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Una spiegazione per il déjà vu: ancora?

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di Monica Melotti
17-10-2007

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A sette persone su dieci capita questa esperienza. I bambini ne sono immuni. Gli scienziati riprovano a darci una spiegazione
Quando il signor Pharrel, arzillo ottantenne, fu contattato dal dottor Chris Moulin, neuropsicologo della Leeds University, per una visita presso il suo istituto in Inghilterra, si rifiutò di andarci. La ragione era semplice: lui in quella clinica c’era già stato e non aveva intenzione di tornarci. Quando gli fecero notare che non ci aveva mai messo piede, Pharrel descrisse con dovizia di particolari gli incontri che aveva avuto con lo specialista e perfino l’arredamento dello studio. Dettagli che si rivelarono corretti anche se, in realtà, lui in quel posto non c’era davvero mai stato. Il signor Pharrel è uno dei due casi al mondo di déjà vu cronico, studiati dai ricercatori della Leeds University che, sul tema, hanno recentemente pubblicato due articoli sulla rivista scientifica Neuropsychologia.

Se il déjà vu cronico è presente solo in pazienti con diffuse patologie del lobo temporale che impediscono un efficace controllo della consapevolezza della memoria, è pur vero che il fenomeno, nella forma più comune, coinvolge oltre il 70 per cento delle persone. È una sensazione che per un brevissimo istante fa avvertire un’esperienza come già vissuta, fa riconoscere persone estranee, oppure sentire familiare un luogo mai visitato. Alan Brown, psicologo della Southern Methodist University (Dallas) e autore del libro The déjà vu experience, racconta che il fenomeno non si manifesta nei bambini, perché occorre un certo sviluppo a livello cerebrale. Infatti comincia ad apparire negli adolescenti e negli adulti, soprattutto quando sono stanchi e stressati. Nel libro Brown identifica trenta possibili spiegazioni scientifiche, classificate in quattro sottogruppi: spiegazioni puramente neurologiche (epilessia), teoria del processamento duale (la memoria che coinvolge due distinti sistemi neurali, ricordo e familiarità), teoria attenzionale (frutto di una doppia percezione: prima un piccolo black out e immediatamente dopo l’informazione riprocessata) e teorie mnestiche (qualcosa che abbiamo visto o immaginato prima nella vita cosciente o in un sogno). In pratica il fenomeno non ha solo una causa, ma diverse origini sovrapponibili fra loro. Il meccanismo impalpabile del déjà vu, proprio per la sua aura di mistero, ha da sempre interessato filosofi, poeti, religiosi, scienziati: ognuno ha cercato di darne una spiegazione.

«In termini religiosi ha dato luogo all’idea della trasmigrazione delle anime, una metempsicosi dove in un lampo ci ricordiamo di vite trascorse. Ed era un atteggiamento condannato dalla Chiesa, Sant’Agostino diceva che era una trappola del demonio». Parole di Remo Bodei, professore di filosofia all’Università di Los Angeles che al déjà vu ha dedicato il libro Le piramidi del tempo. «Aristotele sosteneva che quelli che dicevano di aver vissuto esperienze precedenti erano dei pazzi, mentre Nietzsche lo considerava un ritorno all’uguale. Noi viviamo le stesse esperienze in una circolarità enorme: accettiamo il passato senza rimpianti e guardiamo al futuro con innocenza. Per Freud non era una pura illusione, ma una reale fantasia radicata nell’inconscio».

Fuori sincro


Ma la prima apparizione del termine déjà vu, chiamato anche paramnesia, è da attribuire al ricercatore francese Emile Boirac, che coniò il termine nel 1896. Il fenomeno però era stato studiato alcuni decenni prima dal dottor Arthur Ladbroke Wigan che aveva avanzato l’ipotesi che fosse dovuto all’arrivo sfasato al cervello della stessa percezione con microsecondi di differenza. La mancata sincronizzazione degli emisferi cerebrali farebbe percepire inconsciamente la scena prima all’altro, così che quando arriva al secondo emisfero sembra già di aver vissuto la cosa. Da allora il fenomeno è diventato una sorta di ossessione, qualcosa di soprannaturale che ha sempre procurato un certo turbamento. Tanto che si pensava che attraverso il déjà vu si potesse risalire ad aspetti più complessi e oscuri della mente.

Disordine neurologico


Il nostro cervello, come si sa, è diviso in due emisferi. Il fenomeno del déjà vu, dal punto di vista patologico, parte dal lobo temporale sinistro ed è legato all’epilessia (che ha origine proprio da questo lobo), che non si manifesta con una perdita di coscienza ma proprio con una serie ricorrente di déjà vu. «Il paziente vive una serie di esperienze che hanno uno scarto con la realtà, come se si trovasse all’interno di una galleria di specchi» spiega Carlo Caltagirone, professore di neurologia all’Università di Tor Vergata di Roma. «Il déjà vu è uno stimolo elettrico anomalo che si manifesta in seguito a un disordine neurologico, come l’epilessia. La sensazione di realismo vissuta è giustificata dal coinvolgimento delle molteplici aree cerebrali, in particolare dall’amigdala (materia grigia) e dal sistema limbico, le strutture che sono appunto considerate le sedi delle emozioni. Può anche essere collegato ad ansietà e schizofrenia». Su questo fenomeno non ci sono certezze, ma solo varie teorie. Gli esperti concordano nel sostenere che il déjà vu non si presta a facili spiegazioni. L’arresto del fluire dell’esperienza non solo produce stupore e disagi, ma scompagina la realtà dell’Io. «Sotto l’aspetto fisiologico è una sorta di imprecisione della memoria, gli stimoli attivano un aspetto del ricordo e questo può essere associato a memorie del passato» dice Alberto Oliverio, psicobiologo all’Università La Sapienza di Roma. «Una determinata situazione, un paesaggio, un tramonto, una strada, la sensazione di aver già conosciuto una persona incontrata per la prima volta, attivano in noi il ricordo di un’esperienza simile fatta nel passato che però non abbiamo codificato con precisione. Questo si manifesta anche con il déjà écouté, il déjà veçu, fenomeni che si verificano raramente nei bambini, e con maggior frequenza nelle persone anziane perché hanno una banca dati di ricordi più vasta. Gli psicanalisti hanno un’altra teoria, per loro il déjà vu fa parte di desideri repressi, di esperienze precoci che vengono rianimate. La persona avrebbe realmente vissuto questa esperienza, ma anziché un ricordo cosciente, riaffiora solo una vaga sensazione di familiarità».

