Il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) è un'organizzazione scientifica e pedagogica che promuove un'indagine scientifica e critica nei confronti delle pseudoscienze.


Il mostro del Lago Maggiore (e i suoi cugini)

I Castelli di Cannero oggi (foto Wikimedia Commons)
I Castelli di Cannero oggi (foto Wikimedia Commons)

La più celebre mania criptozoologica dei tempi moderni, quella del mostro del Loch Ness scozzese, cominciò nell’estate del 1933. Ci mise un po’ a scaldare i motori, ma verso la fine dell’anno si era estesa a diverse parti del mondo, comprese regioni allora remote come la Cina o l’Unione Sovietica. Nemmeno l’Italia fu risparmiata da quella frenesia. La prima grande caccia al mostro scatenatasi da noi fu quella del serpente-drago di Siracusa, nel dicembre 1933. Poco dopo ricomparve anche un “grandissimo serpente” che avrebbe avuto dimora nel lago di Cavazzo (Friuli) sin dal Cinquecento, ma che fu rispolverato per l’occasione. A gennaio 1934, nel tratto ferrarese del Po fecero capolino foche, seguite dal revival di un altra creatura antidiluviana, stavolta nel lago d’Iseo, da un coccodrillo trovato morto e scambiato per mostro nel Palermitano e dal rilancio dell’ennesimo serpentone che cinquant’anni prima infestava Fidenza, nel Parmense.

Nel marzo del 1934, davanti a La Spezia un siluro fu preso per un mostro marino, mentre a maggio, nell’Arno, a Firenze, un piccolo di coccodrillo, morto anche quello come a Palermo (dovevano essercene parecchi, in ferie…), diede di nuovo origine a voci su un’orribile belva. Un anno dopo una bestiaccia misteriosa prese ad attaccare gli animali nel Pavese. Sempre nel 1935, ma in estate, vicino l’Idroscalo di Milano, un pupazzo di gomma fu scambiato per l’ennesimo animalaccio. Poco dopo, ad agosto, esplose una nuova grossa psicosi, quella del serpentone di Monterosi (Viterbo).

Poi la moda del mostro ritornò ad assumere i ritmi normali di qualsiasi mito di massa, come avviene, ad esempio, per le periodiche ondate di avvistamenti UFO.

Da questa schiera “mostruosa” poteva mancare il Piemonte?

E infatti nemmeno la nostra regione si salvò. Ai primi del 1934 il Lago Maggiore ed altri specchi d’acqua vicini diventarono dei piccoli Loch Ness del nord-ovest.

Fu una storia divertente e interessante che andò avanti per diversi mesi grazie allo spazio che le dedicò La Gazzetta del Lago, un bisettimanale che usciva ad Intra sin dal 1907. E l’intera storia nacque fin dall’inizio su un grande equivoco.

Giovedì 4 gennaio 1934, in prima pagina, sotto la sigla di un certo n.d.r., ci si domandava se non ci fosse “Un mostro anche nel Verbano”. Ma non perché, sino a quel momento, qualcuno avesse segnalato qualcosa. No. Il fatto era che, con la mania del Loch Ness imperante, quella era l’occasione per riprendere ciò che il maggior quotidiano di Varese, La Cronaca Prealpina, aveva scritto il 31 da Sesto Calende.

Dal 1916, in quel punto del versante lombardo aveva sede una grande base per idrovolanti che rimarrà un’importante base militare sino al 1945. Erano gli idrovolanti i nuovi mostri, scriveva La Cronaca Prealpina, e poi, non si chiamava quell’area in cui era sorto l’idroscalo proprio Golfo del Drago? In quella zona, spiegava il quotidiano, era ancora vivissimo il folklore su un mostro lacustre dal lungo collo che era stato segnalato sino a cinquant’anni prima. La leggenda diceva che una volta l’anno doveva cibarsi delle tenere carni di una giovane donna…

Non sappiamo se questo racconto possa esser documentato da fonti più antiche, ma il giornale varesino aggiungeva che ne ebbe notizia anche Stendhal, che transitava da Sesto Calende diretto verso Milano (dunque, forse, in un suo viaggio del 1811). Non siamo riusciti a trovare un riferimento più preciso. Viste le premesse, l’articolista della Gazzetta del Lago ne approfittava per ricordare che sull’isola di San Giulio, in mezzo al vicino lago d’Orta, nella basilica del santo c’erano tantissime e celebri indicazioni del rapporto fra San Giulio e i draghi, da lui combattuti e scacciati come taumaturgo (la chiesa conserva tuttora presunte “ossa di drago”).

