Fu descritto per la prima volta nel 1883 dallo zoologo britannico William Lutley Sclater, che gli diede il nome di Canis microtis (diventò Atelocynus dal 1987). È un animale particolarmente schivo e della sua ecologia non si conosce molto, cosa che gli è valsa a pieno titolo il nome di “cane fantasma”. Gli elementi a favore della sua elusività ci sono tutti: un corpo affusolato di circa dieci chilogrammi per un metro di lunghezza, con un manto scuro e una piccola testa robusta dalle orecchie corte.
Finora era stato difficile monitorarne la popolazione. Grazie alle nuove fototrappole, però, un gruppo di ricercatori sudamericani ha mappato estese zone forestali della Bolivia nord-occidentale e del Perù sud-orientale, raccogliendo in 25 anni e 34 campagne quasi 600 rilevamenti.
I risultati, pubblicati su Neotropical Biology and Conservation[1] hanno dimostrato che il canide è più comune di quello che si pensava, più di grandi carnivori come il giaguaro. A dire il vero, era proprio per quest’ultimo che il progetto di monitoraggio era stato intrapreso. Le immagini raccolte però hanno anche fornito preziosissime, e finora uniche, informazioni sull’atelocino. Le sue aree di preferenza sono proprio quelle trascurate dai giaguari. Inoltre, circa tre quarti degli avvistamenti sono stati diurni. Fantasma sì, ma sotto gli occhi di tutti.
Dallo studio è emerso che l’abbondanza relativa di questo animale è molto variabile, ma aumenta con l’aumentare della densità forestale e con la distanza dai corsi d’acqua. Altro mistero, considerando che ha zampe semipalmate, come quelle degli animali che vivono in zone fangose.
La sua sparizione per alcuni periodi potrebbe essere spiegata da epidemie trasmesse dai cani domestici con cui è entrato a contatto. In ogni caso, la presenza del cane dalle orecchie corte è più significativa in aree protette e in territori indigeni. L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), nella sua famosa Lista Rossa, classifica infatti questa specie come “quasi minacciata”: non ancora in pericolo di estinzione, ma in diminuzione, anche a causa del deterioramento dell’habitat amazzonico[2].
Per la prima volta si è tracciata la distribuzione di questo enigmatico animale, ma rimangono ancora molti interrogativi sulla struttura sociale, le abitudini riproduttive e il vero numero di individui. Con una certezza: la sopravvivenza dell’atelocino dipende dalla conservazione della foresta amazzonica. È necessario proteggerlo con modelli di sviluppo sostenibile nei territori indigeni, essenziali contro la deforestazione e la perdita di habitat.
Note
https://doi.org/10.3897/neotropical.21.e183324 .