Prima la teoria o l'esperimento

Dietro lÂ’osservazione cÂ’è sempre lÂ’idea, un sistema teorico senza il quale lÂ’osservazione sarebbe inutile

Oggi c’è una netta tendenza a ritenere che, se è vero che nella ricerca scientifica l’esperimento rappresenta il momento importante della verifica, in realtà l’autentico processo della conoscenza, probabilmente, non appartiene alla fase sperimentale.
Anzi, come sostengono molti autorevoli filosofi della scienza, l’osservazione pura, l’esperienza oggettiva non esistono. Esse devono sempre sottendere un’idea. In altre parole, l’esperimento è un attrezzo indispensabile, ma il vero laboratorio in cui si produce conoscenza è quello mentale, quello delle idee. Secondo Gaston Bachelard, infatti, la conoscenza consiste in realtà nella graduale rettifica delle teorie precedenti. Dal canto suo, Popper afferma che una teoria scientifica non prende mai l’avvio da osservazioni ed esperimenti, ma dalla critica di altre teorie. Il processo, quindi, si produrrebbe piuttosto in senso inverso: non dall’esperimento alla teoria, ma viceversa. Occorre naturalmente fare una precisazione: non si tratta affatto di ridare nuovamente la supremazia alla teoria, relegando in secondo piano l’esperimento. Piuttosto, si vuole sottolineare che l’obiettivo dell’attacco, il bastione da assalire è la teoria finché, con la forza dell’esperimento, diventi possibile issare sul suo torrione una nuova bandiera. Non è sufficiente dotarsi di scale volanti, arieti e catapulte: bisogna sapere bene che cosa colpire, come sono costruiti i bastioni nemici e anche adeguare allo scopo le armi per l’assalto.
In tutto questo rientra anche un aspetto pratico. Se per esempio andiamo in campagna dicendo a noi stessi «Oggi voglio osservare la natura e fare esperimenti per scoprire nuove cose ed elaborare nuove teorie», probabilmente torneremo a casa senza aver trovato niente.
Se invece diciamo «Oggi voglio verificare se i nidi degli uccelli hanno un orientamento spaziale in qualche modo collegato col campo magnetico terrestre o se le zanzare stanno lontano dalle piante di basilico», ecco che, partendo con una certa ipotesi, noi abbiamo più probabilità di scoprire qualcosa. O di smentire una precedente teoria. Dice in proposito il premio Nobel Peter Medawar: «La verità non si trova in natura in attesa di manifestarsi e non ci è dato sapere quali osservazioni saranno significative e quali no. Il compito quotidiano della scienza non è quello di andare alla ricerca di fatti, ma di valutare delle ipotesi. È l’ipotesi che guiderà lo scienziato verso determinate osservazioni e gli suggerirà particolari esperimenti».
Naturalmente succede anche che, procedendo in una certa direzione, si facciano casualmente osservazioni di altro tipo che portano a scoperte del tutto impreviste: la storia della scienza è piena di questi casi.
Dietro l’osservazione, dunque, c’è sempre l’idea: il fenomeno osservato, anche per caso, si inserisce (magari contraddicendolo) in un sistema teorico senza cui l’osservazione non avrebbe alcuna utilità o significato.

Il lume della razionalità


In questo suo affascinante e straordinario lavoro (e, possibilmente, anche in campo extra-lavorativo), il ricercatore deve naturalmente usare lo strumento più prezioso che egli possiede: la razionalità.
«La razionalità» dice ancora Medawar «porta con sé l’obbligo professionale di combattere le attuali tendenze irrazionalistiche: non solo la capacità di piegare cucchiai o i suoi equivalenti filosofici, ma l’inclinazione a sostituire una conoscenza ?rapsodica’ al ragionamento metodico che ha soddisfatto fino a oggi i grandi pensatori».
Compito non facile, in un mondo in cui ha tanto successo il culto della "sragione" e dove, come qualcuno ha osservato, la vittima immolata, anziché della vita, viene privata del buon senso... L’accumularsi del sapere e il progresso della conoscenza, giova ripeterlo, hanno potuto diventare assai più rapidi da quando non ci sono più nella scienza portatori di verità assolute, ma solo ricercatori che tentano di rischiarare col lanternino quel poco o quel tanto che l’intelligenza permette loro di comprendere.
Non per nulla molti condividono le ultime parole di un altro premio Nobel in biologia, Jacques Monod, parole apparentemente semplici, ma che esprimono tutto un modo di essere e anche uno stile di vita: «Je cherche à comprendre».

