Il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) è un'organizzazione scientifica e pedagogica che promuove un'indagine scientifica e critica nei confronti delle pseudoscienze.


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La Sindone e le storie impossibili (2)

Il punto sulla ricerca (pseudo)scientifica in attesa della prossima ostensione PARTE 2

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Aspetti storico-letterari

Gli aspetti storico-letterari sono ancora più palesemente sfavorevoli all'autenticità, perché non esistono riferimenti storico-letterari a una reliquia con le fattezze della Sindone per almeno 1200 anni dopo la morte di Cristo. Possibile che non ci sia mai arrivato anche un frammento di notizia in proposito, un solo accenno fugace? Eppure, nel 2000, possiamo tranquillamente affermare che la Sindone di Torino rappresenta un unicum nel panorama della reliquie medievali. Dopo la sua apparizione pubblica in Francia nel XIV secolo non ne perderemo più le tracce, proprio a testimonianza della sua unicità. Il punto infatti è questo: se mancano riferimenti storici credibili alla Sindone per oltre mille anni, come si può pensare che le cronache del tempo abbiano omesso di descrivere un reperto cristiano unico nel suo genere? Per cercare di sopperire a tale lacuna, che minava fortemente l'autenticità della Sindone, nel suo best-seller pubblicato nel 1978, The Shroud of Turin, Ian Wilson cercò di associare la reliquia apparsa per la prima volta a Lirey, in Francia, verso la metà del XIV sec., con un'immagine del volto di Gesù molto nota nel mondo orientale: l'Immagine di Edessa, anche detta in greco Mandylion. Lo scrittore inglese riteneva, e penso lo speri tuttora, che il volto di Gesù che si venerava nella città di Edessa, oggi Urfa in Turchia, altro non fosse che la stessa immagine della Sindone di Torino, ripiegata su se stessa in modo da mostrarne il viso. Wilson ricostruì, nonostante l'assenza assoluta di fonti che documentassero i presunti passaggi della reliquia, la storia del cosiddetto asciugamano di Edessa: da Gerusalemme esso sarebbe stato portato dall'apostolo Taddeo al sovrano locale, re Abgar, prima della morte di Gesù. La reliquia, quindi, conservata all'interno di una chiesa, sarebbe stata riscoperta nel 544 quando, in occasione dell'attacco di un re persiano alla città, l'affissione dell'immagine miracolosa del volto di Gesù avrebbe salvato Edessa dagli invasori. Di lì, nel 944 sarebbe stata traslata a Costantinopoli, dove rimase fino al saccheggio della città da parte delle truppe crociate nel 1203-1204. Questa in sintesi la teoria di Wilson. Lapidario il giudizio di uno dei maggiori studiosi della leggenda del Mandylion A. Desreumaux: "En tout cas, il faut soigneusement distinguer l'Image d'Édesse et le Saint Suaire. Leur identification n'est due qu'a l'ignorance de l'americain Ian Wilson et a (tù répétée avec la complaisante légèreté propre à certains journalistes"1. Lo stesso mons. Victor Saxer, Rettore dell'Istituto Pontificio di Archeologia Cristiana, nonché Presidente del Comitato Pontificio delle Scienze Storiche, ha ammesso: "Du point de vue historique, le Suaire de Turin est un faux des années 1355 environ"2. E Pier Angelo Gramaglia, docente di Patrologia alla Facoltà Teologica dell'Italia settentrionale, ha chiarito: "L'analisi linguistica del termine sindôn (sostantivo greco usato dagli evangelisti Marco, Matteo e Luca) nel mondo bizantino documenta che mai tale termine, almeno fino al XII secolo, ha la valenza di un lungo lenzuolo funerario; inoltre l'immagine di Edessa appare sempre come un panno quadrangolare, contenente raffigurato il solo volto di Cristo e non il corpo intero di un crocifisso"3. Difatti, per identificare la Sindone con il Mandylion ci sono enormi ed insormontabili lacune filologiche che solo le forzature di Wilson e compagni sono riuscite artificiosamente a valicare. Ma non è tutto. La leggenda originaria narra di un presunto rapporto tra re Abgar e Gesù che, dovendo concludere la propria missione terrena, non poté recarsi direttamente a Edessa per curare il sovrano malato. In sua sostituzione (narra la leggenda) Gesù mandò l'apostolo Taddeo. Il rapporto epistolare (Epistula Abgari) fu respinto come apocrifo, quindi assolutamente inattendibile per la Chiesa cristiana, già da papa Gelasio (+ 496). Il Decreto Gelasiano, appunto, stabilì con chiarezza che la "epistula Iesu ad Abgarum apocrypha" (Canone 55) e che la "epistula Abgari ad Iesum apocrypha" (Canone 56)4. Come si può basare un ragionamento storiografico serio su un documento che la stessa Chiesa ritiene assolutamente leggendario? Ai giorni nostri c'è ancora qualcuno che basa l'autenticità della Sindone sulla leggenda dello scambio epistolare, nonostante la Chiesa avesse rifiutato ciò che sembrava essere la prima storia conosciuta tra il re Abgar e Gesù - leggenda, comunque, che non faceva la minima menzione di una qualche immagine miracolosa, bensì di due lettere - e autorevoli teologi come san Girolamo (+ 420) e sant'Agostino (+ 430) escludessero categoricamente che il rapporto fra il sovrano edesseno e Cristo fosse mai esistito. San Girolamo scrisse:

