Cattivi scienziati; La nascita imperfetta delle cose; Naturale=buono?; Houdini e Conan Doyle; Racconti di scienza

  • In Articoli
  • 24-06-2016
  • a cura di Anna Rita Longo

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Cattivi scienziati.
La frode nella ricerca scientifica
Enrico Bucci
Add editore, 2015, pp. 157, € 14,00


Recensione di Stefano Bagnasco

Quando si parla di frode nella scienza ci sono due narrazioni che si contendono la scena. Da un lato c’è chi argomenta che non è né una novità né una stranezza, che gli scienziati sono esseri umani come tutti, ma che la scienza contiene già in sé i meccanismi necessari per tenere sotto controllo questi fenomeni. Dall’altro c’è chi, osservando il crescente numero di articoli ritirati per frode, falsificazione o plagio, si straccia le vesti e grida alla crisi della scienza.

Il libro di Bucci, pur con una sfumatura verso quest’ultima posizione, cerca una via pragmatica: descrive nei dettagli il problema, le sue plausibili cause e cerca di individuare una possibile soluzione. Non è però un saggio tecnico per addetti ai lavori, ma un libro di divulgazione che racconta al grande pubblico cosa sia la frode nella scienza e quali conseguenze abbia sulla conoscenza scientifica e sulla sua produzione. Parte quindi dai fondamenti, raccontando in breve come funziona la scienza, come lavorano gli scienziati e perché è importante potersi fidare delle conoscenze scientifiche; poi descrive, servendosi sia di esempi classici presi dalla storia della scienza sia di casi più recenti, in che modo gli scienziati a volte imbroglino falsificando i dati o addirittura inventando esperimenti mai compiuti, e che vantaggi ne possano trarre.

La parte centrale, e più corposa, si incentra su due argomentazioni ampiamente condivise tra gli addetti ai lavori. La prima è che esiste, nei confronti dei ricercatori, una pressione a pubblicare sempre di più. L’ovvio rischio è di andare a scapito della qualità e, in casi più estremi ma non rari, del rigore e dell’onestà dei lavori pubblicati. La causa prima è che praticamente qualunque valutazione della ricerca, dai concorsi pubblici a cattedra alla misura della produttività scientifica dei ricercatori o degli enti, si basa su parametri bibliometrici che, a loro volta, si basano principalmente sul numero di articoli pubblicati.

La seconda è che il meccanismo della peer review usato in tutto il mondo per valutare l’opportunità della pubblicazione di un lavoro scientifico non solo è soggetto a manipolazioni e inconsistenze tanto quanto la pubblicazione stessa, ma è per sua natura inadatto a individuare le frodi. I revisori che valutano un articolo, infatti, hanno il mandato di verificarne la coerenza interna, cioè semplicemente di controllare che dai dati a disposizione discendano logicamente le conclusioni, e la correttezza formale, ossia che siano contenute tutte le informazioni necessarie a documentare il risultato e i procedimenti usati per ottenerlo. È estremamente raro che abbiano la possibilità di verificare i dati stessi, visto che in gran parte dei casi questo significherebbe ripetere l’esperimento. Entrambi i punti sono argomentati nel dettaglio, con numerosi esempi di distorsioni del processo che mostrano chiaramente come le difese dell’editoria scientifica contro la frode siano davvero deboli.

Le argomentazioni dell’autore diventano appena meno convincenti nelle conclusioni, dove si auspica come soluzione la creazione di un nuovo “sistema immunitario” per la ricerca, costituito in primo luogo da scienziati che si occupino direttamente di trovare metodi e strumenti per individuare e documentare le frodi. Bucci è uno di questi, avendo pochi anni fa lasciato il lavoro di ricercatore presso il CNR per fondare un’azienda dedicata all’analisi su larga scala dei dati biomedici pubblicati, metodo che può essere usato anche per individuare alcuni tipi di frode (per esempio la manipolazione di immagini): un’applicazione descritta nel libro, usata dall’autore per stimare la diffusione del fenomeno. A questa prima linea di difesa si dovrebbero poi aggiungere meccanismi che puniscano severamente la frode, non sempre ben chiari nelle legislazioni attuali.

