene descritto con apparente precisione: una sfera pesante circa 6 chilogrammi, “con un diametro di circa un metro” secondo alcune fonti o di 14 pollici (35.6cm) secondo altre. Al momento del ritrovamento, verso la metà di novembre, la sfera giaceva ad una distanza di circa 18 metri da un cratere profondo 30 centimetri e largo quasi 4 metri. Esaminato dalle autorità locali per fugare ogni dubbio relativo alla sua pericolosità, l’oggetto è stato quindi presentato ai media ed è stato chiesto un consulto alle agenzie spaziali europea (ESA) e americana (NASA).

Ora, si possono tranquillizzare tutti coloro che avessero eventualmente riconosciuto in questo oggetto un segno di chissà quale misteriosa tecnologia di origina umana o aliena. Per quanto esso abbia un aspetto effettivamente misterioso a occhi inesperti, ho avuto modo di venire in contatto diverse volte con oggetti di questo tipo, lavorando nel settore spaziale. Si tratta infatti di un serbatoio pressurizzato adibito all’alimentazione di propulsori per il controllo d’assetto di veicoli spaziali, come satelliti o veicoli destinati al rientro atmosferico. Gli elementi che lo rendono riconoscibile a chi è del settore o ha una minima conoscenza di serbatoi pressurizzati, sono la classica saldatura delle due semisfere che lo compongono – dove trova sede il setto deformabile di separazione tra i due volumi interni di propellente (in genere idrazina o elio) e gas pressurizzante (solitamente azoto) – e le due estremità dove vengono fissati i condotti per il carico e lo scarico di propellente e pressurizzante. Pesi e dimensioni riportati (per quanto imprecisi) sono compatibili con questi componenti: 6 chilogrammi sono un peso ragionevole per taniche in lega di titanio dal volume compreso tra i 60 e i 100 litri (48÷59cm di diametro).

Non è tra l’altro l’unico caso che riguarda simili ritrovamenti. Negli anni diversi serbatoi sono stati recuperati in zone disabitate o desertiche e ciò non è un caso. La spiegazione è semplice e non c’è di che allarmarsi: non si tratta di avvenimenti incontrollati né frutto di leggerezze.

Un serbatoio ritrovato in Brasile. A destra una serie di serbatoi del medesimo tipo (fonte: NASA)

Quando un veicolo spaziale che orbita attorno alla Terra termina la sua vita operativa, se ne dispone il de-orbiting. Viene cioè speso il propellente residuo per “imboccare” una traiettoria di rientro atmosferico, fase nella quale la quasi totalità del veicolo viene disintegrata dall’attrito sviluppato dai gas atmosferici alle altissime velocità. Qualche tempo fa ne abbiamo parlato anche qui, nel caso di UARS.

È una fase necessaria, per evitare che veicoli privi di controllo rimangano in orbita mettendo a rischio gli altri satelliti presenti e futuri. Scegliere il momento esatto per effettuare la manovra di de-orbiting, anziché lasciarlo fare al caso (ciò che si trova a distanze inferiori ai 36000km dalla Terra prima o poi è destinato al rientro per effetto combinato di gravità e resistenza aerodinamica), significa anche scegliere una zona di possibile caduta dei detriti residui in zone disabitate, coperte dalle acque o desertiche.

Le strutture spaziali sono solitamente piuttosto esili, per esigenze di peso al “lancio” (la fase di ascesa che porta il veicolo al di fuori dell’atmosfera e dunque in orbita), ma vi sono alcuni componenti che necessitano di una robustezza particolarmente elevata per la funzione che ricoprono. Le taniche di propellente sono forse l’esempio più eclatante: dovendo resistere a pressioni nell’ordine delle decine di atmosfere, vengono realizzate in materiali robusti (leghe di titanio, di alluminio o acciai, talvolta fasciati in compositi di fibra di carbonio e/o kevlar) e con spessori consistenti.

I componenti più robusti possono sopravvivere al rientro in atmosfera, tra questi in particolare i serbatoi, come nel caso specifico della tanica recuperata – non a caso – nel deserto della Namibia.

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