Il "paranormalismo giocoso"

Studiare i presunti fenomeni paranormali serve davvero a qualcosa?

  • In Articoli
  • 11-03-2002
  • di Francesco D'Alpa

Nel suo recente "L'ultimo sorriso" (Mondadori, 2001; v. anche S&P 26), Raymond Moody, dopo avere sostenuto per circa vent'anni, sulla base dei racconti delle cosiddette esperienze di pre-morte, la possibilità di una "vita oltre la vita" (sull'argomento v. S&P 38), fa una brusca marcia indietro, rinnegando in parte il contenuto dei suoi precedenti volumi, a suo dire condizionati da logiche editoriali. Ma questo nuovo saggio, oltre che per l'inattesa pubblica ritrattazione, è particolarmente interessante per un'ampia analisi sull'essenza stessa del paranormale, sul perché e come la gente se ne interessa e su quale dovrebbe esserne la prospettiva di studio più proficua.

Perché i problemi

restano irrisolti?

Secondo Moody tutte le discussioni sul paranormale ristagnano da tempo su alcuni argomenti chiave, affrontati dagli studiosi delle diverse tendenze secondo approcci limitati e infruttuosi, senza una decisa volontà di progredire nella comprensione dei presunti fenomeni; così si sarebbero chiaramente radicalizzati tre atteggiamenti: da una parte i parapsicologi, che credono ai fenomeni paranormali e sono convinti di poterli verificare con rigore scientifico; dall'altra gli scettici a oltranza, secondo i quali essi sono invece tutti riconducibili a illusioni ed errori, quando non a scherzi e truffe; per i cristiani fondamentalisti, infine, le esperienze paranormali possono essere reali, ma solo come opera del demonio.

Le tre posizioni risultano al momento inconciliabili. Per superare questa impasse, Moody propone una chiave interpretativa non convenzionale: il paranormale non sarebbe altro che "una delle principali forme di intrattenimento e divertimento, un passatempo che risale a tempi antichissimi, di enorme significato storico e psicologico", comprensibile solo preparando una nuova categoria di studiosi, i "paranormalisti giocosi", capaci di affrontare queste tematiche in tutti i loro aspetti e significati, soprattutto culturali, a partire dalle stesse ambiguità semantiche. Secondo Moody, il paranormale è qualcosa di cui l'uomo ha estremo bisogno, a forte valenza sociale; per cui lo scettico dissacratore somiglia ad uno spettatore che vuol disturbare l'esibizione di un attore e porsi al centro dell'attenzione, affermando di essere l'unico in possesso delle vere risposte a tutti i misteri, più simile ad un crociato sociale che ad un vero imparziale indagatore della natura.

Il paranormalista giocoso, invece, sarebbe capace di affrontare costruttivamente il paranormale, non limitandosi ai concetti di prova e dimostrazione, ma considerandone gli aspetti umoristici, il linguaggio metaforico, i nonsenso, i contrasti e le negazioni. In questo modo ne coglierebbe tutti gli aspetti, non solo scientifici, e tutti i significati, spesso contraddittori, ponendosi in modo divertente ma propositivo degli interrogativi su questioni fondamentali, sia pure all'interno di proposizioni basate sul non senso e sull'assurdità. Secondo Moody, il paranormale resterà incomprensibile agli scettici fin tanto che essi lo affronteranno cercandone un'interpretazione letterale; mentre diverrà comprensibile se essi si renderanno conto che tutto ciò di cui si discute origina non tanto da fatti e dati oggettivi ma essenzialmente dalle parole che la gente usa per parlarne (in pratica, le cosiddette "testimonianze"). Dalla natura "narrativa" delle presunte esperienze parapsicologiche deriverebbe una delle altre caratteristiche del paranormale: il fatto che i suoi sostenitori possono facilmente passare da un atteggiamento di credenza ad un particolare fenomeno a quello di negazione dello stesso, per motivi psicologici e non certo razionali. Ancora di più, il classico paranormalista si trova di fronte ad un limite critico: il non potersi domandare se c'è realmente qualcosa di vero in quello in cui crede, perché a questo punto metterebbe a nudo la propria illusione, ovvero che ci possa essere realmente qualcosa di vero in tutto ciò di cui si interessa. Ai paranormalisti non si offrirebbe via di uscita alla credenza nel paranormale, perché realtà e paranormale sono quasi due elementi antitetici. Agli scettici mancherebbe invece la possibilità concreta di esaminare gli oggetti del contendere.

