Tanti saluti dall'inferno

Storia vera o meno è buono il film su Jack lo squartatore

Incipit: "Un giorno gli uomini si guarderanno indietro e diranno che sono stato il più grande precursore del ventesimo secolo", firmato Jack the Ripper, lo Squartatore. Non proprio rassicurante.

Siamo nel 1888, a Londra, l'età vittoriana volge al termine e le nevrosi del XX secolo sono alle porte in quella che forse è l'unica vera fin de siècle, autentica svolta epocale storico/culturale, alla faccia dei lontani e recenti millenarismi. Sono gli anni in cui compaiono il dott. Jeckyll e mister Hyde, seguiti di lì a poco dall'aristocratico Dracula e dal dandy bellimbusto Dorian Gray, gli anni in cui la spiritualità extrareligiosa e individuale dell'epoca romantica lascia il posto a un panteismo confuso, foriero delle nuove credenze e superstizioni (dal mesmerismo all'omeopatia) e degli interrogativi etico/filosofici condensati nella figura del rispettabile uomo di scienza travolto dalla propria sete di ricerca che lo conduce a esiti nefasti.

Il soggetto del film dei gemelli Hughes è tratto da un fumetto, per essere più precisi una graphic novel, scritto da Alan Moore e disegnato da Addie Campbell tra il 1991 e il 1998, il cui titolo originale è From Hell (dall'Inferno).

Certamente un inferno è il quartiere di Whitechapel, zona pericolosa e malfamata dell'East End, dove si svolgono i delitti, e dall'inferno di una fumeria d'oppio viene ripescato il detective Abberline, destinato a risolvere il caso scoprendo, inutilmente, il complotto di corte che ne è all'origine, grazie alle sue qualità di investigatore ma anche alle sue doti di chiaroveggenza acuite dall'uso degli stupefacenti.

Questa del complotto è ovviamente un'interpretazione di Moore che si trova però in numerosa compagnia, da lui citata: J.the R.: the final solution di S. Knight, J. The R.: A to Z di P. Begg K. Skinner M. Fido, The complete J. The R. di D. Runbelow, J. The R. and the Royals di M. Fairclough.

L'idea non è affatto peregrina, se si considera che all'epoca la monarchia era tutt'altro che un'istituzione simbolica e l'immagine di un giustiziere notturno che elimina la feccia del quartiere malfamato, paladino in difesa della purezza dinastica è attendibilissima.

Nell'opera scritta Abberline è un tranquillo funzionario di polizia che sopravvive agli eventi e diviene il narratore di sé stesso in un dialogo con il presunto veggente Robert Lees (quest'ultimo avrà un ruolo rilevante nello smascheramento di Sir Gull, medico personale della regina Vittoria), mentre gli sceneggiatori Hayes e Yglesias hanno preferito accentuare gli aspetti di visionarietà caricando il personaggio ottimamente interpretato da Depp che, da Edward Mani di Forbice, non riesce a staccarsi da un ruolo di "diverso".

Il risultato è piuttosto buono, soprattutto in considerazione degli elementi di circolarità che il film ci propone: la prostituta Annie Crook esce dall'inferno di Whitechapel sposando quello che crede un ricco artista (si scoprirà essere l'irrequieto Principe di Galles), ma ci ritorna, lobotomizzata, in un manicomio; questa stessa lobotomia, all'inizio del ciclo tragico, è il contraltare della soppressione cerebrale di Gull nel finale; Abberline alla fine ritorna in quella fumeria dalla quale era uscito, per morirvi.

In questo finale, anch'esso estraneo a Moore, troviamo un duplice omaggio: uno a Sherlock Holmes, notoriamente dedito all'uso di coca e morfina, l'altro al finale di C'era una volta in America, nel quale l'espressione di De Niro è identica a quella di Depp, anche nell'inquadratura dall'alto. From Hell and return.

Lucio Braglia

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