Mai morti

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Jim Morrison
Si racconta che esista negli Stati Uniti un’organizzazione potente e dalle enormi possibilità economiche che avrebbe creato un programma di “salvataggio” rivolto a celebrità sottoposte a livelli di pressione straordinari.

Si chiamerebbe semplicemente “Il Programma” e consisterebbe in questo: individuata una celebrità con seri problemi di alcol, droga o depressione, l’organizzazione troverebbe il modo di avvicinarla in segreto per proporle il Programma. Verrebbe simulata una morte accidentale, il corpo di un doppio sostituirebbe quello della star e ricche bustarelle aiuterebbero a far sì che medici legali e agenti di polizia non siano troppo meticolosi negli esami e nelle indagini.

In questo modo, la celebrità potrebbe seguire programmi di riabilitazione e consulenza psicologica, lontano dai riflettori, e le sarebbe permesso gradualmente di recuperare una vita privata con una nuova identità.

Ci sono due teorie circa l’identità della prima stella che avrebbe accettato il Programma. Una minoranza ritiene che fu Glenn Miller, il celebre musicista e compositore swing, che il 15 dicembre 1944 scomparve sullo Stretto della Manica con il suo aereo diretto a Parigi.

La maggioranza, invece, pensa che il primo fu Hank Williams, leggenda della musica country, morto a ventinove anni il primo gennaio 1953. Williams, il cui corpo si dice fu trovato da un improbabile autista diciassettenne, soffriva di alcolismo e il Programma gli avrebbe permesso di disintossicarsi e rifarsi una vita.

Da allora, l’elenco dei possibili partecipanti al Programma si sarebbe allungato molto: James Dean, Marilyn Monroe, Jim Morrison, Jimi Hendrix, Elvis Presley, John Belushi, Kurt Cobain, Heath Ledger e, ultimissimo, Michael Jackson.

Jim Morrison poeta a Parigi


È facile trovare in rete questa leggenda, che sembra uscita da un racconto di Stephen King o da un episodio di Ai confini della realtà. Molto più difficile trovare le prove che sia vera.

Eppure, per questi e altri personaggi celebri del mondo dello spettacolo, la morte è arrivata imprevista e in circostanze poco chiare. Come se non bastasse, dopo il decesso molti di loro sono stati avvistati in un caffè di Parigi o in qualche tavola calda di Houston.

Il primo per il quale i sospetti di una morte simulata sono sembrati qualcosa di più della fantasia di qualche fan squinternato è stato Jim Morrison.

Il 3 luglio 1971, il leggendario leader dei Doors fu ritrovato privo di vita dalla sua compagna, Pamela Courson, immerso in vasca da bagno, nel loro appartamento di Parigi. Dopo quattro anni di carriera travolgente e di eccessi ai limiti della sopportazione umana, a base di alcol e droghe, Jim Morrison ingrassato e depresso aveva lasciato gli Stati Uniti in cerca di tranquillità. Il medico legale disse che il cantante era morto per cause naturali, ma l’annuncio ufficiale fu dato solo sei giorni dopo l’accaduto, quando il suo corpo era già stato sepolto nel cimitero di Père Lachaise. Nessuno che lo conosceva, insomma, lo poté vedere dentro la bara, tranne Pamela.

Tutto questo bastò a far scattare la scintilla che alimenta da allora i dubbi sulla sua reale dipartita. Nonostante la magistratura non abbia mai ritenuto che i dubbi sulla sua morte fossero tali da richiedere una riesumazione del cadavere, negli anni seguenti sono molti quelli che hanno affermato di avere incontrato il “Re lucertola”, come lo chiamavano i suoi ammiratori. Uno di questi fu Jacques Rochart, che pubblicò addirittura un libro negli anni ‘80, Jim Morrison: vivo!, in cui raccontava dei suoi ripetuti incontri con Morrison a Parigi. Il cantante gli avrebbe spiegato di avere inscenato la sua morte per fuggire – guarda un po’ - alle pressioni della vita pubblica. Morrison gli avrebbe anche consegnato una serie di nuove poesie che Rochart incluse nel libro ma che, a detta degli esperti, se fossero autentiche indicherebbero che dopo il 1971 il talento di Morrison si era completamente guastato.

Elvis agente FBI


Certamente più celebre il caso di Elvis Presley, morto il 15 agosto 1977 e continuamente “avvistato” negli anni a venire. Il Re del rock non era più lo snello e bellissimo adone che aveva sconvolto il mondo con il sex appeal che emanava dal suo corpo e dalla sua voce. Era ingrassato molto e si stancava presto, forse per via dello stress e dei farmaci che era “costretto” a prendere, come diceva lui. I suoi spettacoli a Las Vegas erano sempre più penosi. Elvis dimenticava le parole delle canzoni, farfugliava commenti incomprensibili tra una canzone e l’altra, imprecava quando non riusciva a raggiungere una nota, ignorava il pubblico e la band. Persino i fan si lamentavano di quanto fosse diventata scadente l’esibizione di Elvis.