Dimostrabilità

e coerenza di fondo

Le suggestive argomentazioni di Moody sembrano alla fine avvicinarsi a certe posizioni dello scetticismo militante, ma cercando attentamente di non togliere significato e valore culturale alle esperienze paranormali. Si tratta stavolta, visti i precedenti, di una posizione sincera o l'autore si preoccupa soprattutto di recuperare credibilità scientifica al suo interesse per il paranormale dopo la figuraccia del suo dietro front? È ad esempio condivisibile la sua convinzione che anche gli scettici in fondo si comportino in modo tale da lasciare questi misteri irrisolti?

Molti degli argomenti che in tempi più o meno lontani sono stati dibattuti fra scettici, paranormalisti e cristiani fondamentalisti in realtà, alla fine, sono stati spiegati razionalmente e conclusivamente (ad esempio l'origine del fuoco, la sede dell'intelletto, l'evoluzione umana etc.), ma il nostro autore non lo evidenzia, a mio parere, adeguatamente. Similmente, mi sembra evidente come solo il punto di vista scettico e razionalista sia stato in grado di giungere in molti casi a dimostrazioni accettate anche dalle altre due categorie di studiosi. Altrettanto non si può dire per i paranormalisti e per i cristiani fondamentalisti; nessuna delle loro credenze di base è mai stata fatta propria dagli altri due gruppi, ed anzi il loro classico campo di indagine si è nel tempo ristretto, proprio perché tanti argomenti sono stati affrontati e risolti scientificamente. Se è vero che la conoscenza umana e la scienza sanno oggi riprodurre il fuoco, prevedere un temporale, sospendere la coscienza nel corso di una anestesia, non è altrettanto verificabile e condivisibile alcuno dei fenomeni previsti dai paranormalisti e dai cristiani fondamentalisti: dalla telepatia, alle guarigioni miracolose, ai viaggi fuori dal corpo.

È vero allora, come afferma Moody, che su certi argomenti gli scettici non vogliono giungere ad una conclusione? Egli afferma che tutti ci appassioniamo e siamo gratificati dal potere discutere senza fine su di un argomento che non ha soluzione o che non vogliamo realmente risolvere (in fondo è quello avviene durante le discussioni da bar su avvenimenti sportivi); mentre non possiamo fare lo stesso nei confronti di argomenti scientifici, che dobbiamo accettare per quello che sono. Innegabilmente, molte persone si comportano così; ma l'analisi nel complesso mi sembra poco condivisibile. Quanti, secondo Moody, "non vogliono una soluzione" e "non vogliono progredire"? Non sarà forse, più semplicemente, che non hanno a disposizione gli strumenti culturali adeguati? Il tema della volontà di conoscere e capire, che per Moody è dunque una sorta di problema etico, a mio avviso andrebbe invece spostato sul piano della adeguata preparazione culturale.

Per fare un esempio: secondo la prospettiva di Moody, se un "fondamentalista" ritenesse che le malattie sono una punizione di Dio verso l'uomo, non dovrebbe fare nulla per capirle e curarle, perché in questo modo metterebbe in crisi il proprio concetto di "intervento divino"; non mi sembra tuttavia che questo atteggiamento sia diffuso.

