Ricordo di un amico

Riccardo Mancini nelle testimonianze di Sergio De Santis

  • In Articoli
  • 18-05-2008
  • di Sergio De Santis
A Rosalba

In casa mia, a metà del corridoio, c'è un soppalco. Lì – in pile ordinate – sono raccolti i miei diari. Per la verità il termine è un po' pretenzioso perché in realtà sono solo agende, dove giorno per giorno mi limito a segnare i libri che leggo, i film che vedo e gli eventi quotidiani di qualche rilievo. E lassù sono stato sul punto di arrampicarmi quando ho cominciato a buttar giù questi ricordi, per fissare le tappe della lunga strada che ho percorso negli anni insieme a Riccardo. Ma poi non ne ho fatto niente.
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Un disegno-ricordo di Riccardo Mancini.
Non tanto per la difficoltà di rintracciare quelle pietre miliari, ma soprattutto per il senso di futilità che mi ha colto dinnanzi a quella impresa. Troppo brusca è stata quella improvvisa scomparsa; troppo intensa l'emozione dell'ultimo addio in quella camera ardente; e troppo straziante la scena di quella sepoltura nel gelo polare del cimitero di Prima Porta (che forse c'era davvero nel termometro, o forse era solo la proiezione esterna di un gelo dell'animo) perché io potessi accingermi a tracciare un ritratto distaccato di Riccardo al di là di quello a-temporale che porto dentro di me.
Così ho lasciato perdere le agende e sono invece andato a rileggermi un passo di quella Vita di Henry Brulard in cui Stendhal, rievocando la sua giovinezza, ha buttato giù alcune riflessioni sulla memoria fra le più acute che mi sia capitato di leggere. È un libro vecchio e squinternato, pubblicato da Bompiani tanti anni fa e a cui faccio spesso riferimento quando sento la necessità di mettere un po' d'ordine nei miei ricordi.
Gli episodi del passato, scrive Stendhal, "sono grandi affreschi su un muro, che – dimenticati da gran tempo – ricompaiono a un tratto. Anche se accanto a quei frammenti ben conservati ci sono grandi spazi dove non si vedono che i mattoni sul muro". Su queste scene, prosegue Stendhal, non vi sono quasi mai indicate le date: ma che importanza ha quando il dipinto sembra fresco e i personaggi pieni di vita?
Ecco qui, appunto, il ritratto che – con l'inevitabile egocentrismo di chi ha appena visto un pezzo della sua vita staccarsi dal quotidiano per diventare memoria – posso offrire di Riccardo attraverso quei brandelli di affresco. Una serie di frammenti del nostro comune passato che il trauma della sua scomparsa ha fatto materializzarsi dentro di me, come le immagini di altrettante foto durante lo sviluppo del negativo.
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Foto di gruppo al banco di Avverbi organizzato al Congresso del CICAP.
Il primo incontro in una location di cui sono riaffiorati con incredibile precisione tutti i particolari: un grande salone con le finestre che danno su piazza san Silvestro; Riccardo che annuncia la creazione di un gruppo locale di scettici del Cicap; e io seduto in prima fila, con Rosalba alla mia destra. Un faccia a faccia che ha fatto nascere fra noi una consonanza di idee, di punti di vista e di impegni concreti che da allora non è mai venuto meno.
E ancora rieccoci tutti e tre insieme in un'aula del Dipartimento di studi storici dell'Università di Roma3 (in quel tempo ancora a piazza della Repubblica) per un dibattito sul mito del "Mille e non più mille": un po' felici un po' stupiti per tutti quegli studenti in piedi durante le nostra prima sortita pubblica.
Poi la nascita della casa editrice con l'obiettivo di quell'appello alla Ragione che campeggia ancora oggi su tutte le pubblicazioni di Avverbi. Di nuovo in una location precisa: quella del piccolo appartamento nella stupenda piazza in Piscinula. Con tanti progetti i libri allettanti o demenziali, tante riunioni-fiume e tante colazioni di lavoro (si fa per dire), con Riccardo che giocava a fare il sommelier (forse soltanto per épater Rosalba e me, più avvezzi alle fojette di vino della casa che alle etichette d'annata).
E infine, un nuovo cambio di location: il progetto di Grottaferrata con una svolta decisiva in campo professionale (con il mensile di territorio e la scuola di giornalismo) ma anche su quello della vita privata. E le cene sul terrazzo, gli amati libri di fantascienza in pile per terra (secondo la tecnica più collaudata per doverseli poi ricomprare ogni volta che ne serve uno) e i gatti che passeggiano sdegnosi o sonnecchiano indifferenti all'attenzione fotografica di cui spesso sono fatti segno… Briciole di ricordi: come sempre avviene (e forse è giusto così) più attenti agli attimi fuggenti e agli scorci banali che agli zoom destinati ad immortalare le svolte decisive.
