Kuhn e i problemi del falsificazionismo

Legge di Barr


Chiedere a un gruppo di scienziati
di rivedere la loro teoria è
come chiedere a un gruppo
di carabinieri di rivedere la legge.


Parte di questo numero di Query è dedicata al criterio della falsificabilità di Popper: nella rubrica Toolbox vediamo se gli scienziati lo mettono davvero in pratica nel mondo reale, qui invece vediamo se possiamo adoperarlo per distinguere tra scienza e pseudoscienza.
Per capirlo, proviamo a usare il criterio della falsificabilità in negativo, cioè definiamo come pseudoscienze le discipline che non lo applicano. Dovremmo dire che le affermazioni pseudoscientifiche per definizione non sono confutabili, ma questo non è sempre vero. L’astrologia, per esempio, fa affermazioni falsificabili, e infatti è stata messa alla prova sperimentalmente e ha totalmente fallito: potete trovare diversi esempi nello “Speciale Astrologia” sul sito del CICAP. È vero che da quando gli scienziati si sono messi a fare le pulci agli astrologi, questi ultimi sono diventati sempre più prudenti e fumosi nelle loro dichiarazioni, ma è chiaro che il problema principale dell’astrologia non è che le sue affermazioni non siano falsificabili: è che sono sbagliate e che, nonostante questo sia stato dimostrato sperimentalmente, il nocciolo della teoria non viene modificato né tantomeno abbandonato. Anche la più famosa delle pseudoscienze mediche, l’omeopatia, fa affermazioni abbastanza precise sul potere terapeutico di prodotti ottenuti secondo un determinato procedimento, tant’è che è stato possibile verificarle sperimentalmente e dimostrare che sono false. È vero che astrologi e omeopati accampano varie scuse inventando ipotesi ad hoc per non ammettere che le loro affermazioni siano state confutate sperimentalmente, ma questo è diverso dal dire che tali affermazioni non siano falsificabili in linea di principio.
Dove invece il criterio di Popper calza a pennello è nel caso dell’intelligent design. Qui abbiamo una teoria costruita a tavolino in modo che nessuna nuova scoperta la possa sconfessare: qualsiasi nuovo tassello si aggiunga alla teoria dell’evoluzione, verrà attribuito a un progettista intelligente del quale nulla viene detto e la cui esistenza non può essere smentita. Anche le teorie del complotto tendono a essere intrinsecamente non falsificabili, dato che qualsiasi confutazione viene automaticamente interpretata come parte del complotto stesso e quindi considerata non attendibile.
Insomma, la mancanza di falsificabilità può essere una caratteristica delle teorie pseudoscientifiche, ma non sempre lo è: più che una condizione necessaria, sembra essere quella che i logici chiamano una condizione sufficiente.
In realtà è possibile elaborare il criterio della falsificabilità in modo che sia in grado di riconoscere queste pseudoscienze: tentò di farlo in parte lo stesso Popper e più compiutamente il suo allievo Lakatos (lo vediamo nella rubrica Toolbox di questo stesso numero). Si tratta in pratica di richiedere che una teoria non sia semplicemente falsificabile, ma sia sopravvissuta a diversi tentativi di falsificarla: astrologia e omeopatia chiaramente non soddisfano questo requisito. Nella sostanza quindi il criterio della falsificabilità, anche se non funziona perfettamente, evidenza una differenza importante tra scienza e pseudoscienza: le teorie scientifiche fanno previsioni empiriche “coraggiose” e si confrontano apertamente con la realtà, mentre le pseudoscienze ricorrono a vari stratagemmi per evadere la confutazione sperimentale.
Dove invece il falsificazionismo non rappresenta correttamente la realtà è nel sostenere che gli scienziati abbandonino le loro teorie soltanto perché sono contraddette dai dati sperimentali. Le vecchie teorie vengono rimpiazzate da quelle nuove attraverso processi complicati, che comprendono anche fattori non strettamente scientifici, legati al contesto storico e sociale. Questo fenomeno fu messo in luce per primo dal fisico statunitense Thomas Kuhn, diventato storico della scienza e filosofo poco dopo il dottorato[1].
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©Thomas Khun
themoviedb.org
Kuhn osserva che il cammino della scienza non è necessariamente un continuo accumulo e miglioramento di conoscenze. Questo è più o meno vero in periodi di scienza normale, in cui gli scienziati affinano la teoria dominante utilizzandola in casi particolari, senza metterla seriamente in discussione: è il caso per esempio dei genetisti mendeliani che applicavano le scoperte dei loro predecessori a specie sempre nuove, senza però modificare il nucleo della teoria. Kuhn chiama paradigma l’insieme delle teorie dominanti, con il modo di lavorare e persino la visione del mondo che costituiscono l’ambiente nel quale si muovono gli scienziati.