Ma di “mostri” attuali, sino a quel punto non c’era traccia…

Il giorno dopo, 5 gennaio, dopo aver dedicato ampio spazio al Loch Ness, La Stampa riprendeva la faccenda del vecchio “mostro del Verbano” e degli idrovolanti-mostri-moderni, ma dava un altro giro di vite al ragionamento. Non solo sul lago d’Orta c’era il culto di San Giulio legato ai draghi, ma appena due giorni prima “si era diffusa la notizia di un colossale mostro proprio di fronte a Pettenasco” (Novara), cioè a due passi dall’isola. Niente da fare, per quella volta: con “le debite osservazioni” si era capito che si era trattato soltanto di un vecchio tronco coperto di muffa fra i detriti del letto del lago. Ma nel frattempo da Milano erano accorsi i fotografi!

Il meglio però stava per arrivare - ma non ancora il vero e proprio “mostro del Lago Maggiore”!

Il 6 gennaio 1934, La Gazzetta annunciava che da qualche giorno nella zona non si faceva altro che parlare di un fenomeno che era stato notato nella notte su Capodanno ai Castelli, due isolotti irti di fortificazioni medievali che sorgono davanti a Cannero, nel comune di Cannobio, a pochi chilometri dal confine svizzero.

Questi scogli diventeranno il cuore della mania del mostro del Lago; ma prima che facesse capolino il “vero” Nessie del Verbano, il periodico locale ebbe modo di raccontare quanto accaduto la notte di Capodanno a un gruppo di forestieri. Mentre questi tornavano dai festeggiamenti in località La Gardanina, avevano notato

“come un’ombra o meglio una figura non ben definita elevarsi attorno ai Castelli e muoversi attorno agli stessi”.

A quel punto due membri della comitiva avevano preso una barca e avevano cercato di raggiungere il “ mostro o fantasma”, che però si era allontanato verso Oggebbio lasciando una scia marcata.

Mostro o fantasma? L’inclinazione verso la prima categoria cominciava a farsi spazio già dall’Epifania 1934. Un giovane che passava a quell’ora su un sentiero di montagna, si diceva, aveva visto sul lago “come un enorme pesce galoppare sull’acqua attorno ai Castelli”. Altre voci aggiungevano che alcune apparizioni c’erano state già nei giorni precedenti.

Due universi interpretativi si contendevano il campo: qualcuno sosteneva potesse trattarsi dell’ombra di Cristina del Pozzo, una nobile del luogo uccisa nel 1412 dai Mazzardi, clan familiare che aveva preso il controllo della zona finché non furono dispersi dai duchi Visconti di Milano. Altri inclinavano per il mostro.

Questa seconda lettura era solo in parte “antica” come quella dello spirito. I mostri, certo, non erano una novità, ma tutta la vicenda era riletta alla luce della mania del momento, quella del Loch Ness. Dapprima l’articolo si manteneva più prudente, avanzando l’ipotesi di “una specie sconosciuta di animale lacustre” ai cui esemplari era forse da imputare una recente, scarsa pescosità delle acque; ma poi, in conclusione, virava verso la leggenda vera e propria, quella che diventerà da ora in poi la chiave di volta dell’intero ciclo narrativo.

C’era infatti “qualche dotto” che sosteneva trattarsi

di quel mostro anfibio che è descritto dall’Amoretti nel suo viaggio ai laghi e che trovavasi allora nell’isola di Ascona. Cacciato di là dopo i lavori compiuti nell’isola dalla Saint Leger, il mostro […] si sarebbe rifugiato presso i nostri Castelli […] Il mostro è descritto dall’Amoretti con vivacità di colori.

