Gli "errori" del C14

Succede che i sindonologi cerchino di screditare il metodo di datazione al carbonio elencandone i presunti errori. Si tratta davvero di errori?

  • In Articoli
  • 03-02-2009
  • di Gian Marco Rinaldi
N.B.: nel testo i numeri indicati in apice si riferiscono alle note in calce, mentre quelli indicati tra parentesi quadre si riferiscono alla bibliografia [N.d.R.].

Da quando, nel 1988, tre laboratori del radiocarbonio (C14) datarono la Sindone al Medioevo, i sindonologi hanno tentato in tutti i modi di negare validità al risultato della datazione. Fra le altre strade, alcuni di loro hanno cercato di screditare il metodo stesso del C14 e hanno preteso di portare esempi di errori che nel corso degli anni sarebbero stati commessi. Abbiamo verificato alcune loro affermazioni.

Dalla foca ai coralli


In un libro del 2006, Pierluigi Baima Bollone scrive ([4], p. 258): «Sono ben noti non pochi casi di errore, come quello di alcune migliaia di anni per una pelliccia di mammuth, per alcuni coralli delle isole Barbados e per gusci di lumaca ancora vive e risultate invece antichissime». Frasi simili si trovano anche in altri suoi libri ([2], p. 196; [3], p. 133). Già nel 1990 ([1], p. 268) scriveva: «È stata enfatizzata la notizia che gusci di lumache ancora vive con questo metodo risultano vecchi di 26.000 anni, che una foca appena uccisa è risultata morta da 1300 anni e che una pelliccia di Mammut della presumibile età di 26.000 anni è risultata averne soltanto 5600». È da notare che in due di questi libri, ma non negli altri due, Baima Bollone aggiunge una precisazione in cui dimostra di sapere che non si tratta di errori.[1]
Le stesse notizie si trovano in un libro di Orazio Petrosillo ed Emanuela Marinelli ([5], p. 251): «La rivista scientifica Science riporta che alcuni gusci di lumache ancora vive al 14C apparvero vecchi di 26.000 anni. Il periodico di ricerche geo-biologiche delle terre polari Antarctic Journal rende noto che al 14C una foca appena uccisa risultò morta da 1300 anni. Su Radiocarbon si legge che una pelliccia di mammuth, vecchia di 26.000 anni, venne datata ad appena 5600 anni fa».
Così come vengono annunciati, con la datazione fuori bersaglio di migliaia di anni, questi sembrerebbero errori clamorosi. Proviamo ad analizzarli andando alle fonti originali.