Il Salvatore non ci lasciò alcuno scritto sulla sua dottrina, contrariamente a quanto fabbricano le pazzie di certi apocrifi. (Comm. in Ezech. 44, 29-30, in PL XXV, 443)

e sant'Agostino, sempre riferendosi alle lettere tra Gesù e Abgar, affermò:

Avrebbe mai potuto capitare che, se fossero veramente sue, esse non si leggessero, non fossero accolte e non fossero ritenute degne della massima autorità nella sua Chiesa? (Contra Faustummanich. 28, 4, in PL XXIV, 436-487).

Ho recentemente anche dimostrato, in un dibattito con lo storico americano Daniel Scavone, che non è nemmeno vero che l'Immagine di Edessa fosse rimasta sempre ripiegata e chiusa in una teca per secoli. La realtà, come documentò l'illustre storico tedesco E. Von Dobschütz nel secolo scorso, è che la teca veniva aperta almeno una volta la settimana e il piccolo panno aperto e disteso completamente su di una tavola di legno5. Possibile che cronisti e testimoni non si fossero mai accorti che si trattava di un panno funebre lungo oltre quattro metri con una doppia impronta? Certo che è possibile ( rispondo io ( perché quel piccolo sudario raffigurava solo un volto glorioso e non un uomo crocifisso.
L'ultima annotazione a sostegno dell'impossibilità di identificare la Sindone con il Mandylion di Edessa [6] è rappresentata dalla cronaca fornita dal crociato piccardo Robert De Clari. Costantinopoli era la "capitale" di un incredibile traffico di reliquie. Nel 1203 il cavaliere Robert De Clari, che si era unito al contingente francese della IV Crociata, raccontando di quell'impresa, riportò la prima testimonianza letteraria certa che sulla sindone lì esposta ci fosse l'immagine della figura di Cristo. Fu questo crociato, Robert De Clari, il primo in assoluto ad attestare che fosse visibile qualcosa su una delle tante sindoni presenti in Terra Santa. Nel secolo scorso, infatti, uno studioso francese cercò di catalogare in un unico volume, a seconda delle varie testimonianze pervenuteci, tutte le reliquie presenti in quella città orientale tra l'XI e il XIII secolo7, vale a dire, proprio quando la prima "sindone figurata" fece la sua comparsa sulla scena. Paul Riant individuò nei vari palazzi costantinopolitani ben quattordici frammenti del sudario di cui parla il solo Vangelo di Giovanni ("de sudario capitis Christi" p. 211), il Mandylion conservato nella Santa Cappella (p. 212) e la Sindone (p. 215). Tuttavia Riant, non conoscendo a fondo i problemi storiografici della Sindone oggi a Torino, non prestò attenzione alla terminologia utilizzata e parlò in maniera piuttosto vaga dei "panni in quibus Christus involutus est" (p. 215) "sudarium quodfuit super caput eius" (p. 211), del "mantile quod visui Domini applicatum imaginem vultus eius retinuit" (p. 212), di "partem sudarii quo involutum fuit corpus eius in sepulchro" (p.135), di "sudaria sacra illa quibus Christum tumulandum involvit Joseph" (p. 257), di "linteaminum quibus crucifixum Christi corpus meruit involvere Arimatensis Joseph" (p. 217) e "de sindone qua corpus ipsius sepultum iacuit in sepulchro". Insomma, egli catalogò a Costantinopoli reliquie sepolcrali e sudari a non finire. Anche il crociato Robert de Clari, così come tutti gli scrittori ecclesiastici e i cronisti prima di lui, distinse nettamente il Mandylion dai panni funerari, fossero essi bende, sindoni o sudari. Questo aspetto, fondamentale dal punto di vista storiografico, è stato sempre omesso in qualsiasi monografia sindonica scritta dai cosiddetti autenticisti ad oltranza. Quale fu il racconto di questo cavaliere piccardo citato solo per la parte di comodo? La vita di questo cavaliere, così come le circostanze in cui egli scrisse la sua cronaca, Li estoires de chiaux qui conquisent Constantinople8 (La storia di quelli che conquistarono Costantinopoli, meglio nota come La conquista di Costantinopoli) sono poco conosciute. Originario di Amiens, in Francia, partì alla volta della Terra Santa nel 1202 e morì dopo il 1216. Ci è rimasto il documento della donazione fatta da De Clari ai monaci dell'abbazia di Corbie nel 1206, data per la quale il cavaliere dopo la Quarta Crociata era già tornato in patria, ai quali portò direttamente da Costantinopoli "de sudario Domini"9. Egli era un miles, un cavaliere, come viene più volte chiamato nei testi dell'epoca, e apparteneva alla piccola nobiltà: da poco tempo, infatti, aveva acquisito il titolo di Clari (oggi Cleri-les-Pernois, vicino a Cambrai). Perché è importante il racconto di questo crociato? Fondamentalmente per due motivi. Il primo è che De Clari è il primo testimone che attesta l'esistenza di una sindone con impressa su di essa un'immagine. Il secondo, ancora più rilevante, è che questo crociato opera una netta distinzione tra il Mandylion di Edessa, conservato nel Palazzo Bukoleon (li palais de Bouke-de-lion), che descrive attraverso una versione della Leggenda di Abgar in parte modificata, e la sindone funebre di Gesù, esposta nella chiesa di Santa Maria delle Blacherne (Saint Marie de Blakerne). Occorre forse ripetere ancora una volta, che nessuno scrittore ecclesiastico identificò mai la Sindone con il Mandylion. Solo gli autenticisti contemporanei sono arrivati a proporre questo arbitrio filologico e si sono spinti laddove una valutazione storiografica documentata non può arrivare. Ecco la descrizione di Robert De Clari:

