I miei primi 20 anni di CICAP

Piero Angela interviene al Convegno del ventennale e affiorano i ricordi: la trasmissione Rai sulla parapsicologia e il libro che ne seguì, lÂ’incontro con James Randi, lÂ’appello degli scienziati italiani sul paranormale, fino a quellÂ’incontro a Torino da cui doveva prendere le mosse il ComitatoÂ…

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Piero Angela, Silvio Garattini, Steno Ferluga all'apertura del convegno. ©Cristina Visentin.

Io sono sempre stato un po' scettico di natura, ma prima di occuparmi di parapsicologia per la televisione non sapevo neanche bene che cosa fosse. In quel periodo, era il maggio del '68, ero a Parigi come inviato per la televisione, e c'era un collega del giornale radio, Luca Liguori, che mi propose «Facciamo un giochetto, tu fai il complice, mettiamo dei bicchieri rovesciati, io mi giro, qualcuno li tocca e tu tieni la sigaretta nella mano destra, sinistra o al centro in modo da segnalarmi qual è il bicchiere che io devo indovinare, e così ci divertiamo un po'». Una sera mentre eravamo a tavola con altre persone lui comincia a dire «Eh certo, che io quando sono stato in India… » E allora io gli domando «Cosa hai fatto in India?», al che lui «Non posso dirlo, ma ho scoperto grazie a un guru che anch'io ho dei poteri». «Che poteri hai?» fingo di incalzarlo. «No, non voglio parlarne» risponde lui. Insomma andiamo avanti un bel po' e a quel punto tutti dicono «Racconta, dicci, forza!» Allora lui propone «Mettiamo dei bicchieri sul tavolo, io mi giro, uno di voi ne tocca uno e vediamo se io indovino qual è». Ovviamente col mio aiuto indovinava a ogni colpo. La sera dopo, i bicchieri erano diventati sette, quella dopo undici e per me diventava sempre più difficile riuscire a segnalargli quale era quello giusto. E le persone che erano con noi si scervellavano per capire come facesse. C'era chi diceva «Questa è la dimostrazione di un potere paranormale» e chi, più scettico, azzardava delle spiegazioni magari ipotizzando l'esistenza di uno specchio che lui guardava di nascosto. L'ultima sera qualcuno ha detto «Stasera dobbiamo metterlo alla prova in maniera assoluta, definitiva». E allora l'hanno chiuso in una stanza e uno ha proposto «Svitiamo una lampadina e la mettiamo in un vaso cinese, quando lui torna deve rifare la stessa cosa». A quel punto io non sapevo come comunicare con lui per suggerirgli cosa dovesse fare. Allora dico «Scusate un momento, vorrei andare in bagno». In bagno scrivo su un pezzo di carta quello che lui doveva fare, faccio una pallottola e entrando in salotto grido «Un momento ancora!» e intanto gli tiro questa pallottolina. Lui la legge, entra nella stanza e fa una scena straordinaria, prende questa lampadina, la mette nel vaso e a questo punto nessuno si dichiarò più scettico anche perché noi non abbiamo avuto il coraggio di dire la verità. Poi siamo ripartiti, e ancora oggi, so di persone che dicono «Piero Angela dice di non credere a questi fenomeni, ma quella sera c'era anche lui!». Racconto questo per dire che noi ci siamo divertiti molto ma lì ho anche capito che c'è molta ingenuità, perché prima di cercare una spiegazione paranormale io mi sarei aspettato che qualcuno dicesse «C'è qualche trucco, c'è qualche complice». Invece a nessuno venne in mente questa, che era peraltro la soluzione più semplice.

La mia inchiesta tv sul paranormale

Già nel 1970 avevo fatto una serie di dieci puntate sulle frontiere della scienza. Mi era venuto in mente di fare qualcosa sulla parapsicologia, perché in quel periodo erano usciti degli studi su questo tema. Quindi non ero certo uno prevenuto. Poi qualche anno dopo, vidi in televisione a Rischiatutto con Mike Bongiorno, Massimo Inardi, che era un simpaticissimo medico di Bologna, che veniva interrogato su Mozart e che vinse per varie settimane. Inardi parlava della parapsicologia e sembrava una cosa, come dire, assodata, normale. E allora pensai "Mah, a me sembra tutto un po' strano". Proposi alla RAI di fare una serie sulla parapsicologia in modo scientifico. C'era Zavoli allora, che disse «Secondo me sarà una grande inchiesta». Partii per gli Stati Uniti e incontrai subito Randi e da lì andai a Buffalo, da Paul Kurtz. Quindi prima andai dagli scettici, a capire il loro punto di vista, quando avevo imparato l'alfabeto dello scettico andai a vedere tutti i grandi parapsicologi, a cominciare da Rhine a Schmidt. Rhine era una persona molto perbene, un anziano signore convinto delle cose che faceva. Lui lavorava sulla statistica. Usava delle carte con dei segni sopra: onda, croce, cerchio, eccetera. L'esperimento prevedeva che ci fossero due persone separate da uno schermo, uno girava una carta, l'altro doveva indovinarla. La moglie di Rhine, Luisa, invece, si occupava di sogni premonitori. Parlai un po' con lei e venne fuori una cosa che mi colpì molto: lei diceva che «un sogno premonitore è tale quando si avvera». Ma questo per me non aveva senso. È come puntare sul rosso o sul nero giocando alla roulette: se viene rosso vuol dire che ho avuto una premonizione, se invece perdo vuol dire che non ce l'ho. Questa affermazione mi ha lasciato veramente molto perplesso.