La foca di McMurdo


Fu uccisa nel 1959 presso la base di McMurdo sul Mare di Ross, Antartide. Fu datata e diede una apparente età di 1300 anni. Chi ritenesse che sia un errore, mostrerebbe di non sapere che nelle acque degli oceani la concentrazione di C14 è inferiore rispetto all'atmosfera. Le foche mangiano pesci ed è scontato che nel loro corpo la concentrazione di C14 sia inferiore rispetto ad animali che si nutrono di vegetali o di animali terrestri. Ovviamente quella datazione non fu fatta per determinare l'età della foca, che era ben nota in quanto appena uccisa, ma come parte di un vasto progetto per misurare appunto il C14 degli oceani. Negli anni 1950, essendo divenuta disponibile la radiodatazione, furono avviati vasti progetti con navi che giravano i mari del mondo a tutte le latitudini per misurare il contenuto di C14 sia nell'acqua a varie profondità sia negli organismi marini. Le conoscenze acquisite erano importanti non solo per permettere di apportare le correzioni alle datazioni per gli organismi marini, ma anche per studiare il ciclo del carbonio negli scambi fra oceani e atmosfera. Risultò che mediamente, per le acque di superficie degli oceani, lo scarto per l'età apparente è di circa 400 anni. Si riduce a 300 per i mari caldi. È invece maggiore per i mari freddi. Nell'emisfero nord, si arriva a scarti di circa 700 anni sulle coste dell'Alaska, mentre nell'emisfero sud si hanno le differenze massime, che arrivano a oltre mille anni sulle coste dell'Antartide. Questo risultato fu interessante perché mostrò che attorno all'Antartide c'è un'ingente risalita di acque profonde che sono più povere di C14. La datazione della foca era comunicata in un resoconto (Radiocarbon 3, 1961, pp. 176-204) che comprendeva misurazioni effettuate su 230 campioni ed era l'ottavo di una serie. Si trattava di un vasto progetto mirante a campionare tutti i mari del pianeta. Ovviamente lo scopo non era quello di "datare" i campioni. Come è scritto all'inizio dell'articolo: «Questo elenco contiene solo risultati su campioni di età nota (per lo più formatisi durante gli ultimi dieci anni). Le misurazioni furono fatte principalmente per ottenere una comprensione della distribuzione del radiocarbonio entro la riserva dinamica del carbonio». Per tutti gli altri campioni esaminati nell'articolo, vengono riportati dati relativi alla distribuzione isotopica senza tradurli in un inutile dato di età apparente. Solo per questa foca, come commento supplementare, viene fatto notare quanto sarebbe forte la variazione nell'età apparente in base al basso livello di C14 osservato. Ecco allora che viene nominato quel 1300 che ha impressionato i sindonologi: «La bassa concentrazione di C14 in queste acque produce un'apparente età radiocarbonica di 1300 anni per gli organismi marini che vivono in questa area». Quindi non si stavano commettendo errori, come credono i sindonologi. Si stava facendo una interessante ricerca e si raccoglievano utili dati. Non c'è bisogno di aggiungere che il problema non riguarda il lino della Sindone che non ha preso il carbonio dai mari.
I testi dei sindonologi parlano solo di quella particolare foca, come se solo quella volta fosse stato commesso un errore. In realtà tutte le foche del mondo danno misurazioni più o meno "sbagliate" per gli stessi motivi.

Le conchiglie del Nevada


La fonte della notizia dovrebbe essere un articolo pubblicato su Science (224, 6 aprile 1984, pp. 58-61). Si riferisce a molluschi della specie Melanoides tuberculatus, che sono belle piccole conchiglie a forma di cono sottile che si avvolge a elica. Quei campioni furono presi in sorgenti artesiane nel Nevada meridionale. In una sorgente artesiana, l'acqua di una falda, costretta sotto pressione fra strati di roccia impermeabili, riesce a filtrare attraverso fessure nella roccia. Passando attraverso calcari o altre rocce, l'acqua può assorbire carbonio nella forma di ione bicarbonato, e a loro volta le conchiglie possono inglobare questo carbonio. Il carbonio minerale è privo dell'isotopo 14, quindi una conchiglia contenente carbonio proveniente dalle rocce avrà un'apparente età più antica del reale. In quel caso, in condizioni particolari, fra i vari campioni misurati si arrivò a un caso limite con una età apparente di 27.000 anni (i sindonologi parlano di 26.000 anni, probabilmente per un errore fatto da uno di loro da cui gli altri hanno copiato).

Il mammut di Chekurovka


Qui un mammut dell'età di 26.000 anni sarebbe stato datato a soli 5600 anni, quasi fosse un superstite di una specie ormai estinta. C'è una spiegazione ovvia come nei casi precedenti? No, non c'è spiegazione e non serve. Semplicemente, controllando l'articolo originale (Radiocarbon 8, 1966, pp. 292-323) si trova che non è vero che quel mammut sia mai stato datato a 5600 anni. Si tratta di una giovane femmina di mammut che fu trovata nel 1960 presso la località di Chekurovka, nel delta del fiume siberiano Lena che sfocia nel Mar Glaciale Artico. Fu datato un campione di pelliccia prelevato sulla carcassa a un metro e mezzo di profondità sotto la superficie del terreno. L'età risultò di circa 26.000 anni (parliamo di età non calibrata perché all'epoca non era ancora possibile calibrare per età così antiche). Fu anche datato un campione di torba prelevato nello stesso sito ma a un metro di profondità, cioè mezzo metro al di sopra della carcassa del mammut. L'età risultò di circa 5600 anni. Non c'è nessuna contraddizione. La torba (vegetale carbonizzato) non deve necessariamente essersi formata alla stessa epoca della morte del mammut. Fra l'altro, la torba si trovava in un sottile strato di 15 cm, sopra e sotto il quale c'erano strati di argilla. Quindi la torba era in uno strato ben separato da quello dove giaceva il mammut.