Il palazzo Bocca di Leone era tanto ricco e così ben costruito come vi descriverò. Dentro quel palazzo [¼] ci saranno state almeno trenta cappelle, grandi e piccole, e ce n'era una che chiamavano la Santa Cappella [¼]. Dentro quella cappella si trovavano molte ricche reliquie: vi si trovarono due pezzi della Vera Croce, grossi quanto la gamba di un uomo e lunghi tre piedi e vi si trovò il ferro della Lancia da cui Nostro Signore ebbe il costato trapassato ed i due chiodi che gli furono conficcati nelle mani e nei piedi (les II cleus qu'il eut fichies parmi les mains et parmi les pies). E si trovò anche una fiala di cristallo con una gran parte del Suo Sangue. E vi si trovò la tunica (tunike) che aveva indosso quando lo spogliarono e lo portarono al Monte Calvario [¼]. C'erano anche altre reliquie in quella cappella, che noi abbiamo dimenticato di descrivervi. C'erano infatti due ricchi recipienti d'oro che pendevano in mezzo alla cappella da due grosse catene d'argento. In uno di questi recipienti c'era una tegola e nell'altro un pezzo di tela: ora vi racconteremo da dove era giunte quelle reliquie. Un buon uomo aveva indosso un pezzo di tela e Nostro Signore gli disse: "Su, dammi quel pezzo di tela". E l'uomo glielo diede e Nostro Signore se lo avvolse intorno al viso in modo che la sua fisionomia vi restasse impressa, poi glielo ridiede e gli disse che lo prendesse e lo facesse toccare ai malati e a chiunque avesse avuto fede sarebbe guarito da qualsiasi infermità. E il buon uomo lo prese e lo portò via, ma prima di portarlo via, non appena Gesù gli ebbe reso il pezzo di tela, l'uomo buono lo prese e lo nascose sotto una tegola fino al tramonto. Al tramonto, quando stava per andarsene, prese il suo pezzo di tela ma, come sollevò la tegola, si accorse che il volto divino era impresso sulla tegola così come sulla tela; allora prese il pezzo di tela ed insieme la tegola e da allora guarirono molti ammalati. (La conquista di Costantinopoli, LXXXII-LXXXIII)