Poi sono andato in Brasile, perché all'epoca in Brasile era esplosa la moda di questi riti umbanda, candomblè, dei riti religiosi, con varie divinità, c'era Buddha, Cristo, c'era un po' di tutto. Ai riti partecipavano dei medium, ognuno si auto-certificava come medium. Durante la cerimonia fumavano degli strani sigari e alla fine crollavano. A quel punto la gente li avvicinava per farsi curare con la pranoterapia, per farsi predire il futuro, eccetera. Solo a Rio de Janeiro c'erano 10 mila chiese di questi riti, chiese che magari consistevano in una stanzina, anche se altre erano più grandi. La Chiesa cattolica aveva non pochi problemi e allora nacque un centro di salesiani vicino a San Paolo, i quali avevano l'incarico di dimostrare che in realtà questi presunti fenomeni paranormali non avevano fondamento, erano una forma di magia. I salesiani in effetti hanno sempre avuto una tradizione di prestigiatori. Don Bosco faceva i giochi di prestigio per attirare i giovanetti e spiegargli il catechismo. Uno di questi sacerdoti mi disse che lui aveva anche delle persone in cura, per esempio aveva avuto una ragazza alla quale avevano previsto una morte a breve scadenza perché sarebbe stata investita da un taxi. E questa ragazza ogni volta che vedeva un taxi aveva la tentazione di buttarsi sotto. Allora lui le aveva spiegato «Io sono un mago più potente di quello che ti ha fatto il maleficio, ti tolgo la magia e adesso sei guarita». Ma gli capitava anche di mostrare con dei giochi di prestigio che queste cose appartenevano al mondo normale e non paranormale, e in effetti mi fece vedere una strana macchina per fare la levitazione, che si era costruito da solo. Mi mostrò anche una fotografia, in cui c'era una bambina che veniva sollevata da questa macchinetta. La cosa che mi ha colpito è che lui mi disse di aver parlato con un giornalista, spiegandogli il trucco che aveva ideato e dandogli la fotografia. Poi però mi mostrò che sul giornale era apparso un articolo in cui c'era scritto "Il sacerdote ha dei poteri paranormali, riesce a fare la levitazione". Questo purtroppo accade molto spesso, i giornali hanno bisogno di raccontare delle storie meravigliose, e pur di farlo pubblicano anche storie del tutto diverse dalla realtà.

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Piero Angela con Alberto Villa. ©CV.

Il mio incontro con James Randi

Io devo molto a James Randi, perché mi ha illuminato su tante cose. È di una simpatia travolgente e di un'intelligenza vivissima. Lui è prestigiatore di formazione, ma è un grande scienziato, perché la sa più lunga di tanti scienziati. Lo dimostra anche il fatto che ricevette un premio dalla McArthur Foundation, una ricchissima fondazione americana, che distribuisce ogni anno molti soldi attraverso dei premi a delle persone meritevoli. Una volta mi ha raccontato di quando c'era Uri Geller che piegava i cucchiai e vennero fuori dei ragazzini che si divertivano a imitarlo, i Mini Geller. Anche qui in Italia ci fu qualcuno che cominciò a studiarli. Negli USA uno dei proprietari della McDonald Douglas, un'enorme compagnia americana che produce motori di aerei, che forse era un credente in questi fenomeni, mise a disposizione una somma all'epoca di 700 mila dollari per un fisico che volesse sperimentare questi ragazzini, per vedere se c'era qualcosa di vero. Ci fu un fisico dell'Ohio che disse «Sì, io sono disposto a fare questa sperimentazione». Quando venne fuori la notizia, Randi scrisse a questo fisico dicendo "Stia attento, perché ci sono dei trucchi possibili per piegare gli oggetti, io sono disposto a venire gratuitamente a farle da consulente". Il fisico gli rispose "La ringrazio, però non c'è bisogno perché io ho un protocollo molto stretto". Cominciarono le sperimentazioni e vennero fuori dei risultati molto interessanti: due giovani riuscivano non solo a piegare i cucchiai, ma a muovere anemometri, poligrafi, eccetera. E a un certo punto, sembrava che avessero veramente dimostrato di avere dei poteri. Allora James Randi convocò una conferenza stampa a New York, e io casualmente ero a New York e vidi questa conferenza stampa in televisione, alla CBN. Randi disse «Sapete chi sono questi due giovani che fanno cose straordinarie? Sono due miei allievi che io ho mandato là per dimostrare che questo scienziato non è in grado di controllare dei prestigiatori». Questo sollevò in America una tempesta perché Randi venne accusato di essere un provocatore, però Murray Gell-Mann che era un Premio Nobel per la Fisica, gli propose una laurea honoris causa in Fisica.