Un altro esempio: nonostante molti siano convinti della realtà della telepatia o della preveggenza, è raro trovare un medium che di fatto si comporti, in situazioni chiave, in linea con tale ipotesi; tutte le volte che personalmente ho chiesto ad un presunto medium di risolvere un mistero, come la sparizione di una persona, mi sono sentito ripetere che l'attività del medium non deve e non può modificare il corso delle cose. A che servirebbe allora tale presunta facoltà, e come valutarla? Più in generale, fino a che punto chi crede al paranormale è realmente disposto a comportarsi "come se" ciò in cui crede fosse reale? La storia della ricerca scientifica abbonda di uomini coraggiosi che hanno rischiato o perfino sacrificato la propria vita per sperimentare e dimostrare le ipotesi in cui credevano e che così facendo hanno pienamente dimostrato; non altrettanto si può dire nel campo del paranormale. Invitate un ufologo contattista (o un sostenitore dei contattisti) a risparmiare tempo e denaro, quando gira a fare conferenze per il mondo, spostandosi su di un disco volante: nella migliore delle ipotesi riterrà poco cortese il vostro intervento.

Il ragionamento di Moody allora è vero solo in parte, cioè se e quando applicato alla categoria dei paranormalisti; ma gli scettici non si comportano così. Lo scettico non evita a priori di confrontarsi positivamente su certi argomenti; la verità è che purtroppo questi sono in genere puramente teorici, in senso filosofico; non basandosi su fatti empirici, non vi può essere speranza di giungere ad una qualunque soluzione.

Paranormale e svago

Moody sottolinea il fatto che anche la legislazione considera in genere medium ed astrologi come esercitanti una attività d'intrattenimento. Osservazione opportuna, che però andrebbe integrata: essa testimonia ancora di più come queste attività siano anche nel senso comune prive di qualunque concretezza; ma nessuno inquadrerebbe allo stesso modo, fra gli svaghi, l'attività di chi affronta con rigore scientifico fatti e fenomeni misteriosi (come quelli luminosi di Hessdalen, tanto per citare un'esempio d'attualità); dunque di fatto, secondo la legge, che per Moody è una sorta di summa della saggezza e perizia di tanti uomini, l'approccio ai misteri ed al paranormale è assai diverso fra gli scienziati ed i "comuni" paranormalisti.

Moody afferma che in fin dei conti il paranormale affascina tutti, che è una forma gratificante di svago, probabilmente alludendo con ciò al grande pubblico con propensione al paranormale, più che al ristretto gruppo dei paranormalisti militanti, per i quali, quando non è un'occupazione come un'altra (fare conferenze e scrivere libri), esso risulta un vero e proprio impegno scientifico, esposto ad insuccessi e frustrazioni. Da scettico tuttavia mi domando: è più gratificante la dialettica fine a se stessa o il trovare una soluzione a problemi concreti? Forse, allora, è che in realtà il paranormalista ha paura che la soluzione di un problema reale (o il superamento di un falso problema) crei in lui un vuoto, costringendolo a rinunciare ad una gran parte del suo bagaglio di speranze ed illusioni; mentre lo stesso non si può dire per chi ha un atteggiamento scettico, e, risolto un problema si sente subito spinto a affrontarne di nuovi, che non mancano mai.

Perché tanti appassionati del paranormale?

Spesso, nonostante le evidenze scientifiche, alcuni continuano a credere alla presunta paranormalità di certi fatti o supposti tali, come la capacità di camminare sui carboni ardenti o l'autocombustione, di fatto una sopravvivenza di antiche credenze sulla "paranormalità del fuoco". Giocare col fuoco è stato infatti a lungo assai simile al giocare col paranormale. Una volta annullata quell'impressione di paranormalità, camminare sul fuoco è divenuto un'attività di svago; ma assimilare questo tipo di svago a quello derivante dal credere che in effetti si sia di fronte ad un mistero mi sembra piuttosto riduttivo.

Lo svago ha molto a che vedere con la capacità di simbolizzazione e di progettazione della mente umana. Ma un conto è calarsi nella parte di Enrico IV sul palcoscenico, un altro credere di esserne la reincarnazione grazie ad una seduta di rebirthing. Nessuno vuole negare le stupefacenti capacità della mente umana; ma è ben altra cosa pretendere che i suoi frutti abbiano dignità di realtà oggettiva.

Il paranormale esiste, secondo Moody, proprio perché esiste la conoscenza; è "un'elaborazione secondaria basata su di un preesistente concetto di conoscenza antica e profondamente radicalizzata". Ad esempio, se noi sappiamo che una persona è morta, possiamo definire il fatto ipotetico di rivederla come paranormale; un "jamais vu", una situazione del tutto impropria rispetto al contesto conoscitivo abituale. Ma tali eventi accadono realmente?