Ben venga un simile “sistema immunitario”, ma forse il rinnovamento dovrebbe essere più profondo. La gigantesca proliferazione della letteratura scientifica facilita (e in parte causa) la frode, ma non solo: è comunque a scapito della qualità. Per fare solo un esempio banale, la necessità di pubblicare con regolarità può portare a non affrontare problemi interessanti ma che implicano tempi molto lunghi, oppure a presentare risultati parziali, diluendo l’informazione; anche su questi temi stanno comparendo i primi studi quantitativi. È ormai diventato un luogo comune il paradosso secondo il quale un qualunque grande scienziato del passato non avrebbe mai passato un moderno concorso a cattedra: si tratta quindi di ripensare i processi di produzione della letteratura scientifica e forse, più in generale, come la ricerca e i ricercatori vengono valutati. Nel frattempo, libri come quello di Bucci aiutano a portare l’attenzione sul problema e ad aumentare la consapevolezza anche nei confronti della ricerca scientifica in generale, e non solo delle sue distorsioni.

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La nascita imperfetta delle cose
Guido Tonelli
Rizzoli, 2016, pp. 333, € 19,00


Recensione di Renato Serafini

Alcuni lettori ricorderanno l’importante annuncio fatto nel luglio 2012 sulla scoperta del cosiddetto bosone di Higgs, da taluni impropriamente denominato “la particella di Dio”.

Ma cos’è il bosone di Higgs e cosa c’è dietro una scoperta di questo tipo?

L’autore, che è stato uno dei protagonisti e testimone diretto di questa scoperta, risponde a queste due domande con una descrizione appassionante dell'atmosfera, dei problemi, dei momenti di entusiasmo e di delusione che hanno caratterizzato gli anni precedenti la scoperta.

Il bosone di Higgs è una particella prevista teoricamente nel 1964 da Peter Higgs e altri colleghi nell’ambito del cosiddetto “modello standard”, la descrizione più completa di cui disponiamo attualmente per il mondo delle particelle elementari. Il bosone di Higgs non è una particella qualunque, ma svolge un ruolo speciale nel modello standard. La verifica sperimentale della sua esistenza rappresenta quindi una conferma importante di questo modello.

Ma come si arriva a una verifica sperimentale di questo tipo? Per queste indagini si utilizzano gli acceleratori di particelle, come quello inaugurato al CERN di Ginevra (l’organizzazione europea per la ricerca nucleare) nel 2008, denominato LHC (Large Hadron Collider), che è il più grande e potente costruito finora. Questi acceleratori sono assai complessi e costosi. Per la progettazione e la costruzione dell’LHC sono stati necessari quasi 20 anni, con una spesa stimata di circa sei miliardi di franchi svizzeri, finanziati per lo più dai paesi europei che gestiscono il CERN.

Tonelli ricorda anche una “bomba mediatica” esplosa in coincidenza dell’inaugurazione dell’LHC, quando si diffuse sui media di tutto il mondo, inclusi quelli italiani, una “bufala” secondo la quale gli esperimenti dell’LHC avrebbero potuto creare un buco nero che avrebbe inghiottito prima Ginevra e poi progressivamente tutta la terra, portando quindi all’estinzione dell’umanità. Un tipico effetto collaterale negativo della capacità di Internet di diffondere in poco tempo e a un bacino vastissimo di persone notizie totalmente prive di fondamento scientifico; un pericolo che continua talora a creare problemi, come l’infondata campagna sui pericoli dei vaccini che ha comportato negli ultimi anni una pericolosa diminuzione della copertura vaccinale della popolazione.

Non solo un acceleratore è assai complesso da progettare e da costruire ma, ci ricorda Tonelli, la progettazione degli esperimenti e le analisi dei dati coinvolgono un numero incredibilmente elevato di persone. Al CERN vi erano, tra gli altri, due gruppi di lavoro, uno denominato CMS coordinato dallo stesso Tonelli e un altro denominato Atlas, coordinato dalla nota ricercatrice italiana Fabiola Gianotti. I due gruppi operavano in parallelo con attività coordinate ma indipendenti, in modo da validare reciprocamente i risultati ottenuti. Ciascun gruppo era composto da circa 1000 ricercatori tra ingegneri, fisici e sviluppatori di software, più altri 2000 collaboratori esterni. Questo ci può dare un’idea della complessità nel coordinare gruppi di lavoro così vasti.