Il fatto è che all'epoca di Geller, Randi faceva meglio di lui, in condizioni più difficili. Un giorno apparve sui giornali una dichiarazione di un fisico, che si chiamava Sarfatti ed era un noto fisico delle particelle che viveva a San Francisco. Sarfatti disse «Io ho incontrato Uri Geller, mi ha fatto delle dimostrazioni, per esempio ha piegato dei cucchiai e questo non può che essere un fenomeno nuovo di cui noi ci dobbiamo occupare come fisici». Randi gli telefonò e gli disse «Vogliamo andare a colazione insieme?» Sarfatti accettò e, durante la colazione, Randi gli disse «Vede, se vuole io posso usare questo cucchiaio e farle vedere la stessa cosa che fa Uri Geller». Sarfatti replicò «No, questo cucchiaio no, prendiamo invece un cucchiaio di un altro tavolo». Presero un cucchiaio, che si ruppe semplicemente scuotendolo. Allora Sarfatti scrisse una seconda dichiarazione per la stampa in cui diceva che si era ricreduto rispetto a quanto aveva affermato circa la straordinarietà dei fenomeni mostrati da Geller. Io chiesi a Randi «Come hai fatto?» e lui mi rispose: «Sono andato un'ora prima al ristorante e ho piegato tutti i cucchiai, è così che si fanno queste cose!». Con lui siamo anche andati in Israele per fare un documentario su Uri Geller mostrando che in realtà in Israele Uri Geller faceva il prestigiatore, una cosa che non si sapeva. E andammo a trovare il manager di Geller, che ci raccontò che dietro le quinte facevano i trucchi insieme. Questa intervista era evidentemente esplosiva e io ricevetti tre lettere dagli avvocati di Uri Geller in cui mi minacciavano di querele per diffamazione se avessi mandato in onda l'inchiesta. Io non mi resi conto allora del pericolo che correvo, lo capii dopo, quando proprio James Randi fu querelato da Geller e non aveva i soldi a sufficienza per pagare tutte le spese per l'avvocato, in attesa di una sentenza, che poi venne e fu di assoluzione. All'epoca facemmo una colletta per mandargli dei soldi e se ripenso alla mia inchiesta su Geller mi dico "Ho corso davvero un gran rischio".

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Massimo Polidoro intervista Piero Angela sul palco del convegno. ©CV.

