Il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) è un'organizzazione scientifica e pedagogica che promuove un'indagine scientifica e critica nei confronti delle pseudoscienze.


Sindone :: Il punto sulla ricerca (pseudo)scientifica

Molto spesso mi sento rivolgere domande circa l'attendibilità dei test di laboratorio condotti sulla Sindone. Lo storico, ma anche il semplice appassionato di questo argomento, è talvolta disorientato da esami che sembrano contraddirsi in modo inconciliabile: chi sostiene che le macchie rosse presenti sul tessuto sindonico siano sangue umano1, chi, invece, ritiene che si tratti di un semplice pigmento colorante medievale2. La realtà è che la disinformazione fatta in questi anni dai mass media ha creato un'ignoranza profonda per ciò che riguarda la ricerca sindonica. Senza parlare dell'opera di vera e propria falsificazione sistematica delle fonti letterarie e di interpretazione storiografica faziosa promossa da alcuni studiosi cattolici integralisti. Qui non si tratta di offendere le convinzioni religiose dei credenti o di creare dubbi negli atei: la fede individuale di ciascuno di noi è una questione profondamente interiore e soggettiva, che non può essere sondata né messa in dubbio dalla scienza.
Per evitare di dilungarmi eccessivamente, concentrerò questo mio intervento su due argomenti: la datazione con il 14C effettuata nel 1988 e l'assenza di riferimenti storico-letterari sulla Sindone per almeno XII secoli dopo la morte di Gesù Cristo. Entrambi questi argomenti risultano avere un ruolo decisivo nel dibattito scientifico.

La datazione con il Carbonio14

Partiamo dall'esempio più emblematico: la radiodatazione della Sindone. Luigi Gonella, docente di Strumentazione Fisica al Politecnico di Torino, fu incaricato direttamente dal cardinal Ballestrero di sovrintendere tutte le operazioni scientifiche che portarono alla datazione con il radiocarbonio e di vigilare sulla regolarità e sull'ortodossia dei prelievi del tessuto. Nel 1988, dopo il risultato dei tre laboratori (Tucson, Zurigo, Oxford), che collocavano la Sindone nel basso Medioevo, fu montata ad arte una vera e propria campagna denigratoria contro Gonnella, reo, a detta dei sostenitori ad oltranza dell'autenticità della Sindone, di non aver "vigilato a dovere". L'illustre fisico, allora, si fece da parte e cercò di uscire da un dibattito senza esclusione di colpi che il risultato della radiodatazione aveva provocato. Lapidaria la sua risposta circa la possibilità di errore dei test al 14C:

Qual è il punto chiave? è un compito che potrei dare ai miei studenti. Per ringiovanire il tessuto di circa 1300 anni per farlo risalire all'epoca di Cristo bisognerebbe aver sostituito l'85% del carbonio. Ciò vorrebbe dire distruggere la struttura stessa del lino. Come è possibile sostituire 5 atomi su 6 di carbonio, senza mandar per aria tutto?3

Probabilmente occorrerà attendere il 2000, visto che si parla di nuove indagini scientifiche sul telo, per mettere tutti a tacere o forse, come già accadde nel 1988, per inasprire ulteriormente il dibattito. E' possibile che, se i prossimi test dovessero stabilire una datazione del I secolo d.C., si verifichi un'analoga campagna denigratoria dei sostenitori della falsità della reliquia. La questione non è però così semplice. Anche William Meacham, della Hong Kong Archaeological Society, autenticista convinto, ha affermato che: "Un'età radiocarbonica di 2000 anni non sposterebbe la bilancia verso l'autenticità, poiché solo il panno e non l'immagine verrebbero così datati".4
Al limite del codice penale anche le affermazioni di altri autenticisti: essi affermano che i campioni della radiodatazione furono prelevati da rammendi medievali esterni o, addirittura, che i frammenti di Sindone furono sostituiti. Basta ricordare, che all'intera operazione dei prelievi assistettero Franco Testore, titolare della cattedra di Tecnologie tessili al Politecnico di Torino, e Guy Vial, direttore del Museo Tessile di Lione. Insomma, due leader mondiali per ciò che riguarda i tessuti. Possibile che due luminari come Testore e Vial non si fossero accorti che il tessuto che stava per essere prelevato fosse un rammendo esterno e non la Sindone? A questa domanda retorica tutti possono rispondere semplicemente osservando il curioso disegno a spina di pesce 3/1 del tessuto della Sindone, impossibile da confondere con la banda di stoffa laterale. Ma c'è di più. Al prelievo erano presenti Michael Tite, direttore del British Museum di Londra, nominato garante dal Vaticano, e mons. Renato Dardozzi, in rappresentanza dell'Accademia Pontificia delle Scienze, il quale ha sempre dichiarato che le procedure seguite furono regolarissime. Ora, le spiegazioni possibili sono due: o gli illustri accademici e religiosi presenti all'operazione di prelievo dei campioni di tessuto della Sindone erano in realtà degli incompetenti, il che mi sembra assurdo; oppure ci fu un vero e proprio "complotto massonico", come ha sostenuto lo scomparso cardinale Anastasio Ballestrero5. E questo, sinceramente, mi sembra ancora più ridicolo. I tentativi di mettere in dubbio i risultati pienamente concordanti degli esami al 14C dei tre laboratori proseguirono senza sosta.
Nel 1993 un biologo dell'Università di San Antonio, nel Texas, Leoncio Garza-Valdès, affermò di aver scoperto che alcuni reperti archeologici risalenti ai Maya erano ricoperti da microrganismi del genere Lichenothelia, sostanze organiche che vi formerebbero sopra una patina bioplastica non facilmente identificabile. Questo fungo Ä a detta di Garza-Valdès Änel caso di radiodatazione in laboratorio ringiovanirebbe il tessuto. Tale teoria, tuttavia, è stata messa in dubbio dagli stessi organi di stampa della Diocesi di Torino, che hanno pubblicato un'intervista a A.J.T. Jull, dell'Università di Tucson che effettuò i test al 14C, il quale ha dichiarato con inequivocabile chiarezza:

Anche se vi fosse un fungo [rimasto sulla Sindone dopo le operazioni di ripulitura dei campioni prelevati] questo incorporerebbe il carbonio dal tessuto e avrebbe un contenuto in 14C simile a quello del tessuto stesso.6

Inoltre, lo stesso Jull, in un'altra occasione, è stato ancora più chiaro circa la possibilità che i campioni della Sindone datati con il metodo del radiocarbonio non fossero stati trattati e puliti accuratamente:

Il nostro campione della Sindone era molto pulito e su di esso non c'era alcuna patina. Anche se ipoteticamente quel microrganismo ci fosse stato, la quantità necessaria per far sballare di 1300 anni la radiodatazione sarebbe stata visibile a occhio nudo.7

La questione che l'incendio del 1532 abbia potuto provocare un errore nella datazione al 14C è talmente assurda che meriterebbe di essere liquidata con un paio di battute. Tuttavia, considerato che molte informazioni non sono mai arrivate al grande pubblico, è necessario bilanciare le tante falsità che sono state dette in questi anni. Le contestazioni più vivaci all'affidabilità dei risultati dei test al radiocarbonio si verificarono tra il 1993 e il 1995 quando un fisico russo Dimitri Kouznetsov, "Premio Lenin per la Fisica", dopo un esperimento, affermò che le condizioni che si erano verificate durante l'incendio del 1532 patito dalla Sindone all'epoca custodita a Chambéry avrebbero potuto essere la causa di un errore nella datazione. Kouznetsov studiò attentamente la reazione molecolare di un tessuto sottoposto a temperature tra i 200°-250° il quale, come nel caso della Sindone, era rimasto a lungo sotto l'azione di gas caldi prodotti da una combustione. Il russo si procurò un campione di lino di origine palestinese e lo inviò ai laboratori di Tucson (Arizona) per essere datato con il 14C,uno dei tre centri che nel 1988 avevano adottato il medesimo sistema per stabilire l'età del tessuto della Sindone. I professori Jull, Damon e Donhaue riconsegnarono il campione a Kouznetsov comunicandogli che il lino era databile attorno al 245 a.C. L'analisi corrispondeva perfettamente con la datazione archeologica del reperto. Quindi il fisico russo sottopose questo pezzo di stoffa alle medesime condizioni patite dalla Sindone nel 1532 e procedette ad una nuova datazione. Questa volta, però, chissà per quale arcano motivo, Kouznetsov non si rivolse più ai colleghi di Tucson, bensì fece analizzare il tessuto nel laboratorio russo di Protvino. Il risultato fu che la quantità di carbonio 14 si era notevolmente arricchita e il lino risultava ringiovanito di 1400 anni. Queste, in sintesi, le notizie note a tutti. Tra il '93 e il '95 fu organizzata una grande bagarre pubblicitaria: tournée in giro per l'Italia, grande eco nei mass media per gli esperimenti del russo e convegni in cui venivano presentati risultati a prima vista rivoluzionari. Ed ecco il rovescio della medaglia.
La rivista scientifica americana Journal of Archaeological Science ricevette il manoscritto dell'articolo di Kouznetsov e collaboratori il 14 marzo 1994, lo tenne fermo per due anni, richiese varie integrazioni e correzioni e infine lo pubblicò nel 1996 ma a condizione che, nello stesso numero, uscisse la puntuale confutazione degli scienziati del Laboratorio di Tuscon-Arizona. E così avvenne. Quando, nella primavera del 1996, il Centro Internazionale di Sindonologia di Torino organizzò una tournée di conferenze dell'analista russo in Italia, alla conferenza stampa convocata a Roma, fu data ai giornalisti solo la copia dell'articolo in inglese del russo, ma non anche di quello della sua confutazione scientifica contenuta nello stesso numero [del Journal of Archaeological Science].8
Per cui, non appena Kouznetsov pubblicò su una rivista scientifica il suo esperimento, che sembrava mettere in discussione l'affidabilità dei test al 14C, altri fisici avevano già trovato le falle degli esami di laboratorio del russo. La comunità scientifica internazionale ritenne già chiuso l'argomento9, mentre in Italia il russo viene ancora oggi osannato. Ma non è finita qui. Nello stesso anno in cui Kouznetsov comunicava per la prima volta i risultati dei suoi esperimenti, un convinto sostenitore dell'autenticità della Sindone, Mario Moroni, sconfessò clamorosamente gli studi del fisico russo10. Lo studioso italiano si procurò un campione di lino che risaliva al 650 d.C., lo tagliò in due parti di cui una fu consegnata al solito laboratorio di Tucson per la datazione al 14C e l'altro fu trattenuto. Il risultato degli esami al radiocarbonio diedero come risultato il 658 d.C. Moroni, quindi, sottopose l'altro campione di lino alle stesse condizioni fisico-chimiche subite dalla Sindone durante l'incendio di Chambéry e anche questo fu consegnato a Tucson per essere datato. Il risultato fu 545 d.C. con un'oscillazione in difetto o in eccesso di sessantacinque anni. Difatti, lo stesso Moroni ammise:

