Non credere a nessuno: credi a me!

Scetticismo e cospirazionismo sono parenti?

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  • 12-12-2007
  • di Mariano Tomatis
Diversi scettici della linea dura liquidano le teorie del complotto come puro nonsense in quanto "non falsificabili". Non esiste, infatti, alcuna evidenza che possa mettere in crisi tali teorie. Al contrario: l’assenza di prove a sostegno è in sé una prova a sostegno, dal momento che testimonia il successo del Complotto, che per sua stessa natura deve restare nascosto, segreto.
Questi scettici, però, colgono soltanto metà del problema: certo, le teorie del complotto non sono falsificabili (e ciò costituisce un serio problema), ma neppure le ricostruzioni storiche che possiamo fare sulla base di documenti, testimonianze e reperti sono "falsificabili" nell’accezione descritta da Popper. Le teorie del complotto sono piuttosto ricostruzioni storiche elaborate senza rispettare le regole della storiografia, il cui obiettivo non è quello di fare previsioni sul futuro ma di limitarsi a fotografare il passato sulla base di ciò che esso ha lasciato nel presente.
Il termine di paragone più utile per studiare le teorie del complotto, dunque, non è quello delle scienze fisiche, ma quello della storiografia.
Muoversi in quest’ultimo campo può essere un’esperienza disagevole per chi, abituato alla riproducibilità degli esperimenti di laboratorio o alla granitica solidità dei teoremi matematici, si imbatte in un ambito notevolmente più limitato sia nei mezzi, sia nella "fondatezza" assoluta delle sue conclusioni.
Se la Storia è composta da eventi e processi passati, la storiografia tenta di descrivere, analizzare e spiegarne alcuni frammenti, prendendo il via da una considerazione che ne mette in luce da subito l’intrinseca e fondamentale "debolezza": gran parte della Storia è sconosciuta e inconoscibile, in quanto non produce alcuna traccia che ne preservi la memoria. Compito dello storico è quello di inferire alcune proposizioni sul passato sulla base delle evidenze sopravvissute nel presente. Così come le teorie scientifiche, anche le ricostruzioni storiche sono provvisorie: nuovi documenti, nuove testimonianze o nuovi reperti potrebbero imporre una revisione delle ipotesi avanzate sino a quel momento. Fino al 1440 il documento noto come Donazione di Costantino fu considerato autentico e la Chiesa Cattolica lo impugnò durante tutto il Medioevo per avvalorare i propri diritti sui vasti possedimenti territoriali in Occidente e per legittimare le proprie mire di carattere temporale. Lorenzo Valla ne dimostrò la natura apocrifa, costringendo gli storici dell’epoca a correggere le ricostruzioni storiche sino ad allora accettate. Il lavoro esemplare dello studioso è oggi alla base dei più moderni metodi di ricerca storica.
Se nell’ambito scientifico è l’esperimento a falsificare un’ipotesi, in ambito storico è la "prova" - testimoniale, documentale o archeologica - a poter svolgere lo stesso ruolo; con tutte le difficoltà connesse alla sua natura.
Nella sua Guide to Historical Method, R.J. Shafer sottolinea quanto sia importante determinare l’autenticità di una prova storica: «L’attribuzione a un autore e la datazione coinvolgono uno o tutti i seguenti punti: (a) l’analisi del contenuto, (b) il confronto con il contenuto di altre prove, (c) una serie di test sulle caratteristiche fisiche della prova»[1].
Per quanto riguarda il punto ?c’ la storiografia si affida alle scienze fisiche: come sanno bene gli esperti dei R.I.S. (il cui compito è ricostruire con precisione assoluta delle micro-storie connesse a fatti penalmente rilevanti), un qualunque reperto che possa gettare luce su un fatto avvenuto nel passato può essere analizzato con sofisticati strumenti, per studiarne la composizione chimica e le proprietà fisiche e per valutare la coerenza tra l’oggetto, il contesto e l’eventuale autore che gli si vorrebbero attribuire.