A casa di Rol

Gustavo Rol era una persona molto stimata a Torino, corteggiata, anche temuta, perché si riteneva avesse dei poteri straordinari. E quando feci la mia inchiesta, o meglio quando scrissi il libro, andai a trovarlo, attraverso degli amici che lo conoscevano, perché l'accesso non era facile. Era un signore molto elegante, distinto, che ti riceveva a casa sua e si degnava di farti vedere delle cose. Io andai una prima volta dicendo «Io non sono un credente, sono qui aperto a registrare mentalmente quello che vedo». Quindi non mi son presentato in un modo criptico, ma ho detto «Faccia, io sono qui e ascolto». Tornai poi una seconda volta. Il problema è che Rol non ha mai voluto che ci fossero dei prestigiatori che potessero controllarlo. Silvan lo ha sfidato pubblicamente tante volte: «Faccia davanti a me questo fenomeno, io glielo rifaccio dopo». E lui non ha mai voluto. Allora è un po' come se trovi uno che ti offre un brillante straordinario e dice "Guardi, questo è l'ottava meraviglia, questa cosa qui vale tantissimo però a lei la do per pochi soldi". E tu dici "È bellissimo, però lo vorrei far vedere al mio gioielliere", al che lui risponde: "No, lei lo può far vedere al generale dei Carabinieri, al Premio Nobel in fisica, ma se va dal gioielliere no". Lui faceva dei giochi di carte straordinari, devo dire. Dopo quella serata il mio amico, quello che mi aveva presentato, mi disse «Qui ci sono solo due possibilità: o quello che abbiamo visto è vero e allora dobbiamo cambiar vita, dobbiamo dedicarci a venerare questa persona, oppure c'è qualcosa che non va. Per saperlo vorrei parlarne con una persona che conosco, un certo mago Arsenio che ormai è in pensione». Andammo in questo vecchio quartiere di Roma, dove abitava il mago e io gli spiegai quel che avevo visto, perché appena uscito mi ero annotato bene tutte le cose a cui avevo assistito, e lui mi disse «Beh glielo faccio anch'io» e mi fece le stesse cose. Poi ne parlai con altri prestigiatori, tra cui Randi che disse «Ma questo è il repertorio classico del prestigiatore!» Allora la seconda volta che tornai ero un po' più attrezzato. Rol mi portò in una stanza, dicendo «Venga a vedere, vede questo?» C'era un quadro, un po' nella penombra, un vaso con dei fiori, delle rose bianche. Io gli chiedo: «Che cos'è?» e lui risponde «È un quadro che ho dipinto, ma esisteva nel '600 è una copia di quel quadro». Ma io come faccio a sapere se c'era un mazzo di rose nel '600 che era uguale a quello? Insomma erano delle cose che lasciavano un po' perplesso. Allora quella sera lui per due ore ha fatto quello che veniva raccontato come pittura astrale. Se tu leggevi i resoconti dei giornalisti sembrava che i pennelli corressero da soli e che i quadri si formassero senza un intervento da parte del pittore. Fece questo esperimento che in realtà era fatto in modo completamente diverso da come veniva raccontato. Io mi sedetti vicino a lui al tavolo e lui mi disse «No, lei deve andare più in là, io devo avere spazio libero». Ci diede dei fogli che noi dovevamo piegare in un certo modo, prima in due, poi in quattro e anche lui fece la stessa cosa. E dovevamo farne dei bigliettini chiusi. Io capii che mentre ci dedicavamo a questo esercizio qualcosa era successo, però se tu non sai che cosa aspettarti non sai neppure dove guardare, è una cosa che capisci solo la seconda volta se hai già visto quel gioco. E allora seguii quello che mi sembrava fosse il suo bigliettino. Lui mi chiese di mescolare tutti i biglietti, io lo feci, ma tenendo sempre d'occhio il suo. Poi volle che li impilassi e io misi il suo sopra. I biglietti furono poi sistemati sotto una specie di grande vaso che c'era al centro e lì rimasero. A quel punto lui disse: «Devo pensare, sarò tremendo, vi faccio perdere la ragione». Insomma con questo mio amico ci guardavamo e non sapevamo se ridere o essere preoccupati. Alla fine Rol mi disse «Adesso prenda il primo biglietto della serie» e io sapevo che era il suo. Poi spiegò: «Lo metta nell'acqua». Dopo aprì questo biglietto su cui si vedevano dei colori. E c'era una specie di disegno che non si capiva bene cosa fosse. Lui prima mi aveva chiesto «Qual è la sua pittura preferita?», io avevo risposto che collezionavo icone russe e che mi piaceva molto questa pittura, poi il Trecento italiano ecc. Poi aveva chiesto al mio amico «E lei cosa preferisce?» «A me piace Burri» aveva detto lui. Nel guardare il biglietto Rol disse: «Burri? Allora Burri, sabbia, mare» e siccome sul foglietto c'era una parte gialla e una azzurra, lui disse «Marina con terra». Allora questo sarebbe un esempio di pittura astrale. Lascio a voi ogni commento.

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Domande dal pubblico. ©CV.
Quando io uscii con il libro, raccontando esattamente quello che ho raccontato qua, ci fu una tempesta, perché a Torino Rol aveva grande seguito. Fellini era uno che andava da lui, mi dicono che anche l'avvocato Agnelli ci fosse passato. Io una volta incontrai Fellini e parlammo di Rol, gli spiegai il mio punto di vista scettico e lui si arrabbiò moltissimo. So che non ha fatto un film perché Rol gli ha detto "guarda, quella roba lì non la devi fare".

E allora mi sono messo contro non tanto lui, che non ha né risposto né attaccato, però ha detto a un giornalista che poi l'ha scritto, che io sono l'unico citato sul suo testamento: mi aspetta dall'aldilà. In compenso questo libro scatenò a Torino un grande putiferio, e il Professor Carlo Arturo Jemolo, che era un grande intellettuale cattolico, una persona molto stimata che scriveva su La Stampa, pubblicò un appello al dottor Rol in prima pagina: convinciamo gli scettici, lei rifaccia questi esperimenti davanti a dei nastri cinematografici. Il Prof. Jemolo è un bravissimo letterato ma forse non sapeva che tu puoi filmare quello che vuoi, ma un prestigiatore te la fa sotto il naso come vuole. Seguirono sette articoli di grandi personaggi, intellettuali, scienziati, ognuno diceva la sua e l'ultimo fu lui che scrisse un articolo di cui mi sfugge esattamente il titolo ma che era più o meno così: La scienza non può indagare Dio, punto e basta. Poi so che Mariano Tomatis ha scritto un libro in cui spiega che ha confrontato tutte le testimonianze di coloro che partecipavano alle serate e ovviamente si vede che non sono concordi. Del resto anche io a un certo punto ero in forse se inserire questo episodio di Rol nel libro perché era un po' come picconare una statua. Però sarebbe stato disonesto non dirlo. Certo io la sera quando mettevo la macchina in garage mi guardavo alle spalle anche perché avevo saputo che c'erano dei matti che si riunivano per farmi riti magici con gli spilli. Il che peraltro la dice lunga su quanto poco funzionino questi sistemi!