Si può affermare, come precisa il laboratorio dell'Arizona, che anche il riscaldamento subìto dalla Sindone nell'incendio di Chambéry, non abbia influenzato i 13C [...]; i 13C che sono stati misurati non mostrano alcun significativo scostamento. [...] Si consta, inoltre, che il calore e l'inquinamento da prodotti di combustione e che il calore da esplosione nucleare non hanno alcuna influenza sulla successiva misura della datazione del reperto da noi surriscaldato. Si può ritenere che la bassa temperatura interna del cofano, che è stato interessato dall'incendio di Chambéry, e le varie forme di irraggiamento ipotizzate non possano aver mutato l'età della tela sindonica.(pp. 55-59)

Dal '93 ad oggi si sono succeduti numerosi altri interventi contro l'attendibilità degli esperimenti di Kouznetsov e ciò che sorprende, ma non più di tanto, è che tra i tanti detrattori del fisico russo ci siano anche dei convinti sostenitori dell'autenticità della Sindone.
L'ultimo autorevole intervento è quello di Piero Savarino, professore di Chimica organica industriale all'Università di Torino e assistente scientifico del card. Saldarini, Custode pontificio della Sindone. Queste le sue parole:

I lavori [di Kouznetsov] devono però essere sottoposti a controlli sperimentali ulteriori, poiché alcuni tentativi di riprodurre i fenomeni non hanno fornito risposte soddisfacenti. Inoltre la quantità di "carbonio giovane" inglobato [a causa dell'incendio e della combustione dei gas] non sembra sufficiente a spiegare l'età misurata per via radiocarbonica, e le reazioni chimiche ipoteticamente coinvolte nel processo non sono così ben note e necessitano di ulteriori controlli. Infatti se l'età medievale della Sindone derivasse da carbonio estraneo più "giovane" inglobato dal lino, si dovrebbe pensare ad un fenomeno coinvolgente un incremento di peso fino all'ottanta percento.11

Paul Damon, fisico dell'Università dell'Arizona, ha dichiarato circa gli esperimenti di Kuznetsov: "Un incendio di per sé non altera la quantità di carbonio 14 di un oggetto: gli scienziati utilizzano quotidianamente questo metodo per datare pezzi di carbone"12. Infine, senza strumentalizzare troppo la vicenda, Kouznetsov è finito in prigione negli Stati Uniti per aver intascato i soldi da riviste scientifiche, alle quali aveva garantito di scrivere articoli sulle sue scoperte senza però mantenere la promessa. Inoltre, è stato accusato di truffa e furto, quindi arrestato e processato, per aver rubato un blocchetto di assegni e per essersene intestati un paio, che ha poi versato sul proprio conto bancario13. Di tutto questo, purtroppo, nemmeno una riga nei tanti quotidiani e periodici che avevano dedicato interi numeri alla tournée italiana del fisico russo. Peccato che, solo per fare un esempio, il settimanale cattolico Famiglia Cristiana avesse dedicato tre numeri ai rivoluzionari test di Kouznetsov che invalidavano gli esami al radiocarbonio e non abbia nemmeno scritto una sola parola sulla sua carcerazione e sui dubbi che la comunità scientifica internazionale ha espresso nei suoi confronti. Per farla breve: l'unico vero esperimento scientifico condotto sulla Sindone, la radiodatazione del 1988, ha emesso un verdetto inequivocabile, anche se per molti ritenuto imbarazzante. Il tessuto della reliquia torinese è stato realizzato in un periodo compreso tra il 1260 e il 1390. Il resto è solo mera speculazione di basso profilo scientifico.14