I coralli di Barbados


Qui il travisamento è tale che un importante progresso scientifico viene spacciato come se fosse un errore. Occorre una premessa per spiegare che cosa si intende per "calibrazione" nella pratica del radiocarbonio. Una volta misurata la percentuale dell'isotopo 14 nel carbonio del campione, si calcola dapprima l'età teorica nell'ipotesi che il contenuto di C14 nell'atmosfera non sia variato nel corso delle epoche passate. Poi bisogna apportare una correzione per tener conto che in realtà il contenuto di C14 può essere variato. Questa correzione si chiama in gergo "calibrazione". Per conoscerne l'entità, e per costruire la curva di calibrazione, occorre conoscere quale fosse il contenuto di C14 nell'atmosfera nelle varie epoche. Questa informazione è stata dapprima desunta dallo studio degli anelli di accrescimento di vecchi alberi. Però con gli alberi si poteva andare indietro nel tempo fin quasi a 10.000 anni, non di più. Dato che il metodo del C14 potrebbe funzionare fino a età di circa 50.000 anni, rimaneva un ampio arco di tempo per il quale un'età non poteva venire calibrata ed era stimabile solo in modo approssimativo. Poi nel 1990 successe che alcuni ricercatori di un istituto geologico americano riuscirono d'un colpo a estendere la curva di calibrazione da 10.000 a 30.000 anni (poi si sarebbe arrivati anche oltre). Lavorarono su campioni di corallo confrontando le datazioni ottenute con due metodi, quello del C14 e quello dell'Uranio-Torio. Questi studi sono importanti non solo perché permettono la calibrazione di date più antiche, ma perché accrescono le nostre conoscenze sulla storia del pianeta e sui processi che vi si sono svolti nei millenni passati. Infatti il contenuto di C14 nell'atmosfera dipende da vari fattori quali l'attività solare, la conformazione del campo magnetico terrestre, il clima del pianeta. Con i nuovi risultati si vide che andando indietro nel tempo, il contenuto di C14 nell'atmosfera continua ad aumentare fino a circa 20.000 anni fa, quando raggiunge un valore del 40 per cento più elevato di quello attuale. Quindi anche la correzione da apportare per la calibrazione arriva a un massimo per una età di circa 20.000 anni, dove la correzione è di 3500 anni circa. Questo importante successo viene scambiato per un errore da Baima Bollone, che già nel libro del 1990 ([1], p. 268) scriveva: «Durante la stesura di questo capitolo, la rivista scientifica Nature, la medesima che, come vedremo, nel 1989 annuncia al mondo il risultato della datazione della Sindone col radiocarbonio, pubblica un articolo inquietante. L'Osservatorio Geologico della Columbia University di New York ha accertato che, per epoche precedenti ai 9000 anni radiocarbonici, coralli delle isole Barbados risultano di 3500-20.000 anni più giovani della reale età calcolata con un altro metodo di radiodatazione, quello dell'Uranio-Torio».
Abbiamo visto che la discrepanza raggiunge un massimo di 3500 anni per reperti vecchi di 20.000 anni. Come trova Baima Bollone una differenza che va da 3500 a 20.000 anni? Con un madornale errore di traduzione che è indicativo di quale sia la sua comprensione della materia. Lo si vede confrontando la sua frase con questa frase dal riassunto in testa all'articolo di Nature (345, 1990, pp. 405-10): «Before 9,000 yr BP the 14C ages are systematically younger than the U-Th ages, with a maximum difference of ~3,500 yr at ~20,000 yr BP». Significa che se ci spingiamo indietro a età più antiche di 9000 anni (cioè oltre il limite della calibrazione tradizionale), le età (non calibrate) calcolate col C14 sono più giovani delle età calcolate con l'Uranio-Torio, con una differenza massima di 3500 anni per un'età di 20.000 anni (il BP si riferisce a una scala temporale usata per il radiocarbonio e qui ci basta sapere che sta per "before present", prima del presente). Torniamo ora a vedere come Baima Bollone traduce questa frase. Ignora quel "BP" e non si rende conto che "20,000 yr BP" si riferisce a una età, non a un errore o differenza fra due età. Poi le parole "of 3,500 yr at 20,000 yr" vengono intese come se quel "at" fosse un "to", producendo un "da 3500 a 20.000 anni". In seguito Baima Bollone non si è accorto dell'equivoco e ha continuato a citare i coralli di Barbados anche in libri del 2000 e del 2006. È inutile precisare che quei 3500 anni non sono un "errore" di datazione. Lo sarebbero se non si tenesse conto della variazione nella concentrazione di C14, ma appunto quegli studi servivano per conoscere tale variazione e per tenerne conto con la calibrazione. Quello studio pubblicato nel 1990 usava coralli provenienti dall'isola Barbados, ma potevano essere usati, e furono usati, coralli di altra provenienza. Baima Bollone cita sempre i coralli di Barbados, come se fosse stato commesso un errore solo in un particolare caso. Già che parliamo di traduzioni, notiamo che Baima Bollone non riesce nemmeno a tradurre la denominazione del metodo di radiodatazione oggi comunemente usato e che fu già usato anche per la Sindone, cioè del metodo che lui critica. Il metodo è di solito indicato con la sigla AMS, che sta per "Accelerator Mass Spectrometry", ovvero, in traduzione letterale, "Spettrometria di massa con acceleratore". Lo strumento è uno spettrometro di massa al quale è abbinato un acceleratore di ioni di tipo particolare. Nel suo ultimo libro del 2006, Baima Bollone traduce "spettrometria con l'accelerazione a massa". Una simile combinazione di parole è un assurdo per chi conosca un minimo di fisica. Intanto scompare la spettrometria di massa, che è alla base del metodo di datazione. Poi c'è quell'espressione, "accelerazione a massa", che non ha alcun significato. In altri quattro suoi libri precedenti che ho consultato, partendo dal 1990, Baima Bollone non indovina mai una traduzione corretta e usa "spettrometria con l'acceleratore di massa" o "spettrometria all'acceleratore di massa", frasi quasi altrettanto assurde.

