Il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) è un'organizzazione scientifica e pedagogica che promuove un'indagine scientifica e critica nei confronti delle pseudoscienze.


Il ponte del Diavolo di Lanzo Torinese

Il ponte sulla Stura di Lanzo che sorge nei pressi dell'omonima cittadina non è che uno dei tanti attribuiti dalla tradizione popolare al Diavolo. Il sentimento che generava tale attribuzione era certo legato allo stupore per l'arditezza di tali opere: le evidenti difficoltà tecniche legate alla costruzione di tali meraviglie trovavano immediata spiegazione se affidate alle capacità soprannaturali del demonio. Il "Ponte del Roc" collegava Lanzo alla pianura, attraversando la Stura con una sola campata arditissima.

Il nome che tutt'oggi gli viene attribuito, "Ponte del Diavolo", potrebbe certamente derivare dalla leggenda che sorse intorno alla sua costruzione, avvenuta nel corso di una notte dal Demonio e dai suoi fidi aiutanti, ma altre interpretazioni sono state proposte. Forse 'l Diau era il soprannome del capomastro incaricato della costruzione. Ma c'è anche chi fa notare che per dieci anni gli abitanti del borgo furono costretti a pagare onerosi balzelli sul vino per recuperare i 1400 fiorini necessari alla costruzione del ponte: per molti doveva proprio essere un "pont del diau!". Il ponte è una robusta costruzione in pietra che da secoli scavalca il torrente, spesso impetuoso, che in questo punto ha già raccolto le acque dei ghiacciai delle sue tre vallate. La sua struttura ad arco viene definita "a schiena d'asino". La sua costruzione iniziò nel 1378, e fu affidata - secondo gli studi di Augusto Cavallari-Murat - a un certo Giovanni Porcherio. Ne sarebbe prova un documento nel quale lo stesso avrebbe ricevuto dei pagamenti "pro preparacione et aptacione primi pontis basterie (ponte bastiere - a causa della sua forma a basto)". Lo stesso Cavallari-Murat così descrive lo scenario che si presenta all'osservatore: "Se il ponte del Diavolo è un cimelio d'alto prestigioso interesse […], non meno fascinosa è la sua collocazione nel paesaggio […]. L'ambiente fa cornice al manufatto […]. In verità il disegno spaziale delle visibili tracce del moto delle persone e dei loro mezzi di trasporto, cioè delle mulattiere che si raccordano entro il corpo del ponte e che s'irradiano per abbracciare ai piedi il Monte Basso ed il Monte Buriasco e per ascendere quest'ultimo sino al Borgo ed al Castello, estende il significato di architettura dal monumento alla natura: tutto il paesaggio è architettura […]. Non esiste mole architettonica isolabile dal contesto delle cose di contorno alle quali è vincolata […]. Chi voglia provarne la verità, si avvicini al Ponte del Diavolo percorrendo in piano le mulattiere, saltellando anche tra "marmitte dei giganti" ed anfratti delle rocce, e poi montando le erte scalette di approccio che salgono sulle spalle per proiettarci sull'acciottolato che ricopre l'arcone". Su Mondo romantico, un settimanale illustrato che usciva a Torino nella seconda metà del XIX secolo, lo scrittore Angelo Brofferio così aveva trascritto la leggenda sulle origini del Ponte del Diavolo tramandata dalla tradizione orale: "Bisogna prima di tutto sapere che una volta, molti secoli fa, si era stabilita nei dintorni [di Lanzo] una colonia di diavoli, allo scopo di coltivare per l'inferno le anime dei valligiani. Un giorno il diavolo in capo della colonia se ne andava in giro alla ricerca, ma era assai sfiduciato perché da molti giorni i suoi sforzi riuscivano infruttuosi, soprattutto per l'opera assidua che andava svolgendo negli stessi luoghi, e con scopi naturalmente opposti, un santo uomo dei dintorni. Neanche a farlo apposta quel giorno però i due avversari si vennero ad incontrare sulle rive della Stura; pare che a quei tempi diavoli e santi si conoscessero personalmente e non disdegnassero talora di scambiare fra loro qualche parola. Infatti il sant'uomo - che forse non disperava nemmeno di arrivare a convertire il diavolo - incontrandolo presso il fiume, non esitò ad attaccar discorso. - Come va, messer Satanasso? Hai fatto buona raccolta di anime, oggi? - Eh, no! c'è una carestia birbona: non si trova più nessuno che voglia venire con me: tutto per causa