Aspetti storico-letterari

Gli aspetti storico-letterari sono ancora più palesemente sfavorevoli all'autenticità, perché non esistono riferimenti storico-letterari a una reliquia con le fattezze della Sindone per almeno 1200 anni dopo la morte di Cristo. Possibile che non ci sia mai arrivato anche un frammento di notizia in proposito, un solo accenno fugace? Eppure, nel 2000, possiamo tranquillamente affermare che la Sindone di Torino rappresenta un unicum nel panorama della reliquie medievali. Dopo la sua apparizione pubblica in Francia nel XIV secolo non ne perderemo più le tracce, proprio a testimonianza della sua unicità. Il punto infatti è questo: se mancano riferimenti storici credibili alla Sindone per oltre mille anni, come si può pensare che le cronache del tempo abbiano omesso di descrivere un reperto cristiano unico nel suo genere? Per cercare di sopperire a tale lacuna, che minava fortemente l'autenticità della Sindone, nel suo best-seller pubblicato nel 1978, The Shroud of Turin, Ian Wilson cercò di associare la reliquia apparsa per la prima volta a Lirey, in Francia, verso la metà del XIV sec., con un'immagine del volto di Gesù molto nota nel mondo orientale: l'Immagine di Edessa, anche detta in greco Mandylion. Lo scrittore inglese riteneva, e penso lo speri tuttora, che il volto di Gesù che si venerava nella città di Edessa, oggi Urfa in Turchia, altro non fosse che la stessa immagine della Sindone di Torino, ripiegata su se stessa in modo da mostrarne il viso. Wilson ricostruì, nonostante l'assenza assoluta di fonti che documentassero i presunti passaggi della reliquia, la storia del cosiddetto asciugamano di Edessa: da Gerusalemme esso sarebbe stato portato dall'apostolo Taddeo al sovrano locale, re Abgar, prima della morte di Gesù. La reliquia, quindi, conservata all'interno di una chiesa, sarebbe stata riscoperta nel 544 quando, in occasione dell'attacco di un re persiano alla città, l'affissione dell'immagine miracolosa del volto di Gesù avrebbe salvato Edessa dagli invasori. Di lì, nel 944 sarebbe stata traslata a Costantinopoli, dove rimase fino al saccheggio della città da parte delle truppe crociate nel 1203-1204. Questa in sintesi la teoria di Wilson. Lapidario il giudizio di uno dei maggiori studiosi della leggenda del Mandylion A. Desreumaux: "En tout cas, il faut soigneusement distinguer l'Image d'Édesse et le Saint Suaire. Leur identification n'est due qu'a l'ignorance de l'americain Ian Wilson et a (tù répétée avec la complaisante légèreté propre à certains journalistes"15. Lo stesso mons. Victor Saxer, Rettore dell'Istituto Pontificio di Archeologia Cristiana, nonché Presidente del Comitato Pontificio delle Scienze Storiche, ha ammesso: "Du point de vue historique, le Suaire de Turin est un faux des années 1355 environ"16. E Pier Angelo Gramaglia, docente di Patrologia alla Facoltà Teologica dell'Italia settentrionale, ha chiarito: "L'analisi linguistica del termine sindôn (sostantivo greco usato dagli evangelisti Marco, Matteo e Luca) nel mondo bizantino documenta che mai tale termine, almeno fino al XII secolo, ha la valenza di un lungo lenzuolo funerario; inoltre l'immagine di Edessa appare sempre come un panno quadrangolare, contenente raffigurato il solo volto di Cristo e non il corpo intero di un crocifisso"17. Difatti, per identificare la Sindone con il Mandylion ci sono enormi ed insormontabili lacune filologiche che solo le forzature di Wilson e compagni sono riuscite artificiosamente a valicare. Ma non è tutto. La leggenda originaria narra di un presunto rapporto tra re Abgar e Gesù che, dovendo concludere la propria missione terrena, non poté recarsi direttamente a Edessa per curare il sovrano malato. In sua sostituzione (narra la leggenda) Gesù mandò l'apostolo Taddeo. Il rapporto epistolare (Epistula Abgari) fu respinto come apocrifo, quindi assolutamente inattendibile per la Chiesa cristiana, già da papa Gelasio (+ 496). Il Decreto Gelasiano, appunto, stabilì con chiarezza che la "epistula Iesu ad Abgarum apocrypha" (Canone 55) e che la "epistula Abgari ad Iesum apocrypha" (Canone 56)18. Come si può basare un ragionamento storiografico serio su un documento che la stessa Chiesa ritiene assolutamente leggendario? Ai giorni nostri c'è ancora qualcuno che basa l'autenticità della Sindone sulla leggenda dello scambio epistolare, nonostante la Chiesa avesse rifiutato ciò che sembrava essere la prima storia conosciuta tra il re Abgar e Gesù - leggenda, comunque, che non faceva la minima menzione di una qualche immagine miracolosa, bensì di due lettere - e autorevoli teologi come san Girolamo (+ 420) e sant'Agostino (+ 430) escludessero categoricamente che il rapporto fra il sovrano edesseno e Cristo fosse mai esistito. San Girolamo scrisse:

Il Salvatore non ci lasciò alcuno scritto sulla sua dottrina, contrariamente a quanto fabbricano le pazzie di certi apocrifi. (Comm. in Ezech. 44, 29-30, in PL XXV, 443)

e sant'Agostino, sempre riferendosi alle lettere tra Gesù e Abgar, affermò:

Avrebbe mai potuto capitare che, se fossero veramente sue, esse non si leggessero, non fossero accolte e non fossero ritenute degne della massima autorità nella sua Chiesa? (Contra Faustummanich. 28, 4, in PL XXIV, 436-487).

