La lezione sempre attuale del caso Di Bella

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  • 11-04-2013
  • di Salvo Di Grazia
Alla fine degli anni novanta le cronache del nostro paese furono invase da una tempesta con pochi precedenti.
Tutto era iniziato qualche anno prima quando in televisione e nei giornali si iniziò a parlare di una persona che aveva scoperto una cura per il cancro efficace e senza particolari effetti collaterali. L’inventore di questa presunta terapia era un anziano professore di fisiologia modenese, Luigi Di Bella.
Da qualche anno il professore raccontava ai giornali di guarigioni di malati terminali, di centinaia di persone tornate alla vita quotidiana libere dalla malattia ma anche di misteriosi boicottaggi. Tanto tuonò che piovve e, tra cartelle cliniche sventolate davanti alle telecamere e trasmissioni televisive dai toni accesissimi, la disputa divenne un caso nazionale, accompagnata da orde di avvoltoi pronti ad arraffare il possibile da un fenomeno che sembrava stravolgere il nostro paese.

L’idea del fisiologo modenese era quella di mescolare alcune sostanze (somatostatina, inibitori di prolattina, vitamine, melatonina e chemioterapici) ottenendo un “cocktail” da somministrare agli ammalati di tumore. Per lui questo metodo serviva non solo per il cancro ma anche per altre malattie (Alzheimer, sclerosi multipla, diabete e altro) e non aveva scopo “palliativo” ma era una vera e propria terapia risolutiva. Contributo decisivo al successo di questo ennesimo “genio incompreso” venne dall’atteggiamento del professore Luigi Di Bella: mite, anziano e dal linguaggio forbito, si dipingeva come un martire della scienza, dedito allo studio e al lavoro, che non si faceva pagare per le sue consulenze.
In realtà la validità della cura non era così scontata ed era quindi inevitabile che tutto si spostasse sul piano “emozionale”. Il problema principale di quest’ipotesi era che nessuna delle sostanze utilizzate (né il loro uso in associazione) aveva mostrato effetti antitumorali generali (alcune di queste erano già utilizzate per alcuni tipi di tumore) e in ogni caso non era stata realizzata nessuna sperimentazione né in vitro né in vivo per stabilirne l’efficacia. Per alcune delle sostanze utilizzate inoltre (la somatostatina, ad esempio) l’effetto antitumorale era già stato studiato scoprendo che esisteva solo per alcune rare forme di tumore (ancora oggi la terapia dei tumori neuroendocrini è a base di somatostatina) era blandissimo o inesistente per molte altre.
La scelta di Di Bella quindi era arbitraria e basata su ipotesi personali non dimostrate.

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Giuseppe Di Bella, figlio del professor Luigi Di Bella
Fu la spinta popolare (che solo chi visse quegli anni può ricordare) e una incauta pressione politica (le masse portano voti) a spingere l’allora ministro della sanità (Rosy Bindi) a decidere con un provvedimento urgente per la sperimentazione del “protocollo”.
Questa venne condotta in diversi ospedali del nostro Paese e fu curata dal professor Di Bella in persona in collaborazione con un comitato di controllo composto dai più noti e prestigiosi studiosi italiani e internazionali di oncologia.
I risultati furono indiscutibili ed evidenti, non sopravvisse nemmeno uno dei pazienti sottoposti ai protocolli con il “metodo Di Bella”. La vicenda però non si concluse perché lo staff del fisiologo modenese accusò gli sperimentatori di aver “alterato” le prescrizioni, di aver somministrato prodotti non validi e di aver boicottato con ogni mezzo gli esiti dei test.
Per questo motivo ci fu anche un’inchiesta della magistratura che però archiviò tutto stabilendo che i procedimenti erano stati regolari e che non era possibile ravvisare alcuna anomalia.
Il silenzio che ne seguì strideva con i clamori incredibili suscitati da questa storia prima che avvenisse la sperimentazione. Solo nel 2005 ci fu un ulteriore tentativo (da parte di alcuni uomini politici) di riproporre quella pseudocura all’attenzione delle autorità sanitarie, tentativo fallito perché bocciato dalle più importanti istituzioni mediche del paese.