Dopo la morte, la confusione iniziale sui risultati dell’autopsia, il fatto che i famigliari e gli amici di Elvis ripulirono subito la stanza in cui egli era morto, facendo sparire ogni traccia di medicinali, e le storie contraddittorie raccontate da chi gli era vicino contribuirono ad alimentare le leggende sulla sua vera fine. A partire da quella secondo cui Elvis Presley non sarebbe mai morto, ma avrebbe cambiato identità per sfuggire alle tensioni dello show business.

La scrittrice americana Gail Brewer Giorgio pubblicò alcuni libri in cui raccontava che la morte di Elvis era stata simulata e addirittura allegò una cassetta che conteneva la registrazione di una telefonata fattale dallo stesso Elvis, nella quale le raccontava come era riuscito a fuggire e quanto fosse difficile nascondersi. Un’analisi vocale condotta dal FBI poté invece accertare che la voce non era di Elvis ma di un imitatore, David Darlock. Particolare che non impedì alla Giorgio di vendere oltre tre milioni di copie dei suoi libri.

Bill Beeny, un ottantenne del Missouri, è così convinto che l’uomo sepolto a Graceland non sia Elvis Presley da avere aperto un museo che si chiama appunto “Elvis è vivo”. «Man mano che si accumulavano gli avvistamenti di chi sosteneva di avere incontrato Elvis», dice Beeny, «diventavo sempre più curioso e così ho iniziato una mia personale indagine». Secondo Beeny, Elvis lavorava in segreto per la DEA, il reparto antidroga del FBI, ed era impegnato in un’operazione antimafia: fu però costretto a sparire e a inscenare la sua falsa morte per salvarsi dalla vendetta della mafia. Le prove? Una stanzona piena di fotografie, cimeli, documenti, misteriosi esami del DNA e trascrizioni di telefonate in cui Elvis discuterebbe dei suoi affari da dopo morto.

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Elvis Presley

Michael Jackson sta per tornare?


Se le prove sul “ritorno” di Morrison e di Elvis sembrano poco convincenti, che dire allora delle voci che hanno preso a rincorrersi dal 25 giugno 2017 su Internet e che riguardano la scomparsa del Re del pop, Michael Jackson?

Troppa la pressione cui era sottoposto. A luglio avrebbe dovuto iniziare una serie di 50 spettacoli a Londra, un modo per racimolare i milioni di dollari necessari a coprire i debiti accumulatisi negli anni. Ma era troppo debole per farcela e, così, avrebbe preferito fingere la sua morte.

«A differenza di Elvis, Michael ha scelto di ritirarsi dalla celebrità prima che questa lo distruggesse» dice William Stern, studioso di Elvis e di Jackson. «Una volta che si sarà riposato e ripreso, organizzerà il più straordinario tour del rientro mai visto nella storia del rock». Secondo “fonti informate” Jackson sarebbe ora in un castello medievale in Ungheria, dove resterà finché non sarà pronto a tornare.

Intanto, foto e filmati che lo riprenderebbero, vivo, dopo la sua morte si moltiplicano sul web. L’ultimo mostra un furgone del coroner, dove si presume si troverebbe la salma del cantante, fermarsi in un parcheggio sotterraneo e...oplà! Dal portello sul retro, anziché un cadavere esce un uomo che ricorda molto Jackson e che, con le sue gambe, infila una porta e sparisce.

Certo, se davvero Jackson avesse simulato la sua morte, sarebbe stato un pessimo scherzo ai danni di Conrad Murray, il suo medico curante. Murray, infatti, avendogli iniettato una dose letale di Propofol, un potente anestetico che Jackson usava per curare l’insonnia, è ora indagato per omicidio e rischia l’arresto.

Moana non c’è più


Anche il nostro paese, naturalmente, ha la sua celebrità che non sarebbe morta per davvero. Si tratta della pornostar Moana Pozzi. L’attrice, che oltre al successo nel mondo dell’hardcore era riuscita a raggiungere una notevole popolarità anche presso il grosso pubblico, scomparve improvvisamente a 33 anni. Morì all’Hotel de Dieu di Lione il 15 settembre 1994, la causa ufficiale un tumore al fegato. Ma, sia perché mancava il certificato di morte, sia perché non fu possibile vedere la salma che fu poi cremata, iniziarono subito a diffondersi le voci di una simulazione. Al punto che, nel 2004, la Procura della Repubblica di Roma aprì un fascicolo, nato in seguito a una biografia sensazionalistica dell’attrice, per scoprire se Moana fosse viva o morta. Solo il ritrovamento del certificato di morte, le dichiarazioni addolorate dei famigliari e la confessione del marito dell’attrice, Antonio Di Cesco, che rivelò di avere aiutato Moana a morire per porre termine alle sofferenze, misero un freno al dilagare delle voci.