Flash non su una "lunga marcia percorsa fianco a fianco da due compagni uniti nella lotta" – come voleva una vecchia retorica – ma su una lunga scarpinata percorsa a braccetto da due amici. Con un comune bagaglio di esperienze, progetti e scelte politiche. Ma al tempo stesso anche divisi da tante differenze nel modo di affrontare la vita, secondo quel mix di affinità mentale e di contrapposizione temperamentale che alla fine crea il più solido impasto su cui fondare uno stabile affratellamento. Io, tutto pessimismo della ragione; lui, tutto ottimismo della volontà (tanto per citare Gramsci). Io, circospetta formichina impegnata a trascinare un granello per volta; lui, eterno frullatore di idee e iniziative che mi lasciavano sempre un po' frastornato prima di vincere la mia innata ritrosia verso il nuovo. Come nel caso, qualche mese fa, di un personaggio nascosto nelle pieghe della storia (e che fra l'altro gli assomigliava parecchio per verve e inventiva): Willi Münzenberg, grande patron dell'informazione antifascista negli anni Trenta. Uno di quei personaggi come piacevano a noi: troppo di sinistra per andar bene ai moderati di destra ma troppo democratico per piacere ai settari di sinistra. Una trouvaille che lo aveva stuzzicato molto (e ancora ricordo il suo divertimento quando aveva scoperto che io non ne avevo mai sentito parlare): e che avevamo deciso di riportare alle luce con un libro da scrivere insieme. Progetto che è ancora in cantiere e che ci riproponiamo di condurre in porto appena possibile, non solo come tributo alla sua memoria ma anche e soprattutto come realizzazione concreta della sua intuizione editoriale.
L'ultima volta che ho incontrato Riccardo è stata qualche mese fa. Di nuovo non voglio cercare la data perché quel che conta è la vivacità della scena. Ricordo benissimo che faceva caldo e che lui era venuto a prendermi di persona al consueto appuntamento all'ultima stazione della metropolitana; e che – invece di condurmi subito alla redazione come al solito – aveva voluto farmi fare un giro archeologico alla Badia Greca di Grottaferrata. Un incontro diverso dagli altri, chissà perché. Forse – anzi sicuramente – perché aveva qualcosa da fare in paese e voleva approfittare dell'occasione: ma come se avesse intuito (la ragione mi impedisce di crederlo ma la tentazione resta forte) che sarebbe stata l'ultima volta che ci vedevamo.
Come va ricordato un fratello in spirito che ti ha lasciato per sempre? Il modo più commuovente che mi viene in mente è il commosso addio che Wystam Hugh Auden ha dedicato a un amico scomparso, e la cui citazione ha costituito il momento emotivamente più alto del film Quattro matrimoni, un funerale. Ma io non sono un poeta come Auden e poi lo strappo è stato troppo brusco e recente per sublimare il trauma che ha troncato il suo progetto di vita e di lavoro. Troppo brusco e troppo recente per non continuare ad essere ossessionati da una domanda senza senso ("perché?" come se ce ne potesse essere uno) e da un reclamo non si sa a chi ("non è stato giusto!" come se nelle occorrenze della vita e nella morte ci potessero essere cose giuste e cose sbagliate).
Ma c'è comunque una poesia che continua a venirmi in mente. È una poesia molto vecchia che risale ai tempi ormai remoti della mia scuola media, ma che mi ha emotivamente seguito per tutti questi anni. Si chiama L'aquilone; è di Giovanni Pascoli, e un tempo – non so se ancora oggi – era una specie di must nella storia della letteratura italiana. Comincia con un verso famoso ("C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole") e rievoca nel poeta ormai anziano il ricordo di una gita scolastica con dispiegamento di aquiloni, simbolo dell'entusiasmo giovanile; e poi della morte di un compagno adolescente. Altra situazione, altri protagonisti, altro tutto. Eppure quando penso a Riccardo – forse senza alcun motivo ma non ne sono per niente sicuro – mi rasserena raffigurarmelo quando sta per lasciarci, mentre guarda tranquillo verso il cielo con lo sguardo fisso sul volo del suo personale aquilone.

Sergio De Santis
Direttore della collana di Avverbi "StoricaMente"