Dopo aver superato diverse difficoltà, tra le quali un incidente devastante all’LHC avvenuto nel settembre 2008 che ha comportato un fermo di circa un anno dell’acceleratore, i due gruppi raccolgono le necessarie evidenze sull'esistenza del bosone all’approssimarsi dell’estate del 2012, dopo giorni e notti di estenuante lavoro, dandone poi l’annuncio ufficiale in una famosa conferenza del 4 luglio 2012.

Tonelli prosegue poi il suo racconto con una sintesi dei problemi aperti della fisica, a seguito della scoperta del bosone di Higgs, integrandola con alcune considerazioni sull’utilità della ricerca fisica di base, così da rispondere anche a una delle domande che più frequentemente vengono poste ai fisici: “Ma che vantaggi pratici possiamo ricavare da questa scoperta?” La fisica di base, come altre discipline di ricerca pura, non è in grado di sapere quale sarà l’impatto di scoperte di questo tipo nel tempo. Se però ripercorriamo scoperte del passato ci accorgiamo che molte di queste hanno avuto applicazioni importanti molti anni dopo. L’autore ricorda ad esempio la scoperta dei laser. All’inizio erano considerati apparati di laboratorio privi di qualunque utilità pratica. Oggi vengono diffusamente usati nel campo medico per curare difetti della vista, per sentire la musica e vedere i film, per leggere le etichette dei prodotti nei supermercati e così via. Molti ricorderanno anche l’invenzione del browser nel 1989 da parte di alcuni ricercatori del CERN, nato inizialmente per favorire lo scambio di informazioni tra i ricercatori dello stesso CERN, ma poi diventato uno degli strumenti chiave per la navigazione su Internet. La prima pagina web nasce nel 1991, oggi su Internet ci sono più di un miliardo di pagine. Tonelli ci ricorda quindi quello che disse il fisico Michael Faraday rispondendo alla domanda del ministro delle finanze britannico William Gladstone: «Ma a cosa serve questa cosa che avete scoperto?». «Non lo so, ma è molto probabile che presto ci metterete sopra una tassa».

Tonelli ricorda poi un simpatico episodio avvenuto in un incontro con una delegazione vaticana in visita al CERN nel giugno 2009. La delegazione vaticana si dimostrò molto competente e pose a Tonelli molte domande. Ad un certo punto, venne fuori quella che forse era la domanda chiave per la delegazione vaticana. Cosa pensavano i fisici del multiverso? Si tratta di una congettura che fa parte di una delle possibili interpretazioni della meccanica quantistica e che prevede l’esistenza parallela di più universi che però non possono comunicare tra loro. Noi faremmo parte di uno di questi. Risultò chiaro quindi che la delegazione vaticana aveva un interesse anche teologico nell’approfondire questa congettura.

Un libro divulgativo molto ben scritto, che può essere consigliato a tutti quelli che, esperti o meno di fisica, desiderino togliersi la curiosità di capire cosa fanno 2000 ricercatori delle più diverse origini che lavorano giorno e notte per tanti anni intorno a una macchina come l’LHC per dare risposta a una congettura ipotizzata nel lontano 1964.

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Naturale = buono?
Silvano Fuso
Carocci, 2016, pp. 256, € 19.00


Recensione e intervista di Ornella Quivelli

Esiste l’agricoltura naturale? Erano più sani i cibi di una volta? Ma che cosa significa, in definitiva, “naturale”?

A queste e a tante altre domande risponde, nel suo ultimo libro “Naturale = Buono?”, il chimico e divulgatore scientifico Silvano Fuso.