Il fascino dello spasmo


In genere il déjà vu dà un senso di spaesamento perché non ci si sente padroni delle proprie esperienze. È come se un granello di sabbia inceppasse il meccanismo del tempo e il cervello dovesse compiere uno sforzo per congiungere presente e passato, percezione e ricordo. «Le interpretazioni scientifiche sono necessarie, ma non sufficienti. La struttura del cervello può essere paragonata a una centralina telefonica. Se ci sono dei disturbi nella centralina io capisco che il senso dei messaggi non è corretto, ma nel déjà vu non ci sono disturbi - dice Bodei - Si potrebbe fare un parallelo con il sorriso che in realtà è una normale contrazione di muscoli, ma se noi riduciamo il sorriso a questo semplice movimento togliamo tutto il suo fascino, così accade per il déjà vu. Non si può confinare questo fenomeno all’aspetto cerebrale, dobbiamo considerare anche i lati emotivi e comunicativi. Il mistero del déjà vu è stato descritto al meglio dai poeti, grazie alla loro sensibilità. Penso alle piramidi del tempo di Shakespeare che in un verso descrive gli artifici del tempo che confondono l’uomo e gli fanno dubitare della sua identità, ma anche a Gabriele D’Annunzio, Dante, Paul Verlaine, Charles Baudelaire, Giuseppe Ungaretti, che hanno descritto con inquietudine e smarrimento il fenomeno del déjà vu. Io lo considero come l’equivalente fisico del crampo muscolare, uno spasmo del cervello che ci sorprende a tradimento e forse per questo è così affascinante».

Tempi ambigui


In una società dove tutto corre veloce il fenomeno del déjà vu sta tornando di moda. È proprio l’accelerazione del tempo, l’insieme delle più svariate esperienze, che non si riesce a far sedimentare che fanno venire un po’ di nostalgia per la fissità. Insomma è come se non ci si accontentasse delle macchine digitali e delle videocamere per immortalare i ricordi, si desidera qualcosa di più profondo. Così scaturisce una specie di protesta contro l’irreversibilità del tempo che si vorrebbe comandare. Ma ci si rende conto che è impossibile. «Il rapporto con il tempo è ambiguo e il fenomeno del déjà vu rende più visibile la caducità della vita, l’idea della morte. Noi tutti vorremmo rivivere i momenti belli e cancellare quelli tristi, ma con la logica sappiamo che ciò non è possibile - spiega Bodei - Il déjà vu è un lampo senza preavviso che può apparire in momenti di tensione emotiva, in situazioni di stress o di cali di energie. Con questo fenomeno vogliamo mettere in discussione la linearità e l’irreversibilità del tempo. Ma questo modello lo possiamo smontare: il tempo è come una retta su cui scorre un filo indivisibile che è il presente, che si lascia alle spalle il passato e ha davanti il futuro. La realtà può diventare uno spazio aperto dove tutto può sempre succedere. I filosofi Plotino e Boezio dicevano che l’eternità non è infinita, è pienezza di vita che può essere colta anche in momenti discontinui, dove si spalanca un’esistenza diversa, una luce di speranza, si tratta solo di riflettere sulla struttura del tempo". Chissà se qualcuno l’ha già spiegato al signor Pharrel.

Monica Melotti

Giornalista e scrittrice

Pubblicato su D-Repubblica delle Donne del 31 marzo 2007.
Si ringrazia l’autrice e la direzione di Repubblica per aver concesso il diritto di riproduzione.

Percentuali d'esperienza


Luoghi fisici e vite passate. Canzoni, odori e incontri. Da un recente sondaggio sul fenomeno del déjà vu, realizzato in Italia dall’associazione "Dal tramonto all’alba" risulta che: il 92 per cento delle persone sostiene di aver avuto un’esperienza del genere, ma non a tutti ha fatto piacere. Per il 67 per cento del campione sono i luoghi fisici a stimolare l’insorgere del déjà vu. Percorrere strade, entrare in locali, attraversare piazze di città straniere, provoca la sensazione di avere già vissuto questa esperienza. Molto più rari sono l’incontro con una persona e la sensazione di un’emozione. Per il 58 per cento l’elemento scatenante è determinato da una sensazione o un insieme di circostanze. Non sempre è sufficiente un odore, un’immagine o l’ascolto di una canzone. Il 68 per cento delle persone considera il déjà vu un fenomeno paranormale, legato a ricordi di vite passare. Per il resto degli intervistati è invece soltanto un trabocchetto della memoria. L’esperienza del déjà vu è accompagnata da un forte senso di familiarità e da un senso di stranezza e misteriosità. Il 43 per cento degli intervistati ha dichiarato di aver provato una sensazione di piacere, mentre il 41 per cento ne è rimasto turbato.



 

 

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