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Pausa nell'atrio del teatro Pietro d'Abano. ©CV.

Lamar Kleene e la mafia dei medium

Lamar Kleene l'avevo intervistato a New York, era uno che ha lavorato per 12-13 anni in Florida. La Florida è il paese della cuccagna per questi personaggi, perché lì ci sono tutte le persone anziane in pensione, che hanno un parente defunto e quindi queste sette che spillano i quattrini funzionano benissimo. Lui mi raccontava tutti i trucchi che utilizzavano con le persone che venivano alle loro sedute spiritiche. Per esempio: solitamente le signore appendono la borsa al pomello della sedia. In questi casi entrava uno tutto vestito di nero, sul pavimento c'era la moquette per cui non faceva rumore, sfilava una borsa, andava a fotocopiare tutti i documenti e poi la rimetteva a posto. E poi dava al medium il numero della patente e le lettere, insomma tutto quello che trovavano lo usavano per convincere le persone dell'autenticità dei loro poteri e su questa base ottenevano anche dei lasciti testamentari. A un certo momento lui fu nauseato da questa roba, volle andare via e scrisse un libro intitolato La mafia dei medium. Dopo il libro lui è scampato a non so quanti attentati, ha dovuto cambiare sette volte casa, e alla fine gli han sparato, lasciandolo semi-paralizzato. Mi ha raccontato che una volta qualcuno aveva avuto dei sospetti, allora lui aveva detto «Io adesso davanti a Dio assumo su di me la responsabilità di quello che ho fatto, vedete questo bicchiere?» Ha preso un bicchiere, l'ha messo su un asciugamano e l'ha rotto con un martello in tanti pezzi, tutte schegge taglienti. Poi ha aggiunto «E ora io mangerò questa cosa, se uscirà una sola goccia di sangue io andrò via e non tornerò mai più». Ha arrotolato l'asciugamano e ha cominciato a sbatterlo contro il muro e poi ha cominciato a mangiare i frammenti, ma non gli è successo niente. In realtà mi ha detto che mentre si pregava lui ha cambiato l'asciugamano e ne ha preso un altro che conteneva dei pezzi di ghiaccio. Insomma invece dei pezzi di bicchiere si è mangiato questa granata mistica!

In tutta questa fenomenologia trovi un mondo molto diverso, trovi quelli che fanno i trucchi per spillare soldi, trovi delle persone come il Dott. Inardi, che è una persona molto perbene, come i circoli di parapsicologia, come Luce e Ombra, trovi gente che pensa di avere dei poteri, insomma è un universo dove ci sono tantissime persone. Il punto è sempre lo stesso, per chi ha la curiosità di capire: "Esiste qualche fenomeno?" Tante volte mi chiedono "Lei che ha fatto queste indagini, possibile che non si sia mai trovato di fronte a un fenomeno?" Devo dire no, sinceramente no. Ho sempre trovato delle cose che, appena vengono controllate in un modo accurato, si dimostrano infondate, cioè manca il fenomeno. È inutile dire: potrebbe essere la meccanica quantistica, le particelle, eccetera. Tutto in teoria va bene, ma se manca il fenomeno, se tu non osservi un fenomeno e quelli che osservi sono in realtà dei fenomeni sfuggenti che hanno un'altra spiegazione, allora è inutile elaborare spiegazioni complesse. Io ho molto rispetto per certe persone, a cominciare dal Prof. Rhine che era una persona veramente perbene, che credo abbia anche sofferto di tante cose che gli si ritorcevano contro. Però poi ricordiamoci che ci sono anche quelli che vanno in giro a mangiarsi le granite!

Luci e ombre

Quando uscì il mio libro sulla parapsicologia, c'era una rivista che si pubblicava a Verona, che si chiamava Luci e Ombre, che era una rivista di parapsicologia, molto seria. Per loro, come per la gran parte dei circoli di parapsicologia, quel programma e il libro furono un fulmine a ciel sereno. Anche Inardi fu traumatizzato e Luci e Ombre uscì con uno o due articoli di 40 pagine. Io allora scrissi alla rivista: "Voi mi avete accusato per 40 pagine delle cose più turpi, io voglio rispondere, però voglio anch'io 40 pagine" e cominciai l'articolo così, se ricordo bene: "Finalmente una critica intelligente e documentata", perché era effettivamente una cosa fatta molto bene, di parte, della controparte, però fatta molto bene.

