Il trucco della corda indiana.

Uno studio sull’attendibilità della testimonianza oculare nel caso di un evento straordinario.

  • In Articoli
  • 19-12-2011
  • di Richard Wiseman, Peter Lamont
Testimonianze sui miracoli sono riportate in molti testi religiosi e il dibattito sul riscontro fattuale di tali testimonianze è in corso da diverso tempo, Soprattutto laddove sono considerati importanti per le loro implicazioni teologiche, gli eventi miracolosi sono stati oggetto di indagine da parte di alcuni studiosi, interessati in modo particolare all' affidabilità dei testimoni che affermano di aver osservato tali fenomeni. Sebbene la natura e la misura delle testimonianze abbiano reso difficile un riscontro oggettivo, alcuni critici hanno avanzato l'ipotesi secondo cui le testimonianze di un evento straordinario risulterebbero ingigantite se raccolte dopo un lungo intervallo dall'accaduto [1]. A questo proposito è stato condotto uno studio sul miracolo terreno probabilmente più conosciuto nel mondo: il numero della corda indiana. Gli sperimentatori hanno raccolto una serie del tutto singolare di testimonianze oculari, che potrebbe essere usata per verificare l'ipotesi dei critici.
Descrizioni del numero della corda indiana si possono trovare nella mitologia buddista, nella filosofia induista e, a partire dal quattordicesimo secolo, in alcune testimonianze oculari [2]. Nella versione classica del gioco, che di solito si svolge all'aperto, un fachiro prende una corda e, tenendo in mano un'estremità, la lancia per aria; a questo punto la corda appare rigida e sospesa nel vuoto. Un ragazzino, suo assistente, si arrampica sulla corda e, una volta raggiunta l'estremità superiore, scompare nel nulla. il fachiro ordina al ragazzino di farsi vedere, ma non ottiene alcuna risposta; il fachiro allora sale su per la corda armato di pugnale e poi scompare. Successivamente si vede cadere per terra il cadavere dell'assistente fatto a pezzi; il fachiro scende a terra, ritira la corda, copre i resti del ragazzino che infine, come per incanto, riappare ricomposto e vivo.
Molte versioni di questo spettacolo si possono smontare facilmente, da quanto sono inverosimili. Non è così, però, per qualche altra testimonianza. Alla fine del diciannovesimo secolo la stampa anglo-indiana e quella britannica discussero a lungo sul numero della corda indiana; molti lettori, in risposta, scrissero ai giornali raccontando di averlo visto eseguire in India -lo stesso spettacolo o una sua variante- davanti ai loro occhi. Queste testimonianze spinsero molte persone a caccia del trucco e furono addirittura offerte grosse somme di denaro a chiunque fosse in grado di riprodurlo.
Tutti questi tentativi, però, furono senza esito e i premi in denaro non furono mai assegnati [3]. Da allora molti studiosi di questo caso hanno provato a spiegare perché così tante persone affermavano di aver visto un fenomeno che nessun prestigiatore era in grado di rappresentare. Secondo alcuni di questi studiosi è probabile che i testimoni avessero avuto delle allucinazioni, che fossero stati ipnotizzati, oppure che il loro racconto fosse una burla. Secondo altri, i testimoni dovevano aver visto uno di quegli spettacoli di prestidigitazione che comunemente in India hanno luogo sulle strade e che, dopo aver sentito il dibattito degli scettici sui cosiddetti miracoli, sicuramente avevano ingigantito un evento successo loro molto tempo prima. Su quel trucco, inoltre, fu prodotta una gran quantità di letteratura, compreso un articolo su Nature [4], eppure il mistero non fu mai risolto.
Osservando che i testimoni oculari avevano ingigantito il resoconto dello spettacolo visto molto tempo prima, abbiamo ipotizzato una diretta correlazione fra la sensazionalità del racconto ed il periodo di tempo intercorso fra il fatto e il suo resoconto.

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Figura 1:grafico di dispersione categoria-intervallo per le 21 testimonianze. .

