La leggenda dell'anno Mille

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  • 28-03-2001
  • di Sergio de Santis

"Nel Medioevo era universale credenza che il mondo dovesse finire con l'Anno Mille dall'Incarnazione." Così lo storico francese Jules Michelet nella sua Storia di Francia apparsa nel 1833. E prosegue: "In quei tempi di miracoli e leggende, il meraviglioso faceva parte della vita comune. L'esercito di Ottone aveva visto il sole scolorirsi (...) re Roberto, scomunicato per aver sposato la cugina, si era ritrovato tra le braccia un mostro, quando la regina aveva partorito. Il diavolo non si preoccupava neanche di nascondersi: non era stato forse visto presentarsi a Roma davanti a un papa mago? Fra le tante apparizioni, visioni, voci strane, miracoli di Dio e prodigi del demonio, chi poteva dire se la terra non si sarebbe dissolta un mattino al suono della tromba fatale?"

Scriveva ancora Michelet: "Il prigioniero attendeva nel suo nero torrione; il servo sul suo solco all'ombra dell'odiosa torre; il monaco fra le astinenze del chiostro e i tumulti solitari del cuore (...) Tutti desideravano di uscire dalla loro penosa condizione. E molti attendevano con impazienza il momento in cui il suono delle trombe del Giudizio avrebbe colpito l'orecchio dei tiranni. Allora dal torrione, dal solco, dal chiostro sarebbe scoppiata una terribile risata, inframmezzata da pianti..."

Paure del castigo e speranze di redenzione come quelle promesse dall'Apocalisse, insomma: in ogni caso - dunque - un'attesa spasmodica della fine dei tempi, alla vigilia dell'Anno Mille.

I terrori e le attese escatologiche alla fine del primo Millennio. Ma ci sono state davvero?

Un movimento millenaristico (o "chiliastico" dal termine greco per indicare il numero mille) esisteva sin da quando l'evangelista Giovanni (o qualcun altro dello stesso nome) aveva scritto la sua Apocalisse - vale a dire la sua rivelazione attorno al II d.C. Aveva affermato Giovanni nel capitolo XX dopo aver descritto il regno millenario di Cristo sulla terra: "Giunti poi che siano al termine i mille anni, Satana sarà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre i popoli che si trovano ai quattro angoli della terra" (versetti 8, 9). Segue lo scontro, davvero apocalittico, tra Dio e Satana e la sconfitta finale del Grande Tentatore.

Mille anni dunque, poi l'Armageddon. Ma mille anni a partire da quando? A partire dalla Incarnazione di Cristo o dalla sua Passione? Insomma, in base alla datazione stabilita ormai da molte centinaia di anni dal monaco Dionisio - e a quei tempi non contestata da nessuno - l'Anno Mille o il 1033?

E chi era in grado di stabilire quando stesse per giungere l'Anno Fatale? Tanto per cominciare nell'Alto Medioevo la datazione veniva ancora fatta, soprattutto dalla Chiesa di Roma, secondo il sistema detto dell'indizione in base al quale si posizionava ogni anno nell'ambito di un ciclo di quindici, come nell'età classica. E di conseguenza l'Anno Mille da un punto di vista religioso non esisteva, ma si trattava soltanto della tredicesima indizione all'interno di uno di tali cicli.

E comunque chi sapeva nell'Evo oscuro in che anno si fosse? Certo i cosiddetti "computisti", cioè gli esperti di liturgia incaricati di calcolare le feste mobili, come ad esempio la Pasqua, ma di sicuro non la gente comune delle campagne, dei villaggi e dei borghi.

E ancora: quando iniziava il Nuovo Anno? Dipendeva dai calendari. Per la Cancelleria del re di Francia, ad esempio, cominciava il I marzo; in Inghilterra, Germania e alcune regioni francesi il primo giorno era il 25 dicembre; altrove era il 25 marzo festa dell'Annunciazione. Nel mondo bizantino, poi, era il 1 settembre mentre per Roma l'anno liturgico cominciava a Pasqua, vale a dire in un giorno che cambiava di continuo.

Quando avrebbero dovuto radunarsi dunque quelle folle isterizzate che un'immaginazione romantica ci mostra in attesa tremebonda del Giorno del Giudizio?

Ma rifacciamoci alle fonti dell'epoca. I documenti sono pochi e si fa presto a passarli in rassegna tutti.