Ho recentemente anche dimostrato, in un dibattito con lo storico americano Daniel Scavone, che non è nemmeno vero che l'Immagine di Edessa fosse rimasta sempre ripiegata e chiusa in una teca per secoli. La realtà, come documentò l'illustre storico tedesco E. Von Dobschütz nel secolo scorso, è che la teca veniva aperta almeno una volta la settimana e il piccolo panno aperto e disteso completamente su di una tavola di legno19. Possibile che cronisti e testimoni non si fossero mai accorti che si trattava di un panno funebre lungo oltre quattro metri con una doppia impronta? Certo che è possibile ( rispondo io ( perché quel piccolo sudario raffigurava solo un volto glorioso e non un uomo crocifisso.
L'ultima annotazione a sostegno dell'impossibilità di identificare la Sindone con il Mandylion di Edessa 20 è rappresentata dalla cronaca fornita dal crociato piccardo Robert De Clari. Costantinopoli era la "capitale" di un incredibile traffico di reliquie. Nel 1203 il cavaliere Robert De Clari, che si era unito al contingente francese della IV Crociata, raccontando di quell'impresa, riportò la prima testimonianza letteraria certa che sulla sindone lì esposta ci fosse l'immagine della figura di Cristo. Fu questo crociato, Robert De Clari, il primo in assoluto ad attestare che fosse visibile qualcosa su una delle tante sindoni presenti in Terra Santa. Nel secolo scorso, infatti, uno studioso francese cercò di catalogare in un unico volume, a seconda delle varie testimonianze pervenuteci, tutte le reliquie presenti in quella città orientale tra l'XI e il XIII secolo21, vale a dire, proprio quando la prima "sindone figurata" fece la sua comparsa sulla scena. Paul Riant individuò nei vari palazzi costantinopolitani ben quattordici frammenti del sudario di cui parla il solo Vangelo di Giovanni ("de sudario capitis Christi" p. 211), il Mandylion conservato nella Santa Cappella (p. 212) e la Sindone (p. 215). Tuttavia Riant, non conoscendo a fondo i problemi storiografici della Sindone oggi a Torino, non prestò attenzione alla terminologia utilizzata e parlò in maniera piuttosto vaga dei "panni in quibus Christus involutus est" (p. 215) "sudarium quodfuit super caput eius" (p. 211), del "mantile quod visui Domini applicatum imaginem vultus eius retinuit" (p. 212), di "partem sudarii quo involutum fuit corpus eius in sepulchro" (p.135), di "sudaria sacra illa quibus Christum tumulandum involvit Joseph" (p. 257), di "linteaminum quibus crucifixum Christi corpus meruit involvere Arimatensis Joseph" (p. 217) e "de sindone qua corpus ipsius sepultum iacuit in sepulchro". Insomma, egli catalogò a Costantinopoli reliquie sepolcrali e sudari a non finire. Anche il crociato Robert de Clari, così come tutti gli scrittori ecclesiastici e i cronisti prima di lui, distinse nettamente il Mandylion dai panni funerari, fossero essi bende, sindoni o sudari. Questo aspetto, fondamentale dal punto di vista storiografico, è stato sempre omesso in qualsiasi monografia sindonica scritta dai cosiddetti autenticisti ad oltranza. Quale fu il racconto di questo cavaliere piccardo citato solo per la parte di comodo? La vita di questo cavaliere, così come le circostanze in cui egli scrisse la sua cronaca, Li estoires de chiaux qui conquisent Constantinople22 (La storia di quelli che conquistarono Costantinopoli, meglio nota come La conquista di Costantinopoli) sono poco conosciute. Originario di Amiens, in Francia, partì alla volta della Terra Santa nel 1202 e morì dopo il 1216. Ci è rimasto il documento della donazione fatta da De Clari ai monaci dell'abbazia di Corbie nel 1206, data per la quale il cavaliere dopo la Quarta Crociata era già tornato in patria, ai quali portò direttamente da Costantinopoli "de sudario Domini"23. Egli era un miles, un cavaliere, come viene più volte chiamato nei testi dell'epoca, e apparteneva alla piccola nobiltà: da poco tempo, infatti, aveva acquisito il titolo di Clari (oggi Cleri-les-Pernois, vicino a Cambrai). Perché è importante il racconto di questo crociato? Fondamentalmente per due motivi. Il primo è che De Clari è il primo testimone che attesta l'esistenza di una sindone con impressa su di essa un'immagine. Il secondo, ancora più rilevante, è che questo crociato opera una netta distinzione tra il Mandylion di Edessa, conservato nel Palazzo Bukoleon (li palais de Bouke-de-lion), che descrive attraverso una versione della Leggenda di Abgar in parte modificata, e la sindone funebre di Gesù, esposta nella chiesa di Santa Maria delle Blacherne (Saint Marie de Blakerne). Occorre forse ripetere ancora una volta, che nessuno scrittore ecclesiastico identificò mai la Sindone con il Mandylion. Solo gli autenticisti contemporanei sono arrivati a proporre questo arbitrio filologico e si sono spinti laddove una valutazione storiografica documentata non può arrivare. Ecco la descrizione di Robert De Clari:

Il palazzo Bocca di Leone era tanto ricco e così ben costruito come vi descriverò. Dentro quel palazzo [¼] ci saranno state almeno trenta cappelle, grandi e piccole, e ce n'era una che chiamavano la Santa Cappella [¼]. Dentro quella cappella si trovavano molte ricche reliquie: vi si trovarono due pezzi della Vera Croce, grossi quanto la gamba di un uomo e lunghi tre piedi e vi si trovò il ferro della Lancia da cui Nostro Signore ebbe il costato trapassato ed i due chiodi che gli furono conficcati nelle mani e nei piedi (les II cleus qu'il eut fichies parmi les mains et parmi les pies). E si trovò anche una fiala di cristallo con una gran parte del Suo Sangue. E vi si trovò la tunica (tunike) che aveva indosso quando lo spogliarono e lo portarono al Monte Calvario [¼]. C'erano anche altre reliquie in quella cappella, che noi abbiamo dimenticato di descrivervi. C'erano infatti due ricchi recipienti d'oro che pendevano in mezzo alla cappella da due grosse catene d'argento. In uno di questi recipienti c'era una tegola e nell'altro un pezzo di tela: ora vi racconteremo da dove era giunte quelle reliquie. Un buon uomo aveva indosso un pezzo di tela e Nostro Signore gli disse: "Su, dammi quel pezzo di tela". E l'uomo glielo diede e Nostro Signore se lo avvolse intorno al viso in modo che la sua fisionomia vi restasse impressa, poi glielo ridiede e gli disse che lo prendesse e lo facesse toccare ai malati e a chiunque avesse avuto fede sarebbe guarito da qualsiasi infermità. E il buon uomo lo prese e lo portò via, ma prima di portarlo via, non appena Gesù gli ebbe reso il pezzo di tela, l'uomo buono lo prese e lo nascose sotto una tegola fino al tramonto. Al tramonto, quando stava per andarsene, prese il suo pezzo di tela ma, come sollevò la tegola, si accorse che il volto divino era impresso sulla tegola così come sulla tela; allora prese il pezzo di tela ed insieme la tegola e da allora guarirono molti ammalati. (La conquista di Costantinopoli, LXXXII-LXXXIII)

De Clari riprende e modifica la storia della scoperta del Mandylion come fu raccontata dallo storico Evagrio Scolastico sul finire del VI secolo. Altri, dopo Evagrio, avevano aggiunto e tolto particolari a loro piacimento a questa leggenda, ma il nostro crociato piccardo si ispira direttamente, o conosce, la vicenda dell'immagine del volto di Gesù su tela scoperto in occasione dell'assedio persiano di Edessa in una nicchia, sudario adagiato sotto una tegola con a fianco un lumino acceso da secoli, e trasportato a Costantinopoli nel 944. Sia nel racconto di Evagrio che in quello di De Clari, la tegola presenta impresso il volto di Gesù. Il crociato francese distingue molto bene questa reliquia dalla sindone sepolcrale. Infatti più avanti egli dice:

E tra le altre cose c'è ancora una chiesa, che è detta S. Maria della Blacherne, dove si trova la sindone in cui fui avvolto Nostro Signore, che ogni venerdì veniva esposta ritta in modo che si potesse vedere bene la figura di Nostro Signore (li sydoines la ou nostres sires fu envelopes, i estoit, qui cascun des venres se drechoit tous drois, si que on i poit bien veir le figure nostre seigneur). (La conquista di Costantinopoli, XCII)