Questo stato di cose prosegue fino a quando gli scienziati incontrano qualche sorpresa, un’anomalia che non coincide con le previsioni della teoria. Le sorprese un po’ alla volta si accumulano e la teoria comincia a mostrare la corda. Inizialmente i fenomeni inattesi vengono messi da parte come poco importanti, oppure vengono spiegati con qualche ipotesi ad hoc (basta non esagerare) e tutto continua come prima. Man mano che le anomalie si accumulano, però, è sempre più difficile incorporarle nel paradigma corrente e si entra in un periodo di crisi. Comincia a farsi largo un’idea nuova che magari, ignorata dalla maggioranza, era già nell’aria: si forma così un nuovo paradigma, incompatibile con il precedente, che conquista nuovi seguaci.
Un punto essenziale, fa notare Kuhn, è che il paradigma vecchio e quello nuovo sono incommensurabili: non si può arrivare da uno all’altro per piccoli e graduali aggiustamenti, il passaggio è una vera e propria rivoluzione. Per un po’ entrambi i paradigmi rimangono in campo e si affrontano, non soltanto a colpi di esperimenti, ma anche con litigi tecnici, sull’interpretazione dei risultati, o filosofici, sulla semplicità o sull’eleganza di un concetto. Quando il nuovo paradigma si afferma definitivamente, la rivoluzione scientifica è completata e la disciplina entra in un nuovo stato di scienza normale fino alla crisi successiva.
Per esempio, la transizione tra la visione del mondo elettromagnetica di Maxwell e quella relativistica di Einstein non fu né calma né istantanea, ma passò attraverso una prolungata serie di attacchi, sia con dati empirici sia con argomenti retorici o filosofici, da entrambe le parti. Le nuove prove non prevalsero automaticamente ma furono interpretate in modi diversi: alcuni scienziati giudicavano più convincenti le equazioni di Einstein, mentre altri le trovavano inutilmente complicate rispetto alla nozione di etere di Maxwell. Alcuni consideravano una prova decisiva le fotografie di Eddington della luce che si piegava intorno al Sole, altri le contestavano come non abbastanza accurate e significative. Soltanto dopo diversi anni la teoria einsteniana ebbe la meglio e divenne il nuovo paradigma.
Il pensiero di Kuhn rappresentava una vera rivoluzione rispetto a quello di Popper e fu oggetto di forti critiche fin dall’inizio, in parte per questioni tecniche (come il concetto di incommensurabilità), ma soprattutto perché l’idea di paradigma rovinava la visione un po’ mitica della scienza come un costante progresso: per usare le parole di Popper, la proposta di Kuhn conduceva al «grande disastro» della «sostituzione di un criterio razionale della scienza con uno sociologico» e apriva la strada al relativismo. Gli scienziati perdevano la loro aura di infallibilità e diventavano semplici esseri umani, affetti da debolezze e attaccati alle loro convinzioni a volte anche contro la (moderata) evidenza del contrario.
Se Popper è uno dei filosofi della scienza più citati, Kuhn è uno dei più fraintesi. Mentre gli scienziati si infuriavano con lui fino ad accusarlo di averli paragonati ai mafiosi, i critici della scienza ne fecero un eroe e non tardarono a portare la sua teoria alle estreme conseguenze: se la transizione da un paradigma al successivo non dipende (solo) da ragioni oggettive, allora la scienza è arbitraria e non occupa un posto privilegiato rispetto ad altre visioni del mondo, come lo sciamanesimo, l’astrologia o il creazionismo. Kuhn non condivideva queste interpretazioni e nel 1965 lamentò che descrivere i suoi argomenti come una difesa dell’irrazionalità nella scienza gli sembrava «non solo assurdo ma vagamente osceno». Per replicare a questi fraintendimenti, Kuhn passerà il resto della vita ad affinare la sua teoria e spiegarla a quelli che non l’avevano capita, definendo sempre più il cambiamento di paradigma come un cambiamento di linguaggio: cambia il vocabolario con il quale gli scienziati descrivono la natura e in particolare cambia il modo in cui parole di questo vocabolario fanno riferimento agli oggetti.
Ancora oggi un argomento molto comune tra le pseudoscienze è che la scienza non è disposta ad accettare le loro tesi perché ha bisogno di un cambio di paradigma. Ma anche questa interpretazione è contraria al punto di vista di Kuhn, per il quale al contrario era proprio nella scienza normale, cioè all’interno di un dato paradigma, che si vedeva la differenza tra scienza e pseudoscienza. Kuhn usava ancora come esempio l’astrologia. Mentre un astronomo, per esempio, può risolvere il problema di una previsione fallita eseguendo altre misurazioni oppure aggiustando la propria teoria, nell’astrologia, nessuno, per quanto ferrato, può usare le previsioni sbagliate in un tentativo costruttivo di rivedere la tradizione astrologica. È per questo, secondo Kuhn, che l’astrologia è una pseudoscienza e lo è stata fin dall’inizio.
Il criterio di demarcazione di Kuhn cattura un aspetto essenziale delle pseudoscienze: l’incapacità di evolversi attraverso il confronto con i dati sperimentali. Ma nemmeno quella di Kuhn fu l’ultima parola sul problema di distinguere tra scienze e pseudoscienze: ne riparleremo.

Note


1) Kuhn, T. 1962. La struttura delle rivoluzioni scientifiche (The Structure of Scientific Revolutions, 1962)