In questo ambiente dei cultori della parapsicologia solitamente si trovano delle persone normali, non come nel caso degli astrologi, dei veggenti, o dei guaritori. Erano degli studiosi, come Inardi, come Cassoli, come anche queste persone di Luce e Ombra. Alcuni di questi si sono arrabbiati giustamente dal loro punto di vista, ma altri hanno avuto un flash. Dopo un primo disorientamento, siccome il loro interesse era quello di capire questo strano mondo, hanno capito, attraverso tutta la documentazione portata, che effettivamente c'era qualcosa che non funzionava, e molti cambiarono opinione, e mi spiegarono che questi venivano chiamati pierangelisti, cioè erano diventati scettici.

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Marino Franzosi, Massimo Polidoro, Paola De Gobbi. ©CV.

Scienziati contro il paranormale

Alla fine della mia inchiesta televisiva sulla parapsicologia, e dopo il libro Viaggio nel mondo del paranormale, chiesi a un certo numero di scienziati, con i quali ero in contatto anche per il mio lavoro, di sottoscrivere una dichiarazione, per spiegare che non esisteva un riscontro scientifico serio per nessuno dei fenomeni paranormali di cui in quegli anni si sentiva tanto parlare. La firmarono una ventina di scienziati di grandissimo livello, molti dei quali sono tuttora nel nostro comitato come Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Silvio Garattini, Toraldo di Francia, Aldo Visalberghi, che è morto da poco tempo. E poi molti altri, Amaldi in particolare. Queste persone erano tutte naturalmente schierate in favore di questo tipo di approccio, alcuni si diedero anche abbastanza da fare. Edoardo Amaldi, per esempio, che era una persona straordinaria anche come uomo, prese abbastanza a cuore questa cosa, e una volta mi disse che aveva scritto una lettera alla SIP, la TELECOM di allora, la quale aveva messo tra i suoi numeri speciali, oltre alla polizia, al pronto soccorso e ai pompieri, anche l'oroscopo. Amaldi scrisse al direttore generale per esprimergli la sua indignazione. Bisogna considerare che Amaldi aveva un grande prestigio come scienziato, era stato l'assistente di Fermi per tutto il periodo dei famosi ragazzi di via Panisperna. E il direttore generale gli rispose "Lei ha ragione ma questo è il numero più gettonato". Così si vede come l'interesse economico porta anche a mettere in secondo piano l'aspetto morale.

Un altro episodio riguarda Bovet, che era un premio Nobel in Biologia, una persona molto riservata, che però in certe situazioni si prendeva delle arrabbiature terribili. Io ricevetti un giorno una lettera del mago di Arcella, il quale mi scrisse "Io sono un pranoterapeuta, io guarisco con le mani e ho la certificazione del primario dell'ospedale di Bari. Sono andato là, ho fatto la sperimentazione e mi hanno certificato che i malati si sono sentiti bene". Io andai da Bovet e gli dissi «Professore ho ricevuto una lettera di questo tenore» e gliela mostrai. Andò su tutte le furie e mise di mezzo l'Istituto superiore di sanità per censurare questa cosa, visto che questo tizio andava in giro con la patente da guaritore, certificata addirittura. Naturalmente il medico era in buona fede, ma questa vicenda mi dimostrò ancora una volta che chi non ha familiarità con la sperimentazione o il doppio cieco tende a cadere in trappole di questo genere.

Mi ricordo anche del professor Palmeri del CNR di Genova col quale facemmo una cosa molto interessante. Allora andava molto di moda la famosa camera Kirlian, di cui adesso si parla molto meno. Erano delle fotografie in cui si vedeva la mano con delle specie di fiamme che secondo alcuni era l'aura di vari colori. Noi facemmo una mano finta, con un pezzo di lamiera ritagliata a forma di mano, e mostrammo che aveva anche lei queste aure vitali, spiegando che erano i gas intorno alle dita, stimolati dalla corrente elettrica, a produrre quegli effetti. Però mi resi conto che malgrado l'interesse che questi scienziati avevano, e nonostante a volte si attivassero su questioni specifiche, l'atteggiamento di molti altri era invece quello di chi dice "Non perdiamo tempo dietro a questa storia del paranormale, queste sono solo stupidaggini". Mi resi quindi conto che era necessario attivare un volontariato di base, e qui arriviamo alla nascita del CICAP.

La nascita del CICAP

Non era facile capire come trovare delle altre persone interessate e allora, insieme a Lorenzo Montali e a Massimo Polidoro che avevo già coinvolto nel progetto, ci venne l'idea di contattare i pochi italiani che erano abbonati alla rivista americana Skeptical Inquirer cioè, se ricordo bene, circa una trentina di persone.