Il riferimento è al naturalista Carlo Amoretti (1741-1816), ma bisognerebbe capire dove lo studioso avrebbe parlato di questo mostro presso Ascona o comunque nel lago Maggiore. L’opera menzionata potrebbe essere il suo Viaggio da Milano ai tre laghi Maggiore, di Lugano e di Como e ne' monti che li circondano (Milano, 1801). Noi del Giandujotto scettico però, come per Stendhal, purtroppo non siamo riusciti a trovare riferimenti chiari al riguardo. Il testo è reperibile qui e qui in due versioni diverse.

Con o senza il richiamo al viaggio del naturalista, la conclusione de La Gazzetta suonava come una profezia destinata ad autoadempiersi:

“inutile dire che la notizia è destinata a richiamare gran folla attorno ai Castelli”.

Due giorni dopo, l’8, La Stampa non fece altro che parafrasare La Gazzetta, soltanto aggiungendo aggettivi più forti: la figura dell’animale era “spaventosa”, la sagoma dei castelli “truce”, il pesce “mostruoso”…

A dare il tono all’intera questione fu un religioso ed erudito locale, monsignor Giovanni Cavigioli (1879-1947), che ne scrisse sulla prima pagina della Gazzetta, il 10 gennaio. Lo fece presentando in dettaglio la controversia plurisecolare sulla grande vertebra conservata nella sagrestia della chiesa di Orta San Giulio. Vera gloria del folklore locale, si tratta in realtà di un osso di cetaceo, ma nel 1934 Cavigioli prestava ancora fiducia alle discussioni ottocentesche intorno ai resti, e pensava (non si capisce con quanta serietà) allo scheletro di uno pterodattilo. Il tutto, fuso con sapienza alla vicenda corrente del mostro del Loch Ness.

Se questa era la cornice fornita quel giorno da un esponente della cultura “alta”, in quarta pagina - nelle cronache locali - c’era il controcanto della voce e del dibattito popolare. Nel pomeriggio di lunedì 8 parecchi cacciatori armati di fucili avevano perlustrato palmo a palmo i Castelli di Cannero. Niente. Una ragazza della località Pescherino era stata assediata dai curiosi, perché aveva raccontato che un pomeriggio dell’ottobre precedente, da una barca, aveva visto sullo scoglio più vicino a Cannero “un vitello con sei zampe e un paio d’ali”, con testa d’aspide e cresta rossa. In questo modo aveva descritto un’altra gloria della tradizione antropologica dell’Alto Piemonte, cioè il basilisco, il serpente alato menzionato da secoli in centinaia di testimonianze e in un gran numero di trattati.

La sera dell’11, ecco la sorpresa: i cacciatori avevano trovato la prova della presenza del mostro sull’isolotto: “un’unghia di foggia insolita”, che si ripromettevano di far esaminare! Dell’unghia non si saprà più niente, purtroppo. La scoperta comunque faceva definitivamente tramontare l’ipotesi dell’ombra di Cristina del Pozzo: i fantasmi che agli esordi erano stati offerti quale chiave di lettura della vicenda avevano perso rapidamente i favori della stampa a favore della criptozoologia.

I laghi della zona però erano in concorrenza fra loro. Domenica 14 quattro giovanotti di Sesto Calende, che giravano in barca sul lago d’Orta fra Ronco e Isola San Giulio, nel tentativo di vedere quel mostro, il loro mostro, caddero in acqua per colpa di un movimento brusco e furono salvati da due pescatori che li avevano notati (La Stampa, 15 gennaio).

La miglior performance del mostro del lago Maggiore, star incontrastata del momento, doveva ancora arrivare. Per la nostra gioia si materializzò su La Gazzetta il 27 gennaio 1934. Il “drago dei Castelli” - perché ormai era un più nobile drago, non soltanto un discutibile mostro - era stato fotografato. A farlo, un personaggio a quanto pare assai noto in zona, nientemeno che il custode dei Castelli, Costantino Carmine, detto “Bagat”. Due mattine prima, mentre era in barca

vede improvvisamente apparire ai lati della stessa un muso quadrato ed arcigno che fa una smorfia come una specie di sorriso.

