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Le strane luci di Hessdalen

L'astrofisico Massimo Teodorani racconta le sue ricerche
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di Emiliano Farinella
07-12-2004

Massimo Teodorani, astrofisico, lavora presso la stazione radioastronomica del CNR di Medicina dove svolge ricerche sulla riga spettrale dell'acqua in candidati pianeti extrasolari. Fin dal 1994, in parallelo alla ricerca astrofisica, studia da un punto di vista fisico i fenomeni luminosi di Hessdalen ed è stato direttore scientifico di 3 missioni esplorative. È membro del SETI Italia, ed è il rappresentante italiano per la variante "SETV".

Può iniziare descrivendoci il fenomeno delle luci di Hessdalen?

Si tratta di fenomeni di luce dalla forma generalmente sferica e di colori svariati, prevalentemente bianco e rosso, caratterizzate da pulsazioni irregolari a volte di lunga durata. Hanno la caratteristica di apparire sia in cielo (con distribuzione omogenea), che in prossimità del terreno e con una traiettoria a scatti: appaiono in un punto, si spengono di colpo come con un interruttore, e poi riappaiono in un altro punto. L'apparizione dei fenomeni luminosi è spesso associata a perturbazioni del campo magnetico.

Dove si verificano tali fenomeni?

Si osservano in maniera ricorrente sia a Hessdalen (Norvegia, a sud-est di Trondheim, NdR) che in circa 40 località del mondo, almeno in base al mio archivio. In molte di queste aree fenomeni di luce ricorrenti hanno luogo da centinaia d'anni, in certi casi, come nella zona di Boulia in Australia (luci di Min-min) o nella riserva di Yakima negli USA, essi vengono perfino rappresentati nei petroglifi. A Hessdalen ufficialmente esiste documentazione fin dal 1981, ma c'è chi afferma che le testimonianze risalgono alla fine del diciannovesimo secolo.

Quando ha luogo il fenomeno, da quanto tempo?

Hessdalen è una località (oggi) di soli 150 abitanti, è chiaro che un secolo fa o più la valle fosse quasi disabitata e che quindi le testimonianze fossero poche per via dell'effetto di selezione dovuto al basso numero di abitanti, ma anche per la molto minore velocità dei mezzi informativi di quei tempi. Hessdalen resta al momento la località più importante, non tanto per il tipo o la frequenza di fenomeni, quanto perché è l'unica o quasi ad essere stata oggetto di vere e proprie investigazioni scientifiche supportate da strumentazione di vario tipo.

Che caratteristiche emergono dalle ricerche sin qui condotte?

Dal punto di vista radio la valle di Hessdalen è permeata di ogni genere di segnali nelle onde radio molto basse (VLF in particolare), la stragrande maggioranza dei quali sono interferenze di tipo "man-made". Una piccola parte di questi segnali contiene invece caratteristiche decisamente anomale, in particolare i segnali doppler nel range 1-3 KHz. Per quanto invece riguarda le palle di luce in quanto tali possiamo al momento affermare che: 1) il fenomeno luminoso apparentemente genera luce come un radiatore non-planckiano, gli aumenti di luce sembrano essere dovuti all'improvviso aumento della superficie radiante mentre la temperatura di colore resta pressoché costante; 2) l'aumento della superficie radiante non è dovuto ad espansione dei globi di luce, ma all'apparizione improvvisa di grappoli di piccole sfere concentrate attorno ad una specie di nucleo centrale; 3) il fenomeno luminoso, analizzando la distribuzione a 3-D della luminosità e verificandone il profilo molto netto, non ha le caratteristiche di un "plasma standard" ma di una materia che apparentemente simula un solido uniformemente illuminato; 4) il fenomeno di luce può raggiungere una potenza fino ai 20 KW; 5) la valle di Hessdalen è completamente elettrificata in quanto mostra ovunque tanti piccoli "flash" di brevissima durata che spesso riusciamo a registrare con foto a lunga posa.

Che ipotesi è lecito avanzare sulla natura del fenomeno?

Disponiamo ora di indizi che ci fanno ritenere che un buon 80% dei dati da noi acquisiti sia spiegabile con il modello del fisico britannico David Turner, secondo il quale lo scambio di energia termica, elettrica e chimica tra un plasma e un'atmosfera ricca di vapor d'acqua e aerosol, è in grado di generare palle di luce dai profili nettissimi come quelli da noi osservati. Esse, essendo costituite da un vero plasma all'interno e da uno strato esterno con funzione refrigerante, producono energia con un meccanismo simile a una pompa termo-chimica: ciò permette l'esistenza di una struttura autoregolata e dai tempi di vita relativamente lunghi. Il plasma da cui tutto si origina è con ogni probabilità prodotto dalle flessioni tettoniche che a loro volta generano piezoelettricità ed effetti elettromagnetici simultanei nelle onde VLF e UHF: in tali condizioni secondo il modello del fisico cinese Juo Suo-Zou può formarsi un vortice di plasma. Questo interagendo con l'atmosfera genera ciò che poi vediamo.

Resta tuttavia un 20% della fenomenologia osservata che non può al momento essere spiegata con il modello Zou-Turner di cui sopra.

Quali ipotesi è invece possibile escludere?

In primo luogo si esclude al momento l'ipotesi che l'attività solare sia la causa di innesco del fenomeno. Analisi statistiche recenti su un campione molto popolato di dati presi nel medio termine lo dimostrano. Il modello di Fryberger del "vorton" (un cluster di monopoli magnetici), contiene 10 osservabili, al momento ne abbiamo trovati solo due, quindi siamo ben lontani dai criteri di completezza che avvallerebbero la teoria. Il modello di Abrahamson delle nano-particelle riscaldate estratte dal suolo da una forte scarica elettrica esterna sebbene possa spiegare in sé il profilo luminoso osservato, non trova riscontro nella molto più debole elettricità prodotta dalle flessioni tettoniche. L'attività ionosferica è assolutamente inadatta a spiegare sia la forma netta che i lunghi tempi di vita delle palle di luce osservate.

È possibile replicare in laboratorio fenomeni analoghi?

Al momento conosciamo abbastanza bene il quadro fenomenologico, abbiamo importanti suggerimenti dal punto di vista fisico-interpretativo, ma non disponiamo ancora di un modello teorico di tipo matematico che sia consistente con i dati osservati, e che conseguentemente ci consenta di progettare un esperimento mirato di laboratorio.

Emiliano Farinella
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