Pseudomedicine senza confini

  • In Articoli
  • 19-11-2013
  • di Salvo Di Grazia
image
Max Gerson - ©intuitivelywisewellnews.wordpress.com
Quante volte ci siamo arrabbiati perché in Italia appare l’ennesima cura per tutti i mali priva di fondamenti scientifici? Quante volte abbiamo pensato alla nostra nazione come a un Paese bigotto, arretrato e credulone? «Queste cose possono accadere solo in Italia!», è scappato anche a me.

Già, sembra che tutte le fandonie scientifiche del mondo trovino terreno fertile solo da noi. O almeno questo è ciò che sembravano pensare anche molte importanti riviste straniere, che, quando scoppiò il caso della “cura Di Bella”, parlavano di superstizione e di creduloneria e facevano continui richiami alla fede nelle madonnine piangenti, come se la predisposizione alla superstizione dell’essere umano fosse un’esclusiva italiana. Uno sguardo più ampio consente invece di capire che la questione non è in questi termini.

Storie di “follia medica” si trovano in tutti i Paesi del mondo. Dagli Stati Uniti alla Francia, alla Germania, al Canada, ogni nazione ha il suo “guaritore nazionale” che come per un destino ineluttabile ha persino ottenuto una sperimentazione ufficiale. Gli Stati Uniti hanno conosciuto i casi di Harry Hoxsey, analfabeta che ereditò dal padre una “ricetta” anticancro. Era un uomo molto aggressivo e rozzo e fu proprio questo che lo rese popolare, si scontrò apertamente con le autorità sanitarie del Paese e arrivò pure a denunciarle. Era tranciante e deciso nelle sue affermazioni: «con la mia cura si guarisce nel 100% dei casi!» e questo non poteva che colpire la popolazione di livello socio-culturale più basso che organizzò manifestazioni e parate per sostenere il suo “profeta”. Hoxsey chiese a gran voce la sperimentazione della sua “pozione” ottenendola, ma nel 1960 la FDA definì la sua “terapia” come “frode inefficace”. Pensate che tutto questo lo abbia fermato? Assolutamente no, egli divenne ancora più insistente, chiese un risarcimento danni ad alti esponenti del governo che lo avevano definito “il più grande ciarlatano d’America” e lo ottenne. La sua vita si chiuse tristemente: ammalatosi di tumore si curò inizialmente con la sua terapia, che anche nel suo caso non ebbe alcun effetto. Si rivolse allora ai medici “ufficiali” che gli consentirono di vivere altri sette anni, durante i quali si ritirò a vita privata.

Altra vicenda statunitense è quella di Max Gerson (e poi di sua figlia Charlotte) che, per sfuggire alle leggi locali, si rifugiò in Messico costruendo lì la sua clinica e approfittò di leggi molto meno severe di quelle del suo Paese d’origine. Max Gerson era convinto che i tumori fossero dovuti a una degenerazione cellulare che poteva essere combattuta solo bevendo litri e litri di spremute di vegetali: frutta e verdura erano l’unico alimento permesso ai suoi pazienti (si racconta di quantità enormi, fino a sette litri di frullati al giorno) che grazie a questa dieta sarebbero guariti dal cancro e da altre gravi malattie. La vicenda proseguì come le tante altre storie simili: si scoprì che non vi era stata alcuna guarigione credibile, che i dati non esistevano o erano lacunosi e che molte guarigioni non erano semplicemente avvenute.