Ma perché tanta gente è così pronta a credere che una celebrità possa arrivare a simulare la propria morte? E perché per altri, come Marilyn Monroe, il Presidente Kennedy, Bruce Lee o John Lennon, in molti sono più propensi a pensare che la loro morte non sia stata naturale (accidentale o provocata) ma il frutto di una complessa cospirazione?

In effetti, il rifiuto da parte dei fan di accettare che l’amata icona possa morire prima di loro è una costante nella teorizzazione del complotto. Dopotutto, gli eroi dovrebbero essere immortali.

C’è senz’altro una componente speculativa, alimentata da chi ha scoperto che le teorie del complotto rappresentano un’inesauribile miniera d’oro. Tuttavia, senza motivazioni psicologiche questa industria non esisterebbe nemmeno.

«Mi sembra che negli ultimi tempi sia cresciuta quella che potremmo chiamare una psicologia della cospirazione» osservava lo storico Henry Steel Commager. «La sensazione, cioè, che i grandi eventi non possano avere normali spiegazioni. La mentalità cospiratoria, infatti, non accetta fatti ordinari. C’è dunque una qualche esigenza psicologica che costringe a rifiutare la semplicità e l’ordinario per trovare rifugio nello straordinario».

Pier Paolo Pasolini, a sua volta ucciso in circostanze misteriose e forse vittima, lui sì, di un complotto mai svelato per intero, aveva capito qual era questa esigenza. «Il complotto ci fa delirare», scrisse infatti, «perché ci libera dal peso di confrontarci da soli con la verità».

Un altro storico che aveva seguito da vicino la vicenda dell’assassinio Kennedy, William Manchester, scrisse a questo proposito: «Coloro che vogliono credere disperatamente che il Presidente Kennedy sia stato la vittima di una cospirazione hanno la mia simpatia. Capisco la loro bramosia. Per usare quella che può sembrare un’insolita metafora credo sia una questione di estetica. Prendiamo l’olocausto. Da una parte abbiamo sei milioni di ebrei uccisi e dall’altra il regime nazista, la più grande banda di criminali e assassini che abbia mai controllato un paese. In un certo senso c’è equilibrio: il più grande crimine, i più grandi criminali. Ma se su un piatto della bilancia abbiamo l’assassinio di Kennedy e dall’altro quel misero disgraziato di Lee Harvey Oswald l’equilibrio non c’è. Viene quasi naturale pensare che ci sia dell’altro. Caricherebbe la morte del Presidente di significato, lo trasformerebbe in un martire. Sarebbe morto per qualcosa. Una cospirazione sarebbe perfetta a questo scopo. Purtroppo, non ci sono prove che ce ne sia stata una».

E lo stesso discorso può valere per tutte le star la cui morte non viene accettata dai fan. Da un lato abbiamo celebrità giovani, ricche, potenti, amate da milioni di persone e dall’altra una fine spesso improvvisa e insignificante. Perché non vogliamo accettarla? Forse perché farlo significherebbe accettare anche un fatto molto più scomodo: la nostra stessa mortalità. Se fama, ricchezza e successo non hanno salvato le star, chi ci dice che la loro fine non possa toccare anche a noi? E forse è proprio questa la verità più intollerabile.

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Paul McCartney ©Wikimedia

Paul? È morto da un pezzo!


Completamente diversa la leggenda che circonda Paul McCartney. Noi lo crediamo vivo, impegnato ancora a comporre musica e a tenere concerti in giro per il mondo, invece l’ex-Beatle sarebbe morto in un incidente d’auto nel 1966 e rimpiazzato da un sosia. La voce prese a circolare nel 1969, quando alcuni fan si accorsero che nei dischi dei Beatles erano presenti indizi che sembravano suggerire che Paul era morto. Sulla copertina dell’album Abbey Road, per esempio, i Beatles attraversano la strada ma solo Paul ha i piedi nudi (un segno di morte in certi paesi) e non è al passo con gli altri. Sembra anzi una processione funebre, dove John Lennon (in bianco) è l’officiante, Ringo Starr (in nero) l’impresario delle pompe funebri, George Harrison (in jeans) l’incaricato della sepoltura e Paul, naturalmente, il morto. Inoltre, nella foto compare anche un’auto parcheggiata la cui targa mostra la scritta “28 IF”: 28 anni, decrittano i fan, se Paul fosse vissuto. E perché mai Paul, che era mancino, tiene una sigaretta con la mano destra? Molto sospetto... Riascoltando le canzoni, poi, si trovano tanti altri indizi: una voce in I am the Walrus chiede: “È forse morto?”, mentre alla fine di Strawberry Fields Forever John sembra sussurrare: “Ho seppellito Paul”. Messo davanti a queste e ad altre decine di “prove” simili, McCartney commentò: «Morto? Sono morto? Perché sono sempre l’ultimo a sapere le cose?» Si trattò in realtà di una burla, fatta partire da qualche studente che vide significati occulti dove in realtà non c’era nulla ma alla quale forse giocarono anche gli stessi Beatles, che si divertirono a inventare false piste per vedere, come diceva Jannacci, “l’effetto che fa”.