Stonehenge: il viaggio dei monoliti fu un’opera di ingegneria?

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  • 03-06-2026
  • di Matteo Boccadamo
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Diego Delso, delso.photo, License CC BY-SA
Molti dei monoliti con cui è costruito Stonehenge vengono da lontano. Le cosiddette bluestones, per esempio, giungono dal Galles, a più di 200 km. La pietra dell’altare posta al centro del cromlech arriva addirittura dalle Orcadi, 700 km più a nord. Magari non tutti lo sanno, ma è un fatto assodato per i ricercatori, che non hanno più dubbi al riguardo. Dibattono invece da oltre un secolo su come pietre tanto monumentali abbiano potuto finire nella piana di Salisbury 5000 anni fa.

Le ipotesi principali sono due: il trasporto umano intenzionale oppure quello glaciale. In effetti i ghiacciai si spostano, in tempi lunghissimi, come corsi d’acqua al rallentatore, portando con sé anche rocce di grandi dimensioni. C’è dunque chi sostiene che i costruttori di Stonehenge hanno avuto la fortuna di ritrovarsi dei monoliti pronti all’uso, lasciati lì dai ghiacci pleistocenici dopo millenni e chilometri di trascinamenti.

Un nuovo studio[1] esclude questa possibilità. Per arrivare alla conclusione, l’indagine è stata condotta sui sedimenti fluviali, che custodiscono le “impronte digitali” mineralogiche. La chiave risiede nello “zircone” e nella “apatite”, due minerali contenuti nelle rocce, in grado di resistere all’erosione e restituire informazioni sui processi sedimentari. Formandosi, entrambi includono piccole quantità di uranio, che decade in piombo secondo tempi standard: dal rapporto tra questi due elementi è possibile determinare l’età del campione (è il metodo U-Pb), e quindi capirne la provenienza.

Le rocce della Gran Bretagna hanno infatti età differenti, distinguibili anche in base alla collocazione geografica. Decine di pietre in transito “via ghiacciaio” da Galles e Scozia avrebbero dovuto lasciare lungo i suoli inglesi evidenti tracce geochimiche di questo tipo, cosa che invece non è avvenuta. Per cercarle sono stati prelevati oltre 700 campioni di sedimenti fluviali nella piana di Salisbury (poiché i corsi d’acqua ne raccolgono e convogliano da un’area vasta), ma i granuli di zircone e apatite risultano quasi esclusivamente di provenienza locale. Non sono il lascito di rocce “esogene”, quindi il ghiaccio non è responsabile del movimento di nessun masso erratico su così larga scala.

Prende così maggiore consistenza l’idea del trasporto intenzionale. Nessun colpo di fortuna, ma una riprova dell’ingegno umano, in grado già millenni fa di vincere sfide complesse, come il trasporto di enormi materiali da costruzione (si ritiene via nave).

Questo risultato è importante per vari motivi. Restringe il campo delle ipotesi e dimostra l’applicabilità di una metodologia geochimica all’archeologia, confermandone l’interdisciplinarietà. Ribadisce l’importanza culturale del monumento e del luogo su cui sorge: valeva la pena compiere uno sforzo di tale portata solo se il fine era ritenuto di grande valore e socialmente condiviso. E infine mette in luce le competenze ingegneristiche del III millennio a.C., rendendo giustizia a maestranze che troppo spesso non riteniamo all’altezza delle opere lasciate, solo in quanto “antiche”: concetto strumentalizzato da molte teorie alternative.

Note

1) Clarke, A.J.I., Kirkland, C.L. “Detrital zircon–apatite fingerprinting challenges glacial transport of Stonehenge’s megaliths”. Commun. Earth Environ. 7, 54 (2026). DOI:10.1038/s43247-025-03105-3