Scrivemmo a queste persone per invitarle a un incontro a Torino e in una saletta riservata di questo piccolo ristorante in via Nizza, ci conoscemmo tutti quanti. Ricordo, oltre ovviamente a Massimo e Lorenzo, alcuni ufologi, Paolo Toselli e Edoardo Russo, c'era Steno Ferluga, che ho conosciuto in quella occasione, e che era astrofisico dell'Università di Trieste. Insieme a lui Aldo De Rosa, marito di Margherita Hack, poi c'erano Sergio della Sala, Franco Ramaccini, Angelo Marchetto che mi sembra si interessasse di prestigiazione. C'era anche Corrado Lamberti, che dirigeva una rivista di divulgazione scientifica, Cesare Baj, che aveva già provato a produrre una rivista italiana sul modello di Skeptical Inquirer in italiano e poi c'era anche un'astrologa.

Io mi posi subito un problema, e dissi «Se noi facciamo un'associazione normale, in cui c'è il presidente, il comitato esecutivo, il tesoriere, eccetera, al primo rinnovo delle cariche, si iscrivono un gruppo di maghi e la cosa si chiude». Steno Ferluga allora si occupò della cosa e riuscì con un notaio a ideare uno statuto che non prevedeva assemblee, in cui non c'erano soci come si intende classicamente, non si votava… una cosa stalinista praticamente. Perché io avevo un'altra preoccupazione, che l'interno fosse molto omogeneo, con persone concordi e capaci di agire tutte insieme. E la formula che abbiamo trovato secondo me ha salvaguardato l'unità del gruppo dei soci effettivi del CICAP, ha consentito di far nascere i gruppi locali e di organizzare tutte le attività, come le conferenze o il corso che facciamo.

Già in quel primo incontro ci ponemmo il problema del nome da dare a questo gruppo, e fummo tutti dell'idea di non usare la parola scettico, perché poteva comunicare l'idea che non fossimo aperti nel valutare questi fenomeni. Fu così che nacque il nome CICAP, cioè Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale: tu affermi che c'è la telepatia, io mi propongo di controllare, dimmi che documenti hai per provare questo fenomeno, come lo dimostri. Esattamente quello che si fa nella scienza, un modo di procedere che tutti trovano corretto. Se vuoi pubblicare su una rivista seria una tua ricerca, devi dimostrare che quello che stai dicendo ha un fondamento e ha delle prove, non sono io che devo dimostrare se quello che tu hai detto è vero o no.

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Piero Angela accompagnato dalle Moon Sisters e dai Rajichi durante la serata sulla luna al convegno del CICAP. ©CV.

La storia della falsa profezia

Vorrei finire con una storia molto istruttiva. Quando andai dal Prof. Rhine all'Università della North Carolina ho incontrato uno studente, che si chiamava Lee Fried che 30 anni fa fece una previsione straordinaria di cui parlarono tutti i giornali e i telegiornali del mondo. A Tenerife ci fu uno scontro di due jumbo jet con 450 morti, la più grande catastrofe dell'aviazione civile. Si scontrarono in volo, al decollo. E venne fuori che lui aveva depositato la previsione di questo scontro, descritto con molti dettagli tra cui il numero dei morti, in una cassaforte alla presenza di molte persone tra cui il direttore del suo dipartimento di psicologia. La cosa venne tirata fuori una settimana dopo, questa busta fu aperta davanti alle telecamere e effettivamente conteneva questa previsione. Io, che mi trovavo già lì, corsi subito a trovare questo giovanotto. Mi venne incontro un ragazzo di una ventina d'anni, il quale mi disse «Sono contento che siate venuti qua, io faccio giochi di prestigio, da dilettante». Questa cosa ovviamente mi fece accendere una lampadina e gli chiesi «Com'è questa storia della previsione?» E lui mi rispose «Mi sono divertito, era un gioco di prestigio». Lui non mi ha spiegato il dettaglio, ma si tratta di una sostituzione di buste: tu metti nella cassaforte una busta vuota, al momento di aprirla cambi la busta e metti quella con le previsioni che in realtà hai preparato a fatti avvenuti. Tant'è vero che nella famosa busta c'erano sette previsioni, quella della collisione era la più spettacolare, ma ce n'erano altre che riguardavano i risultati delle partite di baseball, insomma una serie di cose che erano avvenute nel corso della settimana. Mi fece vedere la busta e c'era scritto "Dedicata a Harry Houdini", cioè aveva fatto questo gioco di prestigio dedicandolo al grande prestigiatore del passato. Io gli obiettai «Ma qui tutti i mass media l'hanno data come una cosa vera» e lui mi ha risposto «Non è colpa mia, io l'ho detto, anzi mi sono anche scusato col rettore, sono andato a dirgli che era uno scherzo. Lui si è un po' arrabbiato, poi la cosa è finita lì». Poi chiacchierando io gli dico che noi eravamo appena stati da James Randi, lui lo conosceva, allora li ho messi in comunicazione, lui era felicissimo, ha parlato con James Randi, gli ha spiegato come aveva fatto, eccetera, e la cosa è finita lì. Però io mi chiedevo: ma perché tutti i giornali del mondo hanno dato la notizia come se fosse vera? Allora cercai di capire chi per primo avesse dato la notizia e risultò che era stata la Associated Press, che è una grandissima agenzia internazionale di stampa. Telefonai all'Associated Press e loro mi mandarono la documentazione di quello che avevano pubblicato, che ho ancora. Nel lancio di agenzia prima si spiegava il fatto, si diceva che un giovanotto aveva fatto una previsione, che l'aveva depositata in una cassaforte, eccetera. Alla fine si diceva "Questo giovanotto, Lee Fried, è un giovane prestigiatore dilettante". Questa frase però non è apparsa in nessuno dei giornali che hanno ripreso quel lancio d'agenzia per scrivere i loro pezzi, questa frase è stata fatta cadere, perché poteva dare adito a dei sospetti. Non solo. Quando questo Lee Fried ha spiegato che il suo era stato solo uno scherzo, la Associated Press ha fatto un lancio con cinque campanellini, come dire, attenzione, quella notizia che avevamo dato in precedenza è completamente da rivedere. Nessuno ha pubblicato la smentita. Quando tornai in Italia mi fecero vedere la copertina della Domenica del Corriere, in cui c'era questo giovanotto che sembrava sforzarsi di pensare e gli aerei che si scontravano sopra di lui mentre in una vignetta si leggeva "Ho paura di me".

