Leonardo esoterico?

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  • 06-12-2014
  • di Paolo Cortesi
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Le macchine di Leonardo
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Una recente moda pseudo-culturale trova temi occulti e versanti esoterici in quasi tutti i personaggi storici noti al grande pubblico.
Così, abbiamo scoperto (si fa per dire...) che metà della civiltà occidentale fu alchimista, templare, cabalista e astrologa; l'altra metà tentava di sopprimere la prima che era perciò costretta a ricorrere a codici cifrati e a simbolismi arcani.
Scherzi a parte, oggi una certa saggistica -cui corrisponde una altrettanto intensa produzione editoriale- presenta al pubblico una storia della cultura che dire alternativa è poco.
Da Dante Alighieri a Guglielmo Marconi, da Newton a Nicolas Poussin: i grandi della cultura sono riscoperti come maestri di un sapere occulto di cui essi hanno voluto dare testimonianza sotto indizi e tracce più o meno labili e incerte.
Leonardo da Vinci non poteva fare eccezione. Da più di un secolo, cioè da almeno il 1905, anno di pubblicazione del saggio -breve e un po' affannato- di Paul Vulliaud Il pensiero esoterico di Leonardo, il genio di Vinci è, per molti, un maestro iniziato a dottrine ermetiche. Individuando (ovvero decontestualizzando) ed enfatizzando alcuni elementi di un paio di quadri, Vulliaud crede di dimostrare che Leonardo fu sostenitore di una spiritualità esoterica che aveva in Bacco, ossia Pan, il suo demiurgo e che riconosceva l'unità essenziale del cosmo.
Non ci sarebbe nulla di troppo azzardato in questa affermazione: Leonardo seguiva la filosofia neoplatonica che, al suo tempo, era l'interpretazione più "moderna" dell'universo. Ma Vulliaud giustifica tutto il suo sistema esegetico su un clamoroso errore: il quadro che sarebbe il manifesto ideale di Leonardo è, per Vulliaud, il Bacco (ora al Louvre). Ma quando Leonardo e i suoi allievi realizzarono la tavola, essi dipinsero un San Giovanni Battista. Solo tra il 1683 ed il 1695, ignoti pittori trasformarono il soggetto in un Bacco, aggiungendo pampini e pelle di pantera, trasformando la croce in un tirso. Dunque, Vulliaud avrebbe dimostrato, al più, che teorico del pampsichismo orfico fu l'ignoto pittore che trasformò il quadro, non Leonardo.
Dunque, esiste o no una dimensione segreta di Leonardo? Vediamo se i documenti ci dicono qualcosa; i documenti, non la leggenda o una concezione enigmistica della cultura.
Anche nei secoli passati, Leonardo era creduto un personaggio con ampie zone di mistero. Il Vasari, che fu quasi suo contemporaneo, scrisse:
"Et tanti furono i suoi capricci che, filosofando delle cose naturali, attese a intendere le proprietà delle erbe, continuando e osservando il moto del cielo, il corso della luna e gli andamenti del sole: per il che fece nell'animo un concetto sì eretico, che e' non s'accostava a qualsivoglia religione, stimando per avventura assai più lo esser filosofo che cristiano".
Parole chiare e dure, tanto che lo stesso Vasari le ritoccò nella seconda edizione, eliminando l'accenno all'indifferenza di Leonardo verso il cristianesimo. Baldassarre Castiglione, a proposito del grande toscano, affermò: "Un altro de' primi pittori del mondo sprezza quell'arte, dove è rarissimo, ed éssi posto ad imparar filosofia; nella quale ha così strani concetti e nuove chimere, che esso con tutta la sua pittura non sapria dipingere". E Francesco Scannelli, nel 1657, scrisse di Leonardo che aveva "operato molto più nella speculatione delle cose difficultose, che nell'espressione delle stesse difficultà". Concetti astrusi, difficili, speculazioni strane che lo distolgono dalla pittura: nasce da queste testimonianze l'immagine di un Leonardo che si dedica ad un sapere occulto, cioè nascosto alla moltitudine.
Leonardo stesso si allontanava dalla folla, cercava per sé una dimensione appartata, umbratile: "Io farò a mio modo" scrisse "e mi tirerò da parte per potere meglio speculare le forme delle cose essenziali".
è un atteggiamento veramente esoterico, ma nel senso culturale, non militante-operativo: Leonardo non cerca l'approvazione, la condivisione, la comunanza; egli si isola nella sua attività di filosofo naturale perché sa che non troverà nessuno che abbia le sue stesse certezze, né in fondo gli interessa trovarlo. Leonardo non fu affatto estraneo alla cultura del suo tempo. Pur essendo "omo sanza lettere", egli era amico di Tommaso Benci, traduttore del Pimandro, uno dei testi fondamentali della dottrina ermetica; era amico e collaboratore di Luca Pacioli, autore del De divina proportione; quasi certamente conobbe la Theologia platonica che Marsilio Ficino pubblicò nel 1482 (ma vi attendeva dal 1469) a Firenze, quando vi abitava ancora un Leonardo trentenne.