Successivamente alla sperimentazione ufficiale, che diede esito negativo, furono resi noti tutti i particolari degli studi, tra i quali l’analisi dell’archivio personale del professor Di Bella (a cura della compianta prof.ssa Buiatti) e i risultati di una sperimentazione indipendente svolta dalla regione Lombardia.
La prima dava esito negativo: delle decine di migliaia di casi dichiarati da Di Bella come trattati solo poche centinaia avevano effettuato solo quella cura e di questi era in vita solo una persona (a pochi mesi dall’inizio della cura). La sperimentazione lombarda diede risultati negativi, sovrapponibili a quelli della sperimentazione nazionale.
Il verdetto quindi fu assolutamente desolante, sia nei risultati che nell’analisi osservazionale. Quell’insieme dei farmaci, come indicavano le conoscenze scientifiche, non solo non guariva dal cancro ma non migliorava né la sopravvivenza né la qualità di vita dei malati. Non per niente le curve di sopravvivenza dei pazienti sottoposti alla cura erano paragonabili a quelle di chi non si sottopone a nessuna cura.

Nonostante questo e grazie all’eco fornito dal web, il cosiddetto “metodo Di Bella” continua ad essere proposto e prescritto, oggi dal figlio del defunto inventore della terapia. Anche in questo caso nessuna prova scientifica né esperimento decisivo, solo un incessante passaparola, articoli di giornali e siti internet, tutti con sconvolgenti dichiarazioni di guarigione, di effetti positivi incredibili e di veri e propri miracoli medici. Il fenomeno delle “cure alternative” miracolose non è nuovo, nel nostro Paese: prima di Di Bella, fu un veterinario campano che propose di curare i tumori con un “siero” di sua invenzione (il siero Bonifacio, dal nome dell’inventore) e anche in quel caso si assistette a fenomeni d’isteria popolare e pressioni politiche interessate.
Non si tratta peraltro di un’esclusiva del nostro Paese, descritto in queste occasioni come “credulone” e “bigotto”, nel migliore stile del luogo comune sull’Italia. Gli Stati Uniti soprattutto sono stati protagonisti più volte di fenomeni simili, come nel caso di Hoxsey: un ex minatore analfabeta che diffuse una presunta cura per il cancro e che lottò, appoggiato da parte della politica, contro le più importanti autorità mediche del suo paese. In Canada il ruolo di “salvatore dei malati” fu di un’ex infermiera che inventò una tisana anticancro, l’Essiac.

Insomma, il fenomeno più che medico è sociologico. L’uomo ha bisogno di speranze e illusioni alle quali aggrapparsi in caso di grave malattia. Di fronte a diagnosi gravi o infauste la reazione è totalmente soggettiva: per i credenti l’appello al divino è fondamentale e, di fronte a una speranza si assiste spesso a un’inaspettata forza di volontà che aiuta a superare meglio le difficoltà della malattia. Chi non crede è in svantaggio e spesso ricorre a finte speranze, a volte anche consapevolmente.
Per questo motivo i sostenitori di certe terapie alternative hanno un atteggiamento molto estremista, quasi fideistico nei confronti del loro “idolo” che diventa unica e ultima speranza di restare aggrappati alla vita.
Un atteggiamento umano, come si vede, e quindi comprensibile. Resta incomprensibile invece l’atteggiamento di chi, per mitomania o malafede, periodicamente “inventa” la cura definitiva per il cancro e ancor più quello di chi, politico o interessato per altri motivi, appoggia queste scelte, spesso per solo interesse personale quando non economico. Per questo la lotta contro l’irrazionale diffondersi delle cure alternative non finirà mai né deve conoscere sosta.
Lasciare strada libera a chi si approfitta delle debolezze del prossimo sarebbe una tragedia, più della malattia.