Il teschio del destino (parte 1/2)

Storia del misterioso "teschio di cristallo"

  • In Articoli
  • 08-01-2003
  • di Sergio de Santis

Sono tredici i Teschi di Cristallo che secondo una leggenda maya (definita antichissima ma dalle origini assai oscure) dovrebbero segnare l'avvento di una Nuova Era Cosmica quando si ritroveranno di nuovo assieme dopo una diaspora millenaria. Per adesso ne vengono citati almeno otto che potrebbero avanzare la loro candidatura ai mitici "dodici più uno" (vedi anche:"Il mistero dei teschi di cristallo", S&P 34).

Tre si trovano in altrettanti musei di Londra, Parigi e Washington mentre tutti gli altri sono in possesso di privati. Ma il "padre di tutti i teschi", cioè il primo ad aver attirato l'attenzione generale sia per la sua bellezza, sia per le circostanze avventurose del suo ritrovamento è senza dubbio quello che fa bella mostra di sé nella casa di Anna Mitchell-Hedges. Il cosiddetto Teschio del Destino (Skull of Doom) sarebbe stato scoperto negli anni venti dalla stessa Anna durante gli scavi archeologici organizzati dal padre Frederick in un sito maya dell'Honduras britannico (oggi Belize).

Il Teschio del Destino è di grandezza naturale: alto tredici centimetri, lungo diciotto, largo tredici, e pesa oltre cinque chilogrammi (per la precisione cinque chilogrammi e centottantotto grammi). È formato da puro cristallo di quarzo trasparente, mostra grande precisione anatomica e - unico fra tutti i teschi di cristallo sinora noti - dispone di una mandibola mobile.

Nei resoconti apparsi su giornali, riviste, libri e trasmissioni TV si è spesso parlato dei suoi poteri occulti. Si è scritto che il teschio - di solito avvolto in un panno di velluto viola - si muova spesso di sua iniziativa; che appaia avvolto da un alone di luce; che diffonda un odore di muschio; e che trasmetta suoni di cori e campanelle d'argento.

Si è detto che a volte il lobo frontale assume un aspetto lattiginoso con forme fluttuanti all'interno. E si è detto anche che provochi allucinazioni e sensazioni di benessere o di inquietudine nei visitatori disposti a subirne l'influsso.

Anna assicura infatti che il teschio, oltre a essere capace di rappresaglie contro gli increduli (tanto da destare, sembra, l'interesse del famoso e famigerato satanista californiano Anton La Vey) sia dotato di poteri forti positivi. Come aveva potuto sperimentare suo padre, uscito miracolosamente indenne da ben undici attentati (otto con armi da fuoco e tre con il coltello) e come avrebbero verificato parecchie altre persone (disgraziatamente rimaste anonime) guarite da gravissime malattie (disgraziatamente al di fuori di qualsiasi controllo medico).

Secondo la vulgata: il teschio sarebbe stato trovato casualmente da Anna nel 1927, il giorno del suo 17 compleanno, fra le rovine della città maya di Lubaantun scoperta qualche anno prima dal padre, un eccentrico esploratore avventuriero inglese tipo "Indiana Jones". Il teschio sarebbe stato dapprima affidato agli indigeni della zona che ne avrebbero fatto un oggetto di culto prima di restituirlo ai Mitchell-Hedges al momento del loro rientro in Gran Bretagna.

L'episodio è, però, privo di riscontri sicuri e risulta invece avvolto da molte ombre, con risvolti "gialli" degni di Agatha Christie. Così vale la pena di tentare un'indagine sul "caso" rifacendosi alle fonti più attendibili via via scoperte, per tentare di ricostruire la "vera storia" del Teschio del Destino al di là delle numerose leggende metropolitane che si sono andate addensando sulla vicenda.