Pensò ad un cane che nuotava, ma poi si accorse di una massa grigiastra sotto il pelo dell’acqua. Spaventato, il mostro lanciò schizzi bavosi dalla bocca e dalle narici, sporcandogli l’abito, poi si allontanò! E anche un giovane di Trarego, se non bastasse, assicurava di aver visto il “drago”!

La foto del custode non verrà mai pubblicata. Per fortuna, qualcun altro nel frattempo era riuscito a immortalare il mostro.

Una “notissima ditta di Milano” aveva mandato sul posto “per ben tre giorni” un abilissimo fotografo. Visto che il drago usava sdraiarsi su una roccia presso la quale abitavano due belle ragazze, di domenica l’inviato si era piazzato su un torrione che dominava quel punto e, due notti dopo, ecco fatto! Immortalato sul muraglione del castello dell’isoletta! L’annuncio era lieto: ben presto le riproduzioni fotografiche sarebbero state messe in vendita a favore delle opere assistenziali di Cannero. Il fortunato reporter fu festeggiatissimo dagli albergatori della costa.

Al sabato sera, del resto, sul Lungolago di Cannero si era raccolta molta gente, perché la voce asseriva che il drago avrebbe sfilato per la via. Considerato che era auspicabile fosse catturato vivo, la ditta Marzoli, grande azienda meccanica bresciana, aveva presentato il progetto di un’apposita gabbia. Un albergo, invece, aveva preparato un menu speciale basato sulla vicenda.

Il Carnevale 1934 incombeva. La sera dell’11 febbraio all’Albergo Bèe di Sesto Calende fu organizzata la Grande Veglia del Drago di Sesto: era lungo sei metri ed era conservato nella ghiacciaia dell’albergo, annunciava il giorno 3 La Gazzetta. Giorni prima una carovana di turisti svizzero-tedeschi giunta in autobus a Cannero cercò a lungo di scorgere il mostro lacustre.

Per avere un nuovo “vero” avvistamento si dovette aspettare le prime ore di lunedì 5 febbraio. Due pescatori che volevano mantenere l’anonimato raccontarono a La Gazzetta del giorno dopo che mentre tiravano su una rete in un punto fra la costa e le isole Borromee, avevano visto la barca oscillare paurosamente, mentre la rete si strappava. Uno dei due rischiò di cadere in acqua, mentre il lago gorgogliava e in superficie comparivano “enormi bolle di aria”. Ed ecco - finalmente (era ora!) - il contraltare perfetto del mostro di Loch Ness.

Un grosso e ripugnante pesce del peso non inferiore ai tre quintali, squame di mille colori, testa deforme, fauci impressionanti, munite di una fittissima ed uncinata dentatura, occhi ignei, pinne rossastre ed infine una coda colossale che gettava acqua a non meno di trenta metri di distanza.

Uno dei due, coraggiosissimo, tentò di colpirlo con una specie di fiocina, ma il mostro s’inabissò. C’erano le prove: a parte la rete strappata, i due portarono a riva una porzione di squame di 20 centimetri quadrati, “dai riflessi infuocati”. Accorsero in quel braccio di lago altri pescatori, si decise di conservare la rete come cimelio presso la sede dell’Unione Pescatori, ma, cosa più divertente

il pezzo di squame, imbalsamato e con un’apposita dedica dettata da un noto poeta, sembra verrà donato al Museo Borromeo di Isola Bella.

Pare che a quel punto l’Unione Pescatori volesse far allestire d’urgenza due reti d’acciaio per chiudere le estremità del tratto di lago in cui era stato individuato il mostro…

La caccia al “cugino minore” della bestia del lago Maggiore però intanto proseguiva in parallelo anche sul lago d’Orta. Due giovani che in barca battevano le acque alla ricerca del mostro erano accorsi a tutti remi in un punto vicino a Buccione, ma solo per rendersi conto, giunti a pochi metri, che si trattava di una grossa radice d’albero che affiorava dall’acqua. Il mostro nella sua variante delle Isole Borromee fu oggetto di scherno ancora sulla prima pagina de La Gazzetta del 10. Su una delle due isole (quella dei Pescatori) era previsto (su prenotazione) un ulteriore “Gran pranzo del drago”.