I problemi attuali del quotidiano, ad esempio la vita frenetica, l’inquinamento, il traffico, si traducono spesso in un profondo desiderio dell’uomo contemporaneo di un ritorno nostalgico ai “bei tempi antichi”, ai “sapori di una volta”, alla “natura”, ma l’autore è netto: i bei tempi non sono mai esistiti, basta guardare la storia. Stanco delle immagini idilliache di natura che permeano i mass media, complici gli strumenti del marketing, l’autore cerca di riequilibrare questa visione distorta della realtà, a volte strizzando l’occhio a Leopardi, nel tentativo di riportarci consapevolmente con i piedi per terra.

Partendo sempre da un punto di domanda, l’autore induce il lettore a interrogarsi sui temi più attuali e dibattuti della sfera umana e, attraverso una puntuale e attenta analisi storica e delle conoscenze scientifiche, sfata a uno a uno i miti e i luoghi comuni più radicati in tema di agricoltura, alimentazione, medicina, cosmesi, sessualità, architettura e altro ancora. Le domande, ora, le facciamo noi direttamente all’autore, in una breve intervista.

Come evidenzi nel tuo ultimo libro, da sempre l’uomo si interroga sulla natura e su se stesso cercando di comprendere e definire la propria posizione nel mondo. L’impatto dell’uomo, specie fra le specie, si riscontra pressoché ovunque. Quanto è difficile, secondo te, valutare le proprie responsabilità senza cadere nell’autocondanna?

Come cerco di illustrare nel libro, ogni specie vivente perturba inevitabilmente l’ambiente in cui vive e le altre specie. E l’uomo non fa eccezione. Solo l’uomo, tuttavia, è in grado di rendersene conto e di valutare l’entità dell’impatto ambientale da lui prodotto. Le sue conoscenze e la capacità previsionale della scienza gli permettono, inoltre, di stimare gli effetti che tale impatto può produrre indirettamente su di lui.

In un’ottica puramente utilitaristica, effettuare una scelta consiste nel valutare il rapporto costi/benefici che ogni nostra attività comporta. Alcuni ambientalisti rifiutano però l’ottica utilitaristica, sostenendo che la tutela dell’ambiente e delle altre specie sia un obbligo morale, indipendentemente dal fatto che l’uomo ne possa o meno trarre vantaggio. È una scelta etica che può avere una sua rispettabilità, ma estremamente difficile da attuare senza cadere in pesanti contraddizioni (nel libro cerco di metterne in evidenza alcune, ad esempio a proposito del problema della sperimentazione animale e del veganismo).

Dall’agricoltura all’alimentazione, dalla medicina alla cosmesi, dal trasporto alle abitazioni, la ricerca del “naturale” non risparmia ormai alcun ambito. Quanto miti e leggende possono influenzare e condizionare la nostra società?

Possono influenzarla e condizionarla moltissimo. Nel libro cerco proprio di mostrare questi tipi di condizionamento relativamente al mito secondo il quale tutto ciò che è naturale è intrinsecamente buono. Tale credenza non trova alcun elemento fattuale che la supporti, basta poco per dimostrarlo. È sufficiente pensare che le sostanze più tossiche che si conoscono sono proprio di origine naturale (ad esempio, i veleni di alcuni serpenti o le tossine di alcuni funghi), oppure basta pensare alle malattie, perfettamente naturali, contro le quali l’uomo da sempre combatte.

È piuttosto buffo che l’aggettivo naturale venga aggiunto a sostantivi che indicano attività che di per sé sono inevitabilmente innaturali. “Agricoltura naturale”, “medicina naturale”, “cosmesi naturale”, ecc. sono veri e propri ossimori. Infatti l’agricoltura, la medicina, la cosmesi sono attività il cui obiettivo è proprio quello di modificare la natura. Se proprio volessimo seguire la natura (termine molto ambiguo) non dovremmo coltivare la terra, non dovremmo combattere le malattie, non dovremmo modificare il nostro aspetto fisico, e così via. Penso tuttavia che nemmeno i difensori della natura più integralisti sarebbero disposti a tali rinunce. E quindi nascono inevitabilmente le contraddizioni di cui parlavo prima.

Come evidenzi nel tuo libro, a fronte di un crescente aumento dei controlli, della sicurezza e dell’affidabilità in campo alimentare, medico e cosmetico, si assiste parallelamente a una sempre più forte diffidenza della società nei riguardi del progresso scientifico e delle conquiste della ricerca. Come potresti spiegare tale fenomeno?