vostra, caro signor Santo! - Non ci pensare, buon diavolo! Io non ho merito alcuno se la gente delle valli si va finalmente facendo migliore. Ascolta piuttosto. Tu vedi questo fondo di torrente? Ebbene, non sarebbe possibile costruire un ponte che ne facilitasse ai mortali la traversata pericolosa? Sovente, al guado, qualcuno ci casca, la corrente lo travolge e non si salva più! - Già, e purtroppo, son tutti così buoni ormai, che vanno diritti in Paradiso, tutt'al più in Purgatorio, ed io non ci guadagno mai nemmeno uno straccio d'anima! - A maggior ragione dunque, tu che sei forte in edilizia, dovresti provvedere. - Certo - rispose il diavolo un poco perplesso e anche lusingato - io potrei in una sola notte far costruire dai miei dipendenti un magnifico ponte, ma… - Ho capito - interruppe il santo - tu non sei fatto per la beneficenza senza scopo; ma io, vedi, ho pensato anche a questo: se tu farai il ponte solido e veramente utile a questa povera gente, io ti prometto che il primo a transitarvi sopra sarà abbandonato in tuo dominio, corpo ed anima… - Allora, patto concluso! - esclamò il diavolo fregandosi le mani dalle unghie lunghissime - so che i santi come te non dicono mai bugie, ed hanno la ingenua abitudine di mantenere le promesse. Dunque una volta tanto anch'io manterrò la mia, e domani il ponte sarà fatto. D'altronde riuscirà così alto che si presterà idealmente ai suicidi. E almeno chi si ammazza, non muore in odore di santità, e viene direttamente con me all'inferno! - Questa ultima osservazione fu fatta sottovoce, e mentre il santo già si stava allontanando perché la compagnia del diavolo alla lunga non gli era poi troppo gradita. Nella notte si scatenò un furiosissimo temporale, per cui nessuno osò mettere il naso fuori dell'uscio di casa: in mezzo alla bufera davvero infernale però i farfarelli e i barbariccia lavoravano tranquillamente, facendo muovere massi che sembravano mezze montagne, cementandoli fra di loro con un mastice potentissimo che traevano dritto dritto dall'inferno, e completando poi l'opera con tutte quelle ornamentazioni rudimentali che a quell'epoca conoscevano benissimo anche i diavoli. Allo spuntare del sole, la folla dei lavoratori cornuti e chiodati sparì come per incanto, e il ponte apparve agile e bello col suo unico arco elegantissimo che stringeva, quasi a congiungerle, le due opposte falde dei monti. Il diavolo, intanto, si era nascosto presso la nuova costruzione e attendeva che si effettuasse la promessa del santo: sentiva anzi già rumore all'altro capo del ponte, e, nell'impazienza, si arrotava le unghie e si mordicchiava la punta della coda. D'un tratto gli parve proprio di udire un passo grave e pesante risuonare da presso: si acquattò pronto allo slancio e, quando sentì ormai vicinissimo il passo, balzò dal nascondiglio sul misero viandante, gridando: - Ecco la mia preda! - e si trovò fra le acute unghie un ingenuo vitello, preda ottima per un macellaio, non per Belzebù. Vedendosi così ben beffato, il povero diavolo costruttore si volse allora adirato al ponte per maledirlo e farlo magari sprofondare; ma ci vide sopra una schiera di fedeli inginocchiati e alto, dritto in mezzo a loro, il Santo che reggeva il Crocifisso. A quella vista Satanasso non seppe più che fare: balzò nel torrente e scomparve in una nuvola di vapori di zolfo; ma il ponte rimase allora e rimane ancor oggi, dopo secoli e secoli, a testimoniare la serena, ingenua fede dei valligiani, cui tanto piace la storia di quel diavolo bonaccione, costruttore di opere di pubblica utilità. Tuttavia quel ponte conserva ancora qualcosa di peccaminoso. Alla domenica e nelle altre feste più o meno comandate, per le Valli di Lanzo amano sperdersi le coppiette in cerca di solitudini sentimentali, quando la primavera fa tiepido il sole, o l'estate rende care e propizie le ombre dei boschi. Guai se una coppietta, ancora relativamente ingenua, durante il suo pellegrinaggio, giunge sul ponte del diavolo, incerta se passare all'altra sponda. Dalle antiche pietre di origine infernale sorge subito il cattivo suggerimento, le ultime resistenze… non resistono più, e continua fatale la marcia dolcissima vero il peccato. Tutta colpa del diavolo costruttore, che non vuole aver lavorato per niente."

