Hereafter

Recensioni - Cinema e paranormale

  • In Articoli
  • 01-05-2011
  • di Anna Rita Longo

Hereafter
Regia: Clint Eastwood
USA 2010, 129’
con Matt Damon e Cécile De France


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“Hereafter” significa “dopo, in seguito”, ma è anche un modo per indicare il mondo al di là della vita, l’universo di domande che si aprono quando si oltrepassano i confini dell’esistenza terrena. Il tema della morte e del suo corredo interiore fatto di mancanza, senso di vuoto, incapacità di rassegnarsi a una fine irrevocabile e a un dolore ingiusto, era già caro a Clint Eastwood, che ne aveva fatto il tema di una delle sue pellicole più fortunate: Mystic River. Ed è proprio dal discorso iniziato con quest’ultima che sembra muovere Hereafter, che procede lungo la direttrice comune del dolore di chi resta e non si rassegna a una perdita insanabile.

Tre le storie che si intrecciano a costruire la trama. La prima è quella di Marie, giornalista francese sopravvissuta alla violenza dello tsunami, trascinata dalla furia delle onde lungo il confine labile che separa la vita dalla morte, dove ha potuto, per qualche istante, gettare il proprio sguardo al mondo di là. Vi è poi il piccolo Marcus e la sua disperata ricerca di qualcosa che gli possa consentire di tornare in contatto con il fratello gemello Jason, tragicamente scomparso in seguito a un incidente stradale. Trait d’union tra le due vicende è la storia di George, medium suo malgrado, schiavo del proprio “dono” che lo rende in grado di parlare con chi non c’è più, imprigionato in una vita cristallizzata nella dimensione della morte.

Accanto alla questione della comunicazione tra l’universo dei vivi e quello dei defunti, che costituisce l’ossatura principale dell’intreccio, lo sguardo del regista si posa anche sul tema delle esperienze di pre-morte, vissute in prima persona da Marie, che ne ha parlato nel libro Hereafter dal quale deriva (in parte) il titolo del film. Desiderando condividere la straordinaria esperienza che ha vissuto nell’attimo in cui stava per lasciare la vita, Marie sente il bisogno di approfondire il tema delle near death experiences e qui ha modo di scontrarsi - riferisce - con un muro di silenzio. A quanto pare una sorta di cospirazione mondiale, forse indotta dalla naturale paura che sorge nell’uomo quando si pone determinate domande, impedisce che di simili argomenti si possa liberamente parlare. Il mondo manca di “apertura mentale”, si ripete a più riprese nel film, come conferma anche il personaggio della scienziata sedicente scettica, dove per “apertura mentale” si intende evidentemente l’acritica propensione alla credulità. E così appare difficile negare che Hereafter sia un inno all’insondabile e alla fede nella dimensione soprannaturale.

Nella stessa direzione ci porta l’analisi della storia di George, il tormentato medium interpretato da un Matt Damon straordinariamente in parte e visibilmente cresciuto rispetto alle già buone prove precedenti. George sarà colui che consentirà al piccolo Marcus di parlare per l’ultima volta con il fratellino perduto, dopo che il ragazzino avrà inutilmente consultato una miriade di sensitivi grotteschi e interessati solo ai soldi. George rifiuta da sempre la dimensione economica del contatto con i defunti, che sembra essere l’unica motivazione degli altri. George è disinteressato e, indiretta ma chiarissima conclusione, come lui lo sono i “veri” medium, rari certamente, ma, nell’ottica della pellicola, indubbiamente esistenti. Milioni di finti sensitivi - questo il messaggio - non sono in grado di annullare la forza del reale tramite tra noi e l’aldilà, un mondo della cui esistenza - lo spettatore capirà - non è lecito dubitare.

Si tratta di un taglio che, da scettica, non posso ovviamente condividere, eppure questo non mi induce a sconsigliare la visione di un film indubbiamente bello. Il suo valore risiede in una sceneggiatura impeccabile e in una colonna sonora priva della retorica del paranormal movie; nelle interpretazioni magistrali di tutti i ruoli principali, ma anche nella gradevole commistione di stereotipi (il tema del doppio, quello dei bambini adultizzati) ed elementi innovativi e, in generale, nello sguardo delicato, quasi poetico, del regista.

Fedele alla lezione di Oscar Wilde, ritengo, quindi, Hereafter un bel prodotto dell’arte cinematografica, indipendentemente dalle idee che vi sono espresse, che con l’arte non hanno a che fare.