De Clari riprende e modifica la storia della scoperta del Mandylion come fu raccontata dallo storico Evagrio Scolastico sul finire del VI secolo. Altri, dopo Evagrio, avevano aggiunto e tolto particolari a loro piacimento a questa leggenda, ma il nostro crociato piccardo si ispira direttamente, o conosce, la vicenda dell'immagine del volto di Gesù su tela scoperto in occasione dell'assedio persiano di Edessa in una nicchia, sudario adagiato sotto una tegola con a fianco un lumino acceso da secoli, e trasportato a Costantinopoli nel 944. Sia nel racconto di Evagrio che in quello di De Clari, la tegola presenta impresso il volto di Gesù. Il crociato francese distingue molto bene questa reliquia dalla sindone sepolcrale. Infatti più avanti egli dice:

E tra le altre cose c'è ancora una chiesa, che è detta S. Maria della Blacherne, dove si trova la sindone in cui fui avvolto Nostro Signore, che ogni venerdì veniva esposta ritta in modo che si potesse vedere bene la figura di Nostro Signore (li sydoines la ou nostres sires fu envelopes, i estoit, qui cascun des venres se drechoit tous drois, si que on i poit bien veir le figure nostre seigneur). (La conquista di Costantinopoli, XCII)

Tuttavia, tra il XII e il XIII secolo, c'è un'evidente difficoltà nel capire con precisione quali reliquie sepolcrali fossero conservate nei palazzi di Costantinopoli. Ho già evidenziato come proprio questa città fosse il ricettacolo di qualsiasi reliquia orientale. Al tempo della Quarta Crociata, secondo un calcolo approssimativo, c'erano circa un diecimila reliquie10. Anche in un manoscritto conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana redatto verso la fine del XII secolo, denominato Codice Ottoboniano latino 169, viene presentato l'elenco dettagliato delle reliquie conservate a Costantinopoli.
Nel Palazzo Imperiale, nel santo tempio dedicato a Maria madre di Dio, ci sono le seguenti reliquie: il santo panno con il volto di Cristo, che Gesù Cristo inviò ad Abgar, re della città di Edessa (Sanctum manutergium, in quo est vultus Christi inpictus, quod misit Christus Ihesusad Abgarum regem Edesse civitatis) [¼] i lini e il sudario della sua sepoltura (lintheamen et sudarium sepulture eius).11
Tante conferme, tutte alquanto evidenti, che l'asciugamano di Edessa e i panni funebri fossero due cose completamente separate e distinte. Mai nessuno studioso aveva associato questi oggetti, almeno fino agli anni '70 quando, per abbozzare l'inesistente storia millenaria della Sindone, la reliquia di Torino fu associata a tutti panni e che avessero un'immagine e a tutte le icone miracolose presenti in Oriente.
Un testo letterario interessante e molto poco ricordato fu scritto verso il 1214 da Gervasius Tilberensis (Gervasio di Tilbury). Chi era costui? Cosa scrisse? La sua opera più conosciuta, Otia imperialia, fu per la prima volta parzialmente pubblicata nel 162512 e completamente nel 170713. Gervasio nacque a Tilbury (Essex), nei pressi del Tamigi, verso il 1152. Nel 1176 lasciò la sua terra natale e arrivò a Reims (Francia), dove fu accolto dall'arcivescovo Guillaume de Champagne. Divenne chierico, se non lo era già e si recò in Italia nel 1177, dove frequentò alcuni corsi di Diritto Romano e Diritto canonico all'università di Bologna. Nella sua opera, Otia imperialia, ci sono due distinti capitoli: uno dedicato al Mandylion edesseno (III, ( 23, De figura Domini in Edissa) e un altro alla sindone funebre (III, ( 24, De alia figura Domini). Ecco quindi l'ennesima chiarissima distinzione tra panno sepolcrale e Mandylion. La testimonianza di Gervasio ha una doppia valenza: da una parte fornisce la netta distinzione appena detta, ma dall'altra dà un definizione della Sindone che potrebbe avvicinarsi di molto a quella di Torino, testimoniando cosù che fu proprio il XIII secolo il periodo in cui maturò l'idea di creare una simile reliquia. Ecco le sue parole14:

Commosse da questo discorso pieno di biasimo, sua madre e le altre donne che erano con lei si recarono subito ad acquistare un lenzuolo immacolato, tanto ampio e largo da coprire l'intero corpo del crocifisso e, al momento della deposizione della croce, l'immagine completa del corpo apparve impresa sul lenzuolo. (Quo castigationis alloquio mota mater ejus et aliae, quaecum ea erant, cito euntes emerunt linteum mundissimum tam amplum et extensum, quod totum crucifixi corpus operiebat, cumque deponeretur, pendentis de cruce apparuit totius corporis effigies in linteo expressa.)15

Le fonti storiche e letterarie dunque hanno sempre nettamente differenziato il Mandylion dalla sindone funebre. Solo l'arbitrio filologico di alcuni pseudostudiosi ha potuto valicare vuoti altrimenti insormontabili per proporre solo verità già confezionate.