Un'altra versione della leggenda tira in ballo due innamorati, divisi - nel loro amore - dal fiume: «Il cavaliere, rivolgendosi al santo eremita, disse: "[…] Mi diceste che più volte il demonio vi tentò in vesti di capro, offrendovi i servigi più vari. Riterreste peccato il cedere alla sua offerta, se in cambio poteste ottenere la gioia di due giovani amanti? Ciò che per gli uomini è un'opera impossibile potrebbe esser chiesta al principe delle tenebre. È in vostro potere proporgli di innalzare un ponte che colleghi le due sponde di questo rivo". "Ingenuo cavaliere" lo interruppe l'eremita, "dovete tener conto del prezzo che quest'opera richiederebbe: l'anima di un figlio di Dio, offerta al Re delle Mosche. Come scordare, però, l'invito evangelico ad esser puri come colombe ed astuti come serpi? I figli della luce sono più scaltri dei figli delle tenebre, e ritengo possibile un patto con il demonio." Scesa la notte, i due si stesero tra gli sterpi non prima d'aver consumato un frugale pasto. La brace del fuoco appiccato al tramonto emetteva ancora piccole scintille; non appena il cavaliere cadde addormentato, le faville incominciarono a prender forma di creature alate che circondarono l'eremita obbligandolo a mettersi in ginocchio. Non appena una folata di vento riappiccò il fuoco, egli vide uscire da un cespuglio un orrendo capro che corse verso la pira infiammandosi orribilmente. Compreso che si trattava di Satana in persona, l'eremita si alzò immediatamente in piedi, rifiutando di mantenere la postura d'adorazione che aveva acquistato. Nel farlo, le scintille lo bruciarono in più parti del corpo, ma egli riuscì a ricacciare in gola ogni gemito. Lo sguardo fiero del sant'uomo era in grado di reggere quello fiammeggiante che gli era opposto. Non lasciò che il capro prendesse la parola, ma gli espose immediatamente la sua proposta: in cambio della costruzione di un ponte sopra il corso d'acqua, gli avrebbe concesso l'anima di colui che per primo lo avesse attraversato. Il capro svanì con una risata assordante. Quella notte una grande tempesta si scatenò improvvisa. Le popolazioni dei borghi ai lati del fiume udirono per ore il rumore di massi che si staccavano dai fianchi delle montagne per precipitare rovinosamente nelle acque. Fulmini e saette guizzarono per ogni dove, scolpendo un'opera che sarebbe durata nei secoli. Il cavaliere e l'eremita erano stati costretti a rifugiarsi nella cappella, a causa dell'enorme quantità d'acqua che le riserve celesti avevano rovesciato sulla terra per tutta la notte. Non ne uscirono se non dopo aver recitato le lodi mattutine. Alla loro sinistra troneggiava imperioso un ponte a basto che attraversava il corso d'acqua con una sola arditissima campata. Dietro una colonna del pronao, un orrido capro attendeva di catturare la prima creatura che gli sarebbe di diritto appartenuta. Il cavaliere udì dietro di sé un rumore assordante che lo indusse a voltarsi. Il santo eremita, invece, sembrava rendersi perfettamente conto di ciò che stava avvenendo; pareva, anzi, che lo avesse previsto. Una mandria di porci stava scendendo lungo la pendice del monte che sovrastava la cappella; per la sorpresa di trovarsi dinanzi ad un'opera così imponente realizzata da un giorno all'altro, il porcaro non s'avvide d'una delle sue bestie che si diresse verso l'imbocco del ponte, attraversandolo di corsa. Il capro, furioso, fece alcuni passi incredulo. E quando comprese d'esser stato gabbato dall'eremita, diede un colpo con uno dei suoi zoccoli sulle rocce antistanti la cappella con quanta più forza avesse in corpo. Poi svanì in una nuvola di zolfo, lasciando dietro di sé testimonianza della sua ira». Abbiamo riportato le due versioni della leggenda poiché quest'ultima arricchisce il racconto di un elemento curioso. Il Diavolo, secondo questa versione, colpisce una roccia antistante la cappella con lo zoccolo dei suoi piedi caprini. Nei pressi della chiesetta, prima di salire sul ponte, è ancora visibile una piccola incavatura rotonda nella roccia, abbastanza profonda, attribuita al calcio furioso.

"Testimonianza della sua ira"?

Bibliografia

M.L.Tibone, L.M.Cardino, Lanzo e le sue valli, Torino: Omega Edizioni, 1995
Luigi Collino, Leggende e figure piemontesi, Torino:Druetto, 1930.

Andrea Ferrero ha gentilmente fornito la prima versione della leggenda del Ponte del Diavolo.

Mariano Tomatis
Scrittore, ricercatore



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