Due mummie


I sindonologi citano spesso i casi di due mummie come esempi di tessuti antichi che possono dare al C14 una età più giovane di quella reale.

La mummia 1770 di Manchester


È la mummia di una ragazzina, catalogata col numero 1770 al Museo di Manchester. Fu intensamente studiata negli anni 1970 da un gruppo di esperti sotto la guida della giovane egittologa Rosalie David. Corpo e bende furono datati e risultò una forte discrepanza. Come scrive per esempio Baima Bollone ([3], p. 135): «La letteratura specializzata indica un esempio singolare di incongrua radiodatazione di un manufatto tessile. Si tratta della Mummia 1770 del museo di Manchester, le cui bende alla prova con il radiocarbonio risultano di circa 1000 anni più recenti dello scheletro». Analogamente nel libro di Petrosillo e Marinelli ([5], p. 250-51): «Una mummia egiziana conservata nel museo di Manchester ha fornito date diverse per le ossa e le bende. Queste ultime sono risultate 800-1000 anni più "giovani" delle ossa». La storia delle datazioni di questa mummia è piuttosto accidentata. Infatti è stata datata da ben quattro laboratori con risultati incostanti. I sindonologi si sono limitati di solito a riferire soltanto i risultati della prima datazione. Qui seguiremo tutta la storia.[2] Come premessa, va detto che la datazione delle antiche mummie presenta problemi per il rischio di inquinamenti. Nella pratica dell'imbalsamazione potevano essere usati materiali bituminosi (catrame) contenenti carbonio fossile. Inoltre col passare dei millenni la mummia può subire decomposizioni e contaminazioni. Per trovare materiale meno inquinato si cerca in genere di estrarre e purificare collagene dall'interno di un osso. Stilisticamente, la mummia 1770 era databile al periodo Tolemaico (330-30 a.C.). Il corpo era in cattivo stato di conservazione. I prelievi dal corpo e dalle bende furono fatti nel 1975 quando la mummia fu spogliata e fu sottoposta a una sorta di autopsia. La prima datazione fu condotta in un laboratorio di chimica presso la stessa università di Manchester. I risultati furono pubblicati nel 1979. È vero che in quella prima datazione risultò una forte discrepanza di circa mille anni: 770 a.C. per il corpo della mummia e 380 d.C. per le bende. Sul sito della rivista Radiocarbon c'è l'elenco di tutti i laboratori per la radiodatazione, sia presenti che passati, cioè dei laboratori di riconosciuta competenza. Il laboratorio di Manchester non si trova nell'elenco, quindi non è da considerare affidabile come i laboratori riconosciuti. Probabilmente per la mummia ci furono degli inconvenienti dovuti alla mancanza di esperienza del laboratorio e i risultati non sono attendibili. Fra l'altro, le date sia del corpo che delle bende cadevano al di fuori del periodo stimato stilisticamente.