Tuttavia, tra il XII e il XIII secolo, c'è un'evidente difficoltà nel capire con precisione quali reliquie sepolcrali fossero conservate nei palazzi di Costantinopoli. Ho già evidenziato come proprio questa città fosse il ricettacolo di qualsiasi reliquia orientale. Al tempo della Quarta Crociata, secondo un calcolo approssimativo, c'erano circa un diecimila reliquie24. Anche in un manoscritto conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana redatto verso la fine del XII secolo, denominato Codice Ottoboniano latino 169, viene presentato l'elenco dettagliato delle reliquie conservate a Costantinopoli.
Nel Palazzo Imperiale, nel santo tempio dedicato a Maria madre di Dio, ci sono le seguenti reliquie: il santo panno con il volto di Cristo, che Gesù Cristo inviò ad Abgar, re della città di Edessa (Sanctum manutergium, in quo est vultus Christi inpictus, quod misit Christus Ihesusad Abgarum regem Edesse civitatis) [¼] i lini e il sudario della sua sepoltura (lintheamen et sudarium sepulture eius).25
Tante conferme, tutte alquanto evidenti, che l'asciugamano di Edessa e i panni funebri fossero due cose completamente separate e distinte. Mai nessuno studioso aveva associato questi oggetti, almeno fino agli anni '70 quando, per abbozzare l'inesistente storia millenaria della Sindone, la reliquia di Torino fu associata a tutti panni e che avessero un'immagine e a tutte le icone miracolose presenti in Oriente.
Un testo letterario interessante e molto poco ricordato fu scritto verso il 1214 da Gervasius Tilberensis (Gervasio di Tilbury). Chi era costui? Cosa scrisse? La sua opera più conosciuta, Otia imperialia, fu per la prima volta parzialmente pubblicata nel 162526 e completamente nel 170727. Gervasio nacque a Tilbury (Essex), nei pressi del Tamigi, verso il 1152. Nel 1176 lasciò la sua terra natale e arrivò a Reims (Francia), dove fu accolto dall'arcivescovo Guillaume de Champagne. Divenne chierico, se non lo era già e si recò in Italia nel 1177, dove frequentò alcuni corsi di Diritto Romano e Diritto canonico all'università di Bologna. Nella sua opera, Otia imperialia, ci sono due distinti capitoli: uno dedicato al Mandylion edesseno (III, ( 23, De figura Domini in Edissa) e un altro alla sindone funebre (III, ( 24, De alia figura Domini). Ecco quindi l'ennesima chiarissima distinzione tra panno sepolcrale e Mandylion. La testimonianza di Gervasio ha una doppia valenza: da una parte fornisce la netta distinzione appena detta, ma dall'altra dà un definizione della Sindone che potrebbe avvicinarsi di molto a quella di Torino, testimoniando cosù che fu proprio il XIII secolo il periodo in cui maturò l'idea di creare una simile reliquia. Ecco le sue parole28:

Commosse da questo discorso pieno di biasimo, sua madre e le altre donne che erano con lei si recarono subito ad acquistare un lenzuolo immacolato, tanto ampio e largo da coprire l'intero corpo del crocifisso e, al momento della deposizione della croce, l'immagine completa del corpo apparve impresa sul lenzuolo. (Quo castigationis alloquio mota mater ejus et aliae, quaecum ea erant, cito euntes emerunt linteum mundissimum tam amplum et extensum, quod totum crucifixi corpus operiebat, cumque deponeretur, pendentis de cruce apparuit totius corporis effigies in linteo expressa.)29

Le fonti storiche e letterarie dunque hanno sempre nettamente differenziato il Mandylion dalla sindone funebre. Solo l'arbitrio filologico di alcuni pseudostudiosi ha potuto valicare vuoti altrimenti insormontabili per proporre solo verità già confezionate.