Non è facile fornire una risposta: è un fenomeno piuttosto complesso che richiederebbe approfondite indagini sociologiche e psicologiche. Io penso che la diffidenza nei confronti della scienza e della tecnologia sia un “lusso” che certe società si possono permettere, proprio grazie al benessere che scienza e tecnologia hanno consentito loro di raggiungere. Difficilmente una società povera disprezzerà scienza e tecnologia: essa, al contrario, auspicherà una loro maggiore diffusione. In altre parole, solo chi ha la pancia piena può permettersi di disprezzare il cibo.

Un altro fattore determinante, secondo me, è la memoria corta. Parallelamente al sentimento di diffidenza nei confronti della scienza, si diffonde infatti una nostalgia di un passato idealizzato, in cui l’uomo sarebbe stato più in armonia con la natura e in cui le condizioni di vita sarebbero state più umane. Queste nostalgie denotano però solamente una mancanza di conoscenze storiche. Purtroppo “i bei tempi antichi” di cui si favoleggia sono quelli in cui gli uomini dovevano lavorare duramente dal mattino alla sera semplicemente per procurarsi una quantità minima di cibo, in cui l’aspettativa di vita alla nascita era molto breve e orribili malattie provocavano morte e sofferenza. Si dice che la storia è maestra di vita, ma spesso la si dimentica. Per questo motivo nel libro dedico ampio spazio a mostrare come si viveva nel passato e quali sono stati gli sforzi che l’uomo ha dovuto compiere per affrancarsi dalle condizioni in cui la natura lo obbligava a vivere.

Tra “bio” e “OGM” i consumatori sembrano più favorevoli ai primi, nonostante molti prodotti dell’ingegneria genetica si stiano rivelando più ecosostenibili in termini di produttività e di minor impiego di fitofarmaci. Quali sono le motivazioni e gli effetti di questa contraddizione?

Anche qui, purtroppo, molti preferiscono affidarsi ai miti piuttosto che ai fatti. In particolare si dà più importanza al modo in cui un certo prodotto è stato ottenuto piuttosto che alle caratteristiche del prodotto stesso. Alla base di queste convinzioni vi è un fenomeno che gli psicologi chiamano “essenzialismo”. In una visione essenzialista, si ritiene che certe categorie di cose posseggano un loro principio interno, un’essenza per l’appunto, che non è direttamente osservabile, ma che ne definisce l’identità e che è responsabile delle somiglianze tra i membri appartenenti alla stessa categoria.

In quest’ottica ciò che ha un’essenza naturale è considerato buono. Ciò che è artificiale è invece considerato con sospetto. Per molte persone, ad esempio, una sostanza di origine naturale è intrinsecamente diversa da una di origine artificiale, anche se la chimica ci dice che le due sostanze sono identiche: hanno cioè la stessa struttura molecolare, quindi le stesse identiche proprietà e non esiste, di conseguenza, alcuna possibilità di poterle distinguere. Qualcosa di simile credo che possa spiegare la predilezione per i prodotti bio e l’avversione per gli OGM. Si tratta, però, di un approccio sbagliato. Sarebbe più corretto valutare pregi e difetti di un prodotto, indipendentemente dal modo in cui è stato ottenuto, tenendo ovviamente conto anche dei costi ambientali di produzione.

“Bio”, “green”, “eco”, le industrie sono abilissime nell’operazione di “greenwashing” per vendere i propri prodotti, non sempre poi così “verdi”, come spieghi efficacemente nel tuo libro. Riuscirà la scienza a raccogliere la sfida di rinnovare il suo linguaggio? Potrebbe, per esempio, far proprie le tecniche del marketing?

Anche questo è un problema cruciale. Per molto tempo gli scienziati non si sono minimamente preoccupati di informare adeguatamente il pubblico su quello che facevano nella loro attività di ricerca. Questo ha determinato una seria spaccatura tra comunità scientifica e società.

Per fortuna, da un po’ di tempo, il mondo della ricerca si è reso conto di questo fondamentale problema e sta cercando di aprirsi alla società. C’è però ancora tanta strada da fare.

