I segreti delle “fate” namibiane

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  • 25-07-2013
  • di Sofia Lincos
Spesso, quando un Himba o un Boscimano della Namibia si ammala, viene portato in un “anello magico” affinché possa guarire: si tratta di sottili cinture di erba perenne, che delimitano un’area circolare completamente priva di vegetazione, e che le popolazioni indigene attribuiscono all’opera di divinità o spiriti della terra.
Chi li ha studiati li ha chiamati fairy circles, vista l’analogia con i “cerchi delle fate” o “cerchi delle streghe” diffusi anche in Italia. Con una piccola differenza: mentre la causa dei cerchi italiani è nota (si tratta dell’effetto di particolari specie di funghi), quelli namibiani sono rimasti per oltre venticinque anni senza una spiegazione. Almeno fino a ora.
Descritti per la prima volta nel 1971, i cerchi namibiani si estendono su un’area costiera molto vasta, che va dall’Angola al Sud Africa. Una ricerca del 2012 pubblicata su “Plos One” ha messo in evidenza una ciclicità del fenomeno: i cerchi nascono, si ingrandiscono, e infine muoiono, con un tempo di vita medio che dipende dalle loro dimensioni ma che è stato stimato di circa 60 anni[1].
Nel tempo, numerose sono state le spiegazioni avanzate: termiti, radioattività, piante velenose, semplici ragioni “geometriche” (alcune piante attrarrebbero risorse, lasciando il vuoto intorno a sé). Una review apparsa nel 2004 sul “Journal of Arid Environments” prendeva in esame le varie ipotesi formulate, trovandole tutte insoddisfacenti[2].
Ma è proprio una di queste spiegazioni quella che è stata esaminata da Norbert Jürgens, biologo vegetale dell’università di Amburgo. Le sue ricerche, pubblicate nel numero di “Science” del 29 marzo scorso, hanno portato a un verdetto quasi certo: i cerchi delle fate namibiani sono dovuti a una particolare specie di termite, la Psammotermes allocerus, che li costruisce distruggendo pazientemente le radici delle piante più giovani, non facendole attecchire[3].
Questo fatto non deve stupire: la natura ci ha abituati a vere e proprie opere di ingegneria animale, come i singolari cerchi di sabbia realizzati dai pesci palla[4]. In questo caso la ragione del comportamento delle termiti sarebbe legata alla loro sopravvivenza: i deserti namibiani sono spietati, con temperature che possono arrivare a 45°C e precipitazioni inferiori ai 100 mm all’anno. In queste condizioni diventa fondamentale conservare le poche riserve idriche disponibili. L’eliminazione della vegetazione fa sì che l’acqua si mantenga più a lungo nelle aree prossime al termitaio, e che non venga eliminata sotto forma di vapore acqueo dalle piantine. Sotto ai cerchi, quindi, si formano delle vere e proprie riserve idriche, che consentono il proliferare degli insetti (e anche, ovviamente, dell’anello di vegetazione esterno).
Esaminando i fairy circles namibiani, Jürgens ha potuto constatare che le termiti erano gli unici organismi sempre presenti. Ha anche osservato la presenza della specie all’interno di alcuni cerchi ancora in formazione, arrivando così a escludere che gli insetti approfittassero semplicemente delle condizioni favorevoli di queste piccole oasi: non semplici colonizzatori, quindi, ma veri e propri ingegneri in lotta per la sopravvivenza.

Note


1) Tschinkel, W.R. 2012. The Life Cycle and Life Span of Namibian Fairy Circles. “PLoS ONE” (7) 6, e38056, doi: 10.1371/journal.pone.0038056
2) van Rooyen, M.W. et al. 2004. Mysterious circles in the Namib Desert: review of hypotheses on their origin. “Journal of Arid Environments” (57) 4, pp. 467-485, doi: 10.1016/S0140-1963(03)00111-3.
3) Juergens, N. 2013. The Biological Underpinnings of Namib Desert Fairy Circles. “Science” (339) 6127, pp. 1618-1621, doi: 10.1126/science.1222999