Antonio Lombatti
Direttore della rivista scientifica Approfondimento Sindone

Note

  1. P.L. BAIMA BOLLONE, Sindone. La prova, Mondadori, Milano 1998, pp. 139-180.
  2. W.C. MCCRONE, Red Ochre and Vermilion on Shroud Tapes, in "Approfondimento Sindone" (d'ora in avanti citato come "AS"), 1 (1997), pp. 21-28
  3. Un'intervista integrale è pubblicata in appendice al libro di V. HAZIEL, La passione secondo Leonardo, Sperling & Kupfer, Milano 1998, pp. 171-176. Il volume di per sé non ha alcun valore scientifico e ripropone in modo acritico e afilologico le assurde conclusioni presenti in un libro inglese pubblicato quattro anni prima (L. PICKNETT, C. PRINCE, The Turin Shroud: In Whose Image? Bloomsbury, London 1994), in cui si affermava che l'attuale Sindone è opera di Leonardo da Vinci (ipotesi smentita da N.P. ALLEN, How Leonardo did not fake the Shroud, in "De Arte", 2 [1995]). Al di là di palesi errori storici (la Sindone che girava a Edessa nel 350 [p. 5], o che Geoffroi de Charny aveva deposto la Sindone a Lirey nel 1359-1360 [p. 12], peccato che fosse morto nel 1356), l'autrice cerca di convincere il lettore che la Sindone conservata a Torino non sia più la stessa esposta verso il 1356 a Lirey (per la controversia storica circa la prima esposizione pubblica: A. LOMBATTI, La Sindone e Geoffroi de Charny, in "AS", 1 [1997], pp. 29-50). Tuttavia, il medaglione ritrovato nella Senna prova con certezza che la reliquia oggi esposta sia la medesima di quella del XIV secolo e questo almeno per tre buoni motivi: la doppia impronta, frontale e dorsale, raffigurata su un tessuto a spina di pesce identico e unico come quello della Sindone; i tre forellini provocati da bruciature, presenti sulla medaglione e visibili sulla Sindone ancora oggi; i due stemmi dei proprietari del lenzuolo, Geoffroi de Charny I e Jeanne de Vergy
  4. W. MEACHAM, The authentication of the Shroud of Turin: An issue in archaeological epistemology, in "Current Anthropology", 3 (1983), p. 289
  5. Sindone, l'ombra dei massoni, in "Avvenire", 4 settembre 1997, p. 21. Si tratta di una lunga intervista a Ballestrero sugli esami del 1988
  6. D. VAN BIEMA, Science and the Shroud, in "Time", 16 (1998), p. 49
  7. Intervista pubblicata nella rivista "Sindon", 5/6 (1993), p. 56
  8. C. PAPINI, La Sindone: una sfida alla scienza e alla fede, Claudiana, Torino 1998, pp.142-143
  9. D.A. KOUZNETSOV, A. IVANOV, P.R. VELETSKY, Effects of fires and biofractionation of carbon isotopes on results of radiocarbon dating of old textiles: The Shroud of Turin, in "Journal of Archaeological Sciences", 1 (1996), pp. 109-122, con la successiva precisazione, in Italia ancora sconosciuta, di A.J.T. JULL, D.J. DONHAUE, P.E. DAMON, Factors affecting the apparent radiocarbon age of textiles: A comment on "Effects of fires and biofractionation of carbon isotopes on results of radiocarbon dating of old textiles: The Shroud of Turin" by D.A. Kouznetsov et al., in "Journal of Archaeological Sciences", 1 (1996), pp. 157-160
  10. L'esperimento e le seguenti notizie sono tratte da M. MORONI, "L'incendio di Chambéry e le radiazioni di tipo nucleare possono aver mutato l'età della Sindone? Verifiche sperimentali", in"Sindon", 5-6 (1993), pp. 49-61
  11. P. SAVARINO, Il tessuto e il carbonio 14, in Dossier Sindone, a cura di G. GHIBERTI e U. CASALE, Queriniana, Brescia 1998, pp. 140-141
  12. D. VAN BIEMA, Science and the Shroud, cit., p. 48
  13. Newsletter della "British Society for the Turin Shroud", n. 46 (1998), pp. 10-12
  14. Cfr. l'intervento del Direttore della Radiocarbon Accelerator Unit di Oxford, che eseguì gli esamisul frammento di Sindone, R.E.M. HEDGES, A note concerning the application of radiocarbon dating to the Turin Shroud, in "AS", 1 (1997), pp. 1-8
  15. A. DESREUMAUX, Histoire du roi Abgar, p. 38 cit. in P.A. GRAMAGLIA, I cimeli cristiani di Edessa, in "AS", 1 (1999), p. 51.
  16. V. SAXER, Le Suaire de Turin aux prises avec l'histoire, in "Revue d'histoire de l'église de France", LXXVI (1990), p. 53. 
  17. P.A. GRAMAGLIA, Giovanni Skylitzes, il Panno di Edessa e le "sindoni", in "AS", 2 (1997), p. 13. Una trattazione molto esaustiva è fornita dal medesimo autore in P.A. GRAMAGLIA, L'uomo della Sindone non è Gesù, Claudiana, Torino 1978, e P.A. GRAMAGLIA, I cimeli cristiani di Edessa,in "AS", 1 (1999), pp. 1-51.
  18. Decreto Gelasiano (V sec.) cit. da L. MORALDI, Apocrifi del Nuovo Testamento, I, Piemme, Casale Monferrato 1996, p. 25.
  19. A. LOMBATTI, Novantacinque fonti storiche e letterarie che non possono essere scartate. Una risposta a D. Scavone, in "AS", 1 (1999), pp. 63 sgg.
  20. Per ulteriori approfondimenti cfr. A. LOMBATTI, Impossibile identificare la Sindone con il Mandylion. Ulteriori conferme da tre codici latini, in "AS", 2 (1998), pp. 1-30. 
  21. Cfr. P. RIANT, Exuviae sacrae constantinopolitanae, II, Societé de l'Orient Latin, Genevae 1874.
  22. Il manoscritto di questa cronaca è una copia del XIV secolo conservato alla Biblioteca Reale di Copenhagen, Antichi fondi reali, n. 487. 
  23. RIANT, Exuviae, cit., II, 198. 
  24. Cfr. P. BOUSSEL, Des reliques et de leur bon usage, Balland, Paris 1971. 
  25. Si veda l'edizione critica del codice curata da A. LOMBATTI, Impossibile identificare la Sindone con il Mandylion: ulteriori conferme da tre codici latini, in "AS", 2 (1998), pp. 1-30. 
  26. J.J. MADERUS, Gervasius Tilberensis de imperio romano et Gottorum, Fr. Targa, Parisiis 1625.
     
  27. G.S. LEIBNITZ, Scriptores rerum brunsvicensium, vol. I, N. Foersteri, Hanovarae 1707, pp.881-1004, and vol. II, 1710, Emendationes et supplementa Otiorum imperialium Gervasii Tilberiensis, pp. 751-784.
  28. Si veda J.R. CALDWELL, The Autograph Manuscript of Gervase of Tilbury (Vat. Lat. 933), in "Scriptorium", 1 (1957), pp. 87-98.
  29. Citato in F. LIEBRECHT, Des Gervasius von Tilbury Otia imperialia, C. Rùmpler, Hannover 1856, p. 19.


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