Poi nel 1980 furono forniti campioni per una nuova datazione al British Museum di Londra. Nel resoconto pubblicato (Radiocarbon 24/3, 1982, pp. 262-90) si legge (p. 275) che «il collagene estratto dal femore era in cattivo stato di conservazione e può essere stato contaminato con materiale più vecchio o più giovane», confermando le difficoltà per questo tipo di reperto. Lo scarto fra corpo e benda fu ridotto a 340 anni, ancora con la benda più giovane. Qualche anno più tardi, nel 1987, il British Museum dovette comunicare che tutte le datazioni, diverse centinaia, eseguite nel periodo 1980-84, incluse le due della mummia, erano andate soggette a un errore sistematico a causa di un difetto nella strumentazione. Si cercò di stimare la correzione da apportare, in genere di due o tre secoli, ciò che riuscì per una parte dei campioni ma non per tutti. La correzione fu apportata per il campione di benda della mummia, non per il campione di osso che rimase senza datazione.[3] Altri campioni della mummia furono forniti al laboratorio di La Jolla, California. Questo laboratorio era in fase di smantellamento e avrebbe cessato l'attività nell'estate 1982. Datò un campione del corpo e due delle bende. I risultati divennero ulteriormente confusi perché una benda risultò leggermente più giovane del corpo ma un'altra risultò molto più vecchia. Infine nel 2001 due campioni furono dati al laboratorio di Oxford, dove fu impiegato il metodo AMS mentre le altre datazioni erano state fatte col metodo tradizionale. Oxford trovò che il campione di osso era in un pessimo stato di conservazione, tanto da non poterne estrarre il collagene, e rinunciò a datarlo limitandosi a datare la benda. Lasciando da parte i risultati del laboratorio di Manchester, da considerare non attendibili, il quadro dei risultati degli altri tre laboratori è il seguente. L'unico campione del corpo, quello di La Jolla, fu datato al IV-III secolo a.C. Questo era un campione preso dalla pelle della mummia e quindi in teoria più esposto a inquinamento rispetto agli altri campioni che erano stati presi da pezzi di osso. I campioni di tre delle quattro bende, datati nei tre diversi laboratori, diedero risultati concordanti al II-I secolo a.C., ossia nel periodo Tolemaico in accordo con le considerazioni stilistiche. Risultarono così più giovani, di non più di due secoli, rispetto al campione della pelle del corpo. Un'altra benda fu datata a La Jolla e risultò molto più antica, XII-XI secolo a.C. Si può dare questa interpretazione. La benda risultata più antica poteva essere di un tessuto già vecchio riutilizzato all'epoca dell'imbalsamazione. Per le tre bende risultate un po' più recenti rispetto al corpo della mummia, si può supporre che la mummia venisse sottoposta a una nuova fasciatura un secolo o due dopo quella originaria. Questa eventualità non è da scartare in quanto poteva succedere che una mummia mostrasse segni di decomposizione, dopo un certo tempo, e allora venisse sottoposta a una nuova fasciatura da parte di chi l'aveva in custodia. Nel caso della 1770, sembra che dallo stato della mummia ci siano motivi per pensare che al momento dell'ultima fasciatura il corpo fosse già in cattivo stato di conservazione e non fosse morto di recente. In alternativa si può anche supporre che quell'unico campione del corpo, datato a La Jolla, fosse inquinato con materiale bituminoso col risultato di una età apparente un po' più antica di quella reale. Nel complesso, e tenuto conto dei problemi che si incontrano nella datazione delle mummie, il quadro è abbastanza plausibile.