Gli altri due punti sono notevolmente più scivolosi - anche se non meno complessi: l’analisi del contenuto di un documento testuale include l’esame di anacronismi nel linguaggio, di riferimenti a fatti databili con precisione e della coerenza del reperto stesso con il contesto culturale. Il confronto con il contenuto di altre prove può coinvolgere la paleografia, lo studio del tipo di scrittura e il raffronto dello stesso con quello di altre prove dello stesso autore.
In ambito storico, il problema non si esaurisce qui: se quelli appena visti sono metodi di critica "esterna", esistono anche problemi "interni". Un documento attribuito correttamente a un autore, infatti, potrebbe rivelarsi semplicemente falso, erroneo, da leggere in chiave ironica, parodistica, polemica, eccetera.
Come Francesco Grassi ha recentemente mostrato[2], il pamphlet del Diavolo Mietitore - sempre citato come prova dell’esistenza del fenomeno Cerchi nel Grano sin dal 1678 - è autentico (dunque la datazione che viene proposta è corretta) ma il suo contenuto non è da prendere alla lettera, trattandosi di un libello polemico da leggersi come storia a sfondo morale.
Lo stesso Grassi ha fatto notare come un altro reperto, un dipinto che mostra un cerchio nel grano firmato da un certo Benjamin Stover e fatto risalire al 1913, è in realtà un falso nato nell’ultimo decennio a scopo pubblicitario.
Mentre la prima critica mette in luce la necessità "interna" di interpretare correttamente un documento datato con esattezza, la seconda si colloca "all’esterno" del reperto stesso, riclassificandolo in accordo al contesto nel quale è venuto alla luce.
La storiografia si affaccia in un ambito ancora più scivoloso quando è costretta a includere nelle proprie analisi i racconti di testimoni oculari - di cui, a volte, esistono soltanto resoconti di seconda o terza mano.
Shafer è molto dettagliato nel riportare le difficoltà connesse alla rilevazione di tali dati: «si analizza una testimonianza , il significato reale di un’affermazione è forse diverso dal suo significato letterale? Le parole utilizzate avevano lo stesso significato che hanno oggi? Il testimone voleva essere ironico (e quindi intendere qualcosa di diverso da quanto affermato)? Con quale precisione poteva osservare quanto poi riferito? C’è una coincidenza tra ciò che ha percepito e ciò che accadeva realmente? Si trovava in un luogo da cui era in grado di vedere, sentire e toccare con mano? Possedeva delle caratteristiche psicologiche tali da consentirgli una corretta osservazione? Capiva il linguaggio, possedeva una conoscenza sufficiente da intendere quanto accadeva? Era stato intimidito da qualcuno?»[3].
A queste domande di critica "esterna", Shafer aggiunge altri interrogativi di natura "interna": «Le affermazioni sono in sé improbabili, ovvero contrarie alla natura umana o in conflitto con quanto già sappiamo? Bisogna ricordare che alcune realtà sono più facili da osservare e riportare rispetto ad altre. Esistono contraddizioni interne nei resoconti?»[4].
Naturalmente il fatto che una testimonianza sia in disaccordo con quanto già conosciamo non deve impedire di ritenerla interessante o degna di analisi. Allo stesso tempo sarebbe ingenuo costruire sulla base esclusiva di testimonianze orali una qualche teoria che non tenga conto delle molteplici possibilità di errore in cui un testimone può cadere in situazioni "limite" - come il CICAP sin dalla sua fondazione ha messo in luce in molte pubblicazioni[5].