Si svolge invece in Canada la storia di René Caisse (ne abbiamo parlato nel numero 3 della rivista), l’infermiera che con un intruglio di erbe diceva di poter curare il cancro e che rese la sua piccola città una meta per disperati. Passando in Europa, la Germania è la patria di Rike Geerd Hamer, ex medico, che dopo la tragica morte del figlio fantasticò di una “nuova medicina”. Secondo lui tutte le malattie sarebbero causate da conflitti irrisolti (per esempio una caduta dalla culla da bambino porterà una malattia da adulto, il diabete sarebbe causato dalla paura delle rane, eccetera), e per risolvere i propri problemi di salute sarebbe necessario indentificare il conflitto colpevole e “scioglierlo”. L’ex medico (incarcerato diverse volte e oggi latitante) era contrario a ogni terapia e persino alla morfina, per queste ragioni i racconti di suoi ex pazienti e dipendenti sono raccapriccianti. Questa pratica, portata avanti ancora oggi e i cui sostenitori si comportano come aderenti a una setta che ha tratti marcati di antisemitismo, ha causato molte vittime nel mondo e qualcuna anche in Italia. Infine la Francia, con Mirko Beljanski, medico del prestigioso istituto Pasteur di Parigi che giurava di poter guarire il cancro e l’AIDS con una sostanza rimasta per molti anni misteriosa (poi si scoprì trattarsi di un estratto di una pianta tropicale). Beljanski era uno studioso rispettatissimo e stimato, ma a un certo punto della sua carriera sembrò voler rinnegare quel metodo scientifico e quel mondo accademico che l’avevano reso uno degli scienziati più conosciuti del suo Paese. Cominciò a produrre il suo rimedio nei laboratori statali; poi, ammonito, si trasferì nel suo garage e fu denunciato. Cambiava allora continuamente città e si scagliava contro i suoi detrattori scatenandone l’ira e provocandoli a tal punto che una delle ultime irruzioni nei suoi laboratori vide schierato un intero reparto antiterrorismo, come per un pericoloso bandito. Fu persino arrestato, fino a quando (erano gli anni di Mitterrand), si sparse la voce (mai confermata) che il presidente della repubblica francese, malato da tempo, si stesse curando con il suo metodo e per questo motivo aveva ripreso le forze e stava molto meglio. L’illusione durò pochissimo, visto che pochi mesi dopo Mitterrand morì proprio a causa della malattia e il “miracoloso” rimedio Beljanski perse ogni suo fascino. Passò poco tempo e anche il ricercatore “eretico” morì di tumore, ma ebbe una piccola rivincita: lo stato francese fu condannato dalla corte europea dei diritti dell’uomo perché il processo che portò al carcere Beljanski non permise una difesa corretta dell’imputato. Per questo motivo, lo Stato, oltre a risarcire la moglie superstite, dovette riabilitare la memoria del professore. Ancora più grave il caso dell’AIDS in Sudafrica, Paese letteralmente martoriato dalla malattia. Il presidente Mbeki (alla guida del Paese fino al 2008) era assolutamente convinto delle idee dei cosiddetti “negazionisti”, ovvero di coloro che sostengono l’inesistenza del virus HIV (causa dell’immunodeficienza). Mbeki, per questo motivo, proibì l’uso di terapie antivirali incoraggiando uno stile alimentare e dei riti tribali che secondo lui erano l’unica terapia efficace contro la malattia. Il presidente era talmente convinto delle sue idee che allontanò con una scusa un ministro della sanità che voleva lanciare una campagna di sensibilizzazione per combattere l’epidemia. Il suo errore emerse drammaticamente quando vennero pubblicati i dati relativi ai morti e agli infetti da HIV che erano aumentati in maniera impressionante. Mbeki è infatti ritenuto direttamente responsabile della morte di milioni di persone.

Come si vede, se l’Italia è considerata arretrata e superstiziosa, anche altri importanti Paesi non sono da meno. Per quanto ci riguarda possiamo invece osservare che nel nord Italia (specie nel nord-est) sono rilevanti pratiche come il Reiki, la meditazione, l’agopuntura, l’omeopatia che si fondano su credenze di tipo “olistico” e filosofico, mentre al sud conservano la loro maggiore importanza superstizioni di tipo religioso, relative in particolare ai miracoli. Questo indica che, se pure la superstizione e l’ignoranza scientifica non conoscono confini, molti di questi comportamenti sono legati alla cultura, alla tradizione e all’ambiente in cui viviamo. Per questo motivo, per quanto si tratti di pratiche che non aiutano a guarire o a stare meglio, non va negato il loro radicamento sociale, visto che esse costituiscono una componente rilevantissima delle società contemporanee. Si può del resto osservare che l’umanità ha sempre manifestato il bisogno di riferimenti a cui aggrapparsi nei momenti bui e questo può aiutare a comprendere la diffusione storica e geografica di pratiche mediche che non hanno alcuna reale consistenza o efficacia.