Uno dei testi più citati è il "Liber apologeticus" di Abbone, abate di Fleury-sur-Loire, il quale racconta che nella sua giovinezza aveva avuto modo di confutare parecchie superstizioni popolari. Dato che il libro è dei 998 e Abbone era assai vecchio, l'epoca a cui si riferisce ci conduce almeno agli anni `60. Scrive Abbone: "Sul soggetto della fine del mondo ascoltai predicare al popolo, in una chiesa di Parigi, che alla fine dell'anno mille sarebbe giunto l'Anticristo e che di lì a poco sarebbe seguito il Giudizio Universale. Ma io combattei con tutte le mie forze questa asserzione con l'aiuto del Vangelo, dell'Apocalisse e del libro di Daniele."

Ecco cosa racconta tranquillamente Abbone a due anni dalla scadenza chiliastica. E Georges Duby commenta nel suo L'anno mille: "Se, nell'immediata prossimità del millennio quei timori fossero stati veramente forti nel popolo cristiano, un maestro quale è Abbone - che non li condivideva - avrebbe certamente cercato di svolgere con maggiore ampiezza i suoi argomenti, al fine di dissiparli." Invece niente. Quasi si trattasse di un riferimento marginale. Abbone passa ad altro tema.

E gli annali dei monasteri carolingi, dove si registravano anno per anno i principali avvenimenti? Non ne restano molti. I principali sono gli Annales Floriacenses di Saint Benoit-sur-Loire, gli Annales Beneventani di Santa Sofia di Benevento e gli Annales Viridunenses di San Michele di Verdun. Ebbene, in tutti e tre l'Anno Mille passa praticamente inavvertito. Negli Annales Floriacenses si riferiscono con dovizia di particolari le insolite inondazioni, un miraggio e la nascita di un bambino mostruoso che i genitori decisero di affogare. Ma tutto questo avviene nel 1003. Sul millesimo anno dall'Incarnazione del Redentore, silenzio.

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Ma passiamo allo storico principe dell'epoca, il monaco borgognone Rodolfo il Glabro (cioè il Calvo). È un frate inquieto che non rispetta la clausura e la stanzialità monastica. È curioso e vuole vedere di persona quel che accade attorno a lui. Lo si trova ad Auxerre, poi a Digione, poi a Cluny, poi di nuovo ad Auxerre. Ed è ancora a Cluny che, nel 1048, questo monaco errante completa i cinque libri delle sue Storie dedicati alle vicende di tutto il mondo a partire dal X secolo.

Per Rodolfo il Glabro l'Anno Mille è una data importante; alla fine del secondo libro, dopo aver ricordato carestie, invasioni, prodigi ed eresie, così conclude: "Questi segni concordano con la profezia di Giovanni, secondo cui Satana sarà liberato dalle catene dopo mille anni. Ma di ciò parleremo più a lungo nel nostro terzo libro."

L'apertura del terzo libro, però, è deludente: "Facciamo iniziare questo libro dal millesimo anno del Verbo. Come abbiamo detto, all'avvicinarsi di questo anno, il mondo vide sparire grandi personaggi del clero e della nobiltà. Tuttavia dopo questo anno si videro brillare in Italia come in Gallia uomini la cui vita e opere..." e via di questo passo. Dell'attesa escatologica per l'Anno Mille neanche una parola. C'è invece un riferimento all'anno 1033, millesimo - come abbiamo visto - dalla Redenzione. Quell'anno, riferisce il monaco, fu caratterizzato da piogge torrenziali e da una terribile carestia. E Rodolfo commenta: "Si credeva che l'ordine degli elementi e delle stagioni fosse tornato per sempre al caos, e che fosse la fine del genere umano."

È forse questa la frase chiave? Ma Rodolfo si guarda bene dal collegare i disastri del 1033 con una specifica attesa chiliastica e anzi poco più oltre precisa: "Fin dall'inizio, i divini decreti hanno suscitato prodigiosi miracoli, presagi straordinari e anche profezie nella bocca di grandi saggi. Più si avvicina la fine del mondo, più si vedono moltiplicarsi queste cose di cui parlano gli uomini." E questo è tutto. Commenta Edmond Pognon nella sua Vita quotidiana nell'Anno Mille: "Per Rodolfo l'Anno Mille non è una data qualsiasi, tanto che la prende come punto di partenza per la sua cronologia. Lui crede nella fine del mondo e si dilunga spesso sulle calamità e i prodigi che l'hanno indotto a crederci nel periodo affrontato. Ma mai egli accosta la fine del mondo all'Anno Mille. E non vi è dubbio che, se gli uomini del suo tempo fossero stati in preda a terrori collettivi esattamente alla vigilia dell'Anno Mille, ne avrebbe parlato molto esplicitamente."