Di questo pranzo, comprensivo di caccia da parte dei pescatori, riprese cinematografiche e banchetto collettivo sull’isola, diede lunga e divertita cronaca La Gazzetta del 13 febbraio. Qualsiasi cosa fosse stata usata, a tavola furono imbanditi 175 chili di carne. Nel suo resoconto, Carlo Ruffoni si lamentava un po’ perché i pescatori che l’avevano avvistato avevano parlato di 300 chili di mostro, non dei 175 poi portati nei piatti! Per la conclusione del Carnevale un giovane truccato alla perfezione da mostro fu portato allo zoo dell’Isola dei Pescatori (La Gazzetta del 20 febbraio). Il giorno 22 giunsero finalmente in città alcune centinaia di copie della foto del drago, quelle annunciate un mese prima, e sembrava che non si riuscisse a soddisfare le richieste dei curiosi di averne almeno una.

A smentire le malelingue che parlavano di un’eclissi del mostro, La Gazzetta del 24 febbraio riferiva di altri due recenti avvistamenti - uno ad opera dello stesso autore della foto - mentre comitive di turisti cui era giunta l’eco della mania per il drago arrivavano dal Canton Ticino e, a quanto pare, persino da Londra...

La fatidica foto, opera del cavalier Chiodoni (ecco il nome del fortunato) fu pubblicata da La Gazzetta del Lago con grande evidenza il 31 marzo del 1934, dunque alla vigilia del Primo d’Aprile. Come vedete, possiamo svelarla anche ai lettori del Giandujotto scettico.

L'immagine del drago pubblicata da La Gazzetta del Lago del 31 marzo 1934
L’immagine del drago pubblicata da La Gazzetta del Lago del 31 marzo 1934

Nell’articolo il mostro riceveva anche un nome scientifico: Kraken Cannerensis, dove Kraken è il nome tradizionale di alcuni mostri marini, in genere rappresentati come calamari giganti, attestato sin dal Settecento. Visto che si era alla vigilia del Primo d’Aprile, per il giorno dopo era annunciata la mossa decisiva: battuta di caccia da parte di un gruppo di ardimentosi volti a catturare il bestione (anzi, la sua intera progenie). Il programma era chiaro: partenza di un manipolo alle 7 di mattina dall’Isola dei Pescatori; un’imbarcazione più grande, concessa da una società di navigazione, la Subalpina, avrebbe mosso da Intra. Lo scopo era uno solo: circondare l’isolotto intorno al quale si nascondeva il Kraken Cannerensis: l’esemplare era già stato promesso al Museo del Verbano di Pallanza. Anche una notizia data dal Corriere della Sera tre giorni prima (forse un’invenzione de La Gazzetta: la notizia non si trova) circa un’eccezionale pescosità del lago fra Arona e Meina andava attribuita alla stessa causa, ossia all’azione disturbatrice del mostro, che aveva costretto alla migrazione migliaia di esemplari!

Per quanto possa sembrare incredibile, un certo numero di persone presero per vero l’annuncio - oppure, se preferite, stettero al gioco più divertente del momento. Il 2 aprile 1934 La Stampa pubblicava un articoletto che suona da epitaffio per il mostro del lago Maggiore e per i suoi cugini.

Ieri, all’ora indicata dal giornale, una piccola folla si era adunata sul posto dell’eccezionale battuta di pesca. Inutile aggiungere che tutti questi curiosi sono rimasti assai male nell’apprendere di essere rimasti vittime di un tiro birbone.

Così si spense questa storia durata almeno tre mesi. La gente di quelle sponde lacustri era riuscita a fondere in una serie di narrazioni miti criptozoologici locali, storie di fantasmi, le tradizioni carnevalesche e quelle del Primo d’Aprile, la promozione turistica, il dibattito su un eventuale riutilizzo delle vecchie fortificazioni degli isolotti e, soprattutto, a fornire uno sfondo italiano contemporaneo per il mostro lacustre scozzese.

Vi pare poco?

Sofia Lincos e Giuseppe Stilo



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