La scienza deve sicuramente trovare sistemi di comunicazione più efficaci. Penso però che sarebbe sbagliato utilizzare le tecniche del marketing: la scienza deve mantenere la propria fondamentale caratteristica di parlare di cose reali e non può procedere per slogan pubblicitari. Soprattutto deve sforzarsi di far comprendere al pubblico quali siano i metodi e i criteri di indagine e di valutazione che quotidianamente utilizza. Oltre alla comunità scientifica, in questo ambito, anche la scuola deve fare uno sforzo per diffondere una maggiore conoscenza della vera natura della scienza, al di là dei singoli contenuti specifici delle varie discipline.

Parlando di sessualità, evidenzi come alcune convenzioni sociali tentino di trovare riscontro nel mondo animale, condannando i cosiddetti atti “contro natura”. Il panorama biologico da questo punto di vista, appare articolato e complesso, contrariamente alle visioni idealizzate più diffuse. Che cosa puoi dirci al riguardo?

Sì, io dedico un intero capitolo al sesso, cercando di capire se abbia senso parlare di una sessualità naturale e, di conseguenza, di comportamenti sessuali “contro natura”. L’esame obiettivo della realtà ci porta a concludere che non ha alcun senso farlo. Nel mondo animale, anche nelle specie più vicine a noi evolutivamente, si osserva un’incredibile varietà di comportamenti sessuali: autoerotismo, uso di sex toys, omosessualità, bisessualità, rapporti orali, sesso di gruppo, voyeurismo, rapporti tra specie diverse, ecc. Quindi nessun comportamento sessuale è “contro natura”. Purtroppo molta gente cerca di spacciare per comportamenti naturali quelle che sono semplicemente le proprie preferenze o le proprie abitudini in campo sessuale, cercando in tal modo di attribuire a esse un maggior valore prescrittivo. Si tratta di un comportamento disonesto e molto pericoloso, che cerca fraudolentemente di imporre agli altri le proprie personalissime opinioni.

Naturalmente non sto affermando che qualsiasi comportamento si osservi negli animali sia automaticamente accettabile per l’uomo. Le norme etiche dobbiamo crearcele noi umani e non cercare di individuarle nella realtà naturale. La natura è infatti totalmente indifferente ai nostri problemi e non ci può fornire alcun suggerimento. Anche le norme etiche vanno ricercate razionalmente, cercando di garantire al maggior numero possibile di persone il maggior numero di diritti e il maggior grado di libertà possibile.

In ambito medico sfati miti e pregiudizi su pratiche comuni e procedure, ad esempio sulla tanto discussa sperimentazione animale e sulla presunta inutilità dei vaccini. In che modo il metodo scientifico potrebbe rappresentare l’unico valido strumento per non cadere vittima di pregiudizi e pseudoscienza?

Se il pubblico conoscesse meglio i meccanismi attraverso i quali si sviluppa la ricerca medica, avrebbe probabilmente un atteggiamento di minor diffidenza e preoccupazione nei suoi confronti. Purtroppo spesso si pensa che l’unico motore che anima tale ricerca (soprattutto quella farmacologica) sia il profitto. Indubbiamente vi sono fortissimi interessi economici, ma questi ultimi vi sono anche in molti altri settori, compreso quello delle cosiddette medicine alternative o complementari (CAM).

Ciò che spesso sfugge è che dietro a un nuovo farmaco o una nuova terapia vi sono strettissimi controlli e lunghe e complesse sperimentazioni finalizzate all’accertamento della loro efficacia (paradossalmente, invece, le CAM sono esonerate da simili procedure).

Riguardo alla sperimentazione animale, si pensa spesso che essa sia un’inutile crudeltà. In realtà le stesse case farmaceutiche sarebbero le prime a essere felici di eliminare questo tipo di sperimentazione che è per sua natura economicamente dispendiosa. Purtroppo però essa è inevitabile poiché, allo stato attuale delle cose, non esiste un metodo che fornisca risultati altrettanto validi.

Anche sui vaccini dilaga una pericolosa disinformazione. Si dà credito a credenze smentite da tempo e si ignora invece il parere degli esperti che lanciano giustamente allarmi per il pericoloso calo del numero di vaccinazioni, che sta determinando la recrudescenza di malattie che erano scomparse da tempo.