Parecchi anni dopo io ero a casa e guardavo alla televisione francese un programma in diretta con un dibattito. Era una sorta di film dossier, cioè avevano mandato in onda un film che parlava di paranormale a cui era seguito un dibattito in studio, che era in corso. Partecipavano un professore di Friburgo, Hans Bender, una psicologa del CNR francese e c'era un giovanotto, che mi sembrava di conoscere e in effetti mi resi conto che si trattava proprio di Lee Fried! Stava parlando della sua previsione, dei due aerei che si erano scontrati, e la dava per vera. Cioè, aveva capito che se faceva uno scherzo, la cosa finiva lì, poi doveva studiare e dare l'esame di matematica come tutti gli altri. Se invece diceva "io ho questi poteri" lo invitavano in tutto il mondo, gli chiedevano gli autografi, lo pagavano, le ragazze lo corteggiavano. E era alla televisione di stato francese! Io chiamai un amico a Parigi e mi feci dare il numero della televisione, telefonai e riuscii a parlare con una delle signorine che prendevano le domande dei telespettatori. Mi qualificai, le spiegai «Guardi, io sono tal dei tali, in televisione ho fatto un inchiesta su questi argomenti, quello lì è un truffatore, ho qui la sua intervista in cui spiega che la sua previsione era uno scherzo». La signorina mi disse «Avviso subito la regia». Non successe niente. La trasmissione finì con il conduttore del telegiornale che diceva «Noi non sappiamo come questi fenomeni si producono però questa è la prova che queste cose avvengono. Buonasera». Allora telefono alla France Press a Roma, e lì c'era il turno di notte e mi dissero che non c'era più nessuno. Decido di richiamare il mio amico a Parigi e gli chiedo il numero di France Soir, un giornale della sera che faceva un po' di scandaletti perché penso che magari a loro questa storia interessa. Telefono a France Soir, parlo con un redattore ma niente, non gli interessava niente. Allora mi dico: basta non so più cosa fare. Poco tempo dopo mi è capitato di incontrare il conduttore della trasmissione che conoscevo, che si chiamava Joseph Pasteur. Gli ho spiegato tutto il fatto e lui mi ha detto «Nessuno mi ha avvertito, non solo durante la trasmissione, ma neanche dopo». In effetti me la vedo la scena, la telefonista che manda il biglietto con scritto "Guardate che uno degli ospiti è un truffatore, c'è al telefono uno che lo conosce" e il regista che pensa "Mi ammazza la trasmissione, non sono mica scemo a far intervenire uno che dice che una cosa non è vera. Qui mi licenziano, oltre che perdere la faccia con i telespettatori. Quella roba lì non la diciamo, non dire niente a nessuno! Questo qui è un matto che telefona da Roma", prende il biglietto e lo butta nel cestino. Allora ho capito, ma lo sapevo già prima, che quando tu racconti delle cose che non sono in linea con queste belle fiabe in cui c'è l'orco, c'è la fata, c'è il principe azzurro, c'è il drago che viene infilzato dai molto fastidio. Tu dici: non esiste né la fata, né il principe azzurro, il drago è un rospo e il principe azzurro è un impiegato e così gli togli tutta la magia e fai perdere ascolto.

Piero Angela
Testo raccolto da Barbara Colella