Lo Skull of Doom giunge per la prima volta alla ribalta solo quasi trent'anni dopo la scoperta, grazie a un riferimento casuale di Frederick Mitchell-Hedges nel suo libro di viaggi Danger My Ally, pubblicato a Londra nel 1954. Rievocando un viaggio in Sud Africa avvenuto nel 1949, infatti, l'esploratore aggiunge: "Portammo con noi anche il sinistro Teschio del Destino su cui molto è stato scritto. Ho delle buone ragioni per non rivelare come questo oggetto venne in mio possesso".

E prosegue: "Il Teschio del Destino è fatto di puro cristallo di rocca e secondo gli scienziati ha richiesto centocinquanta anni di lavoro per essere ultimato. Generazioni dopo generazioni hanno dedicato tutti i giorni della loro vita per strofinare pazientemente con la sabbia l'enorme blocco di cristallo da cui è stato ricavato un cranio perfetto. Il pezzo risale almeno a tremilaseicento anni fa. Secondo la leggenda veniva usato dal grande sacerdote maya per compiere riti esoterici. Pare che quando il sacerdote invocava la morte per mezzo del teschio, infallibilmente la morte sopravveniva. Si dice che sia la rappresentazione del male, ma io non desidero spiegare questo fenomeno". Perché tanta riluttanza a fornire spiegazioni sulle circostanze del ritrovamento? E certo si trattava di una riluttanza molto potente se nell'edizione americana del volume, pubblicata a New York l'anno successivo, era stato soppresso ogni riferimento al teschio.

Perché? Quel lungo silenzio e quella bizzarra censura ricordano un po' lo "strano incidente del cane" su cui Sherlock Holmes richiama l'attenzione del fido Watson nel racconto "Barbaglio d'argento". "Ma il cane non ha fatto nulla", obietta Watson. E Sherlock Holmes: "Questo appunto è lo strano incidente".

Mitchell-Hedges vive sino al 1959: ma lo "strano incidente" del cane che non abbaia prosegue sino al 1962, quando il Teschio di cristallo esce letteralmente dall'armadio di Anna. Ancora una volta, però, quasi per caso. L'occasione è fornita da una visita di Donald Seaman, giornalista del Daily Express per ragioni che nulla hanno a che fare con Lubaantun. Anna è infatti apparsa in una foto insieme alla spia sovietica Gordon Lonsdale e Seaman ha subodorato uno scoop: che invece fallisce miseramente perché la presenza di Anna a fianco di Lonsdale era stata del tutto occasionale e innocente. È solo alla fine dell'incontro che Anna tira fuori da un ripostiglio il teschio - per il momento ancora non avvolto in un panno di velluto viola, ma soltanto in vecchi fogli di giornale - per farlo ammirare agli ospiti. Racconta che l'aveva trovato casualmente mentre il padre stava cercando il tesoro del pirata Morgan (!); che era stato soprannominato dagli indigeni Skull of Doom; e che è in grado di punire chi gli manca di rispetto. Si dichiara pronta a venderlo per 250 mila sterline allo scopo di finanziare una nuova spedizione per continuare la ricerca del tesoro di Morgan ed è ben contenta che il reperto venga fotografato per la prima volta dal "paparazzo" Robert Girling che ha accompagnato Seaman.

La storia della scoperta fra le rovine di Lubaantun il giorno del suo diciassettesimo compleanno arriva solo un po' più tardi, in occasione di un'intervista con John Sinclair che ne trarrà un articolo per la rivista dell'insolito Fate nel marzo dello stesso anno.

È a questo punto che dai riferimenti antropologici forniti da Frederick Mitchell-Hedges in Danger My Ally ("secondo la leggenda", "pare", "si dice") si passa alla cronaca dei poteri occulti manifestati dal reperto sin dal famoso viaggio in Sud Africa: come la morte di uno stregone zulu e di una delle sue mogli che avevano sfidato il teschio, per un fulmine a ciel sereno; o ancora la morte per incidente d'auto di un fotografo, ugualmente colpevole di poco rispetto nei confronti del vendicativo oggetto.