La mummia dell'ibis


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Questa ricostruzione in cera del volto della mummia 1770 è esposta al Museo di Manchester
La mummia 1770 è famosa presso i sindonologi perché la sua storia si incrocia con quella di Leoncio Garza-Valdes, un medico di San Antonio, Texas, che ha proposto una sua teoria, molto di moda per anni, per negare il risultato della datazione del 1988. Il lino della Sindone avrebbe un "rivestimento bioplastico" prodotto da microrganismi. Il rivestimento non verrebbe eliminato dai normali procedimenti di pulizia usati dai laboratori del C14 e quindi avrebbe falsato la datazione. Non possiamo occuparcene qui, ma basti dire che secondo Garza-Valdes oltre il sessanta per cento dell'attuale lenzuolo è costituito dal rivestimento, come dire che la plastica è il doppio del lino. I fili della Sindone sono stati esaminati a tutti gli ingrandimenti, anche col microscopio elettronico, ma mai nessuno, se non lui, ha visto il rivestimento bioplastico. Nel 1995 Garza-Valdes seppe della discrepanza nella datazione di corpo e bende della mummia 1770 e si mise in contatto con Rosalie David a Manchester. Si convinse che anche le bende della mummia risultavano più giovani perché ricoperte dalla bioplastica. Garza-Valdes aveva comprato la mummia di un ibis, uccello sacro per gli egizi. Anche sulle bende dell'ibis trovò naturalmente la bioplastica. In collaborazione con la David, fece datare corpo e bende dell'ibis. A quanto sembra, anche questa mummia era stilisticamente databile al periodo Tolemaico. Dalla datazione al C14 risultò che le bende erano infatti del periodo Tolemaico, mentre il corpo era di cinque secoli più vecchio. Per una volta, i sindonologi riportano correttamente questo dato. Però non c'è motivo di dare la colpa a un (inesistente) rivestimento bioplastico. Probabilmente la causa della discrepanza non era nelle bende ma nel corpo della mummia. Forse il campione era inquinato di carbonio fossile. Inoltre bisogna considerare che non fu felice la scelta dell'ibis come animale. Infatti l'ibis è tipicamente un uccello acquatico e si nutre di pesci o molluschi che potrebbero avere un contenuto ridotto di carbonio 14.