Non c'è dunque neppure un testo che confermi l'ondata di paure attorno all'Anno Mille?

Non c'è dunque neppure un testo che confermi l'ondata di paure chiliastiche che avrebbe percorso l'Europa attorno all'Anno Mille. Per la verità un testo c'è, e a prima vista anche decisivo. Eccolo: "Nell'anno Mille dopo la nascita di Cristo violenti terremoti scossero tutta l'Europa e distrussero da ogni parte solidi e magnifici edifici. Nello stesso anno apparve in cielo un'orribile cometa. Alla sua vista, molti che credevano fosse l'annuncio dell'ultimo giorno rimasero gelati dallo spavento. Infatti già da molti anni alcune persone erano cadute in errore, diffondendo la voce che la fine del mondo sarebbe arrivata con l'Anno Mille." Adesso finalmente c'è tutto. Ma di che testo si tratta? È la seconda edizione degli Annali del convento di Hirsau, redatti da un monaco benedettino tedesco di nome Tritemio, dal nome del suo villaggio d'origine, Tritheim. Gli Annali sono stati scritti verso la metà del XVI secolo, vale a dire a molte centinaia di anni di distanza dal fatale Anno Mille. Tritemio cita tra le sue fonti un certo monaco Meynfried o Manfredo (che sembra essere di sua invenzione) e Sigoberto di Gembloux autore di una Chronographia pubblicata nel XII secolo e basata sui più antichi Annales Leodienses, dove è reperibile il riferimento al terremoto, ma non quello alla "orribile cometa".

Ma non è questo il punto principale. Il clou della faccenda è che l'ultima frase, relativa alla "voce che la fine del mondo sarebbe arrivata con l'Anno Mille", non compare nella prima edizione dell'opera di Tritemio, stampata nel 1559, ma soltanto nella seconda, apparsa nel 1689. I terrori dell'Anno Mille, insomma, nascono praticamente da un'interpolazione anonima del XVII secolo.

Non è molto, ma è stato sufficiente perché nel secolo dei Lumi, così propizio ad avallare qualsiasi elemento capace di confermare l'oscurantismo dei Secoli Bui, la "leggenda metropolitana" delle paure chiliastiche trovasse il suo ideale brodo di coltura. Così nel 1789 l'inglese William Robertson dà per la prima volta sistemazione organica al mito accorpando fatti, voci e bugie in un suggestivo patchwork, che servirà poi da brogliaccio per il genio affabulatorio di Michelet.

E da allora a nulla sono servite le dotte smentite degli storici, da Françoise Plaine (1873) a Jules Roy e Christian Pfister (1885) a Fréderic Duval (1908) a Ferdinand Lot (1947) per finire con Duby e Poignon. Così ci avviamo verso la fine del secondo millennio, cavalcando terrori che con ogni probabilità non ci sono mai stati: e le consuete folle di creduloni, guidate dagli immancabili pifferai, già stanno pregustando il brivido di un'Apocalisse fasulla. Dopo la fandonia dell'Anno Mille ora incombe quella dell'"Armageddon 2000".

Mille non più mille. Ma qual è l'origine di questa minacciosa profezia, che non figura nei Vangeli e neppure nell'Apocalisse? A volte si legge che il vaticinio era stato formulato durante il concilio del 909 a Trosby. Solo che nel 909 non si tenne nessun Concilio e nella geografia dell'Alto Medioevo non esiste nessuna località chiamata Trosby.

E la sagra delle fandonie continua..

Sergio de Santis

è uno storico ed è autore
di programmi per la RAI

Per saperne di più:

Georges Duby, L'Anno Mille. Storia religiosa e psicologia collettiva (L'An Mil, 1967) Einaudi Paperbacks #72 Torino 1976

Edmond Poignon, La vita quotidiana dell'Anno Mille (La vie quotidienne en l'An Mil, 1967) Rizzoli UR L706 Milano 1989

Michel Sot, Anno Mille. Storia Dossier n. 1 Giunti Firenze, novembre 1986.

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