Episodi riportati entrambi a più modeste proporzioni da Richard Garvin autore del primo volume interamente dedicato a The Crystal Skull ( New York 1973). Il primo come semplice decesso a causa di un fulmine di alcuni membri della famiglia reale zulu senz'alcun rapporto con The Skull, secondo lo stesso Mitchell-Hedges in una lettera a un amico; e il secondo con banale esplosione di lampadine e conseguente black-out nella camera oscura di un fotografo durante la stampa di un negativo del teschio, secondo la stampa sudafricana.

Ma cerchiamo di capire un po' meglio chi sono i due protagonisti della vicenda che stiamo narrando.

Frederick Albert Mitchell-Hedges, detto "Mike" nasce nel 1882: e tutti i dettagli della sua vita avventurosa oltre che dal già citato Danger My Ally ,sono riferiti da altri due volumi di ricordi avventurosi intitolati Land of Wonder & Fear e Battle with Giant Fish.

In essi Mitchell-Hedges racconta di aver lavorato come geologo nell'estremo nord americano al tempo della "febbre dell'oro nero"; di aver sfidato il futuro "re dell'acciaio" J. Pierpont Morgan in epiche partite a poker; di aver pescato enormi squali nelle acque dei Caraibi (non senza qualche giuoco di prestigio con le foto delle sue prede marine); di esser stato arruolato a forza fra le truppe di Pancho Villa al tempo della Rivoluzione messicana; e di aver diviso la stanza a New York con un esiliato russo di nome Bronstein, destinato poco più tardi a un futuro glorioso e tragico durante un'altra Rivoluzione, quella russa, con il nome d'arte di Leone Trotsky.

Anche la spedizione nell'Honduras britannico nasce secondo Mitchell-Hedges sotto gli stessi auspici avventurosi. Mike è infatti un fanatico delle cosiddette "Città perdute". Il "libro di culto" è Le miniere di Re Salomone; e il suo "eroe di riferimento" è il colonnello Percy Fawcett, da poco inghiottito nella selva amazzonica durante una spedizione destinata a trovare le rovine del mitico Eldorado.

Naturalmente Mitchell-Hedges crede fermamente nell'esistenza di Atlantide: ed è appunto per scoprire le prove dell'influenza del mitico continente sulle culture precolombiane (oltre che forse per cercare il tesoro di Morgan) che avrebbe deciso di organizzare una spedizione nell'Honduras britannico.

Secondo la vulgata, la spedizione guidata da Mitchell-Hedges sbarca a Punta Gorda agli inizi del 1924 e subito s'addentra nell'interno, guidata dalle voci che parlano delle rovine di un'antichissima città maya nascoste nella selva.

La ricerca dopo una serie di inevitabili peripezie è coronata dal successo. Le rovine evistono davvero con "quindici chilometri quadrati di piramidi, palazzi, tumuli, mura, e locali sotterranei (nonchè) un anfiteatro vastissimo capace di ospitare oltre diecimila persone".

È il trionfo di Mike che decide di battezzare il sito con il nome di Lubaantun ("citta delle pietre cadute" in lingua maya).

In realtà le cose sembrano essere andate in modo un po' diverso. La spedizione infatti parte con la sponsorizzazione e i finanziamenti del British Museum di Londra e del Museum of American Indian di New York: non già per ritrovare evidenze atlantidee ma per condurre una normale ricerca archeologica, con un accordo che prevede la consegna di tutti i reperti rinvenuti. E ciò spiega la presenza nell'équipe del dottor Thomas Gann, docente universitario di archeologia centroamericana: che secondo ogni evidenza sembra essere stato il vero capo della spedizione. Tanto vero che è lui - e non Mitchell-Hedges - a dare l'annuncio della scoperta di Lubaantun attraverso un articolo apparso sull'Illustrated London News del 26 luglio 1924; ed è ancora probabilmente lui l'interlocutore ufficiale del capitano James Joyce ripetutamente inviato in loco dal British Museum per ispezionare gli scavi.

Nel prossimo numero procederemo con la scoperta del teschio da parte di Anna, giunta a Lubaantun dopo alcuni anni di scavi...

Sergio De Santis

Giornalista e storico, è direttore della collana "StoricaMente"
della casa editrice Avverbi