Il sapere e le macchine


Cercare di comprendere è stata una delle grandi molle che hanno spinto tanti uomini, ieri e oggi, a occuparsi della ricerca. Ed è grazie a questa innata curiosità, a questo desiderio di conoscere il mondo razionalmente che l’umanità ha potuto arricchirsi in modo così straordinario, dal punto di vista culturale. Perché la scienza è anche, e forse soprattutto, cultura, sebbene spesso sia confusa con la tecnologia.
Quando mi capita di tenere delle conferenze, specialmente davanti a un pubblico di studenti, comincio spesso il mio discorso parlando proprio della grande differenza che esiste tra il sapere e le macchine. Sovente, infatti, vengono imputate alla scienza, e agli scienziati, colpe che in realtà sono da attribuire alla tecnologia (o, meglio, alla cattiva gestione della tecnologia).
La scienza, in un certo senso, è filosofia: essa infatti cerca di rispondere alle grandi domande che si sono posti i filosofi in passato, in modo molto più pertinente e approfondito. Chi siamo? (genetica); da dove veniamo? (paleoantropologia); com’è nata la vita? (biologia molecolare); com’è nato l’universo? (cosmologia); che cos’è il pensiero? (neurofisiologia); perché ci comportiamo e reagiamo in determinati modi? (psicobiologia); quale sarà il destino della terra? (astrofisica); e così via.
La scienza, in altre parole, cerca di leggere nel libro della natura, per trovare ogni volta una risposta (almeno parziale) da inserire nel grande corpo delle conoscenze, in modo da allargare e affinare la nostra visione del mondo. La tecnologia è tutt’altra cosa: non è filosofia, bensì industria, economia, politica, strategia militare...

Un confine sottile


Naturalmente il confine è a volte molto sottile: scienza e tecnologia spesso si accavallano, si intrecciano. Esistono per esempio ricerche direttamente finalizzate all’ottenimento di determinati risultati in ambito industriale, economico, militare. E, attraverso l’assegnazione dei finanziamenti, è ovviamente possibile condizionare l’orientamento della ricerca.
Una stessa tecnologia, del resto, può presentarsi in modo molto diverso a seconda del contesto. Facciamo un esempio: la tecnologia spaziale. Noi tutti abbiamo partecipato con grande emozione alle imprese degli astronauti che hanno permesso all’umanità di realizzare un antico sogno: la conquista dello spazio. La medesima tecnologia, però, è stata impiegata per realizzare i missili intercontinentali a testata atomica multipla.
I satelliti di osservazione, dal canto loro, hanno consentito notevoli progressi nel campo della meteorologia, dell’agricoltura, delle telecomunicazioni (televisione, telefonia, eccetera). Ma altri satelliti, molto simili, sono stati utilizzati per lo spionaggio militare. D’altra parte, va anche detto che questi satelliti spia si sono rivelati preziosi per mantenere la pace all’epoca della guerra fredda, perché permettevano a ognuna delle due superpotenze di controllare l’altra, riducendo così il "nervosismo atomico", generato dal timore di attacchi a sorpresa. Il discorso sui mezzi e sui fini è quindi assai più complesso di quanto possa apparire.
È infatti sempre difficile, di fronte a un’innovazione tecnologica, poterne prevedere compiutamente gli sviluppi e le conseguenze. Negli anni Sessanta, nessuno avrebbe immaginato che la miniaturizzazione dei computer, resa necessaria dalle missioni spaziali, avrebbe dato luogo a uno sviluppo della microelettronica di tali dimensioni. È uno scambio continuo non solo tra scienza e tecnologia, ma tra un settore e l’altro, con ricadute a volte del tutto imprevedibili.
La ricerca, sia quella di base (che mira alla comprensione dei fenomeni) sia quella applicata (che, partendo dalle conoscenze acquisite, cerca di utilizzarle per fini pratici), apre continuamente nuove strade, crea nuove opportunità, permette nuovi collegamenti e sviluppi imprevisti.
Quando, nell’Ottocento, la regina Vittoria chiese al fisico britannico Faraday a cosa sarebbe servita l’elettricità, questi rispose: «Non lo so, Maestà. Ma so che, un giorno, un suo successore la farà tassare...».

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