Più che appellarsi al concetto di svago, mi sembra che moltissime persone si rivolgano al paranormale perché è più a portata di mano, perché è abbastanza accettabile in contesti culturalmente limitati, o perché se ne parla sempre di più (irresponsabilmente) sui media; e non piuttosto perché costituisca una fonte importante di gratificazione.

Il paranormale non comprende solo esperienze confortanti (come il parlare con gli spiriti e le predizioni astrologiche) ma anche esperienze angoscianti (come la magia nera, le profezie di sciagure e le possessioni diaboliche).

Si potrebbe allora contestare questa ipotesi basata su di una dinamica di appetizione-gratificazione, anteponendole la constatazione che l'inclinazione al paranormale rifletterebbe piuttosto una originaria tendenza dell'uomo a cercare spiegazioni intuitive e semplificative, per qualunque fenomeno vero o presunto tale; e che abbiano in tutto ciò un'importanza fondamentale una certa naturale tendenza verso l'irrazionalità e l'assimilazione di quei miti culturali fondamentali che creano un ampio e diffuso background di racconti, fiabe, leggende, teogonie, tuttora copiosamente riproposti (mutatis mutandis) dai media. Molti di questi fatti si sostituiscono ad una comprensione razionale della realtà o ne rendono più difficoltosa la diffusione fra le masse.

La propensione dell'uomo a ricondurre certi fatti senza spiegazione a fenomeni paranormali sarebbe dunque solo un passo falso sulla strada che porta alla comprensione causalistica (dall'origine del fuoco, alla follia, all'esperienza di pre-morte). In quanto tale, ci si dovrebbe aspettare che certi argomenti possano essere ad un certo punto risolti e troncati definitivamente, cosa che invece in genere non avviene. Chiedersi il perché di ciò sembra potere essere l'unico approccio scientifico possibile alla questione del paranormale.

Alcune considerazioni

generali sulla parapsicologia

Volendo sintetizzare ed estendere alcune considerazioni di Moody, è possibile ritenere che:

a) la gente comune si avvicina al paranormale perché esso offre scorciatoie alla comprensione scientifica di fenomeni misteriosi o presunti tali;

b) le spiegazioni paranormali sono quasi sempre più vicine al modo spontaneo di spiegarsi le cose, alle caratteristiche del pensiero infantile, all'animismo ingenuo;

c) la credenza nel paranormale testimonierebbe il desiderio di molti di orientarsi in senso anticonvenzionale, al di fuori delle regole e del principio di realtà;

d) le spiegazioni paranormali appagano più facilmente le nostre esigenze di conforto e di sicurezza personale;

e) la gente comune è fortemente influenzata dalle affermazioni dei personaggi dello spettacolo e dalle suggestioni irrazionali dei media;

f) molte persone credono che i cosiddetti "esperti" del paranormale siano veramente esperti di qualcosa di oggettivo, mentre invece essi sono praticamente solo degli esperti della letteratura (più o meno fantastica) sul tema;

g) quasi tutte le società dispongono di un ricco background di credenze a carattere paranormale.

Secondo Moody, il paranormale merita di essere studiato, perché è un'importante "fonte" di conoscenza (anche se non un "campo" di conoscenza), una positiva trasgressione, la prova della capacità di andare oltre le regole, i confini, le leggi ed i ruoli; molti presunti fenomeni paranormali avrebbero agito come stimolo fecondo per lo sviluppo di conoscenze scientifiche e di tematiche filosofiche, giacché le grandi illusioni hanno sempre dato motivazione al lavoro ed alla ricerca: argomentazione in buona parte condivisibile. A fronte di queste considerazioni, la parabola discendente delle affermazioni di Moody sulla consistenza ed il significato delle esperienze di pre-morte (così come sulla presunta oggettività dei fenomeni paranormali) mi sembra comunque più che mai vicina al suo compimento, sia pure con l'onore delle armi.

Francesco D'Alpa

Neurofisiopatologo

e-mail: franco@neuroweb.it