Le innumerevoli testimonianze sulle straordinarie abilità di Gustavo Rol, affrontate una per una in un mio libro di qualche anno fa[6], si possono analizzare soltanto tenendo conto di tutti questi limiti: l’assenza di video, che avrebbero consegnato ai posteri quanto oggettivamente succedeva in sua presenza, ci costringe a tentare la difficile ricostruzione di quanto avvenne in quei giorni (neppure troppo lontani) soltanto sulla base di ciò che viene raccontato. E le "affermazioni improbabili" e "in conflitto con quanto già sappiamo" abbondano in questo ambito. Buttarle via senza degnarle di un’analisi attenta non ci avrebbe consentito di intuire molti dei metodi illusionistici da lui utilizzati per generare i ricordi che, in perfetta buona fede, i suoi testimoni oggi riportano con dovizia di (mirabolanti) particolari. Altri racconti sono talmente incredibili da doverci imporre la massima cautela: come considerare l’affermazione secondo cui Rol era in grado di attraversare le porte chiuse? Ci troviamo, in questo caso, di fronte a qualcosa di talmente "improbabile", da dover sospendere il giudizio e rispondere come Massimo Polidoro: «Se qualcuno mi dice: "Mia nonna volava fuori dalla finestra: lei come lo spiega?" semplicemente rispondo che non lo so, avrei dovuto essere presente quando sua nonna volava, sarebbe stato necessario che qualcuno la filmasse e conducesse verifiche dettagliate. Se ciò non è più possibile, allora il caso resta senza risposta: ma ciò, in nessun modo, convalida la natura paranormale della presunta levitazione della nonna»[7].
Facile a dirsi in teoria, ma in pratica molti scettici vivono come una sfida personale il fatto di essere interrogati su un fenomeno inspiegabile: se non si trova una spiegazione semplice e immediata, il loro sistema di pensiero viene messo in crisi. Esistono scettici che - come i seguaci di alcune religioni -hanno risposte preconfezionate per i principali temi che vengono loro proposti ("Qualcuno ha visto un UFO? Soluzione ovvia: fulmine globulare!").
Certo, spesso queste risposte preconfezionate si rivelano anche vere; è quindi utilissimo essere a conoscenza dello stato dell’arte delle ricerche in un determinato ambito per fornire un’ipotesi alternativa al giornalista che ha cinque minuti per "scrivere il pezzo". Diventa rischioso, però, fondare il proprio sistema di conoscenze - o peggio ancora, la propria attività di divulgazione scientifica - su una semplice "collezione" di risposte standard che vadano bene per tutti i fenomeni inspiegabili.
La risposta proposta da Massimo è frutto di una "maturità scettica" che, pur dichiarando assertivamente il principio scientifico secondo cui affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie, ammette i limiti del metodo scientifico nell’analizzare fenomeni non riproducibili di cui è rimasta soltanto una traccia esile, costituita dai ricordi di qualcuno.
Man mano che si è presa coscienza di questi limiti intrinseci della conoscenza del passato, si è sviluppata una corrente di storiografia "scettica a oltranza", che sostiene l’assoluta inconoscibilità del passato stesso: qualsiasi coerenza si raggiunga tra le opinioni di diversi storici, non ha nulla a che vedere con la Storia in sé ma è il semplice frutto di interessi politici ed economici. Né questa corrente si è limitata all’ambito storico: un simile "relativismo postmoderno" è stato applicato ad altri ambiti della conoscenza, addirittura a quello della scienza.
I sostenitori delle teorie del complotto giungono a conclusioni molto simili, ma non per una inconoscibilità "intrinseca" della storia, bensì perché - a loro dire - esistono poteri occulti che impediscono tale conoscenza.
L’espressione più tipica dei complottisti è il vecchio adagio per cui "La storia la fanno i vincitori"; il che condensa bene l’idea secondo cui la storia così come viene raccontata oggi è definita da poteri politici ed economici - a volte identificati con la Chiesa Cattolica (vedi Dan Brown), altre con i governi (vedi il complottismo sull’omicidio Kennedy o sull’11 settembre), altre con un popolo (vedi il negazionismo dell’Olocausto), altre ancora con gli Uomini in Nero (vedi parte dell’ufologia contemporanea), altre addirittura con il CICAP (vedi le discussioni sul web secondo cui il Comitato sarebbe una setta sorta con l’obiettivo di "sopprimere" la verità sui fenomeni paranormali).
Le analisi "cospirazioniste" prendono sempre spunto dall’idea scettica secondo cui la storia "vera" è inconoscibile perché qualche forma di potere ha opportunamente confuso le acque ed eliminato le prove chiave.