Un esperimento fantasma


Per provare la sua teoria, Garza-Valdes intendeva sottoporre le bende, per questo ibis come per la mummia di un gatto e per la stessa 1770, a un metodo di pulizia di sua invenzione che avrebbe separato il lino dal rivestimento bioplastico, per poi datare il lino senza l'inquinante. Contava così di trovare per le bende la stessa età del corpo della mummia. Non risulta che il tentativo sia mai stato condotto con successo. Analogo tentativo di purificazione era stato fatto da Garza-Valdes nel 1994 addirittura su un non piccolo campione del tessuto della Sindone, che Giovanni Riggi di Numana gli aveva portato a San Antonio senza il permesso e all'insaputa dell'allora vescovo di Torino. Quella volta l'esperimento fallì per un imperdonabile sbaglio durante le procedure di pulizia del campione. Se ci fosse stato del vero nella teoria di Garza-Valdes, la cosa sarebbe stata di grande interesse e avrebbe avuto importanti ripercussioni nel campo della datazione archeologica e non solo. Sono passati parecchi anni da quei tentativi con le mummie ma nessuno ne parla più. In realtà qualcuno ne parla. È Emanuela Marinelli che dà come avvenuto che Garza-Valdes abbia ripulito le bende della mummia 1770, che per lei datavano a mille anni più giovani del corpo, e le abbia poi ridatate trovando la stessa età del corpo. Ecco quanto scriveva nel 1998 ([5], p. 251): «Un interessante esperimento è stato condotto nell'Istituto di Microbiologia dell'Università di San Antonio (Texas) da Leoncio Garza-Valdes, il quale ha trattato un campione delle bende di quella mummia [la 1770] con uno speciale preparato enzimatico; questo rimuove il rivestimento batterico che copre i fili come una patina. Datando la stoffa dopo la pulizia speciale si è ottenuta la stessa età del cadavere». L'affermazione è ancora oggi contenuta sul sito di Collegamento pro Sindone, di cui la Marinelli è la principale esponente (www.shroud.it/studi.htm). La Marinelli raccontava la stessa storia sul Supplemento del Bollettino Salesiano nel 2000 e ne traeva questa conclusione: «La datazione radiocarbonica della Sindone perde dunque ogni valore e non esistono obiezioni all'autenticità della preziosa reliquia».
La notizia di un simile esperimento sarebbe davvero interessante, se fosse vera. Non mi risulta che sia vera, ma la Marinelli potrà provarla indicando dove si trova pubblicato il relativo resoconto di Garza-Valdes. In caso contrario, sarà utile se toglierà la notizia dal suo sito e informerà i lettori che si era sbagliata.

Gian Marco Rinaldi

Note


1) Nei primi due di questi suoi libri, del 1990 ([1], p. 268-69) e del 1997 ([2], p. 197), Baima Bollone, dopo avere citato lumache, foca e mammut, scrive: «Questi risultati sono spiegabili, e pertanto non devono essere criminalizzati. Per rimanere in ambito di gusci di conchiglie, l'assurdo "invecchiamento" è ben conosciuto. I carbonati delle acque profonde possono avere un'età di diverse migliaia di anni a causa della loro lunghissima permanenza nell'ambiente. Le conchiglie che li assumono hanno un'apparente età anche di circa 400 anni per le latitudini intorno all'equatore, che arriva fino a valori dell'ordine di migliaia di anni per le acque oceaniche delle regioni nordiche, più vicine al polo. Pertanto, più che un risultato aberrante si tratta di una datazione coerente con la teoria del 14C, e che quindi conferma indirettamente la validità del metodo». ([2], p. 197) Qui l'autore fa una notevole confusione perché mette negli oceani le conchiglie di acqua dolce, comunque sembra aver capito che non si tratta di errori. Però nei successivi due libri, del 2000 e 2006, omette questa precisazione e lascia credere che di errori si tratti.
In una intervista rilasciata al giornalista Stefano Lorenzetto, apparsa sul Giornale e poi in un libro di Lorenzetto (Italiani per bene, 2002), Baima Bollone, a proposito della datazione del 1988, ripete: «Era la seconda volta al mondo che la radiodatazione al carbonio 14 veniva eseguita su di un tessuto. Quindi un metodo per nulla collaudato. È capitato che il carbonio 14 datasse come vecchi di 20000 anni gusci di lumache vive». Qui chiaramente porta le lumache come esempio per screditare il C14.
2) Ringrazio la dottoressa Jenefer Cockitt dell'Università di Manchester per le informazioni fornite sulle datazioni della mummia 1770 (commenti e interpretazioni sono solo miei).
3) I sindonologi si sono adoperati a cercare errori del C14 dove non ce n'erano, ma non si sono accorti, almeno in Italia, di questo grave smacco del British Museum. La notizia sarebbe stata anche più allettante per loro perché a coordinare i lavori del laboratorio del British Museum c'era quel Michael Tite che poi fu il coordinatore della datazione della Sindone.


Bibliografia


1) P. Baima Bollone: Sindone o no, 1990
2) P. Baima Bollone: Sepoltura del Messia e Sudario di Oviedo, 1997
3) P. Baima Bollone: Sindone: 101 domande e risposte, 2000
4) P. Baima Bollone: Il mistero della Sindone, 2006
5) O. Petrosillo, E. Marinelli: La Sindone: Storia di un enigma, 1998 (terza edizione).