Il CICAP va a teatro

Teatro Verdi, Università di Padova - 29, 30, 31 Ottobre 1999

Il numero di Scienza & Paranormale che state leggendo, sicuramente ve ne sarete resi conto, è il primo ad essere scritto dopo il decimo convegno del CICAP, che si è svolto a Padova nella piacevole cornice del Teatro Verdi. Marco Morocutti, scrivendo alla lista di discussione "Forum", ha definito la serata di venerdì con James Randi "l'evento più professionale mai realizzato dal CICAP dalla sua fondazione fino ad oggi". La cosa mi fa un certo piacere perché Roberto Grassi e io siamo stati gli assistenti di sala durante il Convegno.

Forse però sto correndo troppo per chi non conosce il gergo teatrale. Il direttore di sala è la persona responsabile di far sì che tutto quello che serve sul palco in un dato momento, comprese eventualmente persone che non conoscono i dettagli della scaletta, siano sul palco al momento giusto e ci rimangano per il tempo prefissato e, nel caso si tratti di apparecchiature, svolgano il loro compito. Naturalmente il direttore di sala non svolge personalmente tutte queste cose: c'è il tecnico audio che si preoccupa di gestire microfoni, musiche e contributi registrati di ogni genere; il tecnico delle luci che regola le luci di scena e in sala; i tecnici di scena che si occupano di sipari, quinte, fondali e allestimento del palco.

Però nell'occhio del ciclone di queste attività c'è il direttore di sala: deve sapere chi deve entrare e quando, far rispettare i tempi a tutte le parti in gioco, cercare le persone disperse, preparare le musiche d'ambiente e i contributi video per darli ai tecnici e spiegare quando vanno usati. Il direttore di sala, infine ma non meno importante, ha la responsabilità di gestire le emergenze e, comunque, qualunque cosa vada storta sarà colpa sua. Le emergenze in questi casi devono essere risolte elegantemente, efficientemente ma soprattutto velocemente: non sta affatto bene tenere per interi minuti tutto il pubblico in attesa che un proiettore recalcitrante si metta a funzionare, oppure che un ospite ritardatario compaia, o che una sedia venga portata in scena.

Ad aiutare il direttore di scena ci possono essere uno o più assistenti di scena: come appunto dicevo all'inizio, nel caso in esame si trattava di Roberto Grassi e del sottoscritto. Per motivi non ben chiariti, due assistenti di scena e nessun direttore. In ogni caso, almeno così formalmente la responsabilità dei guai non era nostra...

Riguardo a questo compito svolto dietro le quinte, le affermazioni che posso fare sono essenzialmente tre:

1) Le persone del Teatro ci hanno aiutato moltissimo ed è stato un piacere lavorare con loro. Avere a disposizione una squadra di professionisti che sa come fare bene quello che tu non sapresti da che parte prendere è una sensazione estremamente piacevole.

2) L'esperienza è stata molto istruttiva e ci ha permesso di avere una perfetta conoscenza, nel senso letterale, del dietro le quinte.

3) Ma soprattutto, è stato un incubo continuo.

Il punto 3 merita un po' di esplicazione. Sia Roberto che io eravamo preoccupati del funzionamento di tutte queste cose e dunque ci siamo presentati al venerdì mattina pieni di buona volontà con scalette dettagliate preparate al computer, checklist ordinate dei compiti da svolgere e delle cose da verificare prima di ogni sessione, liste di materiale e perfino walkie-talkie gentilmente prestati da Marco Morocutti.

Abbiamo immediatamente scoperto che la virtù principale dell'assistente di scena è invece la resistenza: uno di noi stava continuamente correndo attraverso mezzo teatro per recuperare materiale e persone o per controllare una cosa o l'altra. L'altro dalle quinte controllava la situazione in palco con occhio preoccupato, ogni tanto parlava in cuffia con tecnici audio e luci, provava radiomicrofoni, smistava le persone che continuamente per un motivo o per l'altro arrivavano in palco. Arrivati al venerdì sera, dopo che la serata con Randi era filata via senza problemi particolarmente spettacolari, noi assistenti di scena ci sentivamo ormai dei veterani, fiduciosi che grosso modo le cose erano ormai impostate e che la strada ora era tutta in discesa. Ma ci sbagliavamo, come ci sbagliavamo...

Sabato pomeriggio e sera è iniziato il vero e proprio incubo. Tutto è cominciato con l'arrivo di Piero Angela, portatore della notizia che alcuni dei vincitori del premio giornalistico In difesa della ragione, e altri dei VIP presenti, non avrebbero potuto fermarsi fino alla sera. Risultato: scaletta della giornata integralmente stravolta e navigazione a vista. Va precisato che queste notizie ci sono arrivate via telefonino, e che Angela è rimasto incastrato nel traffico arrivando solo due minuti prima del momento in cui doveva entrare in scena. Appena è arrivato lo abbiamo mandato molto rapidamente sul palco, dove i relatori della sessione aspettavano da un po' l'inizio. Solo che, tra amichevoli chiacchierate con il pubblico e una moderazione molto benevola della sessione, questa prima parte del pomeriggio è iniziata sforando alla grande. Si poteva prevedere con ore di anticipo che il dibattito col pubblico sarebbe saltato.

