Una favola di Chocolat

Meglio la magia della paura e dell'incapacità di cambiare

Regia: Lasse Hallstrom

Interpreti: Juliette Binoche, Lena Olin, Johnny Depp, Judi Dench, Alfred Molina, Carrie-Ann Moss.

Gran Bretagna/USA, 2000

Che dire di una strega dalle sembianze di Juliette Binoche? E delle sue misteriose pozioni che non derivano da rivoltanti zuppe di lingue di pipistrello con radici di mandragora, bensì da profumate e golose alchimie di spezie e cioccolato? Dolci metafore entrambe, potenza liberatrice del piacere, sogno dell'appagamento.

Ma forse Vianne (Binoche) è soltanto una donna diversa perché sa ascoltare, riesce a percepire i desideri delle persone che si trova di fronte e le guida con dolcezza, gentilmente. Tanto basta perché la piccola comunità bigotta e perbenista di un paesino francese degli anni sessanta la accolga con sospetto e diffidenza, tramutati presto in astio all'arrivo di altri "diversi", gli zingari del fiume con l'affascinante Roux (Depp), coi quali lei entrerà subito in sintonia. Per di più non è religiosa, non va in chiesa. Nel romanzo d'origine il prete è infatti il suo avversario più tenace, Hallstrom invece lo sostituisce con il sindaco, il Conte di Reynaud (Molina), maestro di cerimonia di tutto ciò che si svolge nel paese, guardiano della tranquillità ottusa dei suoi concittadini, emblema dell'immobilismo, della refrattarietà al cambiamento che non caratterizza di certo soltanto gli aspetti religiosi del genere umano.

Il vento è dunque un'altra facile metafora: quella ovvia del cambiamento. Infatti, soffierà sempre più spesso, dall'arrivo di Vianne e della sua bambina (è madre ma non è sposata, altra differenza) e dall'apertura della sua cioccolateria. Il paese sarà all'inizio tremendamente a disagio, emozioni strane colpiranno un po' tutti, anche il Conte. Alla fine, manco a dirlo, le arti magiche della misteriosa, ammaliante signora avranno la meglio sulla paura conservatrice, facendo leva sulla curiosità e sulla voglia di vivere che ovunque covano sempre sotto le ceneri. Anche lei pagherà il suo prezzo ritrovando serenità nell'armonia della normalità alla quale finirà con l'adeguarsi.

La storia altro non è che una favoletta facile facile, abbastanza divertente, che ci vuole parlare tenendoci sul confine fra l'arte della magia e l'arte della psicanalisi in soldoni, ma l'artifizio non esula dalla banalità e dalla totale prevedibilità degli eventi.

Così come scontata appare la morale che traspare dalla contrapposizione del grigiore antico della normalità con la vivace modernità della magia. Anche la confezione del film, in sintonia col tema, ha l'eleganza artefatta e levigata di una scatola di cioccolatini.

Assolutamente degna di nota invece la prova degli attori. Tutti bravi la Binoche, Molina, Depp, mezzo voto in più per Lena Olin (la moglie fuggita del barista), ma la più grande, straordinaria, è Judi Dench (Shakespeare in love - Un tè con Mussolini - 007 il mondo non basta, per citare solo gli ultimi): il personaggio di Armande (alter ego invecchiato di Vianne) all'inizio appare solo di contorno, ma quando finisce col disegnarsi in pieno il film ha un immediato balzo di qualità e quasi solo per questo riesce a collocarsi ampiamente al di là di una fino ad allora risicata sufficienza.

Il regista da parte sua altrove ha fatto di meglio (Le regole della casa del sidro).

Volete sapere infine se penso che Vianne Binoche sia una strega oppure no? Ma certo che lo è: mi porga una tazza del suo cioccolato e io lo berrò!

Lucio Braglia

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