Leggendo il tuo libro ho ricordato le parole di un personaggio di Midnight in Paris, noto film di Woody Allen: “La nostalgia è negazione di un presente infelice e il nome di questo pazzo pensiero è: Sindrome dell’epoca d’oro. L’idea errata che un diverso periodo storico sia migliore di quello in cui viviamo è un difetto dell’immaginario romantico di quelle persone che trovano difficile cavarsela nel presente”. Ce la caveremo?

Come ho già detto, anch’io nel libro ho fatto spesso riferimento al cosiddetto “sapere nostalgico” che rimpiange un passato idealizzato che di fatto non è neppure mai esistito. Ce la caveremo? Chi lo sa?

Ho intitolato le conclusioni del libro “Cosa ci riserva il futuro: difficili previsioni e ragionevoli speranze”. Ovviamente non propongo previsioni, che sarebbero inevitabilmente azzardate. Mi limito solo a sostenere che le visioni manichee non aiutano certo le nostre decisioni e possono essere molto pericolose.

Non dobbiamo quindi ricercare principi guida al di fuori di noi. Tanto meno nella natura che è del tutto indifferente alle nostre vicende. L’unica strada praticabile è fare riferimento alla nostra intelligenza. Dobbiamo onestamente essere consapevoli dei nostri limiti e delle nostre incertezze, ma anche delle cose che sappiamo e di quelle che possiamo conoscere attraverso lo studio e la ricerca. Dobbiamo vivere giorno dopo giorno, valutando attentamente le nostre scelte, cercando di prevederne le conseguenze su tempi quanto più lunghi possibile, correggendo continuamente la nostra rotta ogniqualvolta si renda necessario farlo e in base alle nuove conoscenze acquisite. Purtroppo non abbiamo altri mezzi.

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Houdini e Conan Doyle
Massimo Polidoro,
ebook gratuito, 2015


di Anna Rita Longo

DI CHE COSA SI PARLA: L’autore ricostruisce la storia dell’amicizia – poi finita in un’accesa disputa – tra il grande illusionista Harry Houdini e Sir Arthur Conan Doyle, celebre scrittore, ideatore delle storie di Sherlock Holmes. Ambedue interessati allo spiritismo, si accostarono al fenomeno con atteggiamento diverso, giungendo a conclusioni opposte. Il libro è disponibile gratuitamente per gli iscritti alla newsletter di Massimo Polidoro.

PERCHÉ LEGGERLO: Si tratta di una lettura interessante per varie ragioni, a partire dalla ricostruzione storica della vicenda, passando per l’analisi della personalità dei due attori principali, fino alle riflessioni, che se ne possono ricavare, sul metodo d’indagine di un presunto mistero e sui campanelli d’allarme che possono permettere allo scettico di venirne a capo.

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Racconti di scienza
Darryl Cunningham
Nessun dogma, 2015, pp. 205, € 23,00


Recensione di Giulia Maffucci

“Racconti di scienza” mi ha incuriosita per via della parola “racconti” e dei fumetti. Pensavo di aver trovato un libro che spiegasse in modo semplice e divertente qualche serio tema scientifico, ed è stato così, con i suoi pregi e difetti. Convincente anche la prefazione di Silvano Fuso che commenta l’approccio poco scettico che spesso la società ha e che invece dovrebbe avere nei confronti della conoscenza in generale.

I fumetti, che richiamano lo stile di George Grosz, sono stilizzati ma vividi, e si collegano al testo in un rapporto di ironica continuità: si veda, ad esempio, l’inefficacia/efficacia della terapia convulsivante rappresentata dalla lampada spenta/accesa o dalla paperella che sospira davanti alla notizia di un lutto. Uno stile volutamente tagliente e d’impatto che pervade tutto il libro, con cui Cunningham non solo spiega, ma critica dal suo punto di vista a volte aspro. Ma come ci ricorda Fuso, è bene che il lettore applichi quel senso critico, che Cunningham vuole stimolare, proprio al libro che ha tra le mani.