Questo punto di partenza - beninteso lecito come ipotesi, perché non mancano casi in cui tali "deviazioni" sono avvenute davvero - rappresenta l’affermazione filosoficamente "debole" da parte dei cospirazionisti. L’evoluzione di questa posizione, però, contraddice il punto di partenza: chi sostiene questa sostanziale inconoscibilità, infatti, espone poi con dovizia di particolari la propria ricostruzione storica, negando praticamente la prima affermazione secondo cui la verità - celata dai poteri occulti - non sarebbe conoscibile. Per risolvere questa contraddizione, spunta sempre la Gola Profonda, l’informatore anonimo, il ribelle che ha confessato, la crepa nell’armadio che rivela la presenza di scheletri scomodi e così via[8].
Le tesi dei cospirazionisti sono quindi riassumibili nel sistema autocontraddittorio (cui è impossibile obbedire in toto) «Non credere a nessuno. Credi a me»[9].
Ma dal momento che alcune teorie cospirazioniste propongono descrizioni del mondo che, con il tempo, vengono riconosciute come vere e accurate, è straordinariamente complicato definire un criterio rigido di demarcazione tra ipotesi folli, possibili, verosimili e definitivamente provate.
In un suo breve articolo sull’argomento, il filosofo inglese Julian Baggini si chiede che differenza ci sia tra la credenza del 20 per cento degli americani secondo cui gli sbarchi sulla Luna non hanno mai avuto luogo e quella di un ipotetico individuo che sostiene che la luna è fatta di formaggio e che il segreto sulla sua natura è custodito gelosamente dai governi[10].
A proposito dei sostenitori della teoria per cui non siamo mai stati sulla luna, Baggini si chiede: «Che cosa rende ragionevole, per quanto erronea, la loro convinzione e l’ipotesi della Luna di mozzarella una bufala incredibile?».
La risposta è tutt’altro che semplice. Secondo lo scrittore, le teorie del complotto sono rese possibili da due limiti intrinseci alla formazione della conoscenza.
«Il primo riguarda la cosiddetta "natura olistica" della comprensione: ogni singola cosa è collegata, come in una rete, a un numero di altre credenze. Per esempio l’idea che il gelato faccia ingrassare è legata alla convinzione che il gelato abbia un certo contenuto calorico, che esiste una relazione tra consumo di grasso e aumento di peso, che la scienza dell’alimentazione sia affidabile e così via. Il secondo riguarda [...] la sottodeterminazione della teoria da parte dell’evidenza. In parole povere significa che i fatti non forniscono mai una prova sufficiente a dimostrare in modo definitivo una e una sola teoria. C’è sempre un gap: la possibilità che una teoria alternativa sia vera. Ecco perché in tribunale si insiste solo per avere una prova oltre ogni "ragionevole dubbio". La prova oltre ogni dubbio è impossibile».
Le teorie cospirazioniste si collocherebbero alla confluenza tra questi due limiti: le ovvie e incolmabili lacune nei dati empirici implicano che la prova disponibile (nel caso specifico, del fatto che la luna sia di pietra) può essere resa coerente perfino con l’ipotesi secondo cui la luna sia fatta di formaggio. Per fare ciò è sufficiente riorganizzare la nostra rete di comprensione per fare in modo che tutte le altre convinzioni si adattino a questa. E allora si può "correggere" il sistema ritenendo che le analisi sui prelievi di materiale lunare siano state truccate appositamente, che esista un potere occulto che nasconde queste prove, eccetera.
Se dall’esterno il risultato può sembrare assurdo, ciò che conta "dall’interno" è che la ricostruzione finale si adatti all’evidenza. Quest’ultima, in quanto sempre lacunosa, consente il fiorire di innumerevoli scenari alternativi, tutti "coerenti" con il numero di dati a disposizione. L’espressione francese tout se tient ("tutto torna") ben esprime la necessità che almeno la coerenza interna venga conservata, ma dimostra il fatto che la coerenza interna non è sufficiente a rendere una teoria razionalmente sostenibile.