Nel pensiero vinciano sono ben presenti e forti i concetti della filosofia neoplatonica che affermava, tra l'altro, l'unità ontologica di cosmo e uomo, in quanto creazioni della divinità. L'uomo è un microcosmo, diceva Ficino, perché esso rispecchia e compendia la complessità dell'universo; esso partecipa alla natura divina, in quanto possiede, pur depotenziate, le peculiarità divine: conoscenza e amore.
"L'omo è detto da li antiqui mondo minore" scrive Leonardo "e certo la dizione d'esso nome è ben collocata, imperoché, sì come l'omo è composto di terra, acqua, aria e foco, questo corpo della terra è il simigliante".
Altro caposaldo del pensiero ficiano che in Leonardo ha un posto preminente è la ciclicità inesauribile della vita e della morte: vita e morte si alimentano a vicenda, in una perenne trasformazione della potenza di una nell'altra: "Il corpo di qualunque cosa la qual si nutrica, al continuo more e al continuo rinasce, la qual morte è continua".
Ma è una morte che contiene in sé il germe della vita, della rinascita, tanto che legge di natura è, per Leonardo, "far vita dell'altrui morte".
E la vita umana è animata dallo spirito, il quale ha bisogno di un corpo come sostegno materiale, come strumento per agire nella materia: "L'anima non può corrompersi nella corruzione del corpo; ma tuttavia essa desidera stare col suo corpo, perché senza li stromenti organici di tal corpo nulla può oprare né sentire".
Dove Leonardo si allontana decisamente dal platonismo ficiniano è sulla natura della rivelazione. Per Ficino, infatti, la conoscenza delle verità sublimi può avvenire solo per dono, nell'incontro ideale con gli antichi maestri: la sapienza è come un fiume sotterraneo che solca i secoli e che porta la sua verità agli uomini nelle varie stagioni della civiltà. La verità è una, ed ha origine remotissima: compito del sapiente è ritornare alle sorgenti primigenie della conoscenza, che è stata stabilita anticamente, per cui ogni autentico progresso della sapienza è un ritorno alla più originaria filosofia, racchiusa nelle opere dei maestri (Ficino fu un instancabile traduttore di Platone, Plotino, il Corpus Hermeticum, Proclo, Dionigi).
Per Leonardo, la sola vera rivelazione è l'esperienza: "Mia intenzione è allegare prima l'esperienza, e poi con la ragione dimostrare, perché tale esperienza è costretta in tal modo ad operare. E questa è la vera regola, come li speculatori delli effetti naturali hanno a procedere, e ancora che la natura cominci dalla ragione e termini nella sperienza, a noi bisogna seguitare in contrario, cioè cominciando -come di sopra dissi- dalla sperienza e con quella investigare la ragione".
E ancora: "Sapienza è figliola della esperienza".
Ma, a differenza di Ficino e dei suoi successori, a Leonardo non interessò affatto divulgare la sua sperienza: egli ha lasciato alcune migliaia di fogli di studi e appunti, ma questa mole documentaria non fu fatta e pensata per il pubblico. Leonardo, com'è noto a tutti, scriveva in un modo decisamente oscuro: da destra a sinistra, in una scrittura speculare che probabilmente fu determinata dal suo mancinismo, ma che comunque non fece che accentuare il carattere segreto dei suoi lavori.
Sorprendente contraddizione del più grande genio di tutti i tempi, Leonardo vuole scoprire tutto del mondo fisico e spirituale: dall'astronomia alla botanica, dall'idraulica alla anatomia, dalla fisica all'architettura, Leonardo ha qualcosa di nuovo e di illuminante da dire, ma i risultati delle sue ricerche sono affidati a fogli che tiene per sé, che affiderà ad un solo uomo -il discepolo Francesco Melzi- in un rapporto dunque personale, esclusivo, in una trasmissione delle conoscenze che ha tutte le caratteristiche dell'esoterismo. (Ne è prova indiretta il fatto che, alla morte di Melzi, la mole dei documenti andò dispersa, con conseguenze spesso irreparabili). Dunque, Leonardo ermetico? Leonardo uomo del mistero? Se pensiamo ad un affiliato o maestro di sette e circoli iniziatici, se pensiamo ad un mago che disseminava di simboli codificati le sue opere, la risposta è un no forte e chiaro, senza incertezze. Ma se pensiamo a Leonardo uomo del suo tempo, e quindi immerso nel flusso delle idee; se pensiamo ad un genio consapevole della sua unicità, abbiamo alcune piste interpretative da seguire, a patto che si leggano e si rispettino i documenti originali.