Come se non bastasse, veniamo a sapere che l'intervento di Margherita Hack, importante ospite del convegno, inizialmente previsto per la serata, doveva essere anticipato alla tavola rotonda del pomeriggio perché l'astrofisica doveva ripartire in treno. Non c'era il tempo di fare uno stacco come si deve alla fine della sessione di relazioni e, prevedendo l'imminente arrivo dei numerosi ospiti della tavola rotonda (non ci sarebbero state abbastanza sedie), abbiamo portato un biglietto a Piero Angela dicendogli di "lanciare" Margherita Hack mentre frettolosamente sgomberavamo il palco dei relatori precedenti. Qualcuno se l'è un po' presa di questo trattamento rude ma, come dicono gli anglofoni, the show must go on: lo spettacolo deve continuare. Invece c'è voluta una buona mezz'ora per riunire gli ospiti della tavola rotonda, mezz'ora durante la quale Angela e Hack sono rimasti in scena da soli. In compenso, quando la tavola rotonda era tranquillamente avviata e tutte le sedie erano state occupate per l'arrivo dei premiati, è arrivato all'ultimo minuto un ospite che era stato dato per irrimediabilmente influenzato.

Giunto il momento della premiazione noi assistenti avevamo preparato per Steno Ferluga tutte le targhe in ordine, ciascuna col suo nome tracritto in grande su un post-it in modo che si vedesse anche nella penombra delle quinte. Peccato che non avessimo con noi la lista dei premiati, dando per scontato che tutte le targhe fossero presenti. Massimo Polidoro, di passaggio, chiede: "Dov'è la targa del prof. Bellone"? Mai vista. Era stato dimenticata in un posto totalmente assurdo. Ci sono volute ore per recuperarla. Bellone è stato ripremiato durante la serata, e ha simpaticamente dichiarato, se ricordo bene le sue parole: "È la prima volta che vengo premiato due volte nello stesso giorno".

Dietro le quinte, la serata di sabato è stata allo stesso modo un continuo stare sull'orlo della catastrofe. Tolto Giuliano Toraldo di Francia, che è arrivato con dieci minuti di anticipo, gli altri ospiti si sono presentati 18 minuti dopo l'orario di inizio previsto a causa di un disguido sui tempi. Il radiomicrofono di Piero Angela, poi, sembrava non voler funzionare: ho dovuto metterglielo, provarlo e toglierlo per ben tre volte. Se teniamo conto che Piero Angela tiene il radiomicrofono appeso alla cintura su quello che in un fumetto di paperi disneyani viene definito il porta-piume, questo fatto forse può contare come esperienza mistica.

Mi dicono che alla fine, tolta forse l'imprevista e improvvisa decisione di Piero Angela di aprire una parte di dibattito con il pubblico (a suo rischio e pericolo, viste le domande che poi sono state fatte), vista da fuori la giornata è andata tutto sommato liscia e senza gaffe o intoppi evidenti. Dietro le quinte però si danzava continuamente sull'orlo del baratro, e appena risolto un problema all'ultimo secondo disponibile se ne presentava un altro apparentemente insolubile. Chi mi ha visto dice che a fine serata sembravo, per usare un eufemismo, piuttosto provato. Non so come apparissi io, ma ricordo bene l'aspetto di Roberto a fine serata che non era certo dei più freschi e rosei.

La domenica, comparativamente parlando, è trascorsa nella più assoluta regolarità. Concludo dunque questo raccontino dei dietro le quinte con una osservazione o, più precisamente, con una proposta. Il Convegno è ben riuscito non solo per i contenuti, che sicuramente dal nostro punto di vista erano la parte più importante, ma anche per la piacevolezza dell'esecuzione tecnica, la quale a sua volta era il frutto di tutta una serie di competenze in quel momento a disposizione del CICAP. In un qualche ipotetico mondo ideale forse la qualità del contenuto di un messaggio basta a garantirne la diffusione: ciò non è sicuramente vero per il mondo reale. Non solo avere un buon contenuto non è condizione sufficiente alla diffusione di un messaggio ma, come ha osservato con pessimistica arguzia Marino Franzosi, non è neppure necessario (si veda, per esempio, il mondo della politica).

Mi domando se non sia possibile raccogliere all'interno del CICAP un gruppetto di persone, con esperienza di spettacolo in qualche forma, finalizzato alla preparazione di prodotti spettacolari di contenuto scettico. La prima cosa che mi viene in mente è la produzione di filmati scettici molto brevi, possibilmente ironici, dal vero e proprio spot di trenta secondi fino a un massimo di quattro-cinque minuti. Se girati professionalmente potrebbero poi essere usati per le apparizioni pubbliche del CICAP oppure come demo autopro-mozionali. Lo so, si tratta di marketing e agli scettici tendenzialmente il marketing non piace molto. Non propongo però compromessi sul contenuto, bensì una cura nella forma che permetta di confrontarsi ad armi pari con chi può investire tutti i suoi sforzi nella forma perché di contenuto non ne ha. Se qualcuno è interessato, mi faccia sapere.

Francesco Chiminello
Fisico, CICAP-Veneto