Un’altra analisi interessante è quella espressa dall’informatico e filosofo Benjamin Goertzel in Chaotic Logic[11], che sostiene che i sistemi di credenza possono essere di due tipi: monologici o dialogici. I sistemi dialogici - la scienza ne è un esempio - praticano una sorta di "dialogo" con il contesto esterno, mentre i sistemi monologici "parlano" esclusivamente con se stessi, ignorando del tutto qualunque contatto con l’esterno; i due modelli si possono anche definire semplicemente "aperto" e "chiuso".
Molte teorie del complotto presentano una struttura chiusa, "monologica", in quanto provvedono un insieme precostituito di risposte facili e immediate a qualsiasi nuovo fenomeno che possa mettere in crisi il modello stesso (ed è lo stesso atteggiamento che rischia lo scettico rigido che bolla come "fuffa" qualsiasi affermazione non in linea con il proprio sistema di conoscenze).
In una struttura monologica, ogni nuova evidenza viene introdotta nel sistema come prova della verità del sistema stesso e ciò ridefinendo opportunamente le relazioni interne descritte da Baggini.
Anche qui, però, monologicità e dialogicità non sono necessariamente il criterio di demarcazione definitivo che ci consente di distinguere le bufale dalle affermazioni più verosimili, sempre per il fatto che alcune cospirazioni sono vere e non tutte le teorie del complotto sono fondate su sistemi di credenze monologiche. Al giorno d’oggi la teoria cospiratoria del cover-up Watergate è considerata - a ragione - ben fondata, e questo perché i nastri audioregistrati hanno costituito una evidenza sufficientemente forte. Secondo Ted Goertzel è qui la chiave: «Ciò che conta non è il fatto di credere a un complotto specifico, bensì il processo logico che si è seguito per arrivare a crederci»[12].
Ciò ci induce a riflettere seriamente sui fondamenti della divulgazione scientifica: è meglio scrivere che su Marte la temperatura media è di 55 gradi sotto zero o raccontare il modo in cui l’abbiamo scoperto - con tutti i capitomboli che abbiamo fatto per gli errori in cui siamo caduti?
Secondo l’antica massima, è meglio insegnare a pescare che regalare il pesce. Prima di insegnarlo, però, impariamo a farlo noi.

1) Shafer R.J. (1974), A Guide to Historical Method, The Dorsey Press: Illinois, p. 120.
3) Shafer, op.cit., pp.157-158.
4) Ibidem.
5) Si veda, ad esempio, Polidoro M. (2000), Il sesto senso, Milano: Piemme.
6) Tomatis M. (2003), Rol realtà o leggenda?, Roma: Avverbi.
8) Nel loro ultimo libro dedicato al Priorato di Sion, i due autori inglesi Lynn Picknett e Clive Prince sono costretti a citare tutte le tesi secondo cui la società segreta oggetto dei loro studi è in realtà frutto di una mistificazione moderna. Ad un tratto, però, il loro libro presenta un colpo di scena: gli autori presentano un personaggio, certo "Giovanni", che avrebbe rivelato loro una verità nascosta. Il Priorato di Sion esiste da molti secoli, lui ne è un membro, e la mistificazione moderna non è che un tentativo di screditare la nobilissima società segreta. Peccato che di questa "gola profonda" non si conosca che il soprannome - Giovanni, appunto - il nome assunto da tutti i Gran Maestri dell’Ordine sin dalla sua fondazione. Chi è Giovanni? Com’è stata raccolta la sua testimonianza? Quale credibilità può avere? Non sono domande che sembrano interessare molto i due autori. Cfr. Picknett L., Prince P. (2006), La Missione del Priorato di Sion - La verità sui custodi della stirpe di Cristo, Milano: Sperling&Kupfer.
9) "Trust no one" fu uno degli slogan della serie tv X-Files.
10) Baggini J. (2006), Il maiale che vuole essere mangiato e altri 99 esperimenti mentali, Milano: Cairo Editore.
11) Goertzel T. (1994), Chaotic logic, New York: Plenum.
12) Goertzel T., "Belief in Conspiracy Theories", in Political Psychology, vol. 15, n. 4, dicembre 1994, pp. 731-742.