Per verificare questa ipotesi abbiamo raccolto ogni genere di libri, saggi, articoli di giornali e riviste che parlassero della corda indiana, riuscendo a trovare 48 testimonianze oculari. Di queste furono scartate: le testimonianze indirette (che erano in tutto 3), le testimonianze in cui non era riportato l'anno dell'accaduto (13), quelle che non contenevano alcuna descrizione dell'accaduto (6) o che riportavano dettagli insufficienti per la ricostruzione (soggettiva) delle sequenze del numero (5). Rimasero 21 versioni dirette, sufficientemente dettagliate e comprensive dei dovuti riferimenti temporali, che furono poi suddivise in cinque categorie ordinate per grado di sensazionalità. Quest'ordine venne stabilito indipendentemente da una commissione composta da prestigiatori.

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Tabella 1:

La Tabella 1 contiene una breve descrizione di ciascuna di queste cinque categorie, il numero di testimonianze in ciascuna categoria e la media di tempo intercorso fra il momento in cui il testimone ha visto lo spettacolo e il momento in cui l'ha raccontato, misurato in anni e definito ‘intervallo' (da 2 a 50 anni).
Il coefficiente di correlazione per rango di Spearman fra ‘intervallo' (da 2 a 50 anni) e ‘categoria' (da 1 a 5) risulta alto: N (numero di dati del campione) = 21, Rho (coefficiente di correlazione) [corretto per valori uguali] = 78; z = 3.50; e statisticamente molto significativo: p [ a due code] = 0.0005. Questa correlazione è illustrata nella Figura 1.
Inoltre, le due successive regressioni indicano che la variabile ‘intervallo' era la miglior predittrice della categoria e che questa correlazione fra intervallo e categoria non aumenta aggiungendo come nuova variabile l'anno in cui i soggetti avevano visto il numero (F = 2.371) oppure l'anno in cui veniva raccontato (F per entrare = 2.37). Insomma, questo studio rivela chiaramente che le versioni dei testimoni furono notevolmente rielaborate col passare del tempo.
Dai dati di questo studio emergono forti dubbi circa l'affidabilità delle testimonianze che danno un carattere più marcatamente straordinario all'evento. Ma quanto c'è di vero nelle versioni relativamente meno straordinarie riportate nella categoria numero uno? La testimonianza con l'intervallo più basso (2 anni) è la prova che anche queste versioni possono non essere affidabili. Nel 1919 un testimone oculare raccontò non solo di aver visto il numero della corda, ma di averlo anche fotografato [5]. Analizzando la foto si può vedere chiaramente che si tratta del semplice trucco di equilibrio su un'asta, in cui un ragazzino si regge in piedi sopra un'estremità di una canna di bambù, lunga circa tre metri, retta da un fachiro. Messo alle strette da uno scettico, la stessa persona ammise che si trattava proprio di quel trucco [6]. In breve, secondo i dati delle testimonianze i testimoni avrebbero effettivamente assistito ad un numero straordinario (probabilmente il gioco dell'equilibrio su un'asta); successivamente però, col passare degli anni, avrebbero aggiunto alle descrizioni degli elementi captati dai numeri dei fachiri indiani e/o dalle varie leggende costruite attorno a questo trucco.
Nel 1936 un articolo apparso su Nature criticò le testimonianze del numero della corda indiana dichiarandole inattendibili. L'autore, Colonel Elliot, esortava i lettori a «cercare sempre la spiegazione naturale in ogni fenomeno e, quando non fosse possibile, aspettare l'avvento di nuove conoscenze, stando certi che una spiegazione naturale, e non sovrannaturale, c'è sempre.»
A distanza di sessant'anni, nuovi criteri d'indagine hanno portato a dei risultati che, oltre ad aver risolto definitivamente il mistero più grande del mondo, confermano l'utilità del punto di vista scettico nel valutare le testimonianze di altri cosiddetti eventi straordinari.

Richard Wiseman e Peter Lamont
Dipartimento di psicologia, Università dell' Hertfordshire

da Nature vol. 383. 19 settembre 1996. pp. 212-213

Traduzione di Romina Bisato

Bibliografia
(1) Kurtz, P. (1991), The Trascendental Temptation, Prometheus Books, New York.
(2) Eliade, M. (1965), The Two And The One, Harvill Press, London.
(3) Siegel, L. (1991), Net of Magic, University of Chicago Press, Chicago.
(4) Elliot, R. H. (1936), Indian Conjuring, Nature, 12 settembre, pp. 425-427.
(5) Holmes, F. W. (1919), The great Indian Rope Trick. Strand Magazine, aprile, pp. 310-311.
(6) Elliot, R. H. (1934), The Myth of the Mystic East, Blackwood, London.