Un'intervista impossibile con Albert Einstein

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  • 18-07-2006
  • di Andrea Frova

Professor Einstein, che tipo di rapporto ha lei con il suo barbiere?

Ottimo, ho così poche esigenze in fatto di capigliatura che non si presentano mai motivi di discussione.

Ma con lui le capita di chiacchierare, almeno?

Certamente, ha un sacco di curiosità scientifiche e io faccio del mio meglio per rispondergli in maniera semplice. Lui rimane così soddisfatto delle mie spiegazioni che non mi fa mai pagare il conto!

Essere il massimo scienziato del '900 a qualcosa le è servito!

Ci sono state questioni ben più importanti in cui non è servito a nulla.

Per esempio?

Per esempio quando firmai con altri fisici una lettera diretta al presidente Roosevelt, nella quale lo supplicavo di non utilizzare la bomba atomica contro i giapponesi: un tale atto ha dato l'avvio all'era delle guerre nucleari, che finirà per condurci alla catastrofe.

Com'è quella sua battuta sulle pelli di leopardo?

A chi mi chiede se ho un'idea di come si combatterà la prossima guerra mondiale rispondo che non lo so, ma so per certo che nella successiva useremo sassi e bastoni, vestendoci appunto con pelli di leopardo.

Secondo lei, quale potrebbe essere la scintilla per un'altra guerra mondiale?

Mi sembra ovvio: il controllo sulle risorse petrolifere, o energetiche in generale. E faranno da concime gli odi di religione e le disparità negli standard di vita. Gli uomini sono stupidi come i polli che, quando vengono condotti al macello, si beccano l'un l'altro.

E in termini meno banali?

La nostra era è caratterizzata dal perfezionamento dei mezzi, ma dalla confusione dei fini.

Si occupa di faccende politiche?

Talvolta mi tocca dividere il tempo tra politica ed equazioni. Ma queste sono assai più importanti per me perché la politica riguarda il presente, le equazioni l'eternità.

Tornando alla fisica e ai discorsi con il suo barbiere, è vero che in un libro cento professori nazisti la accusarono di essere in errore?

Se lo fossi stato davvero, di professore ne sarebbe bastato uno.

Eppure non sempre lei ci ha visto giusto, se mi concede l'impertinenza.

Eh sì, la meccanica quantistica non l'ho mandata giù per un pezzo. Del principio di indeterminazione di Heisenberg - sa, quello che afferma che se di una particella si conosce esattamente la posizione non si può sapere che velocità possiede - arrivai a dire in pubblico che non credevo a una sola parola. Fu a questo proposito che affermai che Dio non gioca ai dadi, Dio inteso come Natura, ovviamente.

Frase celebre da cui qualcuno ha dedotto che lei possa essere un credente.

No. La mia stessa teoria della relatività impedisce di pronunciarsi in merito. Pensi soltanto: dove non c'è spazio non esiste tempo, non può quindi esserci "un prima" rispetto alla comparsa dell'universo - sia essa dovuta al big bang o ad altra diavoleria - dunque non ha alcun senso parlare di atto creativo. Almeno in linea di principio. Ma che sappiamo noi oggi? Se si considera che le convinzioni più solide del passato si sono sempre dimostrate false, direi che siamo più che mai ignoranti. E allora faremmo bene ad attenerci alle cose tangibili e concrete, senza inventarci miti o spingerci oltre i limiti della ragionevolezza. Il grande Galileo diceva: "Il tentar l'essenza l'ho per impresa non meno impossibile e per fatica non men vana nelle prossime sustanze elementari che nelle remotissime e celesti". È finito sotto processo anche per questo ...

Lei dice: attenersi alle cose concrete. Che dire, professore, delle sue teorie?

Tutte con i piedi per terra. Ne cito tre. L'effetto fotoelettrico, che mi fruttò il Nobel: oggi tutti i sistemi telecomandati a raggio luminoso se ne giovano, a cominciare dal suo televisore. Secondo, la teoria della relatività ristretta: giustifica tutte le strane proprietà delle particelle in moto, come vengono osservate nei grandi acceleratori o nei raggi cosmici: la massa che aumenta, il tempo che rallenta, la lunghezza che si accorcia. Terzo, la teoria della relatività generale: spiega le forze gravitazionali, in sostanza perché i corpi cadono al suolo. E le risparmio qualche decina di altre scoperte, visto che lei non è il mio barbiere.

Deve avere un genio per barbiere, se riesce a seguirla su questi concetti ...

Non necessariamente. Vede, caro giovane, la scienza altro non è che un affinamento del pensare quotidiano. E l'immaginazione è più importante della conoscenza.

Grazie professore, potrò almeno dire di aver finalmente capito come nasce il suo taglio di capelli.

Andrea Frova
Professore di Fisica Generale Università di Roma "La Sapienza"