Antonio Lombatti
Direttore della rivista scientifica Approfondimento Sindone

Bibliografia essenziale

Monografie:

N.P. ALLEN, The Shroud of Turin and the Crystal Lens, Empowerement Tech., Port Elizabeth 1998.
P.L. BAIMA BOLLONE, Sindone. La prova, Mondadori, Milano 1998.
L. GARLASCHELLI, Processo alla Sindone, Avverbi Edizioni, Roma 1998.
P.A. GRAMAGLIA, L'uomo della Sindone non è Gesù, Claudiana, Torino 1978.
A. LOMBATTI, Il Graal e la Sindone, Mondadori, Milano 1998.
W.C. MC CRONE, Judgement Day for the Turin Shroud, Microscope Publ., Chicago 1997.
J. NICKELL, Inquest on the Shroud of Turin, Prometheus Books, Buffalo 1987.
C. PAPINI, Sindone. Una sfida alla scienza e alla fede, Claudiana, Torino 1998.
V. PESCE DELFINO, E l'uomo creò la sindone, Dedalo, Bari 1982.

Riviste scientifiche:

Approfondimento Sindone, edita dal Centro Studi Medievali e Sindonici di Pontremoli (MS) con periodicità semestrale.
Sindon, edita dal Centro Internazionale di Sindonologia di Torino con periodicità non specificata.

Internet:

Il sito ufficiale della Sindone
http://www.sindone.org

http://www.shroud.com
http://humanist.net/shroud

Note

  1. A. DESREUMAUX, Histoire du roi Abgar, p. 38 cit. in P.A. GRAMAGLIA, I cimeli cristiani di Edessa, in "AS", 1 (1999), p. 51.
  2. V. SAXER, Le Suaire de Turin aux prises avec l'histoire, in "Revue d'histoire de l'église de France", LXXVI (1990), p. 53. 
  3. P.A. GRAMAGLIA, Giovanni Skylitzes, il Panno di Edessa e le "sindoni", in "AS", 2 (1997), p. 13. Una trattazione molto esaustiva è fornita dal medesimo autore in P.A. GRAMAGLIA, L'uomo della Sindone non è Gesù, Claudiana, Torino 1978, e P.A. GRAMAGLIA, I cimeli cristiani di Edessa,in "AS", 1 (1999), pp. 1-51.
  4. Decreto Gelasiano (V sec.) cit. da L. MORALDI, Apocrifi del Nuovo Testamento, I, Piemme, Casale Monferrato 1996, p. 25.
  5. A. LOMBATTI, Novantacinque fonti storiche e letterarie che non possono essere scartate. Una risposta a D. Scavone, in "AS", 1 (1999), pp. 63 sgg.
  6. Per ulteriori approfondimenti cfr. A. LOMBATTI, Impossibile identificare la Sindone con il Mandylion. Ulteriori conferme da tre codici latini, in "AS", 2 (1998), pp. 1-30. 
  7. Cfr. P. RIANT, Exuviae sacrae constantinopolitanae, II, Societé de l'Orient Latin, Genevae 1874.
  8. Il manoscritto di questa cronaca è una copia del XIV secolo conservato alla Biblioteca Reale di Copenhagen, Antichi fondi reali, n. 487. 
  9. RIANT, Exuviae, cit., II, 198. 
  10. Cfr. P. BOUSSEL, Des reliques et de leur bon usage, Balland, Paris 1971. 
  11. Si veda l'edizione critica del codice curata da A. LOMBATTI, Impossibile identificare la Sindone con il Mandylion: ulteriori conferme da tre codici latini, in "AS", 2 (1998), pp. 1-30. 
  12. J.J. MADERUS, Gervasius Tilberensis de imperio romano et Gottorum, Fr. Targa, Parisiis 1625.
     
  13. G.S. LEIBNITZ, Scriptores rerum brunsvicensium, vol. I, N. Foersteri, Hanovarae 1707, pp.881-1004, and vol. II, 1710, Emendationes et supplementa Otiorum imperialium Gervasii Tilberiensis, pp. 751-784.
  14. Si veda J.R. CALDWELL, The Autograph Manuscript of Gervase of Tilbury (Vat. Lat. 933), in "Scriptorium", 1 (1957), pp. 87-98.
  15. Citato in F. LIEBRECHT, Des Gervasius von Tilbury Otia imperialia, C. Rùmpler, Hannover 1856, p. 19.


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Ricerca scientifica e pseudoscientifica sul telo conservato nel Duomo di Torino


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