L’autore tratta nove temi controversi dell’attuale panorama scientifico, legati alle pseudoscienze e al complottismo. Si comincia con la spiegazione dei “metodi” della terapia convulsivante, dell’omeopatia e della chiropratica, con i primi toni d’invettiva e sottolineando lo scenario di pessima informazione (causa talvolta di morte) che circonda queste pratiche, presentando recenti casi di vittime che hanno fatto il giro del mondo, come quelli di Penelope Dingle e Laurie Jean Mathiason.

Segue l’immancabile storia del dottor Wakefield, responsabile di aver diffuso la falsa notizia del nesso causale tra vaccini e autismo. L’osservazione condivisibile qui è che una parte del giornalismo attuale è più attenta al sensazionalismo che al fare informazione, quando dovrebbe essere un dovere di chi scrive verificare fonti e fare controlli accurati dei fatti per una divulgazione corretta.

Si continua con l’inganno lunare, e qui l’autore spiega alcune delle teorie complottistiche che negano l’allunaggio nonostante le innumerevoli evidenze. Cunningham fa un’ottima riflessione circa la poca utilità e la grande complessità richiesta per creare un complotto di tali dimensioni, e disegna simpaticamente anche i noti Mythbusters, che hanno provato a replicare (sulla Terra) l'allunaggio per verificare la fattibilità di un complotto da parte della NASA. Che dire... Busted!

I capitoli su fracking e cambiamento climatico sembrano presentare un andamento differente, perché indirizzano una forte critica alle scelte gestionali di politici e imprenditori (soprattutto statunitensi) che inquinano l'ambiente senza troppe remore ed evitano il dibattito pubblico con informazioni travisate o nascoste. “Non possono decidere i ricchi chi deve vivere e chi morire”, ammonisce Cunningham.

Con gli ultimi due temi – l’evoluzione e la negazione della scienza – si arriva al nocciolo della questione, ossia quale sia il corretto metodo per costruire la conoscenza scientifica, vale a dire quello che rispetta criteri di rispettabilità, criticità e onestà. Cunningham evidenzia la scorrettezza di dare pari peso a tutte le teorie in circolazione, che, al di là di questo caso specifico, è la tendenza prevalente sui mass media. Per questo, alla frase finale di Cunningham “La scienza è lo strumento più efficace mai concepito per spiegare il nostro universo. Ecco perché procede in questo modo. Ecco perché è così potente” avrei aggiunto “Ed ecco perché dobbiamo preservarla”.

Dunque si tratta di un libro di denuncia dai toni taglienti. È interessante che un fumettista si approcci a questioni sociali importanti (si veda anche “Psychiatric Tales” del 2010), e certamente l’uso dei fumetti e dell’ironia alleggerisce la trattazione. Ma ci pensano toni funesti e immagini macabre, come i disegni di teschi, di Frankenstein o qualche foto “psichedelica” di malattie, a rimandare continuamente alla pericolosità concreta di certe pratiche e scelte poco razionali.

È difficile non far emergere il punto di vista di chi scrive e il nostro scrittore non si preoccupa certo di nasconderlo, il che tuttavia non è sempre sinonimo di obiettività e libertà mentale, due aspetti che invece il libro pretende di mostrare. Frasi come “[...] il XIX secolo, un’epoca ricca di idee strambe in materia sanitaria” e “Un creatore non inventerebbe mai uno schema così complesso e pericoloso” rischiano per esempio di sembrare espressione di un atteggiamento prevenuto, che non dovrebbe emergere in quella che vuole essere una trattazione libera da pregiudizi come questa.

Un’osservazione interessante di Cunningham è: “Potrei continuare a confutare ipotesi di inganno [...] per centinaia di pagine, ma so che non farebbe differenza per lo zoccolo duro di chi ci crede. [...] Ci sarà sempre chi sosterrà la tesi del complotto, di qualunque cosa si tratti”. Ai trovo in linea con questo pensiero, poiché anche quando viene offerta una divulgazione scientifica di qualità, una parte del pubblico preferisce la strada più semplice e accattivante, ossia ascoltare le sirene delle pseudoscienze o delle teorie complottiste.